{"id":25143,"date":"2006-06-28T02:31:00","date_gmt":"2006-06-28T02:31:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/28\/ferdinand-gregorovius-uno-storico-poeta\/"},"modified":"2006-06-28T02:31:00","modified_gmt":"2006-06-28T02:31:00","slug":"ferdinand-gregorovius-uno-storico-poeta","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/28\/ferdinand-gregorovius-uno-storico-poeta\/","title":{"rendered":"Ferdinand Gregorovius, uno storico poeta"},"content":{"rendered":"<p><em>Ferdinand Gregorovius, storico tedesco dell&#8217;Ottocento, fu un grande innamorato dell&#8217;Italia, della sua storia, della sua arte e della sua civilt\u00e0, tanto da eleggerla a sua seconda patria. Di lui si ricorda una poderosa &quot;Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo&quot;, in cui coniuga con sapienza magistrale il rigore della ricerca filologica ed erudita e una straordinaria capacit\u00e0 di rievocazione, sorretta da un raro talento letterario; una &quot;Storia della citt\u00e0 di Atene nel Medioevo&quot;, opera gemella della prima; una interessante biografia di Lucrezia Borgia; una biografia dell&#8217;imperatore Adriano; racconti e poesie (tra cui un poemetto d&#8217;ambientazione classica, &quot;Euforione&quot;; un saggio su &quot;Gli imperi universali nella storia&quot;; e un bellissimo libro di viaggio, &quot;Anni di pellegrinaggio in Italia&quot;, commovente testimonianza dell&#8217;amore ch&#8217;egli ebbe per il nostro Paese.<\/em><\/p>\n<p>I.<\/p>\n<p>Ferdinand Gregorovius fu un grande poeta e un grande storico. Innamorato dell&#8217;Italia con tutto s\u00e9 stesso, tanto da eleggerla a sua seconda paria, le diede, nei suoi scritti, un pegno d&#8217;amore commovente, quale pochi intellettuali italiani le tributarono con eguale sincerit\u00e0 e devozione. Egli era ugualmente affascinato dalla sua natura, dalla sua storia, dalla sua arte, da tutto il suo glorioso passato che tanto a lungo costitu\u00ec un faro di civilt\u00e0 per l&#8217;Europa e il mondo. Viaggiatore instancabile, la percorse tutta &#8211; anche e specialmente a piedi &#8211; soffermandosi con amore a contemplare le sue piazze e i suoi castelli, le sue colline e i suoi mari azzurri, i suoi boschi e le sue rovine. Non limitandosi a visitare i luoghi pi\u00f9 noti e celebrati dalla tradizione, volle scoprire anche gli angoli pi\u00f9 nascosti e suggestivi; si spinse a cavallo su per le sue montagne solitarie, pernott\u00f2 negli sperduti conventi dei frati; attravers\u00f2 rapito le sue foreste e visit\u00f2 le sue antiche rocche dove pare indugiare lo spirito del Medioevo. Ne studi\u00f2 la storia e le tradizioni, fino a impadronirsene pi\u00f9 compiutamente di molti studiosi italiani. Lavor\u00f2 instancabile nelle sue polverose biblioteche, spossandosi nella calura soffocante dell&#8217;estate, quando l&#8217;aria di Roma era ancora infestata dalla malaria delle vicine paludi. E tutto egli contemplava e intraprendeva con spirtito vergine, come di fanciullo, assaporandoo il piacere della scoperta. E a Roma, dove visse per molti anni, concep\u00ec e scrisse la sua opera grandiosa, la <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>, maestosa e solenne come il fiume Tevere sopra il quale, camminando lungo il ponte dell&#8217;isola di San Bartolomeo, gli era balenata l&#8217;ispirazione, nel 1853.<\/p>\n<p>Il regno della bellezza, che egli amorosamente insegu\u00ec e descrisse, non \u00e8 pi\u00f9 &#8211; o forse non \u00e8 mai stato. E oggi che anche nel mondo della cultura infuria la piena limacciosa della civilt\u00e0 tecnologica e dei suoi miti aberranti, il nome di questo storico-poeta sta cadendo nell&#8217;obl\u00eco, insieme alle sue opere. La cosiddetta storiografia scientifica dei nostri giorni ha scoperto di non aver bisogno di simili storici, e la poesia dei nostri giorni, malata di spertimentalismo furbesco e di nichilsmo <em>\u00e0 la page<\/em>, ha scordato il suo nome.<\/p>\n<p>Questo breve scritto vuole essere un omaggio alla memoria di Ferdinand Gregorovius, i cui libri hanno continuato ad essere letti fino a che non si \u00e8 interamente smarrita la capacit\u00e0 di intendere l&#8217;unit\u00e0 profonda e indissolubile di verit\u00e0 e bellezza. Oggi, pare che per fare il mestiere di storico sia opportuno scrivere piuttosto male; altrimenti qualcuno potrebbe pensare &#8211; <em>horribile dictu<\/em> &#8211; che egli intenda fare della poesia. Mentre la storia, si sa, \u00e8 una cosa seria, cio\u00e8 una scienza. Logica conclusione, dal momento che gli scienziati &#8211; come ha osservato Paul Feyrabend &#8211; non solo si sono arrogarti il diritto di stabilire che il loro, e solo il loro, \u00e8 un sapere di primo livello, ma anche quel che la societ\u00e0 debba ritenere importante &#8211; guarda caso, la scienza &#8211; e cosa no &#8211; ossia, tutto il resto.<\/p>\n<p>A nostro giudizio, inveve, Gregorovius fu al tempo stesso un grande poeta e un vero storico; diciamo meglio: fu un vero storico appunto perch\u00e9 ebbe il dono di essere uno storico-poeta.<\/p>\n<p>II.<\/p>\n<p>Ferdinand Gregorovius nacque il 19 gennaio 1821 a Neidenburg, nella Prussia Orientale, non lungi dalla frontiera con la Russia e che un tempo era stata la frontiera del glorioso e sfortunato regno di Polonia. La sua famiglia, bench\u00e9 stabilita da trecento anni nella Masuria, era di origine polacca e un tempo aveva portato il nome polacco di Gregorzewski. Il padre di Ferdinand, Timoteo, era consiglire di giustizia e aveva gi\u00e0 avuto sette figli, si era trasferito a Neidenburg meno di un anno e mezzo prima della nascita dell&#8217;ottavo. La famiglia Gregorovius, comunque, si sentiva ormai tedesca, pur senza rinnegare le proprie radici slave; anzi, la simpatia per il nobile popolo d&#8217;origine ispir\u00f2 una delle opere giovanili del futuro scrittore. I suoi antenati, per la maggior parte, avevano percorso la carriera di magistrati o di pastori evangelici.<\/p>\n<p>Il Gregorovius trascorse nella casa paterna i primi anni della sua vita, fino al 1831. Fu in quel periodo che si verificarono due avvenimenti importanti: lo scoppio della rivoluzione polacca, repressa nel sangue dalle autorit\u00e0 zariste, e per la quale egli parteggi\u00f2 entusiasticamente; e la morte della madre, poco prima della sua partenza da Neidenburg. In seguito egli avrebbe sempre ricordato la casa natale, i boschi di abeti e gli stagni e i laghetti fra le colline.<\/p>\n<p>Frequent\u00f2 il ginnasio di Gumbinnen, in quella parte della Prussia Orientale prospicente la frontiera della Lituania: un paese anch&#8217;esso di laghi e di foreste di conifere, tra le quali, immensa, la Foresta di Rominten. A Gumbinnen il Gregorovius era ospite nella casa di uno zio paterno che svolgeva, come il padre, la professione di consigliere di giustizia. Frattanto la famiglia dello scrittore si era trasferita nel vecchio castello dei Cavalieri dell&#8217;Ordine Teutonico, che, restaurato, ospitava adesso il tribunale di Neidenburg. Ancora ricordi del passato, ancora una presenza quasi tangibile delle ombre medioevali. Questa circostanza, insieme al paesaggio maestoso e al tempo stesso malinconico della regione, esercit\u00f2 un fascino potente sulla sensibilit\u00e0 romantica del Gregorovius.