{"id":25144,"date":"2011-07-07T09:59:00","date_gmt":"2011-07-07T09:59:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/07\/07\/il-bisogno-compulsivo-di-ferire-e-il-grido-di-dolore-dellanima-ferita\/"},"modified":"2011-07-07T09:59:00","modified_gmt":"2011-07-07T09:59:00","slug":"il-bisogno-compulsivo-di-ferire-e-il-grido-di-dolore-dellanima-ferita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/07\/07\/il-bisogno-compulsivo-di-ferire-e-il-grido-di-dolore-dellanima-ferita\/","title":{"rendered":"Il bisogno compulsivo di ferire \u00e8 il grido di dolore dell\u2019anima ferita"},"content":{"rendered":"<p>\u00abFerito a morte\u00bb \u00e8 il titolo di un noto romanzo di Raffaele La Capria.<\/p>\n<p>Ma, uscendo dalla letteratura ed entrando nel regno della vita quotidiana, quante sono le persone che continuano a vivere, pur essendo ferite a morte?<\/p>\n<p>Che si portano una spina nel cuore, una piaga mortale nell&#8217;anima, e nondimeno vivono, o sembrano viere, svolgendo le cose di ogni giorno, come se niente fosse?<\/p>\n<p>Sono ferite a morte, eppure vivono; vivono, ma solo esteriormente; vivono, ma solo per portare in giro il proprio simulacro, la propria apparenza di vita &#8211; e null&#8217;altro.<\/p>\n<p>Nella vita, ha detto qualcuno, tutto dipende da quanto si \u00e8 rimasti delusi, vale a dire da quanto si \u00e8 rimasti feriti: e questo \u00e8 il primo problema dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>Il secondo problema \u00e8 che le persone ferite tendono a ferire a loro volta, a volte deliberatamente, a volte no: e questo sia nel caso delle ferite gravi e drammatiche che hanno ricevuto, sia in quello delle ferite pi\u00f9 lievi, almeno in apparenza.<\/p>\n<p>\u00c8 stato osservato, ad esempio, che quanti hanno subito molestie sessuali da bambini, tendono poi facilmente a divenire a loro volta, entrati nell&#8217;et\u00e0 adulta, molestatori: a riprodurre, cio\u00e8, il cerchio infernale della loro sofferenza e dell&#8217;offesa che hanno subito.<\/p>\n<p>E tutti sappiamo come il primo istinto di chi ha ricevuto uno sgarbo, sia quello di ricambiarlo, magari con gli interessi; basta osservare i bambini: con la sola differenza che essi tendono a riconciliarsi facilmente anche dopo le peggiori contese, mentre gli adulti conservano il rancore e ci\u00f2 preclude qualunque possibilit\u00e0 di ristabilire la pace, sia con gli altri, sia all&#8217;interno della propria anima.<\/p>\n<p>Non \u00e8 facile spezzare il circuito malefico della sofferenza e del desiderio di vendetta, tanto che qualcuno ha detto: \u00abQuando si capisce che cos&#8217;\u00e8 la vita, si comincia a sognare la vendetta\u00bb; e quel qualcuno era il grande pittore Paul Gauguin, che, disgustato dall&#8217;ipocrisia e dal materialismo grossolano della civilt\u00e0 occidentale, lasci\u00f2 tutto per andare a nascondersi nelle lontane e primitive isole dell&#8217;Oceano Pacifico.<\/p>\n<p>Si ferisce il prossimo, dunque, fondamentalmente per restituire una ferita che si \u00e8 ricevuta: questo \u00e8 il dinamismo pi\u00f9 comune delle relazioni umane, diremmo quasi automatico: lui mi insulta, io lo insulto; lui mi d\u00e0 un pugno, io glielo rendo.<\/p>\n<p>\u00c8 facile intuire quali danni produca una tale dinamica nel campo dei rapporti affettivi e sentimentali, oltre che in quelli professionali: innumerevoli cuori vengono spezzati in amore, semplicemente perch\u00e9 uno dei due membri della coppia non \u00e8 riuscito a liberarsi dai propri fantasmi e ha assecondato l&#8217;impulso di vendicarsi del male ricevuto, infliggendo del male a sua volta, anche se sulla persona sbagliata.