{"id":25166,"date":"2022-04-10T05:42:00","date_gmt":"2022-04-10T05:42:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/10\/filosofi-e-teologi-chiariscano-il-vero-non-loffuschino\/"},"modified":"2022-04-10T05:42:00","modified_gmt":"2022-04-10T05:42:00","slug":"filosofi-e-teologi-chiariscano-il-vero-non-loffuschino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/10\/filosofi-e-teologi-chiariscano-il-vero-non-loffuschino\/","title":{"rendered":"Filosofi e teologi chiariscano il vero, non l&#8217;offuschino"},"content":{"rendered":"<p>A cosa serve la filosofia? A cercare il vero. E a cosa serve la teologia? A trovare Dio. Ma Dio \u00e8 il sommo vero: dunque filosofia e teologia hanno lo stesso compito, vanno nella stessa direzione e si sostengono a vicenda. Che cosa pensare dunque di quei filosofi che non aiutano a cercare il vero, ma fanno di tutto per rendere difficile se non impossibile la ricerca, offuscando dietro una cortina di fumisterie l&#8217;oggetto della loro disciplina? E che dire di quei teologi che non aiutano la fede dei credenti, non li sostengono affatto mediante argomenti razionali, ma si servono della razionalit\u00e0 per instillare dubbi, per insinuare sospetti, per far perdere ogni certezza a chi si era affidato a loro come a delle guide sicure? Senza esagerare si pu\u00f2 dire che la filosofia degli ultimi tre secoli e la teologia degli ultimi sessant&#8217;anni sono state deliberatamente piegate da una volont\u00e0 malvagia a servire il fine diametralmente opposto a quello cui sarebbero destinate; ad allontanare gli uomini dalla verit\u00e0 e da Dio, invece di avvicinarli.<\/p>\n<p>Facciamo un esempio pratico molto semplice, addirittura banale. Si dice che san Tommaso d&#8217;Aquino, prima d&#8217;iniziare le sue lezioni, ponesse una mela sulla cattedra e dicesse agli studenti: <em>Questa \u00e8 una mela. Chi non \u00e8 d&#8217;accordo pu\u00f2 andarsene<\/em>. Voleva dire che la filosofia \u00e8 al servizio de vero e che il vero non pu\u00f2 prescindere dalla realt\u00e0: se a qualcuno la realt\u00e0 non piace, se la vorrebbe diversa, e immagina che la filosofia possa o debba prestarsi a un tale gioco, falsificare la realt\u00e0 per soddisfare le sue aspettative, \u00e8 fuori strada. Di fatto, per\u00f2, tale deragliamento c&#8217;\u00e8 stato, eccome: tutta la filosofia europea posteriore a san Tommaso non \u00e8 che una continua variazione sul tema: siccome la realt\u00e0 non piace ai <em>philosophes<\/em>, specialmente da Rousseau in poi, allora bisogna truccare le carte e far dire alla filosofia cose che contrastano con il principio si realt\u00e0, ma in compenso soddisfano le pretese dei <em>philosophes<\/em>. I quali non sono pi\u00f9 dei vero filosofi, ma dei poveracci che hanno perso di vista il semplice fatto che una mela \u00e8 una mela, e non qualcosa d&#8217;altro. In fondo, pi\u00f9 che di filosofia moderna si dovrebbe parlare di psicopatologia, perch\u00e9 la dissociazione del pensiero dal reale \u00e8 una gravissima forma di patologia mentale, altrimenti detta schizofrenia. E lo schizofrenico che si crede un filosofo, cos\u00ec come quell&#8217;altro che si crede Napoleone Bonaparte, andrebbe curato, non certo posto in cattedra affinch\u00e9 possa trasmettere la propria malattia a intere generazioni di studenti e di lettori. Anche da ci\u00f2 si capisce che la cosiddetta civilt\u00e0 moderna \u00e8 semplicemente il regno della follia: perch\u00e9 mette in cattedra i pazzi e magari, nello stesso tempo, chiude in manicomio i savi.<\/p>\n<p>Dunque, la mela. Una persona sana e dotata di buoni sensi e di retto giudizio, dice: <em>S\u00ec, questa \u00e8 una mela.<\/em> Che dicono, invece, i filosofi moderni?