<\/p>\n<p>Politicamente, la famiglia dello scrittore rappresentava la borghesia tedesca di tendenza liberale, che in quegli anni stava vivendo il tramonto dei propri genuini ideali. Il liberalismo costituiva ormai, per essa, poco pi\u00f9 che un retaggio del passato, un vestito sempre pi\u00f9 logoro nella societ\u00e0 germanica che la Prussia si apprestava a riunificare dall&#8217;alto, in maniera autoritaria, gettando le basi dello &quot;Stato forte&quot;, militarista e imperialista, sotto il ferreo pugno di Bismarck. Ma negli anni &#8217;30 la crisi non era ancora esplosa e il liberalismo della borghesia tedesca era ancora idealistico e sincero, ispirato talvolta al pi\u00f9 schietto romanticismo. Cos\u00ec, nel 1833, un fratello del Gregorovius part\u00ec per combattere in Grecia a fianco di quel popolo, contro il dominio turco; cos\u00ec, nel 1848, lo stesso Ferdinand, giovane di ventisette anni, pubblic\u00f2 un opuscolo intitolato <em>L&#8217;idea polacca<\/em>, esaltando la lotta dei popoli per la conquista della libert\u00e0.<\/p>\n<p>III.<\/p>\n<p>Nel 1838, a diciassette anni, il Gregorovius terminava il liceo e iniziava gli studi universitari nella capitale della Prussia Orientale: K\u00f6nigsberg, la citt\u00e0 di Kant. Assecondando il desiderio paterno, egli frequent\u00f2 la Facolt\u00e0 di Teologia, ma senza un vero entusiasmo; sia perch\u00e9 non era intimamente portato verso quel genere di studi, sia per la mediocrit\u00e0 dei professori, che egli giudicher\u00e0 poi tutti, tranne il von Leugerke, in maniera severa, accusandoli di vuota pedanteria. Gi\u00e0 allora si manifestava, nel suo spirito intelligente, una repulsione istintiva per l&#8217;erudizione fine a s\u00e9 stessa, per una cultura vecchia e nozionistica, pesantemente arroccata in una concezione del sapere accademica e presuntuosa. Su questi temi si sarebbe pi\u00f9 tardi scontrato con l&#8217;ala pi\u00f9 retriva e miope della scuola storiografica tedesca, tutta intesa a bandire ogni &quot;sentimentalismo&quot; dalla sfera dei suoi interessi, in nome di una pretesa oggettivit\u00e0 di tipo scientifico.<\/p>\n<p>Nel 1841, sostenuti gli esami di teologia, Gregorovius lasci\u00f2 l&#8217;universit\u00e0, ormai ben convinto che non sarebbe stata quella la sua strada. I suoi interessi prevalenti erano, in quegli anni, di natura filosofica. Lasciata K\u00f6nigsberg, fece il precettore nella nat\u00eca Neidenburg e in altre cittadine del paese, attendendo frattanto agli studi di filosofia nell&#8217;Universit\u00e0 di K\u00f6nigsberg. La sua dissertazione di laurea, discussa nel 1844, si intitolava <em>Sul senso del bello in Plotino e i neoplatonici<\/em> e gi\u00e0 dimostra come, sotto quelli filosofici, premessero in lui, per farsi strada, altri interessi pi\u00f9 vicini alla sua vera indole, e cio\u00e8, in primo luogo, estetici. Nel 1845 pubblicava il suo primo libro, un romanzo dal titolo <em>Werdomar e Wladislaw<\/em>, d&#8217;ispirazione interamente romantica; l&#8217;anno dopo faceva ritorno a K\u00f6nigsberg, ove si sarebbe fermato sei anni. Esercitava adesso l&#8217;insegnamento, ma continuava la sua attivit\u00e0 letteraria e cominciava a volgersi pi\u00f9 decisamente verso il campo della storia, e specialmente della storia antica.<\/p>\n<p>Dopo il gi\u00e0 ricordato <em>L&#8217;idea polacca,<\/em> del 1848, pubblicava nello stesso anno <em>Il &#8216;Wilhelm Meister&#8217; di Goethe nei suoi elementi socialisti<\/em>; nel 1849 <em>Canti polacchi e magiari<\/em>; e nel 1851 un dramma storico, <em>La morte di Tiberio.<\/em> Proseguiva intanto nei suoi studi storici e, incoraggiato dallo storico Drumann (che era stato, insieme al Voigt, suo professore all&#8217;universit\u00e0) dava alle stampe nel 1851 il suo primo lavoro storico, una <em>Storia dell&#8217;imperatore Adriano e dell&#8217;et\u00e0 sua<\/em> (<em>Geschicte des r\u00f6mischen Kaisers Hadrian in seiner Zeit;<\/em> terza edizione, Stoccarda, 1884). Ricordiamo che a Basilea, due anni dopo, usciva <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em> (<em>Die Zeit Konstantins des Grossen,<\/em> 1853) del Burckhardt, che rivelava, gi\u00e0 nel titolo, una certa influenza dell&#8217;opera di Gregorovius.<\/p>\n<p>Nel suo studio sull&#8217;et\u00e0 dell&#8217;imperatore Adriano (tradotta e pubblicata in Italia, per la prima volta, nel 1910), il Nostro si accostava per la prima volta, in maniera organica, al grande passato di Roma, che sarebbe divenuto la passione principale della sua vita di studioso, non come puro interesse archeologico ed erudito, ma come esigenza profonda di rievocazione. Gregorovius, per usare un&#8217;espressione di un altro grande storico, l&#8217;olandese Johan Huizinga (autore del celeberrimo <em>Autunno del Medioevo<\/em>) desiderava far risorgere il passato &quot;in uno splendore di calda vita&quot;.<\/p>\n<p>IV.<\/p>\n<p>Nel 1852 ebbe inizio la svolta decisiva nella vita del Gregorovius: l&#8217;incontro con l&#8217;Italia. Qui si trovava un suo amico, Luigi Borntr\u00e4nger, venuto, come tanti altri malati di tisi, in cerca di un clima pi\u00f9 mite e soleggiato; e Ferdinand, in quell&#8217;anno, decise di raggiungerlo. Il suo spirito romantico ed entusiasta si rivela gi\u00e0 dall&#8217;insolito itinerario di questo viaggio. Dapprima egli volle visitare la Corsica, e se ne innamor\u00f2 al punto da pubblicare, due anni dopo, un&#8217;opera in due volumi, <em>Corsica<\/em>, mostrandosi egualmente sensibile al fascino della natura mediterranea e alla vicenda storica di quel popolo e di quel mare. La scoperta del Mediterraneo (che egli, in una pagina significativa dei suoi <em>Diari<\/em>, aveva sognato di &quot;prendere al laccio&quot;) da parte di quest&#8217;uomo del Nord, di questo tedesco-polacco impregnato di spirito luterano e tuttavia innamorato, in maniera quasi sensuale, della civilt\u00e0 classica: sono davvero molti i punti di contatto fra la biografia del Gregorovius e quella del suo grande compatriota, Friedrich Nietzsche, il cui <em>Zarathustra<\/em>, come scrive Liliana Scalero, &quot;fu iniziato sotto il cielo alcionio della Riviera, da Nizza a Rapallo&quot; ed \u00e8 tutto pervaso &quot;di colori wagneriani (foreste, montagne, pini,aquile, draghi e serpenti)&quot;.<\/p>\n<p>Il 2 ottobre 1852 Ferdinand Gregorovius giune nella Citt\u00e0 Eterna, ove avrebbe vissuto per ben ventidue anni, interrompendo il suo soggiorno con frequenti escursioni in tutti gli angoli della Penisola. L&#8217;ispirazione per la sua opera monumentale gli venne improvvisa; cos\u00ec com&#8217;era venuta improvvisa, un secolo prima, allo storico inglese Edward Gibbon per la sua celebre <em>History of the Decline and Fall of the Roman Empire<\/em> (1776-1788). Il 24 novembre 1853, passeggiando sul Ponte Quattro Capi all&#8217;altezza dell&#8217;isola San Bartolomeo, gli venne l&#8217;idea di scrivere la storia di Roma durante il Medioevo, come a Gibbon era venuta quella di scrivere la decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano aggirandosi tra le rovine del Foro.