{"id":25168,"date":"2008-06-18T05:31:00","date_gmt":"2008-06-18T05:31:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/18\/quando-i-filosofi-sono-troppo-timidi-gli-scienziati-diventano-arroganti\/"},"modified":"2008-06-18T05:31:00","modified_gmt":"2008-06-18T05:31:00","slug":"quando-i-filosofi-sono-troppo-timidi-gli-scienziati-diventano-arroganti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/18\/quando-i-filosofi-sono-troppo-timidi-gli-scienziati-diventano-arroganti\/","title":{"rendered":"Quando i filosofi sono troppo timidi, gli scienziati diventano arroganti"},"content":{"rendered":"<p><em>\u00abOrigine dell&#8217;uomo ora dimostrata. &#8211; Deve prosperare la metafisica.- Chi riuscisse a comprendere il babbuino farebbe per la metafisica pi\u00f9 di Locke\u00bb<\/em>. Cos\u00ec annotava Charles Darwin nel suo diario, talmente inebriato dalla propria teoria, da saltare a pie&#8217; pari la linea di demarcazione tra scienza e filosofia e da trarre l&#8217;implicita conclusione che a quest&#8217;ultima non resta che recitare una parte secondaria nel progresso della conoscenza umana, se non addirittura risolversi nelle scienze biologiche (<em>Charles Darwin&#8217;s Notebook, 1836-1844: Geology, Transmutation of Species, Metaphysical Enquiries<\/em>, a cura di P. H. Barrett e altri, Cornell University Press, Ithaca New York, 1987, p. 539, nota 84E).<\/p>\n<p>Da quel momento, la timidezza dei filosofi sulle questioni relative all&#8217;uomo, alla natura e alle possibilit\u00e0 della conoscenza, al significato della sua vita e al suo ultimo destino, non ha fatto che crescere; e, proporzionalmente, \u00e8 cresciuta l&#8217;invadenza degli scienziati, soprattutto dei biologi, molti dei quali hanno finito per impancarsi a filosofi e mettersi sentenziare con la massima disinvoltura su ci\u00f2 che dovrebbe esulare dal loro ambito di competenza.<\/p>\n<p>Ribadiamo, per scrupolo di chiarezza, di che cosa si occupa la scienza e di che cosa si occupa la filosofia.<\/p>\n<p>La scienza svolge la sua ricerca nell&#8217;ambito della realt\u00e0 fisica. Fino a qualche anno fa si sarebbe potuto dire: nell&#8217;ambito della materia. Oggi, per\u00f2, i confini tra materia ed energia non sono pi\u00f9 cos\u00ec chiari come lo sembravano un tempo; e, del resto, l&#8217;energia non \u00e8 che una forza fisica, suscettibile di indagine quantitativa. La scienza, perci\u00f2, si occupa delle quantit\u00e0: misura i fenomeni della natura in maniera sistematica e, ove possibile, sperimentale; vuole comprendere come essi accadono e non perch\u00e9 accadono, se con quest&#8217;ultima espressione si intende una ragione ultima che travalichi la sfera della realt\u00e0 fisica.<\/p>\n<p>La filosofia svolge la sua ricerca sulla realt\u00e0 in quanto tale.<\/p>\n<p>Alcuni filosofi (i materialisti) ritengono che non vi sia altra realt\u00e0 fuori di quella del mondo fisico; nemmeno loro, per\u00f2, arrivano a confondere le proprie ricerche con quelle degli scienziati, perch\u00e9 il fine della filosofia non \u00e8 descrivere i fenomeni, quanto interpretarli alla luce di una visione del reale che sia coerente e complessiva e che si spinga sino alle cause ultime di ci\u00f2 che esiste, non per descriverle in senso quantitativo, ma per valutarne l&#8217;origine e il significato della realt\u00e0 (o anche, se si preferisce, l&#8217;assenza di significato).<\/p>\n<p>Altri filosofi non limitano la loro ricerca al mondo fisico, ma, per poter spiegare tutta una serie di fenomeni, ipotizzano che esista anche un altro piano di realt\u00e0, di natura non fisica ma spirituale. Per costoro, mano a mano che si allontanano dalla dimensione visibile della realt\u00e0, diviene necessario elaborare strumenti concettuali adeguati a un oggetto che, non essendo quantitativo, non pu\u00f2 essere compreso soltanto con la ragione ordinaria. Ma non sono pochi quelli che, come Kant, a un certo punto si arrestano e dichiarano l&#8217;impossibilit\u00e0, per la mente umana, di cogliere l&#8217;oggetto in s\u00e9, il <em>noumeno<\/em>, dunque l&#8217;impossibilit\u00e0 della metafisica.