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8, inoltre, un mistero tremendo nel fatto che il male morale che si \u00e8 ricevuto non \u00e8 affatto proporzionale alla intenzionalit\u00e0 di chi lo ha inferto: nel senso che accade frequentemente che una persona che \u00e8 consapevole di aver prodotto un grado dieci di male, o che addirittura non pensa di aver causato male alcuno, di fatto ha arrecato all&#8217;altro un male di grado cento o mille.<\/p>\n<p>La spiegazione \u00e8 relativamente semplice e dipende dal fatto che la nostra percezione del bene e del male, cos\u00ec come di tutti gli altri fatti della nostra vita relazionale e affettiva, \u00e8 estremamente soggettiva: noi riteniamo di ricevere un male, o talvolta anche un bene, molto pi\u00f9 grandi di ci\u00f2 che era nelle intenzioni dell&#8217;altro; in certi casi, addirittura, l&#8217;altro non era affatto cosciente di farci n\u00e9 del male, n\u00e9 del bene, dicendo quella parola o adottando quel comportamento.<\/p>\n<p>Abbiamo fatto tutto da soli: abbiamo ingigantito atti e parole nella nostra mente e nella nostra anima, a seconda delle nostre brame e delle nostre paure; sicch\u00e9, quando ci accade di precipitare dalle sublimi altezze dell&#8217;amore alle cantine maleodoranti della gelosia, del disinganno, della sofferenza, ci sentiamo traditi e ingannati: ma non sempre tale reazione \u00e8 realmente legittima, secondo una considerazione spassionata dei fatti.<\/p>\n<p>Il punto \u00e8 che noi facciamo una immensa fatica ad esaminare spassionatamente i fatti che ci riguardano; e bisogna pur dire che tale fatica \u00e8 giustificata dal dato oggettivo che noi e i fatti siamo un tutt&#8217;uno, siamo una cosa sola: nessuno pu\u00f2 porsi al di fuori di essi, nel momento in cui li sta vivendo, cos\u00ec come nessuno potrebbe separare la percezione visiva o uditiva o tattile dalla propria coscienza e considerarle in se stesse (lo aveva gi\u00e0 notato George Berkeley e nessun filosofo, a nostro avviso, \u00e8 mai stato capace di confutarlo, bench\u00e9 ci abbiano provato in molti).<\/p>\n<p>Comunque, la risposta al dolore per le proprie ferite dipende dal percorso spirituale di ciascuno e dal suo livello di consapevolezza: pi\u00f9 si \u00e8 consapevoli, pi\u00f9 si accetta il mistero del male e si abbandona la tentazione di vendicarsi del male ricevuto, infliggendone dell&#8217;altro a propria volta, magari su coloro che non c&#8217;entrano affatto.<\/p>\n<p>Un buon esempio della dinamica distruttiva di cui stiamo parlando \u00e8 dato da una pagina del capolavoro di John Fante, \u00abChiedi alla polvere\u00bb (titolo originale: \u00abAsk the Dust\u00bb, traduzione italiana di Maria Giulia Castagnone, Milano, Marcos y Marcos, 2001, pp. 35-39), che vede protagonisti due giovani, un uomo e una donna, i quali soffrono entrambi per il duplice problema della povert\u00e0 e dell&#8217;emarginazione sociale.<\/p>\n<p>\u00abIl caff\u00e8 era pessimo. Quando mescolai la panna, capii che doveva trattarsi di tut&#8217;altro, perch\u00e9 l&#8217;insieme assunse una sfumatura grigiastra e il gusto mi parve quello della risciacquatura di stracci. La cosa mi irrit\u00f2 perch\u00e9, per quel caff\u00e8, avevo speso i miei ultimi cinque cent. Mi guardai attorno in cerca ella ragazza che mi aveva servito. Era piuttosto lontana e stava trasferendo delle birre dal vassoio che aveva in mano a un tavolo. Era girata di schiena e io notai la linea morbida e compatta delle spalle sotto il grembiule bianco, la lieve traccia dei muscoli sulle braccia e i capelli neri, folti e lucenti, che le ricadevano sciolti.<\/p>\n<p>Finalmente si volt\u00f2 e io la chiamai con un cenno. Mi prest\u00f2 poca attenzione , ma spalanc\u00f2 gli occhi, assumendo un&#8217;espressione di infastidita indifferenza. A parte il contorno del viso e il candore dei denti, non erra bella. I denti li notai quando si volt\u00f2 a sorridere a uno degli avventori, rivelando una striscia bianca tra le labbra dischiuse. Aveva il naso degli indios, piatto, con le narici larghe. Le labbra, spesse come quelle di una negra, erano cariche di rossetto. Apparteneva a un&#8217;altra razza, e forse ne era un esemplare pregevole, ma era troppo strana per me. Aveva gli occhi a mandorla, la carnagione scura, anche se non nera, e quando camminava i seni si muovevano rivelando la loro sodezza.