<\/p>\n<p>Da allora, per un ventennio, egli avrebbe lavorato indefessamente nelle biblioteche e negli archivi di Roma e d&#8217;Italia, alla ricerca dei documenti di quel passato che tanto lo affascinava. La <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em> (<em>Geschichte der Stadt Rom in Mittelalter<\/em>), in otto volumi, uscir\u00e0 negli anni dal 1859 al 1873, procurandogli una vasta fama in Italia anche pi\u00f9 che in Germania. Contemporaneamente pubblicava altri libri, quasi tutti di argomento italiano, frutto dei suoi viaggi appassionati alla ricerca del passato, della bellezza, delle tradizioni, e sempre mostrandosi libero e indipendente dai preconcetti degli studiosi accademici del suo tempo. Nel suo <em>Nelle Puglie<\/em> (Firenze, 1882), ad esempio, narrando l&#8217;incontro con uno studioso autodidatta dell&#8217;Italia meridionale, scriveva che una persona simile, nella sua patria, non avrebbe tardato a coprirsi di ridicolo a causa della miopia degli ambienti accademici ed eruditi, ed elogiava invece una tale spontaneit\u00e0 d&#8217;interessi e una societ\u00e0 nella quale essa era non solo possibile, ma apprezzata e incoraggiata. Questa semplice osservazione pu\u00f2 dare un&#8217;idea della modernit\u00e0 di vedute, della spregiudicatezza senza ostentazione e senza retorica che furono l&#8217;abito mentale dello storico di Neidenburg. \u00c8 una lezione che ancora oggi dovrebbe essere mediata da molti eruditi e da molti studiosi di formazione esclusivamente accademica, e proprio qui, in Italia.<\/p>\n<p>V.<\/p>\n<p>Fra il 1856 e il 1877, in un arco di tempo di ventun anni, veniva pubblicata l&#8217;opera forse pi\u00f9 squisita del Gregorovius poeta: quei cinque volumi dei <em>Wanderhjare in Italien<\/em>, che avrebbero consacrato la sua fama tra il pubblico italiano. Il titolo, pressoch\u00e9 intraducibile, potrebbe suonare <em>Passeggiate per l&#8217;Italia<\/em> o, meglio, <em>Anni di pellegrinaggio in Italia<\/em>, ed \u00e8 gi\u00e0 un chiaro programma del contenuto dell&#8217;opera. Essa venne tradotta e pubblicata in lingua italiana solo negli anni 1906-1909, cio\u00e8 con un ritardo di circa mezzo secolo, col titolo <em>Itinerari in Italia<\/em>, a Roma; e, parzialmente, a Napoli, nel 1930. A causa della mole, non mancarono le traduzioni di singoli volumi; ed ecco apparire <em>Nelle Puglie<\/em> (traduzione di R. Mariano, Firenze, 1882); le <em>Passeggiate romane<\/em> (Roma, 1965); le <em>Passeggiate in Campania e Puglia<\/em> (Roma, 1966). Ricorderemo infine che una prima traduzione dei <em>Wanderjahre<\/em> era apparsa a Milano sin dal 1872, nella traduzione di A. di Cossilla.<\/p>\n<p>Si tratta di un&#8217;opera di deliziosa fattura, in cui stile, erudizione, poesia si fondono in un tutto armonico di meravigliosa potenza e immediatezza. Esistono pochi altri esempi di uno scrittore che abbia saputo fondere altrettanto felicemente la sua vasta e profonda cultura con un&#8217;ambientazione poetica semplice, ispirata, tale da rapire il lettore e fargli quasi vedere &#8211; con gli occhi della mente &#8211; i luoghi e le bellezze descritte. Perch\u00e9 questo \u00e8 il pregio principale dei <em>Wanderjahre<\/em>, quello di raccontare per immagini, quasi pittoricamente, con infinita leggerezza e finezza di pennellata, con rara freschezza e spontaneit\u00e0 d&#8217;impressioni e d&#8217;immagini. In molti hanno poi tentato di imitare questo modo di raccontare l&#8217;Italia (uno per tutti, il dantista austriaco Alfred Bassermann), ma nessuno ha saputo coniugare con tanta maestria la bellezza dello stile e la solidit\u00e0 del contenuto. Per trovare un paragone adeguato, la mente corre indietro al filosofo pi\u00f9 amato dal Nostro, Platone, e alle sue splendide descrizioni paesaggistiche che fanno da sfondi a dialoghi come il <em>Fedro.<\/em><\/p>\n<p>Se poi ci si interroga sulle ragioni del fascino cos\u00ec particolare che spira dalle pagine di quest&#8217;opera oggi ingiustamente dimenticata, possiamo individuarne due ordini principali. Il primo nasce dallo stesso genere letterario, la narrativa di viaggio (oggi quasi scomparsa dall&#8217;Europa, e costretta a migrare verso lidi esotici, come nel caso di Bruce Chatwin: quasi che la bellezza stesse nelle cose descritte, e non nell&#8217;occhio che la sa cogliere e rappresentare). Il secondo deriva dalla semplicit\u00e0 e spontaneit\u00e0 dell&#8217;animo del Gregorovius, che sempre sa osservare con sguardo nuovo e incantato il miracolo della natura e della storia, e che rimase interiormente giovane per tutta la vita (un po&#8217; come il &quot;fanciullino&quot; del Pascoli) grazie a questa capacit\u00e0, oggi in via di estinzione, di saper vedere il mondo come se il suo spettacolo ci si offrisse vergine e sontuoso come nel primo giorno della creazione. Romanticismo: certo; ma non stucchevole, non manierato. Almeno nelle sue pagine migliori (che sono sicuramente la maggioranza), il Gregorovius sa comunicare al lettore una vivacit\u00e0 e spontaneit\u00e0 d&#8217;ispirazione assolutamente convincenti. Rileggerle ai nostri tempi, quando inquinamento e speculazione edilizia hanno distrutto per sempre le infinite bellezze descritte centocinquant&#8217;anni fa da questo straniero innamorato del nostro paese, costituisce una testimonianza preziosa di quanto abbiamo perduto per nostra colpa, senza una lacrima di pentimento, in cambio del piatto di lenticchie di una <em>modernit\u00e0<\/em> senz&#8217;anima e senza progresso.<\/p>\n<p>VI.<\/p>\n<p>Nel 1859 usciva il primo volume della <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>; nel 1873 &#8211; quattordici anni dopo &#8211; l&#8217;ottavo ed ultimo. Essa aveva a tal segno assorbito l&#8217;interesse e l&#8217;operosit\u00e0 del Gregorovius, che tutto quanto d&#8217;altro egli pubblic\u00f2 in quegli anni, lo scrisse &#8211; come egli stesso ebbe a dire &#8211; unicamente per distrarsi. La <em>Storia di Roma<\/em> costituisce un caso unico nella storiografia del XIX secolo. Essa \u00e8, al tempo stesso, cos\u00ec alta opera di poesia e cos\u00ec riuscita opera di storia, da non avere riscontro in alcun&#8217;altra opera.<\/p>\n<p>&quot;Ci\u00f2 che un tempo fu gioia e dolore &#8211; ebbe a scrivere lo storico Huizinga &#8211; oggi deve diventare conoscenza, come, del resto, anche nella vita del singolo.&quot; Tale \u00e8 lo spirito che pervade quest&#8217;opera grandiosa, dallo stile &quot;monumentale&quot; (come \u00e8 stato definito), che si snoda lenta e maestosa traverso dieci secoli di storia italiana: dal sacco di Alarico nel 410, a quello dei &quot;lanzichenecchi&quot; di Carlo V nel 1527. Vi \u00e8 un senso di oscura fatalit\u00e0 che accompagna la rievocazione del Gregorovius, un superiore disincanto che conferisce ai protagonisti di questo grandioso dramma storico una sorta di epicit\u00e0 e un <em>pathos<\/em> tutto particolare, dovuto al fatto che solo noi, retrospettivamente, sappiamo come si concluse la parte da loro interpretata.<\/p>\n<p>Vi sono, nell&#8217;opera, degli squarci di una potenza narrativa eccezionale. Ecco come il Gregorovius descrive l&#8217;ingresso dell&#8217;imperatore Onorio a Roma nell&#8217;anno 403, poco prima del sacco di Alarico:<\/p>\n<p><em>&quot;La travagliata citt\u00e0 sembrava essersi adornata come una sposa che corre incontro al promesso aspettato da lungo tempo; ma la sposa era vecchia, e lo sposo non era che un debole.&quot;<\/em> (<em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>, Roma, 1972, vol. 1, p. 91).<\/p>\n<p>Ed ecco la stupenda immagine del re ostrogoto Totila che cavalca davanti all&#8217;esercito nemico sul campo di Tagina (Gualdo Tadino), nel 552, la vigilia della sua ultima battaglia:<\/p>\n<p><em>&quot;Nella sua armatura splendente d&#8217;oro, elmo e lancia adorni di crini purpurei agitati dal vento, egli si ergeva quel mattino sul suo superbo destriero dando spettacolo ai due eserciti schierati della propria abilit\u00e0 di cavallerizzo. Cavalcando a briglia sciolta tracciava cerchi sempre pi\u00f9 stretti sulla pianura, ora curvandosi sull&#8217;arcione, ora gettandosi su un fianco e sull&#8217;altro con giovanile destrezza mentre scagliava in aria la lancia che poi riafferrava senza inrerrompere il galoppo serrato del suo destriero. La notte stessa era gi\u00e0 morto.