<\/p>\n<p>\u00c8 una posizione legittima, ma la sua inevitabile conseguenza \u00e8 quella di restringere sempre pi\u00f9 il campo della ricerca filosofica, fino alla posizione di Wittgenstein, secondo il quale tutto quello che resta da fare ai filosofi \u00e8 di analizzare il linguaggio, per evitare che gli equivoci su di esso diano luogo a delle proposizioni insostenibili sul piano della pura logica.<\/p>\n<p>La crescente timidezza dei filosofi (cfr. il nostro saggio <em>Kant e l&#8217;autocastrazione del pensiero moderno<\/em>, sul sito di Arianna Editrice), che li ha indotti a limitare sempre pi\u00f9 il proprio campo d&#8217;indagine e ad essere sempre pi\u00f9 incerti e pessimisti circa le possibilit\u00e0 di comprendere il reale in senso non quantitativo (cio\u00e8, appunto, filosofico), ha visto affermarsi una tendenza opposta da parte degli scienziati. Fedeli al vecchio assunto di Galileo secondo il quale, dal punto di vista <em>intensive<\/em>, la mente umana che procede in modo matematico pu\u00f2 conoscere alcune cose con il medesimo grado di certezza di Dio (cfr. F. Lamendola, <em>Ma \u00e8 sempre la stessa arroganza la molla dello scientismo<\/em>, sempre sul sito di Arianna), molti di loro si sono spinti assai oltre una descrizione e una spiegazione quantitativa dei fenomeni naturali.<\/p>\n<p>Hanno incominciato a filosofare, ma senza averne n\u00e9 il retroterra culturale, n\u00e9 i metodi, n\u00e9 la mentalit\u00e0; e nessuno ha gridato allo scandalo. Avrebbero gridato, e in parecchi, se si fosse verificato il movimento opposto: se, cio\u00e8, i filosofi avessero preteso di improvvisarsi scienziati, senza possederne alcuna competenza specifica. Ma tale \u00e8 la prospettiva generale della cultura odierna: chiunque si sente in grado di dissertare di filosofia, mentre tutti devono limitarsi a tacere e ascoltare quando parlano gli scienziati. \u00c8, in fondo, uno degli aspetti della disistima in cui sono cadute le discipline cosiddette umanistiche: moltissimi studenti (per non parlare dei loro genitori) si sentono in diritto di trattare da pari a pari<em>, nel suo campo specifico di lavoro<\/em>, con un insegnante di lettere, cosa che non si sognerebbero mai di fare, <em>nel suo campo specifico di lavoro<\/em>, non diremo con un professore di fisica o di chimica, ma neanche con un elettricista chiamato per riparare il televisore o la lavatrice di casa.<\/p>\n<p>\u00c8 quasi inutile sottolineare che, per Platone e Aristotele, le nostre distinzioni fra sapere umanistico e sapere scientifico non avrebbero avuto senso, dato che il sapere \u00e8 unitario. Ma, a partire dal momento in cui la scienza ha reso possibile un intervento sempre pi\u00f9 efficace sulla realt\u00e0 materiale, assicurando all&#8217;uomo un dominio pressoch\u00e9 completo sulla natura, le quotazioni degli scienziati sono cresciute vertiginosamente, mentre quelle dei cosiddetti umanisti sono precipitate. In una societ\u00e0 che adora la forza e il dominio, le forme del sapere che possono fornire il massimo di forza e di dominio non possono che essere circondate di un rispetto e di un&#8217;autorit\u00e0 sconfinati. Le altre, quelle che non producono, o non sono suscettibili di produrre, n\u00e9 la forza n\u00e9 il dominio, scadono nella considerazione generale. Nel migliore dei casi, finiscono per essere viste come degli interessanti, ma oziosi passatempi, ai quali si pu\u00f2 anche lasciare un certo spazio &quot;ornamentale&quot;, dopo che siano state soddisfatte le esigenze veramente importanti della vita: produrre ricchezza materiale e dominio sulle cose.