<\/p>\n<p>Cominciamo dagli idealisti. Essi dicono che questa \u00e8 una mela, ma non la vera mela, perch\u00e9 la vera mela \u00e8 altrove, non si bene dove, forse in qualche misterioso Iperuranio, e poi non \u00e8 una cosa, ma un&#8217;idea: l&#8217;Idea della Mela, assoluta e perfetta, di cui la mela che abbiamo sotto gli occhi \u00e8 solo una copia pallida e difettosa.<\/p>\n<p>Poi vediamo i relativisti, gli scettici e tutti i fautori del pensiero debole (i quali veramente non avrebbero diritto a essere fautori di nulla, perch\u00e9 nel momento stesso in cui si pongono come fautori di qualcosa, assumono una posizione <em>forte<\/em> che contrasta con il loro dogma fondamentale). Essi guardano con diffidenza, con sospetto quell&#8217;oggetto posato sulla cattedra: fiutano l&#8217;inganno e non \u00e8 mica gente che si lascia menare per il naso, quella! Perci\u00f2, dopo aver molto fiutato in tutte le direzioni, come un ispettore appena giunto sul luogo del delitto, vi diranno con aria fra sospettosa e annoiata: \u00abMa voi come fate a dire con tanta sicurezza che quella \u00e8 una mela? Ne siete davvero sicuri? E se vi sbagliaste? Se solo poteste immaginare, poveri ingenui, quante cose sono tutt&#8217;altro da ci\u00f2 che appaiono!\u00bb. E alla fine, dopo un lungo tira e molla, vi concederanno, forse, ma solo in via provvisoria e a titolo d&#8217;ipotesi, che quella s\u00ec, <em>parrebbe<\/em> una mela; ma che non lo si pu\u00f2 dire con assoluta certezza, almeno fino a quando la cosa sia stata chiarita una volta per tutte (e si vede bene che quel sospirato momento, per loro, non arriver\u00e0 mai).<\/p>\n<p>Vediamo i sensisti e i loro eredi, i positivisti logici. Per loro la mela \u00e8 una collezione di qualit\u00e0: forma, colore, odore, gusto, tatto. Se ci sono tali qualit\u00e0, allora si pu\u00f2 anche convenire, bont\u00e0 loro, che sul tavolo c&#8217;\u00e8 la mela; ma che succede se i sensi mi tradiscono, se la vista non mi dice nulla (perch\u00e9 siamo al buio), il gusto neppure (perch\u00e9 ho un&#8217;infezione alle papille gustative) e cos\u00ec via per tutti gli altri?<\/p>\n<p>Le cose assumono un andamento paradossale se ci rivolgiamo agli estremi rappresentanti di questo indirizzo d&#8217;idee, per esempio, a un seguace dell&#8217;immaterialismo di George Berkeley. Pi\u00f9 radicali e pi\u00f9 coerenti dei loro timidi precursori, essi dicono che la mela non \u00e8 sul tavolo, ma nella mia mente; sono io che la vedo, che la tocco, che l&#8217;addento, che l&#8217;annuso, e queste sono tutte operazioni mentali, sono tutte idee che nessuno pu\u00f2 verificare fuori di me. La mela non \u00e8 fuori di me; per cui, se qualcuno spegne la luce, non si pu\u00f2 neanche dire, a rigor di termini, che la mela ci sia ancora. Per poterlo dire, bisogna che ci sia qualcuno che fa l&#8217;esperienza sensoriale della mela; e se non c&#8217;\u00e8 nessuno, chiss\u00e0 cosa ne sar\u00e0 della nostra mela.<\/p>\n<p>Passiamo ai seguaci della logica formale (e anche di quella informale), collegati, per l&#8217;occasione, ai filosofi del linguaggio. Per costoro l&#8217;affermazione questa \u00e8 una mela va considerata sotto l&#8217;aspetto logico: si tratta di vedere se contiene contraddizioni tali da renderla insostenibile. Nel nostro caso, contraddizioni non ve sono: nel semplicissimo enunciato: <em>questa \u00e8 una mela<\/em>, tutto fila liscia come l&#8217;olio, e dunque si pu\u00f2 dire che l&#8217;enunciato \u00e8 vero. Della mela in carne ed ossa (scusate, volevamo dire in polpa e buccia), frattanto, si sono belli e dimenticati; e poi, che razza di discorsi sono? Il contenuto di verit\u00e0 dell&#8217;affermazione <em>questa \u00e8 una mela<\/em> non riguarda una cosa bassa e vile come la mela, la mela gialla o rossa, la mela appetitosa, da mangiare o da regalare a qualcuno, bens\u00ec il senso logico delle parole nella loro concatenazione: ossia l&#8217;enunciato e non il fatto in se stesso. Perci\u00f2 possiamo dire, a buon diritto, <em>questa \u00e8 una mela<\/em>; ma sapere se questa \u00e8 davvero