&quot;<\/em> (Op. cit,, vol. 1, p. 269).<\/p>\n<p>Sono questi contrasti tra un&#8217;immagine di vita gagliarda e una di morte repentina, questi forti chiaroscuri che conferiscono alla <em>Storia di Roma<\/em> quella plasticit\u00e0 vibrante, fatta di stacchi sapienti e improvvisi d&#8217;ombrae di luce, e quel particolare <em>epos<\/em> di sapore quasi omerico, che ricorda il malinconico dialogo fra Glauco e Diomede:<\/p>\n<p><em>&quot;&#8230;Quale delle foglie,<\/em><\/p>\n<p><em>tale \u00e8 la stirpe degli umani. Il vento<\/em><\/p>\n<p><em>brumal le sparge a terra, e le ricrea<\/em><\/p>\n<p><em>la germogliante selva a primavera.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec l&#8217;uom nasce, cos\u00ec muor&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>(Hom., _3Cem>Iliade,<\/em> VI, tr. di Athos Sivieri).<\/p>\n<p>VII.<\/p>\n<p>Il mondo accademico tedesco non cap\u00ec Gregorovius, o lo cap\u00ec solo in parte. Tipico esempio in proposito \u00e8 l&#8217;atteggiamento tenuto da Theodor Mommsen, la cui <em>Storia di Roma<\/em> era apparsa, in tre volumi, negli anni 1854-56. Mommsen era il classico rappresentante della tendenza &quot;positivista&quot; della storiografia tedesca, incoraggiata dalle tesi di Hyppolite Taine, e che si poneva programmaticamente in opposizione al Romanticismo. Considerato uno dei massimi storici del suo tempo, Mommsen fondava la propria conoscenza della storia romana repubblicana e imperiale su una imponente documentazione epigrafica e numismatica, prima ancora che sulle fonti letterarie greche e latine. Per lui, fare la storia alla maniera del Gregorovius era un&#8217;eresia. L&#8217;episodio che ora vogliamo riportare, e che fu riferito da un personaggio del calibro del principe von B\u00fclow (nelle sue <em>Memorie<\/em>), risulter\u00e0 illuminante sui suoi metodi di studioso e sul suo carattere di uomo.<\/p>\n<p><em>&quot;[Mommsen]conobbe Gregorovius nel salotto della contessa Lovatelli, sorella del duca di Sermoneta, donna di grande intelligenza e cultura, e la loro conversazione cadde sui destini della citt\u00e0 eterna, tema di comune interesse per entrambi. Gregorovius con molto calore si diffondeva in particolari sul Medioevo romano e Mommsen ad un certo punto, interrompendolo: &#8211; Posso darvi un consiglio? Scrivete una storia di Roma nel Medioevo. &#8211; Io stesso ho udito raccontare pi\u00f9 volte l&#8217;episodio dalla bocca della contessa. Per comprenderne appieno il significato, bisogna notare che l&#8217;opera di Gregorovius era gi\u00e0 pubblicata da un pezzo e che Mommsen, che certo la conosceva, voleva dire che era tutta da rifare.&quot;<\/em> (cit. nella <em>Introduzione<\/em> alla <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em> di Vittoria Calvani, vol. 1, p. 10).<\/p>\n<p>Ed ecco Theodor Mommsen visto dal Gregorovius:<\/p>\n<p><em>&quot;Si trova qui [cio\u00e8 a Roma]Theodor Mommsen. Nella sua figura c&#8217;\u00e8 misto non so che di brio giovanile e di pedante scrupolosit\u00e0. Questo fatto mi spiega lo spirito della sua opera, notevole per erudizione, per acutezza critica e distruttiva, ma che \u00e8 per\u00f2 pi\u00f9 un libello che una storia.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Diari romani,<\/em> Milano, 1895, p. 184).<\/p>\n<p>E ancora:<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 venuto a Roma Mommsen che si trattiene ancora qui. \u00c8 certamente, come Richard Wagner, ammalato di megalomania. I professori della cattedra non mi vogliono riconoscere, perch\u00e9 lavoro in libera attivit\u00e0, perch\u00e9 non occupo alcun posto burocratico e, &#8216;horribile dictu&#8217;, possiedo un po&#8217; d&#8217;ingegno poetico. Non mi possono perdonare il mio senso per la bella forma. La &#8216;Stoia di Roma&#8217; \u00e8 stata accolta in silenzio e con levar di spalle dai pedanti della Germania.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem,<\/em> p. 519).<\/p>\n<p>Uno sfogo? Certo; ma senza acrimonia e senza amarezza. L&#8217;amarezza non faceva parte del carattere del Gregorovius, come non ne facevano parte il conformismo culturale e la divinizzazione della storia erudita. In quanto temperamento romantico, era un attardato e sapeva di esserlo; non lo ostentava e non se ne crucciava. La &quot;scuola tedesca&quot; seguiva le orme di Leopold von Ranke, il cui motto: &quot;I fatti, dateci solo i fatti&quot; era gi\u00e0 di per s\u00e9 tutto un programma. Un programma che Gregorovius non condivideva affatto, lontano com&#8217;era dalla sua sensibilit\u00e0 storica e artistica. Egli, quindi, ebbe parole severe per l&#8217;opera del Ranke, circa la quale si espresse in questi termini:<\/p>\n<p><em>&quot;Ranke nella storia conosce soltanto l diplomazia &#8211; non conosce il popolo. Ha un delicatissimo dono di combinare e perspicacia logica, ma solo come in un teatro anatomico. Come storico lo paragono ad Alfieri poeta.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem,<\/em> p. 328).<\/p>\n<p>Ma quell&#8217;apprezzamento di cui gli fu avara la sua Germania, o almeno di cui gli furono avari gli ambienti accademici tedeschi, gli giunse ampio e meritatissimo in Italia. L&#8217;8 marzo del 1876, avvenuta ormai l&#8217;annessione di Roma e anche di Venezia, il Gregorovius veniva nominato solennemente cittadino romano. E intanto uscivano tutta una serie di edizioni in lingua italiana della <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em>, compresa una a spese del comune di Roma.<\/p>\n<p>VIII.<\/p>\n<p>La sua opera fondamentale \u00e8 passata attraverso il fuoco di fila di due opposte critiche: quella degli studiosi tedeschi, che la giudicarono troppo &quot;italiana&quot;, e quella degli italiani, che lamentavano in essa la presenza di un ingombrante nazionalismo germanico. Questo dimostra, se non altro, la difficolt\u00e0 esistente per uno straniero che si accinga a scrivere la storia di un&#8217;altra nazione. Ma veniamo alla prima accusa: lo stesso Gregorovius ce ne parla. In quegli anni, decisivi per la formazione dello Stato unitario germanico di matrice bismarckiana, ancora il Ranke, &quot;tutto fuoco e fiamme&quot;, esclam\u00f2 rivolto al Gregorovius:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;impero tedesco \u00e8 l&#8217;avvenimento pi\u00f9 grande dell&#8217;umanit\u00e0.&quot; [E poi:]&quot;Rimprover\u00f2 alla mia &#8216;Storia di Roma&#8217; di essere scritta in senso italiano.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem,<\/em> p. 488).<\/p>\n<p>Per un lettore italiano, non \u00e8 facile dire se vi fosse un fondo di verit\u00e0 in questa critica. Certo, il Gregorovius era innamorato dell&#8217;Italia, e ci\u00f2 pu\u00f2 averlo indotto &#8211; come suole avvenire a tutti gli innamorati &#8211; a nasconderne inconsciamente i difetti, per esaltarne invece i lati positivi. Non sembra, tuttavia, che sia incorso troppo spesso in un simile abbaglio: da ci\u00f2 lo trattenevano sia il suo senso storico, sia il suo stesso patriottismo tedesco. Egli certo non tent\u00f2 di minimizzare, e anzi mise a nudo in maniera perfino impietosa, la decadenza morale dei Romani durante il tardo Impero, cos\u00ec come quella che travagli\u00f2, mille anni pi\u00f9 tardi, l&#8217;istituzione della chiesa cattolica. Come tedesco, nella caduta di Roma antica egli vedeva il sorgere di una nuova societ\u00e0, pi\u00f9 sana e vigorosa, sulle rovine di uno Stato che aveva esaurito la sua funzione storica; e questa nuova societ\u00e0 fu opera dei popoli germanici convertiti al cristianesimo. Come luterano, poi, egli vedeva nella caduta di Roma nelle mani dei lanzichenecchi, nel 1527, il castigo divino per la degenerazione del potere temporale dei Papi e per la spaventosa corruzione morale della chiesa cattolica. Una tesi, in fondo, molto simile a quella di s. Agostino nel <em>De Civitate Dei<\/em>, o di Orosio nelle <em>Historiae adversus paganos<\/em> la dimane del sacco alariciano del 410: Dio fa impazzire coloro che vuol perdere, e li abbandona (come afferma san Paolo nella <em>Lettera ai Romani<\/em>) al loro stesso orgoglio rovinoso.