<\/p>\n<p>Risultato: i filosofi hanno perso sempre pi\u00f9 fiducia nella validit\u00e0 della propria disciplina, e non pochi di essi sono andati a mendicare un po&#8217; di prestigio sociale e di considerazione, proclamando la filosofia morta e sepolta, oppure arruolandosi come volontari nei battaglioni della riserva dell&#8217;agguerrito e sempre pi\u00f9 ammirato esercito degli scienziati. Si sono dati, perci\u00f2, da fare per acquisire il linguaggio, i modi e le prospettive propri degli scienziati, in modo da liberarsi dall&#8217;antipatica etichetta di &quot;umanisti&quot;, che li costringerebbe a una perpetua subalternit\u00e0 verso i loro pi\u00f9 fortunati colleghi, gli scienziati. Viceversa, a ben pochi di questi ultimi \u00e8 venuto in mente che, prima di pontificare nell&#8217;ambito della filosofia, forse sarebbe il caso di studiare almeno i primi rudimenti di questa disciplina.<\/p>\n<p>Un buon esempio dell&#8217;arroganza speculativa a cui si sono spinti certi scienziati \u00e8 offerto da Gerald M. Edelman, che \u00e8 stato premio Nobel per la Medicina nel 1972, grazie ai suoi studi sul sistema immunitario.<\/p>\n<p>Professore alla Rockefeller University, \u00e8 autore, fra l&#8217;altro, di una teoria della selezione dei gruppi neuronali (TSGN), che intende spiegare sia la categorizzazione percettiva, sia alcuni aspetti della memoria e dell&#8217;apprendimento, con i tre fattori della struttura cerebrale, dello sviluppo e dell&#8217;evoluzione. In pratica, Edelman sostiene che le funzioni cerebrali superiori sono il risultato di una selezione che si esercita nel corso dello sviluppo e agisce sulle variazioni anatomiche e funzionali presenti in ogni singolo animale, uomo compreso.<\/p>\n<p>Egli ha esposto tale teoria, con le relative implicazioni, in libri come <em>Neural Darwinism<\/em> del 1987, <em>Topobiology<\/em> del 1988 e <em>The remembered present. A biological theory of consciousness<\/em> (traduzione italiana di Libero Sosio: <em>Il presente ricordato. Una teoria biologica della coscienza<\/em>, Rizzoli, Milano, 1989).<\/p>\n<p>Citiamo da quest&#8217;ultima opera la pagina conclusiva (pp. 318-19), che ci sembra quanto mai interessante per illustrare l&#8217;idea che certi scienziati hanno maturato, oggi, dei rapporti fra le loro rispettive discipline (fisica, chimica, biologia, ecc.) e l&#8217;ambito della riflessione filosofica, cio\u00e8 sul &quot;perch\u00e9&quot; ultimo delle cose.<\/p>\n<p><em>La filosofia (trascurando la filosofia professionale nel senso ristretto della parola) dovrebbe avere un&#8217;influenza sulla vita quotidiana e sul nostro senso della totalit\u00e0 dell&#8217;esperienza. Che cosa possiamo dire dalla visione del mondo che sembra derivare dal quadro delineato dalla presente analisi della coscienza<\/em> [ossia, la teoria della selezione dei gruppi neuronali]<em>? Una visione della coscienza con una base biologica modifica la nostra concezione dell&#8217;immortalit\u00e0? O ha una qualche incidenza significativa sui nostri desideri, le nostre convinzioni e i nostri valori?<\/em>_3C/p>\n<p><em>Io ho assunto la posizione che tutto ci\u00f2 che segue da leggi fisiche \u00e8 indipendente dalla coscienza e ho concluso che il fenomeno della coscienza \u00e8 il risultato di un particolare ordine della materia animata sorto da un tempo relativamente breve nell&#8217;evoluzione. Esso \u00e8 quindi il risultato di una storia del mondo molto particolare. Secondo questa concezione, una macchina con ordinamenti e funzioni simili avrebbe una coscienza primaria. Ma, anche secondo questa concezione, non sarebbe una macchina di Turing. ?<\/em> [Una macchina di Turing \u00e8 una macchina in uno stato finito, con un nastro infinito suddiviso in campi, che pu\u00f2 scrivere un 1 o uno zero in ogni campo, e che pu\u00f2 spostare un campo verso destra o verso sinistra; in pratica tutti i computer si possono definire delle macchine di Turing]. <em>E, in ogni caso, se non avesse un linguaggio, non potrebbe avere una coscienza di ordine superiore.