{"id":25183,"date":"2020-03-28T12:49:00","date_gmt":"2020-03-28T12:49:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/03\/28\/finche-i-piedi-ci-portano\/"},"modified":"2020-03-28T12:49:00","modified_gmt":"2020-03-28T12:49:00","slug":"finche-i-piedi-ci-portano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/03\/28\/finche-i-piedi-ci-portano\/","title":{"rendered":"Finch\u00e9 i piedi ci portano"},"content":{"rendered":"<p>Ciascuno di noi possiede nel bagaglio dei ricordi alcune cose &#8211; persone, cose o situazioni &#8211; che sente come particolarmente importanti; meglio: alcune cose che hanno fatto di lui quel che effettivamente \u00e8 diventato. Non ricordi, dunque, ma carne e sangue del proprio essere; qualcosa che \u00e8 inseparabile dal proprio modo di sentire, di pensare e di vedere il mondo e se stessi. I libri, per chi \u00e8 un lettore appassionato, occupano un posto importante in questa ideale scuola di formazione e apprendistato alla vita. Le esperienze determinanti sono quelle dell&#8217;infanzia, ma nell&#8217;infanzia non si sa ancora leggere e dopo aver imparato, non si comincia subito a leggere libri: quelli di scuola bastano e avanzano. Di fatto, le prime prove di lettura si fanno quando gli adulti iniziano a regalare dei libri ai bambini, per le feste o per il compleanno o in occasione di qualche evento solenne, come la Prima Comunione o la Cresima (che ai nostri tempi si facevano molto ravvicinate, verso la terza elementare). Le prime letture restano fortemente impresse proprio perch\u00e9 sono le prime: tutte le cose nuove lasciano un segno incancellabile perch\u00e9 hanno il profumo inconfondibile della scoperta, della rivelazione di un mondo del tutto nuovo e ancor vergine. Una delle nostre prime letture, passata l&#8217;infanzia ma non ancora la prima adolescenza, \u00e8 stata il libro di Josef Martin Bauer <em>Finch\u00e9 i piedi ci portano<\/em>, tradotto in Italia da Longanesi nel 1967 (in Germania era uscito nel 1955). Ci colp\u00ec subito la copertina, con la foto di un giovanissimo soldato tedesco che avanza a mani alzate in segno di resa sullo sfondo d&#8217;un paesaggio desolato e il titolo alquanto suggestivo: vederlo attraverso la vetrina e desiderare di averlo e leggerlo fu una cosa sola. Eravamo a spasso con la mamma: entrammo nel negozio, un&#8217;edicola tabaccheria posta quasi di fronte alla Porta Torriani, in un angolo suggestivo della citt\u00e0 vecchia, e lei lo acquist\u00f2 per farcene dono. Tornati a casa, ci sprofondammo nella lettura, che fu ininterrotta dalla prima all&#8217;ultima pagina. Era la storia di un reduce della <em>Wehrmach<\/em>t che torna a casa dopo un viaggio a piedi di 14.000 chilometri dopo esser stato fatto prigioniero dai sovietici e inviato in una miniera della Siberia Orientale, da dove riesce fortunosamente a scappare. Non \u00e8 un romanzo, ma una storia vera: il protagonista \u00e8 il tenente delle truppe alpine bavaresi Clemens Forell, nome di fantasia dietro cui si cela una persona reale, il tirolese Cornelius Rost, tornato in patria nel 1952, dopo una fuga durata tre anni nelle immensit\u00e0 dell&#8217;Asia settentrionale e centrale, fino all&#8217;Iran. All&#8217;epoca non sapevamo nulla n\u00e9 dell&#8217;autore, n\u00e9 del protagonista. Non sapevamo, in particolare, che Josef Martin Bauer (nato a Taufkirchen, Vils, in Alta Baviera, l&#8217;11 marzo 1901 e morto a Dorfen, nello stesso <em>land<\/em>, il 15 marzo 1970) venne sottoposto a inchieste umilianti per appurare il suo coinvolgimento nel regime hitleriano, negli anni della &quot;denazificazione&quot;, dal momento che era gi\u00e0 un affermato romanziere, specie per ragazzi, nel filone <em>sangue e suolo<\/em> che presenta elementi di convergenza con l&#8217;ideologia nazista (un criterio in base al quale il novanta per cento degli scrittori italiani del Ventennio avrebbero dovuto essere epurati per contiguit\u00e0 ideologica con il fascismo). E neppur sapevamo che un&#8217;inchiesta giornalistica avrebbe provato, ma la cosa \u00e8 tuttora dubbia, che Rost non era ufficiale ma soldato semplice, e che non torn\u00f2 in patria alla vigilia di Natale