<\/p>\n<p>Dopo quanto si \u00e8 detto, apparir\u00e0 chiaro come un maggior fondamento potrebbe trovare, semmai, la seconda critica di cui parlavamo, quella di uno spirito nazionalistico tedesco presente in vari luoghi dell&#8217;opera. Evidente, in effetti, \u00e8 la simpatia dell&#8217;Autore per i suoi connazionali (molto diverso, in questo, dal Nietzsche, che li aborriva addirittura); non sarebbe neanche il caso di citare i numerosi passi ove essa si palesa. Valga per tutti il commosso ritratto conclusivo tracciato del re goto Totila:<\/p>\n<p><em>&quot;Se \u00e8 vero che la grandezza di un uomo deve essere misurata dagli ostacoli che ha superato e dalle lotte che ha sostenuto contro le avversit\u00e0 della sorte, Totila \u00e8 degno dell&#8217;immortalit\u00e0 pi\u00f9 ancora di Teodorico. Non solo, infatti, nella sua giovinezza rimise in piedi il decaduto regno gotico con geniale energia, attraverso impareggiabili battaglie, ma lo difese per undici anni contro Belisario e contro gli eserciti di Giustiniano. E se poi il valore di un uomo \u00e8 dato dalle virt\u00f9 sublimi dell&#8217;animo, pochi sono gli eroi che nell&#8217;antichit\u00e0 e nei secoli successivi per moderazione, giustizia e generosit\u00e0 d&#8217;intenti furono pari alla grandezza di Totila.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em>, cit., vol. 1, p. 269).<\/p>\n<p>Il fascino del mondo germanico medioevale, per\u00f2, era in lui temperato &#8211; o meglio fuso &#8211; con l&#8217;ammirazione per la grandezza della civilt\u00e0 di Roma e dell&#8217;Italia: dall&#8217;incontro fra questi due elementi nacque, traverso un lunghissimo e faticoso processo storico, la nuova Europa delle nazioni moderne. Tale considerazione gli consentiva di essere obiettivo ed equanime anche nei giudizi su personaggi del Medioevo germanico, per i quali nutriva la pi\u00f9 viva ammirazione, ma senza nasconderne errori e difetti. Teodorico, per esempio, gli appariva &quot;il pi\u00f9 nobile straniero che mai abbia dominato su Roma e sull&#8217;Italia&quot; (cit., vol. 1, p. 203), tuttavia non cerc\u00f2 di minimizzarne, come altri storici hanno fatto, la responsabilit\u00e0 nell&#8217;uccisione di Simmaco e Boezio:<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) un uomo come Boezio, universalmente noto come autore del &#8216;De Consolatione Philosophiae&#8217;, \u00e8 un accusatore troppo autorevole perch\u00e9 la sua morte, fosse anche avvenuta nell&#8217;et\u00e0 pi\u00f9 oscura della storia, possa apparire men che barbara.&quot;<\/em> (cit. vol. 1, p. 199).<\/p>\n<p>E ancora, sulla condanna a morte di Severino Boezio:<\/p>\n<p><em>&quot;Questo gesto dispotco \u00e8 la vera grave macchia da cui la figura di Teodorico non potr\u00e0 mai essere mondata.&quot;<\/em> (cit., vol. 1, p. 201).<\/p>\n<p>Comunque, per comprendere la posizione di Gregorovius nei confronti di un certo nazionalismo culturale, il suo orgoglio di esser tedesco, bisogna tener presente il particolare momento storico in cui egli visse e compose le sue opere. Per uno studioso del Medioevo che, come lui, considerava la nascita dell&#8217;Europa moderna come opera dell&#8217;incontro e della fusione della maschia stirpe germanica e della civilisima societ\u00e0 romano-cristiana, la seconda met\u00e0 dell&#8217;Ottocento costitu\u00ec quasi una risurrezione delle sue aspirazioni ideali. Risorgeva, dopo un millennio, la potenza dell&#8217;Impero tedesco (e il Gregorovius, nel 1870, si affrett\u00f2 sui luoghi della guerra franco-prussiana scrivendo una quantit\u00e0 di articoli per la stampa tedesca), e, con la presa di Roma da parte del La Marmora, risorgeva l&#8217;Italia, cui venivano restituite, per la prima volta nella storia, la sua unit\u00e0 politica e la sua gloriosa capitale: e risorgeva in chiave ghibellina e anti-clericale, proprio com&#8217;era nei voti dello storico tedesco. Tutto questo, al Gregorovius, dovette apparire quasi profetico, un auspicio che i tempi gloriosi della civilt\u00e0 romano-germanica sarebbero ancora tornati.<\/p>\n<p>Mai, per\u00f2, il suo entusiasmo patriottico degener\u00f2 in brutale nazionalismo o in esaltazione dell&#8217;imperialismo. Abbastanza profonde erano in lui le radici del pensiero liberale, l&#8217;ammirazione per i popoli in lotta per l&#8217;indipendenza, l&#8217;avversione nei confronti di ogni assolutismo, politico o religioso che fosse. E in questo atteggiamento moderato, anche le antiche radici polacche della sua famiglia avevano la loro parte di merito. Ecco le parole con le quali egli chiudeva l&#8217;ultimo libro, il quattordicesimo, della sua opera monumentale:<\/p>\n<p><em>&quot;Ho parlato delle sventure di Roma e dell&#8217;Italia, della fatale partecipazione cui, fin dai tempi dei Goti, la Germania fu chiamata. Perci\u00f2 posso ritenermi fortunato perch\u00e9 la storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo \u00e8 finita, in realt\u00e0, soltanto con i recenti avvenimenti [del 1870]. Una fortuna ben rara mi ha concesso non solo di scrivere e portare a termine questa storia, ma addirittura di viverne l&#8217;atto finale, assistendo all&#8217;estrema espiazione di quei destini e di quelle sventure di Roma e dell&#8217;Italia e della Germania che ho ritratto in questi libri.&quot;<\/em> (Cit., vol. 6, P. 351).<\/p>\n<p>IX.<\/p>\n<p>Il suo orientamento romantico, che era un fatto istintivo e non di scuola, gli permetteva dunque di guardare al Medioevo sgombrando il campo dalla vecchia concezione illuministica, che in quei secoli vedeva soltanto barbarie e supestizione. Tale era stata la convinzione di Montesqieu, tale quella di Edward Gibbon. L&#8217;unico, fra gli storici del Settecento, che avesse intuito la presenza nel Medioevo di qualcosa d&#8217;altro (a parte, naturalmente, Giambattista Vico) era stato William Robertson: mente tanto pi\u00f9 attenta ai chiaroscuri della storia di quella di Gibbon o dello stesso David Hume (per non parlare di Voltaire), come abbiamo cercato di dimostrare in un apposito studio.<\/p>\n<p>Per meglio comprendere la disposizione del Gregorovius verso i cosiddetti &quot;secoli bui&quot; (bui, secondo la filosofia dei Lumi), si legga ci\u00f2 che egli dice di Venezia, citt\u00e0 in cui soggiorn\u00f2 e lavor\u00f2 alacremente:<\/p>\n<p><em>&quot;Venezia \u00e8 un poema, il pi\u00f9 bello che sia stato creato da un popolo, e questo era un popolo di pescatori, di barcaioli e di mercanti. In niun altro punto d&#8217;Italia si riconosce cos\u00ec chiaramente la meravigliosa fantasia creatrice e la grazia di cui \u00e8 ricca questa nazione.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Diari romani,<\/em> cit., p. 376).<\/p>\n<p>Gibbon, che pure tratt\u00f2 &#8211; sia pure sommariamente &#8211; della fondazione di Venezia, non sarebbe mai stato capace di simili parole. E questo non \u00e8 che un esempio.