<\/em><\/p>\n<p><em>La coscienza \u00e8 un processo che si presenta separatamente in ciascun individuo; \u00e8 un fenomeno storico, mutevole, parziale, ed \u00e8 connessa alla percezione di oggetti. Non \u00e8 perci\u00f2 una propriet\u00e0 di particelle di materia o neppure della maggior parte delle organizzazioni biologiche della materia. La materia \u00e8 anteriore alla mente, e alla morte dell&#8217;individuo la sua mente \u00e8 condannata all&#8217;estinzione, nel senso che i processi coscienti e i pensieri posseduti da quell&#8217;individuo cessano di essere possibili. Con la morte di ciascun individuo quella particolare memoria e coscienza va perduta: se l&#8217;identit\u00e0 personale dipende dal fatto che la morfologia \u00e8 soggetta a una particolare storia, non pu\u00f2 persistere in uno stato disincarnato. Non esiste quindi alcuna immortalit\u00e0 individuale.<\/em><\/p>\n<p><em>Nondimeno, anche se non siamo noi a fare il mondo, e anche se alla nostra morte dobbiamo sparire, mentre siamo in vita siamo in grado di modificare in modo causale con mezzi coscienti sia il mondo sia noi stessi. Data la natura storica della creazione, ne segue che quelle interazioni socialmente cooperative &#8211; fondate su uno scetticismo creativo &#8211; ma non sul dogma &#8211; che conducono a una cultura sempre pi\u00f9 ricca sono l&#8217;eredit\u00e0 pi\u00f9 preziosa che abbiamo. Bench\u00e9 la nostra coscienza sia fondata su un insieme di valori etologicamente determinato, l&#8217;acquisizione della coscienza di ordine superiore e le interazioni in una cultura ci permettono di conseguire nuovi valori. In una cultura, ogni persona pu\u00f2 avere le libert\u00e0 della grammatica, dell&#8217;immaginazione privata e di un&#8217;individualit\u00e0 soggettiva, e godere nondimeno delle armoniose costrizioni dell&#8217;arte e delle credenze comuni, oltre che della soddisfazione finale di godere di una visione scientifica del mondo condivisa. Tale visione ci permetter\u00e0 un giorno di comprendere con sicurezza le origini della coscienza nei rapporti fra materia, evoluzione e sviluppo del cervello. Quando sar\u00e0 infine sostanziata da mezzi scientifici, una tale visione permetter\u00e0 a un individuo di vedere con maggior chiarezza il suo posto nel mondo: come sia derivato dal mondo, e come possa dare un contributo all&#8217;opera comune dei suoi simili mentre gode per un breve periodo di tempi il privilegio della coscienza e della comunicazione.<\/em><\/p>\n<p><em>La scienza \u00e8 la massima conquista culturale comune ed \u00e8 fra in risultati pi\u00f9 alti raggiunti dalla coscienza umana. Si deve dire nondimeno che, per quanto grande, la concezione scientifica<\/em> devia <em>da altri ingredienti culturali e non li impone. La scienza \u00e8 solo un&#8217;esperienza parziale della coscienza che, una volta nata e sviluppata nella cultura umana, conosce un progresso impetuoso potenzialmente infinito nell&#8217;esperienza personale soggettiva, nell&#8217;arte e nella creazione di miti. Ci\u00f2 che deriva dalla coscienza, dal linguaggio e dalla cultura \u00e8 necessariamente ricco di novit\u00e0. Da questo punto di vista, qualsiasi cosa noi stabiliamo scientificamente come vera, nella nostra esperienza c&#8217;\u00e8 parecchio che \u00e8 opera nostra e molto di ci\u00f2 \u00e8 la parte pi\u00f9 preziosa della nostra vita. Non si dovrebbe per\u00f2 permettere a questo fatto di oscurare la nostra conoscenza delle condizioni strutturali dell&#8217;essere del mondo, e del nostro essere, e di come le conosciamo, tutte cose che possono provenirci attendibilmente solo dall&#8217;investigazione scientifica.