del 1952, ma gi\u00e0 nel 1947. E se pure l&#8217;avessimo saputo, che differenza avrebbe fatto? Soldato semplice o tenente, a chi importa, se non alla stampa di sinistra che da sempre si affanna a minimizzare gli orrori del comunismo, con lo stesso zelo con cui ingigantisce quelli del fascismo; e che, nella fattispecie, vorrebbe far scordare che molti prigionieri dell&#8217;Asse non sono mai pi\u00f9 tornati dall&#8217;Unione Sovietica, o sono tornati solo dopo molti anni, rovinati nel fisico e nel morale, quando gi\u00e0 le autorit\u00e0 li avevamo dati per dispersi e loro famiglie li piangevano per morti? Si veda ad esempio il bel libro di Enrico Reginato (Treviso, 5 febbraio 1913-Padova, 16 aprile 1990), ufficiale medico degli alpini e medaglia doro al valor militare, rientrato a casa dalla prigionia sovietica solo nel 1954, libro oggi significativamente dimenticato: <em>12 anni di prigionia nell&#8217;Urss<\/em>, edito da Garzanti nel 1955.<\/p>\n<p>La lettura del libro di Josef Martin Bauer \u00e8 stata per noi cos\u00ec importante non solo per l&#8217;ambientazione esotica e avventurosa, anche perch\u00e9 in esso non c&#8217;\u00e8 nulla di avventuroso nel senso classico della parola, nulla che richiami le pagine di Jack London o Rudyard Kipling, semmai una pesante atmosfera di sacrificio e nostalgia che fa passare in secondo piano anche lo sfondo esotico, le immense foreste di abeti e le pianure gelate che si perdono all&#8217;orizzonte, verso il Deserto del Gobi (allora, nell&#8217;et\u00e0 della scuola media, la nostra grande passione era la geografia fisica); bens\u00ec per il richiamo costante, profondissimo, invincibile, esercitato dalla libert\u00e0 e dalla patria, anche se solo molti anni dopo avremmo capito che non c&#8217;\u00e8 differenza fra le due cose. Quel piccolo uomo smarrito nell&#8217;immensit\u00e0 della <em>taiga<\/em>, con le vesti a brandelli, solo, affamato, sporco, tremante di freddo, aveva trovato un&#8217;indomabile energia che gli aveva moltiplicato le forze, che lo aveva sostenuto oltre l&#8217;immaginabile, camminando sempre avanti, coi piedi sanguinanti nelle scarpe rotte, per migliaia e migliaia di chilometri, come guidato da una bussola interna, da un oscuro magnetismo, senza mai arrendersi, senza mai darsi per vinto, anche nelle situazioni pi\u00f9 drammatiche e quasi disperate. Tanto potente era in lui il richiamo degli affetti, il richiamo delle proprie radici: quasi una versione moderna della decennale avventura di Ulisse che non perde mai la speranza, che non cessa mai di lottare per rimettersi sulla rotta di Itaca, sostenuto dall&#8217;ardente desiderio di rivedere il vecchio padre Laerte, la moglie Penelope e il figlio Telemaco. Non un uomo moderno, cinico e sradicato, moralmente apolide e culturalmente indifferente; non un Leoplod Bloom senza scopo e senza seriet\u00e0 di vita, ma un uomo antico, antico nell&#8217;anima e nei sentimenti, cos\u00ec come antica \u00e8 la vena autentica di qualsiasi essere umano, quando le certezze della vita quotidiana crollano e si disperdono, e resta solo la nuda realt\u00e0 dell&#8217;essenziale. L&#8217;anabasi di questo oscuro soldato tedesco, fatto prigioniero e non rassegnato alla definitiva separazione dal suo mondo, che calpesta l&#8217;erba e la sabbia di foreste e di deserti, sempre avanti, sostenuto da una forza fisica e morale che ha del prodigioso, e che certo non gli viene solo dalle sue personali risorse, ma dall&#8217;alto, da una fonte assai superiore all&#8217;umano (solo moltissimi anni dopo avremmo scoperto che Bauer, da giovane, aveva fatto studi di teologia, il che spiega un certo alone religioso, peraltro sempre implicito, che si coglie nelle pagine del suo libro) \u00e8 una metafora della condizione umana, dell&#8217;eterna ricerca di quella patria perduta che si agita in fondo al cuore degli uomini, anche se la maggior parte di essi, finch\u00e9 la vita procede in condizioni normali, quando non imperversano n\u00e9 guerre, n\u00e9 epidemie, sembra averla scordata.