<\/p>\n<p>Abbiamo parlato, pi\u00f9 sopra, del profondo senso di fatalit\u00e0 che pervade tutte le pagine della <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>. In effetti, se la concezione storica degli illuministi, di un Gibbon per esempio, \u00e8 essenzialmente lineare e progressiva, quella dei romantici, Gregorovius compreso, appare piuttosto (sulla scorta, appunto, di Vico) una concezione ciclica. Gibbon guardava alle &quot;tenebre&quot; del passato con l&#8217;orgogliosa sicurezza di un gentiluomo inglese del Settecento, che ha fede che quelle tenebre non potranno mai pi\u00f9 tornare e che il mondo (si badi, il mondo intero) stia irresistibilmente marciando verso &quot;le magnifiche sorti e progressive&quot;. Ecco, infatti, come lo storico inglese concludeva le sue <em>Osservazioni generali sulla caduta dell&#8217;Impero Romano d&#8217;Occidente<\/em>, inserite a conclusione del capitolo XVIII della <em>History of the Decline and Fall:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo la prima scoperta delle arti, la guerra, il commercio e lo zelo religioso, hanno diffuso tra i selvaggi del vecchio e del nuovo mondo questi inestimabili doni: sono stati propagati e non possono pi\u00f9 andare perduti. Possiamo dunque raggiungere questa ottimistica conclusione: ogni et\u00e0 del mondo ha accresciuto e continua ad accrescere la reale ricchezza, la felicit\u00e0, la saggezza e forse la virt\u00f9 del genere umano.&quot;<\/em> ( Edward Gibbon, <em>Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano,<\/em> Roma, 1973, vol.m4, p. 70).<\/p>\n<p>Insomma, secondo lui, l&#8217;unica possibile minaccia per una civilt\u00e0 \u00e8 di natura esterna: e poich\u00e9 tutti i &quot;sevaggi&quot; della terra stavano entrando a godere, ai suoi tempi, dei &quot;benfici&quot; della civilt\u00e0 stessa (il che escludeva la minaccia di nuove invasioni barbariche ai danni di societ\u00e0 civilizzate), la felice conclusione era che la civilt\u00e0 in quanto tale non avrebbe mai pi\u00f9 subito minacce e, quindi, non avrebbe potuto far altro che aumentare sempre pi\u00f9. Sarebbero aumentate sicuramente la ricchezza, la felicit\u00e0 e la saggezza; solo la virt\u00f9 non era cosa scontata che aumentass; ma, nel complesso, si poteva godere della confortante sensazione di vivere in un&#8217;epoca radiosa della storia, raggiunta grazie all&#8217;accumulo incessante di elementi di progresso.<\/p>\n<p>La visione storica del Gregorovius \u00e8 pi\u00f9 problematica; l&#8217;idea del &quot;progresso&quot; vi \u00e8 sostituita dall&#8217;idea del &quot;fato&quot;, un concetto quasi greco-romano (nel senso omerico e virgiliano). Non \u00e8 un caso che la Germania, patria di Gregorovius, abbia prodotto poi uno Spengler, la cui concezione storica \u00e8 improntata a un cupo pessimismo (come, del resto, quella di Heidegger); e che l&#8217;Inghilterra, patria di Gibbon, abbia poi visto la filosofia della storia di un Toynbee, fiduciosa nel futuro della civilt\u00e0 (come lo \u00e8, fino a un certo punto, quella de Russell).<\/p>\n<p>Ecco, ad esempio, come il Gregorovius descrive la discesa in Italia dell&#8217;imperatore Arrigo VII di Lussemburgo, colui che aveva acceso tante speranze nell&#8217;animo di Dante Alighieri e di tanti altri suoi contemporanei, ai primi del 1300:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;opposizione dei guelfi a Roma, in Toscana, in Romagna e nella inquieta Lombardia, l&#8217;esatta conoscenza dei propositi di Roberto [d&#8217;Angi\u00f2], in breve la forza degli eventi avevano gi\u00e0 trasformato quest&#8217;imperatore, inizialmente animato soltanto dal desiderio di fare del bene, nel capo dichiarato dei ghibellini. Come i suoi grandi predecessori anch&#8217;egli si vide costretto a combattere i propri avversari ricorrendo all&#8217;aiuto dei partiti e alla fine come quelli, lontano dalla Germania e privo di appoggi, per\u00ec travolto dalla lotta contro le fazioni italiane. Il destino si ripeteva con la regolarit\u00e0 di una legge storica.&quot;<\/em>F. Gregorovius, <em>Storia di Roma nel Medioevo,<\/em> cit., vol. 4, p. 38).<\/p>\n<p>Ed \u00e8 questo sentimento della fatalit\u00e0 storica, senza dubbio, che conferisce alla <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em> tanta parte di quel fascino particolare, che non deriva solo dall&#8217;eccellenza letteraria, ma anche e soprattutto dall&#8217;intensit\u00e0 della partecipazione.<\/p>\n<p>X.<\/p>\n<p>Un altro aspetto caratteristico della <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em> \u00e8 l&#8217;anticlericalismo. Come si \u00e8 gi\u00e0 accennato, per il Gregorovius &#8212; uomo di fede politica liberale e di credo religioso luterano &#8212; lo Stato del papa e l&#8217;organizzazione cattolica, quali si erano venuti delineando nel corso del Medioevo, rappresentavano una degenerazione totale, un autentico rigurgito di paganesimo blasfemo.<\/p>\n<p>Trattando del consolidamento dell&#8217;Impero Romano cristiano dopo Costantino, lo storico tedesco, nei primi libri della sua opera, non cerca di sminuire la portata mondiale dell&#8217;opera svolta dalla chiesa cattolica, n\u00e9 il ruolo decisivo da essa esercitato nella formazione della societ\u00e0 altomedievale, sorta dalle rovine del mondo antico. Al tempo stesso, per\u00f2, egli vede lucidamente come la diffusione e il rafforzamento del messaggio cristiano fra le nazioni romano-germaniche procedessero di pari passo con un inevitabile processo di accentramento politico, di corruzione morale, di conservatorismo sociale e culturale. La storia della nascita e dello sviluppo della potenza temporale dei papi \u00e8 la storia della decadenza spirituale della chiesa cattolica e reca in s\u00e9, fin dall&#8217;inizio, i germi della futura rovina. Di qui il tono cupo e pessimistico delle pagine dedicate al Papato nell&#8217;et\u00e0 medioevale, la cui parabola culmina nella nemesi grandiosa e terribile del sacco di Roma del 1527, ad opera delle soldatesche di Carlo V.<\/p>\n<p><em>&quot;La caduta di Roma ad opera degli imperiali fu un fatto senza precedenti. Il nemico non l&#8217;aveva accerchiata, non l&#8217;aveva assediata, non l&#8217;aveva vinta per fame n\u00e9 spaventata con un colpo di cannone. Quella caduta dunque torn\u00f2 a disonore del governo pontificio come del popolo romano. Roma era diventata una effeminata citt\u00e0 di preti e la servit\u00f9 e le dissolutezze del pontificato di Leone X avevano snervato il suo popolo. I Romani, inoltre, odiavano il governo pontificio e molti ne desideravano la rovina ad ogni costo, sperando che l&#8217;imperatore si sarebbe deciso a porre la sua sede in Roma. Ma quando, come un abulico gregge di pecore, si consegnarono al nemico, dovettero rassegnarsi a un destino pi\u00f9 tremendo della morte: Genova, Brescia, Milano, Prato avevano dato una piccola prova di ci\u00f2 che sarebbe toccato a Roma. Mentre le torme nemiche si gettavano nelle strade uccidendo chiunque incontrassero, i cittadini accorrevano a frotte agli altari di quei santi che non potevano pi\u00f9 difenderli.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Storia di Roma nel Medioevo,<\/em> cit., vol. 6, p. 286).<\/p>\n<p>Questa dissoluzione morale, questo gretto spirito di reazione e di conservazione ad ogni costo, furono appunto le crepe che minarono la solidit\u00e0 dell&#8217;edificio secolare dello Stato della Chiesa, e che ne produssero la rovina finale. Il Gregorovius, che nella Roma di Pio IX visse lungamente e che vi attese alla sua opera monumentale, fu spettatore della caduta finale del potre temporale; caduta lungamente preparata, a suo giudizio, da una serie pressocch\u00e9 ininterrotta di errori, di egoismi e di cecit\u00e0 di fronte ai nuovi tempi e alle mutate esigenze, materiali e spirituali, della societ\u00e0 moderna.