<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;Autore definisce la sua posizione speculativa &quot;realismo limitato&quot; e, in apparenza, sembra dispostissimo ad ammettere che <em>\u00abla scienza \u00e8 solo un&#8217;esperienza parziale della coscienza\u00bb<\/em> e che <em>\u00abla parte pi\u00f9 preziosa della nostra vita\u00bb<\/em> possa anche essere opera nostra, nel senso di creata liberamente, e non solo determinata dai meccanismi neuronali del cervello. Ma subito dopo precisa che <em>\u00absolo dall&#8217;investigazione scientifica\u00bb<\/em> possiamo attenderci delle risposte circa <em>\u00abla nostra conoscenza delle condizioni strutturali dell&#8217;essere del mondo, e del nostro essere, e di come le conosciamo\u00bb<\/em>. Come dire che quello che la scienza concede alla nostra autonomia con una mano, subito se lo riprende con l&#8217;altra; il meglio della nostra vita si trova, forse, al di fuori di ci\u00f2 che la scienza pu\u00f2 spiegare, ma solo la scienza pu\u00f2 spiegarci chi siamo, cos&#8217;\u00e8 il mondo e in che modo noi ne facciamo l&#8217;esperienza.<\/p>\n<p>Non \u00e8 tanto su questo aspetto, tuttavia, che vogliamo fermare la nostra attenzione, tanto pi\u00f9 che si tratta di affermazioni piuttosto scontate, dopo che Edelman aveva premesso &#8211; senza ulteriori argomentazioni o ragionamenti &#8211; che <em>\u00abla scienza \u00e8 la massima conquista culturale comune\u00bb<\/em> degli esseri umani.<\/p>\n<p>Quello che pi\u00f9 colpisce, in questa pagina di un premio Nobel per la Medicina, \u00e8 la sicurezza e l&#8217;assoluta mancanza di argomentazioni con cui entra in un campo che non \u00e8 di sua competenza, e afferma che:<\/p>\n<p><em>\u00abLa materia \u00e8 anteriore alla mente, e alla morte dell&#8217;individuo la sua mente \u00e8 condannata all&#8217;estinzione, nel senso che i processi coscienti e i pensieri posseduti da quell&#8217;individuo cessano di essere possibili. Con la morte di ciascun individuo quella particolare memoria e coscienza va perduta: se l&#8217;identit\u00e0 personale dipende dal fatto che la morfologia \u00e8 soggetta a una particolare storia, non pu\u00f2 persistere in uno stato disincarnato. Non esiste quindi alcuna immortalit\u00e0 individuale\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Certo, esiste una logica in questa serie di affermazioni (che, in verit\u00e0, non posiamo chiamare &quot;ragionamento&quot;).<\/p>\n<p><em>Se<\/em> il mondo delle cose visibili \u00e8 tutto ci\u00f2 che esiste, <em>allora<\/em> \u00e8 ragionevole affermare che la materia \u00e8 anteriore alla mente; e, <em>se<\/em> questo \u00e8 vero, <em>allora<\/em> la coscienza del singolo individuo cessa di esistere con la morte. E, se \u00e8 vero che l&#8217;identit\u00e0 personale dipende esclusivamente dalla sua storia evolutiva, <em>allora<\/em> essa non pu\u00f2 persistere in uno stato disincarnato, <em>quindi<\/em> l&#8217;immortalit\u00e0 individuale \u00e8 impossibile.<\/p>\n<p>Tutto, per\u00f2, si regge su un assunto che non \u00e8 stato nemmeno discusso: che la realt\u00e0 fisica esaurisca l&#8217;intera sfera del reale. Ed \u00e8 qui che si pu\u00f2 misurare tutta l&#8217;ingenua arroganza di certi scienziati: dato che essi lavorano sul mondo fisico, finiscono per dare per scontato che non vi si altra realt\u00e0 fuori di esso. \u00c8 una pretesa curiosa, anche se psicologicamente spiegabile e, in determinate circostanze, quasi naturale. Sarebbe un poco come se, per il marinaio, non esistesse altro che il mare; o, per l&#8217;alpinista, altro che le montagne.<\/p>\n<p>La biologia \u00e8, di tutte le scienze, la pi\u00f9 esposta al pericolo di cadere nella <em>hybris<\/em>, nel peccato della dismisura e della tracotanza. Poich\u00e9 essa studia il cervello, e poich\u00e9 \u00e8 possibile descrivere le funzioni della mente in termini di circuiti e processi neuronali, non \u00e8 facile, per un biologo, avvertire quando sta travalicando dalla sua legittima sfera di competenza. L&#8217;entusiasmo della sua ricerca e il senso di orgoglio che gli viene da tanti spettacolari successi conseguiti dalla ricerca scientifica &#8211; in questo come in altri campi -: tutto, per cos\u00ec dire, lo spinge ad andare oltre, e a ritenere che la mente e i processi neuronali siano una stessa e medesima cosa; e che nessuna funzione sensoriale, intellettiva o affettiva esista al di fuori del cervello.