una mela nel senso concreto dell&#8217;espressione, \u00e8 tutto un altro paio di maniche. Quei signori non hanno mica tempo da perdere con la banale realt\u00e0 di tutti i giorni; loro volano in alto, molto pi\u00f9 in alto. A questo proposito si racconta un aneddoto (speriamo di ricordarlo bene, perch\u00e9 lo abbiamo letto molti anni fa). Una volta Bertrand Russell fece in aula la seguente affermazione: <em>In questa stanza non ci sono elefanti<\/em>. Gli studenti la presero per buona, tutti tranne uno: Ludwig Wittgenstein (c&#8217;\u00e8 sempre un discepolo pi\u00f9 conseguente del proprio maestro), il quale si chin\u00f2 a sbirciare sotto il banco, a destra e a sinistra, con aria sospettosa e niente affatto convinta. Evidentemente l&#8217;enunciato <em>in questa stanza non vi sono elefanti<\/em> poteva essere accettato, ma era necessario mettere in chiaro che il contenuto di verit\u00e0 fattuale \u00e8 un altro paio di maniche: chi pu\u00f2 sapere se un elefantino non si \u00e8 rincantucciato sotto il banco?<\/p>\n<p>Una sottocategoria di questi &quot;filosofi&quot; comprende i nominalisti, attardati epigoni della disputa medievale sugli universali (in ritardo solamente d&#8217;un millennio: ma che volete che sia, quando ci si pu\u00f2 far sopra saggi, romanzi e film che fruttano soldi a palate, come <em>Il nome della rosa<\/em>), e fra questi la sotto-sotto categoria dei semiologi compulsivi, ormai cos\u00ec abituati a ridurre la realt\u00e0 a semplice espressione (<em>il medium \u00e8 il messaggio<\/em>, diceva il buon Marshall McLuhan) da essersi scordati da un pezzo che dopotutto forse la filosofia \u00e8 quella cosa che serve o almeno dovrebbe servire a districarsi nel labirinto delle cose e non solamente in quello delle idee pi\u00f9 o meno campate per aria, e magari creato proprio da loro per costruirci su una carriera. Il principe di tali venditori di fumo \u00e8 senza dubbio, nel nostro Paese, Umberto Eco, la cui fluviale produzione saggistica e narrativa \u00e8 una continua, ossessiva variazione sul tema del nulla, e che nulla hanno da dire, nel senso che il loro lettore, una volta sfogliata l&#8217;ultima pagina e chiuso il volume, ne sa esattamente quanto prima su qualunque cosa, anzi \u00e8 molto probabile che gli si siano confuse anche le poche idee che aveva chiare nella mente. Perfetto esempio di un modo di fare filosofia che \u00e8 la quintessenza dell&#8217; inutile, se non peggio: perch\u00e9 oltre che inutili quei libri sono anche distruttivi, nel senso che sanno solo mettere in crisi ogni certezza, senza che mai l&#8217;autore si dia la pena di suggerire una qualche verit\u00e0 positiva o una qualsiasi certezza per la quale valga la pena di vivere, di lavorare, di soffrire e di credere o sperare nel domani, se non per se stessi, almeno per i propri figli e per le generazioni future.<\/p>\n<p>Potremmo andare avanti, ma crediamo che questa breve rassegna semiseria sia stata sufficiente per confermare ci\u00f2 che abbiamo detto all&#8217;inizio: i filosofi si sono scordati a quale scopo \u00e8 nata la loro disciplina e, invece di aiutare gli uomini nella ricerca del vero, si sbizzarriscono in tutte le maniere per confonder loro le idee e per distruggere qualunque ragionevole certezza, partendo dalla pi\u00f9 semplice di tutte: l&#8217;evidenza sensibile.