<\/p>\n<p><em>&quot;Quattordici secoli dopo la caduta dell&#8217;antico impero romano gli Italiani entrarono in Roma, come un popolo unito e libero, non perch\u00e9 poterono prendere d&#8217;assalto le mura Aureliane deboli per la vecchiaia, ma perch\u00e9, dietro quelle mura, il papato, decrepito, andava in rovina, mentre il mondo circostante, trasformato sulla via del progresso, era in parte responsabile di quella rovina. Infatti solo quando l&#8217;idea della Chiesa era vitale e dominava il mondo, i papi, spesso stretti, in passato, da gravi difficolt\u00e0, riuscirono, bench\u00e9 indifesi, a difendere e conservare il possesso di Roma.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, cit., vol. 6, p. 350).<\/p>\n<p>Questo passo \u00e8 di notevole interesse anche perch\u00e9 offre un buon esempio della concezione &quot;hegeliana&quot; della storia di Gregorovius. I grandi uomini e le grandi istituzioni sono quelli che incarnano e vivificano lo &quot;spirito dei tempi&quot;, le esigenze profonde della societ\u00e0. Ma non appena questa loro funzione positiva vien meno, essi sono destinati a cadere come le foglie secche, abbandonati &#8212; come un albero d&#8217;autunno &#8212; da ogni linfa vitale.<\/p>\n<p>La reazione della chiesa cattolica alla pubblicazione della <em>Storia della citt\u00e0 di Rioma nel Medioevo<\/em> fu, naturalmente, del tutto negativa. Nel 1873 usciva l&#8217;ultimo volume di essa, e nel 1874 l&#8217;intera opera veniva posta nell&#8217;Indice dei libri proibiti. Per il Gregorovius, che tanto aveva lavorato nelle biblioteche della Roma papale, attingendovi larga messe di documenti e materiali, era un provvedimento che lo coglieva quando ormai non poteva pi\u00f9 nuocergli. Ed egli, in proposito, poteva scrivere con una punta di orgoglio:<\/p>\n<p><em>&quot;Se i preti avessero posto l&#8217;interdetto alla mia storia all&#8217;apparire dei primi volumi, l&#8217;opera non esisterebbe oggi perch\u00e9 allora mi avrebbero chiuso tutte le biblioteche di Roma. (&#8230;) Ma ormai essa \u00e8 terminata e si spande per il mondo. Il papa stesso le fa ora la r\u00e8clame.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Diari Romani,<\/em> cit., p. 529).<\/p>\n<p>Del resto, di l\u00ec a poco un altro studioso tedesco avrebbe ripagato la Santa Sede della delusione sofferta con la pubblicazione dell&#8217;opera del Gregorovius. Nel 1876 era giunto in Italia, per la prima volta, lo storico Ludwig von Pastor, di Aquisgrana, il quale &#8212; grazie alla protezione di Leone XIII &#8211; pot\u00e8 avere libero accesso all&#8217;Archivio segreto vaticano e comporre la sua monumentale <em>Storia dei papi dalla fine del Medioevo.<\/em> La traduzione italiana, in ben ventuno volumi, termin\u00f2 solo nel 1934 &#8212; sei anni dopo la morte dell&#8217;autore, che si era spento a Innsbruck nel 1928.<\/p>\n<p>XI.<\/p>\n<p>Ci siamo soffermati brevemente su alcuni aspetti per cos\u00ec dire ideologici della <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>: il nazionalismo, il romanticismo, l&#8217;anticlericalismo. Ma vogliamo ribadire ancora una volta che i meriti principali di quest&#8217;opera non consistono tanto nelle sue tesie nei suoi presupposti culturali, ma nell&#8217;impareggiabile capacit\u00e0 di rievocazione in cui l&#8217;Autore ha saputo fondere arte letteraria e profonda consapevolezza storica. In quanto opera non solo di storia, ma anche di alta poesia, essa si sottrae alle inesorabili leggi dell&#8217;&quot;invecchiamento&quot; e acquista un valore atemporale.<\/p>\n<p>Ci sia dunque concesso riportare almeno alcuni dei brani pi\u00f9 suggestivi di questa animata rappresentazione del passato. Il Gregorovius, per sua stessa ammissione, possedeva &quot;un senso completo per la plastica, minore perla pittura&quot; (F. Gregorovius, <em>Diari romani,<\/em> p. 6), il che \u00e8 confermato dalla sua carattristica bravura nell&#8217;arte del chiaroscuro, cui abbiamo gi\u00e0 fatto cenno.<\/p>\n<p>Ecco, a titolo di esempio, l&#8217;ingresso nella Citt\u00e0 Eterna dell&#8217;imperatore Onorio nel 417, dopo il sacco di Alarico, la pace coi Visigoti e la cattura dell&#8217;usurpatore Attalo:<\/p>\n<p><em>&quot;Mai l&#8217;ingresso di un imperatore in citt\u00e0 fu pi\u00f9 triste e vergognoso. Davanti al suo carro, in catene, camminava Attalo, coperto di un&#8217;infamia che l&#8217;imperatore condivideva in eguale misura. I Romani, coscienti della propria bassezza, accolsero il loro sovrano con acclamazioni servili, che mascheravano i taciti rimproveri all&#8217;indirizzo di Onorio [per non averli saputi difendere da Alarico], al quale erano ormai negati lo splendore degli allori di Stilicone e il titolo di trionfatore, preso in prestito dalla Musa di Claudiano.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo,<\/em> cit., vol. 1, p. 121).<\/p>\n<p>Sono immagini che sembrano scolpite nel marmo, e al tempo stesso cos\u00ec vive e movimentate, cos\u00ec pervase da un soffio contenuto di poesia epica, che si innalzano di molto sul livello letterario medio della storiografia dell&#8217;epoca.<\/p>\n<p>Ma ecco uno squarcio sul sacco di Roma del 1527:<\/p>\n<p><em>&quot;Quando spunt\u00f2 l&#8217;alba del 7 maggio, lo spettacolo che Roma offriva di s\u00e9 era pi\u00f9 orribile di quanto si possa immaginare: le strade ingombre di rovine, di cadaveri e di moribondi; case e chiese divorate dal fuoco, dalle quali uscivano grida e lamenti; un orribile trambusto di gente che rubava e che iuggiva; lanzichenecchi ubriachi, carichi di bottino o che si trascinavano dietro prigionieri.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, cit., vol. 6, p. 287).<\/p>\n<p>Ed ecco l&#8217;altra caduta di Roma, avvenuta millecento anni prima, e l&#8217;irruzione dei Visigoti in citt\u00e0 sotto la guida di Alarico:<\/p>\n<p><em>&quot;I barbari si riversarono in tutti i quartieri della citt\u00e0, cacciando davanti a s\u00e9 branchi di fuggiaschi e massacrandoli. Poi si gettarono al saccheggio con furia bestiale. Seguendo il loro istinto selvaggio essi attaccarono i palazzi d&#8217;oro, le terme, le chiese e i templi, e, da veri padroni, svuotarono Roma rabbiosamente come se fosse stata una stanza piena di tesori.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem,<\/em> vol. 1, p. 110).<\/p>\n<p>Una pagina degna di rivaleggiare col miglior Tacito, il quale pure, nelle sue <em>Storie,<\/em> aveva narrato il saccheggio di Roma alla fine del 69, durante la guerra civile fra Vitellio e Vespasiano; cos\u00ec come quella citata pi\u00f9 sopra non teme il confronto con le analoghe scene descritte nella <em>Storia d&#8217;Italia<\/em> di Francesco Guicciardini.