<\/p>\n<p>Nonostante i molti indizi sull&#8217;esistenza di una mente non localizzata, dei quali abbiamo ampiamente parlato in tutta una serie di articoli, vi sono ancora degli scienziati i quali identificano la mente col cervello, solo perch\u00e9 il cervello fornisce alla mente una base d&#8217;appoggio e un organo visibile, misurabile e quantificabile. Ma se la mente coincide col cervello, come va che essa riesce a vedere, osservare, ascoltare, anche quando il cervello \u00e8 in coma, come \u00e8 stato osservato nel casi di parecchi pazienti in fin di vita? E se l&#8217;unica realt\u00e0 esistente \u00e8 quella fisica, come si spiega che alcune persone riescano a vedere ci\u00f2 che accade altrove, lontano nello spazio e nel tempo; a vedere, cio\u00e8 (o udire, o toccare, gustare, odorare) senza che il loro cervello abbia potuto ricevere alcun impulso dagli organi di senso preposti a tali funzioni?<\/p>\n<p>Per uno studioso che non possieda un minimo di attitudine filosofica, pur essendo, magari, preparatissimo in altri campi &#8211; come \u00e8, sovente, il caso degli scienziati &#8211; si tratta, in verit\u00e0, di saper fare una distinzione un po&#8217; troppo sottile. Le funzioni psichiche sono riferibili al cervello; ma ci\u00f2 non prova che esse esistano <em>solo<\/em> nel cervello; n\u00e9, tanto meno, che cesseranno di esistere quando il cervello sar\u00e0 soggetto, con tutto il corpo, alla disgregazione conseguente alla morte.<\/p>\n<p>Uno scienziati pu\u00f2 &#8211; anzi, secondo noi, dovrebbe &#8211; fermarsi su questa soglia, e sospendere il giudizio su tutto quanto afferisce alla possibilit\u00e0 di una permanenza della mente dopo la morte. Potrebbe, e dovrebbe, osservare che non \u00e8 compito suo esprimere valutazioni in materia, dato che egli studia, o dovrebbe studiare, i fenomeni <em>fisici<\/em> della natura, e null&#8217;altro.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, quando Edelman afferma, con la massima <em>nonchalance<\/em> e a conclusione di un libro di 400 pagine in cui ha esposto una teoria scientifica della coscienza, che <em>\u00abla materia \u00e8 anteriore alla mente, e alla morte dell&#8217;individuo la sua mente \u00e8 condannata all&#8217;estinzione\u00bb<\/em>, e che <em>\u00abl&#8217;identit\u00e0 personale (&#8230;) non pu\u00f2 persistere in uno stato disincarnato. Non esiste quindi alcuna immortalit\u00e0 individuale\u00bb<\/em>, dimostra di essere un cattivo scienziato, perch\u00e9 fa della filosofia a buon mercato, sulla base di premesse arbitrarie, e senza averne la competenza specifica.<\/p>\n<p>Qualche scienziato potrebbe obiettare, a questo punto, che quella cui stiamo assistendo \u00e8 una classica nemesi storica: in passato erano i filosofi a &quot;invadere&quot; l&#8217;ambito delle scienze; ora le parti si sono rovesciate, ed \u00e8 venuto il loro momento.<\/p>\n<p>Ma si tratterebbe di un&#8217;argomentazione impropria: quando i filosofi discutono di scienza in senso generale (epistemologia), essi esercitano un loro sacrosanto diritto, dato che la filosofia, come abbiamo precisato all&#8217;inizio, si prefigge quale obiettivo quello di indagare la realt\u00e0 in quanto tale, a trecentossessanta gradi. Mentre l&#8217;obiettivo della scienza \u00e8 pi\u00f9 limitato: essa si propone di indagare la sfera della realt\u00e0 fisica.<\/p>\n<p>Non le compete, pertanto, decidere se non vi siano altre sfere di realt\u00e0, oltre quella fisica; e non \u00e8 compito degli scienziati, anche se sono dei premi Nobel, dire quale sia il destino dell&#8217;uomo dopo la morte; se non &#8211; appunto &#8211; in senso strettamente biologico.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abOrigine dell&#8217;uomo ora dimostrata. &#8211; Deve prosperare la metafisica.- Chi riuscisse a comprendere il babbuino farebbe per la metafisica pi\u00f9 di Locke\u00bb. 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