<\/p>\n<p>Dopo quella prima occhiata, mi ignor\u00f2. Prosegu\u00ec verso il bar, dove ordin\u00f2 delle altre birre e aspett\u00f2 che il barista, un tipo smilzo, riempisse i bicchieri. Nell&#8217;attesa si mise a fischiettare, lanciandomi un&#8217;occhiata distratta. Decisi di smetterla con i cenni, ma la guardai in modo tale da non lasciarle dubbi sul fatto che volevo che si avvicinasse. Improvvisamente gett\u00f2 indietro la testa e scoppi\u00f2 in una risata incomprensibile, che lasci\u00f2 perplesso anche il barista. Poi si allontan\u00f2 quasi danzando, facendo dondolare con grazia il vassoio, diretta verso un gruppo seduto all&#8217;estremit\u00e0 opposta del locale. Il barista la segu\u00ec con gli occhi, ancora stupito per il suo scoppio di risa. Ma io sapevo che cosa l&#8217;aveva provocato. Ero stato io. C&#8217;era qualcosa nel mio aspetto, forse il mio viso o il modo in cui me ne stavo l\u00ec seduto che l&#8217;aveva divertita e, al solo pensiero, strinsi i pugni e mi esaminai con irosa umiliazione. Mi toccai i capelli, erano pettinati. Passai le dita sul colletto e sulla cravatta, tutto a posto. Mi allungai fino a specchiarmi nello specchio che stava dietro il bancone, dove vidi riflessa la mia faccia, sicuramente pallida e preoccupata, ma non certo buffa, e mi adirai.<\/p>\n<p>Cominciai a sogghignare; la guardai attentamente e sogghignai. Ma lei non venne. Arrivava vicino, persino al tavolo accanto al mio, ma non si avventurava oltre. Ogni volta che vedevo il suo viso scuro e i grandi occhi neri che mandavano lampi di ilarit\u00e0, piegavo le labbra in un sogghigno. Divent\u00f2 un gioco. Il caff\u00e8 si raffredd\u00f2, continu\u00f2 a raffreddarsi, la panna si raggrum\u00f2 in una specie dio schiuma sulla superficie, ma io non lo toccai. La ragazza si muoveva come se danzasse e le gambe lisce e forti sollevavano vortici di segatura ogni volta che le scarpe consunte scivolavano sul pavimento di marmo.<\/p>\n<p>Erano &quot;huarachas&quot;, quelle scarpe, ed erano trattenute da lunghi lacci di cuoio attorno alle caviglie. Erano ridotte in uno stato pietoso, la fascetta era tutta sfilacciata. Quando le notai, provai un senso di soddisfazione; avevo trovato qualcosa su cui appuntare le mie critiche. Era una ragazza di circa vent&#8217;anni, alta e dritta, e non aveva altro difetto che quelle logore &quot;huaracas&quot;. Cominciai a fissarle, le osservai attentamente e deliberatamente, girandomi e allungando il collo per scrutarle sogghignando e ridacchiando tra me. Era chiaro che la cosa mi divertiva, come prima si era divertita lei alla vista della mia faccia, o qualsiasi cosa fosse stata. Ne rimase molto colpita. Poco per volta tutto il suo piroettare si acquiet\u00f2 e lei si limit\u00f2 ad andare avanti e indietro con aria sempre pi\u00f9 furtiva. Era imbarazzata e mi accorsi che si lanciava delle rapide occhiate verso i piedi; un attimo dopo aveva smesso di ridere e il suo volto prese a rabbuiarsi, finch\u00e9 prese ad osservarmi con uno sguardo d&#8217;odio.<\/p>\n<p>Mi sentivo esultante, stranamente felice, finalmente rilassato. Il mondo era pieno di gente incredibilmente divertente. A questo punto lo smilzo che stava dietro il bar mi lanci\u00f2 un&#8217;occhiata che io ricambiai con un&#8217;amichevole strizzatina d&#8217;occhi. Mi fece un cenno di complicit\u00e0 con il capo. Sorrisi e mi appoggiai allo schienale, appagato.