<\/p>\n<p>Poich\u00e9 il libro era appena uscito, doveva essere il 1967 o al massimo il 1968 e il mondo occidentale, Italia in testa, stava per entrare nel clima di follia della contestazione giovanile e della rivoluzione sessuale, cui sarebbe seguita, in un volger di tempo incredibilmente breve, la lunga e sanguinosa stagione del terrorismo: come scordare quella sera del 12 dicembre 1969, quando il telegiornale annunci\u00f2 la strage di Piazza Fontana, che segnava l&#8217;ingresso della nostra Patria nel tunnel pauroso degli anni di piombo? Abitando in una citt\u00e0 non molto grande e geograficamente marginale, i furori pi\u00f9 esasperati della stagione sessantottina li abbiano uditi in lontananza, pi\u00f9 che visti; tuttavia il clima era quello e lo si respirava ovunque, dalle famiglie alla scuola e alla Chiesa stessa. Anzi, era stato proprio il clero a suonare la squilla a tutti i rivoluzionari o sedicenti tali (<em>figlioli miei, marxisti immaginari<\/em>, avrebbe ironizzato qualche anno dopo, nel 1975, Vittoria Ronchey), col preteso rinnovamento del Concilio Vaticano II e con l&#8217;ancor pi\u00f9 dubbio &quot;spirito&quot; che avrebbe dovuto prolungarne e moltiplicarne i &quot;benefici&quot; effetti nella Chiesa e nel mondo. Anche i cantanti e i gruppi musicali, conformisti e petulanti come solo loro sanno essere, e come lo sono tuttora, sotto ben altri cieli e con bel altre prospettive, pescavano a casaccio e rilanciavano disordinatamente gli slogan e le ridicole semplificazioni dei sessantottini; e non c&#8217;era adolescente che non tenesse il poster del comandante Ernesto <em>Che<\/em> Guevara in camera, sopra il capezzale, cos\u00ec come i loro genitori e i loro nonni avevano sempre avuto il Cristo, o la Madonna, e il ramo d&#8217;ulivo benedetto infilato sopra la cornice. La fortuna di avere i genitori con la testa sulle spalle, il pap\u00e0 professore ed ex militare di carriera, la mamma maestra elementare, ci ha aiutati a non esser trascinati da quei cattivi venti, a conservare lucidit\u00e0 e spirito critico, a non allontanarci dal solco della buona educazione ricevuta e dai sani valori civili e religiosi: la famosa triade, allora tanto disprezzata e vituperata, Dio, Patria e Famiglia, cui si aggiungeva un grande amore e un grande rispetto per tutto ci\u00f2 che \u00e8 sapere, cultura, ricerca, verit\u00e0, bellezza, arte, scienza, pensiero. Ed ecco che il libro di Josef Martin Bauer, in quel crogiolo che \u00e8 la vita di un bambino alle soglie dell&#8217;adolescenza, veniva a dare il suo contributo di fede in quei valori, e l&#8217;esempio del coraggio necessario a viverli nella realt\u00e0: senza cedere a compromessi vergognosi, senza mai perdere il rispetto di se stessi, n\u00e9 calpestare o disprezzare l&#8217;insegnamento e il modello ricevuto dalla propria famiglia. E il messaggio di quelle pagine commoventi, che allora coglievamo solo in parte e solo pi\u00f9 tardi ci sarebbe apparso in maniera completa, \u00e8 che la libert\u00e0 \u00e8 il bene primario dell&#8217;uomo, ci\u00f2 che lo rende veramente tale e lo distingue dai bruti; ma che non c&#8217;\u00e8 vera libert\u00e0 se non compiendo il proprio dovere: e il proprio dovere consiste nel vivere cercando sempre la verit\u00e0. Per un figlio della civilt\u00e0 europea, quindi della civilt\u00e0 cristiana (la modernit\u00e0 \u00e8 solo un orribile, gigantesco errore), la strada di casa \u00e8, materialmente e metaforicamente, la strada della verit\u00e0. Il reduce Clemens Forell, un cattolico bavarese sperduto nelle immensit\u00e0 dell&#8217;Asia, che macina distanze immense sostenuto sempre dalla sua fede nella dignit\u00e0 della vita e dalla coscienza del dovere di viverla secondo verit\u00e0 e giustizia (e non di viverla <em>intensamente<\/em>, a caccia di emozioni, come berciano oggi le sirene di uno stolto edonismo consumista), diviene allora un compendio vivente di ci\u00f2 che l&#8217;uomo deve essere, e un simbolo di quella condizione di <em>viator<\/em>, di viandante, di pellegrino, che, sola, consente di vedere le cose nella giusta prospettiva: anche e soprattutto in tempi di calamit\u00e0 e di emergenza, come son quelli che stiamo ora vivendo, in questa allucinata primavera del 2020, chiusi in casa tutti quanti per il terrore di un virus misterioso e inafferrabile.