<\/p>\n<p>Per la teologia il discorso \u00e8 del tutto analogo. La teologia nasce come aiuto alla fede: ha lo scopo d&#8217;interpretare e di chiarire, fin dove possibile, i contenuti del dogma. Una teologia che semini dubbi e sparga incertezze a piene mani non s&#8217;\u00e8 mai vista, o meglio non s&#8217;era mai vista fino al Concilio Vaticano II. A partire da quel momento, \u00e8 diventata la regola. E se ne vedono gli effetti tutti i giorni, sia livello liturgico che pastorale e infine anche dottrinale: coi vescovi che intronizzano idoli pagani nelle chiese cattoliche e coi sacerdoti che, nella santa Messa, giunti al momento di recitare il <em>Credo<\/em>, ossia l&#8217;atto di fede fondamentale della dottrina cattolica, dicono tranquillamente ai parrocchiani stupefatti: \u00abIl <em>Credo<\/em> non ve lo faccio recitare, perch\u00e9 tanto io non ci credo; cantiamo invece una bella canzone\u00bb. Che dire di una teologia che porta i sacerdoti a perdere la fede e a dare pubblico scandalo d&#8217;incredulit\u00e0 alle loro pecorelle? Eppure, tali conseguenze sono perfettamente logiche, viste le premesse: sono sessant&#8217;anni che teologi come Rahner, K\u00fcng, Schillebeeckx, Bianchi, Maggi, Mancuso, seminano dubbi e demoliscono sistematicamente le basi della dottrina. Che altro ci si poteva aspettare che accadesse?<\/p>\n<p>E che dire di un altro teologo che va per la maggiore e che ha scritto una quantit\u00e0 impressionante di libri pesanti, astrusi e trasudanti auto-compiacimento intellettuale, ma ben difficilmente riescono a chiarire le idee o innalzato l&#8217;anima di alcuno, come monsignor Bruno Forte, attualmente arcivescovo di Chieti-Vasto, il quale ha recentemente affermato in tutta tranquillit\u00e0 che i cattolici la devono smettere di voler convertite gli ebrei, perch\u00e9 questi ultimi sono gi\u00e0 a posto, illuminati e salvati, grazie all&#8217;Antica Alleanza? \u00c8 consolante sapere che un rinomato teologo e un insigne arcivescovo dice cose che il catechismo di san Pio X, come del resto tutto il Magistero perenne (beninteso fimo all&#8217;ultimo concilio) qualifica errori ed eresie, e che oltretutto sono prive di senso logico: se egli avesse ragione, qualcuno ci dovrebbe poi spiegare cosa si \u00e8 sognato di fare il Figlio di Dio, assumendo la natura umana, morendo sulle croce e poi resuscitando per suggellare col suo sangue la Nuova Alleanza, rivolta a tutti gli uomini e non pi\u00f9 solo agli ebrei, ma, come ben chiariscono anche le Lettere paoline, anche agli ebrei, anzi agli ebrei prima di tutti gli altri, dato che essi erano stati scelti da Dio come popolo eletto; e se poi hanno rifiutato di riconoscere il Messia, la colpa non \u00e8 certo del Verbo incarnato, che le ha tentate tutte, ma proprio tutte, con infinita cura e sollecitudine, per raccogliere il gregge disperso e riportare le pecore nell&#8217;ovile (<em>Mt<\/em> 23,37):<\/p>\n<p><em>Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono inviati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli, come una gallina raccoglie i pulcini sotto le ali, e voi non avete voluto!<\/em><\/p>\n<p>E questo \u00e8 solamente un esempio fra i mille e mille che avremmo potuto scegliere. Poi c&#8217;\u00e8 Sosa Abascal il quale nega l&#8217;esistenza reale del diavolo (il che equivale a fare di Ges\u00f9 un mistificatore un falso esorcista); c&#8217;\u00e8 Enzo Bianchi che fa di Ges\u00f9 Cristo \u00abun profeta che narrava Dio agli uomini\u00bb (il che significa negare la divinit\u00e0 del Verbo); c&#8217;\u00e8 Alberto Maggi, volto noto e semiufficiale della televisione della C.E.I., il quale dichiara seraficamente che l&#8217;infermo non esiste (il che \u00e8 lo stesso che dare del bugiardo a Ges\u00f9 e anche alla Madonna di Fatima, la quale ha mostrato le fiamme dell&#8217;inferno a suor Lucia); e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>\u00c8 evidente quindi che oggi chi vuol cercare il vero deve fare a meno dei filosofi moderni, tutti dal primo all&#8217;ultimo, e tornare al pagano Aristotele (che la ragione naturale sapeva usarla da maestro) e a san Tommaso d&#8217;Aquino; e che chi cerca Dio deve fare a meno dei teologi, i quali, per ragioni che forse loro conoscono, ma noi no, da decenni si affannano a minare e inquinare la fede nel vero Dio&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A cosa serve la filosofia? 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