<\/p>\n<p>La ragazza non aveva ancora preso i soldi del caff\u00e8. Ma prima o poi avrebbe dovuto farlo, a meno che non me ne fossi andato, lasciandogli sul tavolo. Io, per\u00f2, non avevo nessuna intenzione di muovermi. Mi misi ad attendere. Pass\u00f2 mezz&#8217;ora. Quando portava al banco le ordinazioni non si fermava pi\u00f9 davanti, in piena vista, ma girava dietro. Aveva smesso di guardarmi, ma sapeva di essere osservata.<\/p>\n<p>Finalmente punt\u00f2 dritta verso il mio tavolo. Procedeva con aria orgogliosa, il mento alzato, le braccia tese lungo i fianchi. Avrei voluto tenerle gli occhi addosso, ma non riuscii. Distolsi lo sguardo, continuando a sorridere.<\/p>\n<p>&quot;Desideri qualcos&#8217;altro?&quot; mi domand\u00f2.<\/p>\n<p>Il grembiule bianco odorava di amido.<\/p>\n<p>&quot;La chiami caff\u00e8 questa roba?&quot; le dissi.<\/p>\n<p>Improvvisamente scoppi\u00f2 di nuovo a ridere. Il suo era un riso stridulo e folle che ricordava l&#8217;acciottolio delle stoviglie e si concluse di colpo, cos\u00ec com&#8217;era cominciato. Le guardai di nuovo i piedi. Sentii qualcosa ritrarsi, dentro di lei. Volevo ferirla.<\/p>\n<p>&quot;Forse non \u00e8 nemmeno caff\u00e8&quot; aggiunsi. &quot;Forse \u00e8 l&#8217;acqua in cui hai fatto bollire le tue sudice scarpe&quot;. La fissai negli occhi neri e fiammeggianti. &quot;Forse non ci hai pensato o sei sbadata di natura. Ma se io fossi una ragazza non mi farei vedere in giro con delle scarpe come quelle&quot;.<\/p>\n<p>Quando finii, avevo il fiato mozzo. Le sue labbra spesse tremavano e le mani si torcevano sotto la stoffa inamidata delle tasche.\u00bb<\/p>\n<p>&quot;Ti odio&quot; mi disse.<\/p>\n<p>Lo sentivo, quest&#8217;odio. Potevo quasi annusarlo, o udirne il suono, ma sogghignai di nuovo. &quot;Lo spero bene&quot; ribattei. &quot;Chi si attira il tuo odio non pu\u00f2 essere altro che un tipo in gamba&quot;.<\/p>\n<p>A questo punto disse una strana cosa. La ricordo con chiarezza. &quot;Vorrei che ti venisse un colpo&quot; mi disse. &quot;E che restassi l\u00ec secco, in quella sedia&quot;.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro che i due giovani si sentono attratti l&#8217;uno dall&#8217;altra e vorrebbero cercare nella solidariet\u00e0 reciproca un balsamo per le loro sconfitte e le loro umiliazioni; ma la scarsa consapevolezza di entrambi, e specialmente del ragazzo, li portano subito a infliggersi il maggior male possibile, come se, cos\u00ec facendo, potessero esorcizzare i propri fantasmi.<\/p>\n<p>La persona che abbia raggiunto un grado anche modesto di consapevolezza spirituale sa che nella vendetta, quand&#8217;anche fosse esercitata contro la persona &quot;giusta&quot; e non sul primo poveraccio che capita a tiro, non porta all&#8217;anima alcun reale sollievo, perch\u00e9 non agisce alla radice del problema: che \u00e8, fondamentalmente, la percezione di se stessi.<\/p>\n<p>Chi sa di possedere un&#8217;anima leale, prima o poi riuscir\u00e0 a medicare le proprie ferite, rendendosi conto che mai il male ricevuto ha il potere di renderci peggiori, se noi non lo vogliamo; solo chi ha scarsa stima di se stesso continua a tormentarsi all&#8217;infinito per quello che \u00e8 stato, a processare mentalmente i propri carnefici e a sognare impossibili vendette, con il solo risultato di rendere cronico il proprio malessere e di sprofondare nell&#8217;oscuro tunnel della negativit\u00e0, del pi\u00f9 tetro pessimismo e dell&#8217;angoscia esistenziale.<\/p>\n<p>\u00c8 importante, dunque, anzi \u00e8 essenziale, lavorare sulla propria consapevolezza.<\/p>\n<p>Quanto pi\u00f9 il nostro sguardo si far\u00e0 limpido, tanto pi\u00f9 riusciremo a vedere le cose per quello che realmente sono, a farcene una ragione, a trovare la pace dell&#8217;anima.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abFerito a morte\u00bb \u00e8 il titolo di un noto romanzo di Raffaele La Capria. 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