<\/p>\n<p>Il fatto \u00e8 che ci eravamo scordati, tutti quanti, della seriet\u00e0 implicita nella nostra condizione di <em>homo viator<\/em>: invece di camminare verso la meta, ci eravamo comodamente seduti, anzi sdraiati, chi qua, chi l\u00e0, secondo i nostri capricci e l&#8217;estro del momento. Ma non funziona cos\u00ec. Seriamo che la severa lezione che la vita ci sta impartendo serva almeno a qualcosa; che ci faccia rinsavire. Alcuni aspetti della attuale emergenza meritano una risposta sul piano dell&#8217;azione esterna: ci sono molti conti che dovremo fare, quando sar\u00e0 giunto il momento opportuno; conti da regolare coi nostri nemici e con i tanti, troppi falsi amici, dentro e fuori il nostro bello e sfortunato Paese. Bisogner\u00e0 armarsi di scopa e far pulizia, senza piet\u00e0: ci sono troppe immondizie che ingombrano la nostra vita sociale e che ammorbano l&#8217;aria. La cosa \u00e8 durata fin troppo e se siamo arrivati fino a questo punto, se siamo scesi tanto in basso, \u00e8 proprio perch\u00e9 non abbiamo voluto guardare in faccia la realt\u00e0 e trarre le doverose conclusioni da ci\u00f2 che pure sarebbe apparso evidente, se solo avessimo avuto l&#8217;onest\u00e0 di vederlo. E tuttavia, questa dovr\u00e0 essere solo una parte delle pulizie di casa che bisogner\u00e0 fare. Ci sono altri conti in sospeso da regolare, e quelli li abbiamo con noi stessi. Avevamo smesso di prenderci cura della nostra anima, di nutrirla di cose buone e di proteggerla dalle cose cattive; avevamo preso la pessima abitudine di vivere alla giornata, superficialmente, banalmente, irresponsabilmente, come ragazzi ormai cresciuti i quali non vogliono, per\u00f2, assumersi le loro responsabilit\u00e0 di persone adulte. Troppo comodo: e ora la vita ci presenta il conto. Ogni conto aperto \u00e8 un debito da pagare: e noi abbiamo accumulato il debito dell&#8217;incoscienza e dell&#8217;inconsistenza. La vita non usa riguardi a chi \u00e8 troppo molle o troppo sciocco o troppo egoista per assumersi i suoi impegni e per fare ci\u00f2 che \u00e8 giusto, non ci\u00f2 che \u00e8 piacevole e divertente. Oggi, forse, non ci sono pi\u00f9 uomini come il soldato Forell, disposti a rischiare la vita e ad affrontare sacrifici immensi pur di tornare a casa, da uomini liberi; oggi forse preferiremmo tutti rassegnarci al nostro destino di prigionieri e seguitare a scavar minerale, a capo chino, come animali da lavoro, in qualche gulag dimenticato. Di fatto, \u00e8 quello che stiamo facendo. Siamo gli animali da soma della globalizzazione e siamo rassegnati alla nostra prigionia come una turba di schiavi: solo perch\u00e9 le catene non si vedono e abbiamo perfino scordato com&#8217;\u00e8 il mondo fuori della caverna, com&#8217;\u00e8 bello lo scintillio del cielo azzurro e quanto \u00e8 inebriante il profumo della vita vera, lontano da questi miasmi.<\/p>\n<p>Sapremo cogliere questa estrema opportunit\u00e0 che la vita ci sta offrendo per rinsavire, per tornare in noi stessi, per rimetterci sulla strada di casa? Una cosa \u00e8 certa: da soli non ne siamo pi\u00f9 capaci. Abbiamo bisogno d&#8217;aiuto. E chi pu\u00f2 aiutarci se siamo tutti, pi\u00f9 o meno, nelle stesse miserevoli condizioni? Uno solo pu\u00f2 farlo, Colui che disse: <em>Venite a me voi tutti, che siete affaticati e stanchi<\/em>&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ciascuno di noi possiede nel bagaglio dei ricordi alcune cose &#8211; persone, cose o situazioni &#8211; che sente come particolarmente importanti; meglio: alcune cose che hanno<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[261],"class_list":["post-25183","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-unione-sovietica"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25183","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25183"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25183\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25183"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25183"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25183"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}