<\/p>\n<p>Questa descrizione dell&#8217;aspetto dell&#8217;Urbe nel VII secolo, al tempo della visita dell&#8217;imperatore bizantino Costante II, pare invece la fedele riproduzione di un&#8217;incisione del Piranesi, pervasa com&#8217;\u00e8 da un gusto romantico per le rovine e i paesaggi archeologici in abbandono:<\/p>\n<p><em>&quot;Il tempio di Giove era da tempo in rovina; i bagni erano crollati, le fontane non avevano pi\u00f9 acqua. Nell&#8217;anfiteatro i grandi muri di sostegno vacillavano, e l&#8217;erba cresceva dappertutto fittissima. Il palazzo imperiale, in parte ancora abitabile, era nel complesso tutto diroccato; gruppi di macerie ingombravano il Foro della Pace e gli altro fori, e soltanto la colonna del Foro diTraiano e quella di Marco Aurelio si ergevano maestose e incrollabili tra templi pericolant e biblioteche vuote dove, qua e l\u00e0, qualche statua di artista greco o romano annerita dal fumo lottava contro l&#8217;oblio. Circo e teatri, curvi da tempo sotto il peso dell&#8217;et\u00e0, decadevano paurosamente; il grande tempio di venere e Roma si era scoperchiato ed era quasi completamente crollato. Dovunque si posasse lo sguardo si vedevano emergere, in mezzo a decrepiti monumenti, chiese costruite coi materiali di quelli, conventi addossati ad essi o templi pagani trasformati in chiese cristiane.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem<\/em>, vol. 1, p. 372).<\/p>\n<p>Ed ecco un quadro dell&#8217;anfiteatro di Tito (comunemente detto Colosseo) al tempo del re ostrogoto Teodorico:<\/p>\n<p><em>&quot;Nell&#8217;anno 500 alcuni sedili di marmo erano gi\u00e0 rovinati e una parte dei portici aveva sub\u00ecto dei danni mentre, dalla parte esterna, i magazzini e le botteghe situati entro le grandi volte erano ormai abbandonati. Le statue, collocatevi un tempo da Settimio Severo, erano state in parte trascinate via, probabilmente dai Vandali, e in parte erano rimaste, tutte mutilate, nelle loro nicchie. Il vecchio Circo, gigantesco edificio logorato da un uso secolare e segnato dalle intemperie, tradiva gi\u00e0 nei colori e nell&#8217;aspetto esterno i caratteri della vecchiaia, proprio come il palazzo dei Cesari che gli stava accanto, dall&#8217;altra parte della strada.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, cit., vol. 1, p. 189).<\/p>\n<p>Bisogna per\u00f2 sottolineare che l&#8217;arte narrativa, nelle pagine della <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo,<\/em> non diviene mai un fatto a s\u00e9 stante, puramente estetico e slegato dal tessuto del racconto. La plastica capacit\u00e0 descrittiva non \u00e8 che un mezzo mirabilmente adatto alla rappresentazione dei contenuti, fuso con essi. Non c&#8217;\u00e8 distinzione tra forma e contenuto: dalla loro unione nasce appunto il fascino tutto particolare di quest&#8217;opera.<\/p>\n<p>Quando il tumulto delle vicende narrate si placa per un momento esso cede il posto a una contenuta, assorta pausa di riflessione che, proprio nelle descrizioni, sa trovare un diverso ritmo, pi\u00f9 semplice e raccolto, misurato e come scandito dagli archi di una navata. Chi abbia visitato con passione e con amore le chiese medioevali di Roma, le maggiori e le minori, difficilmente potr\u00e0 non concordare col Gregorovius quando egli fa l&#8217;elogio della piccola basilica di San Giorgio in Velabro, presso l&#8217;Arco di Giano tra il Campidoglio e il Palatino, proprio per la sua atmosfera squisitamente semplice e raccolta:<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) si tratta di una piccola basilica a tre navate divise da sedici colonne di granito o di marmo; entrandovi ci si sente immersi, come accade in poche altre chiese romane, nell&#8217;atmosfera originaria del cristianesimo primitivo. La sua purissima forma basilicale, la nuda semplicit\u00e0 del suo interno, le pitture e le iscrizioni latine e persino greche giunte sino a noi dai primissimi secoli cristiani, il silenzio di sogno che avvolge quella valle immersa nei ricordi del pasato incantano col loro fascino il visitatore.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, cit., vol. 1, p. 379).<\/p>\n<p>La <em>Storia di Roma nel Medioevo<\/em> non \u00e8 solo una storia di papi e imperatori, guerre e trionfi, saccheggi e giubilei, speranze e rivoluzioni; \u00e8 anche una vera e propria storia dell&#8217;arte della Citt\u00e0 Eterna, paragonabile &#8212; nel suo genere &#8212; a <em>Le pietre di Venezia<\/em> di John Ruskin. I giudizi estetici sono meno arditi e sentenziosi che nell&#8217;opera dello scrittore inglese; ma, come in quella, l&#8217;Autore ci guida con commossa partecipazione fra le pietre ancor palpitanti di un passato affascinante.<\/p>\n<p>XII.<\/p>\n<p>Abbiamo detto del senso di fatalit\u00e0 che muove tutta la <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo,<\/em> della visione ciclica della storia da parte del Gregorovius; ed \u00e8 giusto che ci soffermiamo ancora su questo aspetto dell&#8217;opera. Vi sono dei punti, nei quali l&#8217;Autore stesso ci illustra la propria idea di necessit\u00e0 storica assai meglio di quanto potrebbe fare qualsiasi commento. Ad esempio, eccolo esprimere un giudizio globale sulla personalit\u00e0 e la funzione storica svolta da un personaggio notevole del XIV secolo: Cola di Rienzo.<\/p>\n<p><em>&quot;Il fascino con cui alcuni uomini ammaliano il mondo dipende dal fatto che essi sanno penetrare la coscienza del tempo. L&#8217;oscura illusione non basta di per s\u00e9 sola, se dal velo che la circonda non sprizza un pensiero reale che getti all&#8217;intorno una luce improvvisa e tocchi una corda sensibile destando cos\u00ec l&#8217;entusiasmo, il qual eanch&#8217;esso si ammanta della stessa follia. Il tempo in cui visse Cola di Rienzo, traboccante di idee libertarie e di attese messianiche, portava nel proprio seno il germe di uno spirito nuovo. Nessuna meraviglia, perci\u00f2, se l&#8217;Italia stim\u00f2 questo geniale romano come un eroe e un salvatore, quando spieg\u00f2 arditamente la propria bandiera sulla vettadel Campidoglio. Poich\u00e9 egli fu il vero profeta del Rinascimento latino.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo,<\/em> cit., vol. 4, p. 185).<\/p>\n<p>Se Cola, dunque, aveva conosciuto un momentaneo e apparentemente insipegabile successo, in quanto aveva saputo precorrere i tempi e portare alla luce ci\u00f2 che oscuramente ribolliva nelle coscienze, il suo esatto rovescio \u00e8 Arrigo VII di Lussemburgo, che per\u00ec nel corso di un&#8217;impresa nobile e sfortunata (restaurare il &quot;giardino dell&#8217;Impero&quot;, per dirla con Dante: cio\u00e8 l&#8217;Italia), perch\u00e9 era un sognatore che non aveva saputo interpretare lo spirito nuovo dei tempi, anzi era rimasto attardato rispetto ad esso. Ecco che cosa dice, a questo proposito, il Gregorovius:<\/p>\n<p><em>&quot;Eppure, bench\u00e9 la morte dell&#8217;imperatore sia sembrata al grande poeta [Dante Alighieri] un evento brutale e prematuro, un giudizio sereno dovr\u00e0 riconoscere che il programma di Enrico era irrealizzabile perch\u00e9 l&#8217;epoca in cui fu concepito lo condann\u00f2. Esso non era che mero sogno ideologico e neppure Carlo Magno avrebbe potuto attuarlo.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Ibidem,<\/em> vol. 4, pp. 50-51).<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 stato chi ha insinuato che anche il Gregorovius avrebbe soggiaciuto alla &quot;frenesia storicistica&quot; che tutto assolve e tutto giustifica, riferendosi, crediamo, proprio a codesta concezione della maturit\u00e0 o immaturit\u00e0 dei tempi rispetto a determianti uomini o a determinate idee. Paolo Rossi, ad esempio, nella sua <em>Storia d&#8217;Italia<\/em> in quattro volumi, scrive:<\/p>\n<p><em>&quot;Sappiamo anche noi che che a partire dal Gregorovius, nella frenesia storicistica che tutto giustifica, Teofilatto, Alberico, Teodora, Marozia sono stati difesi a spada tratta e anche esaltati comne fondatori di una forte dinastia e persino come vindici della libert\u00e0 laica e nazionale.&quot;<\/em> (Paolo Rossi, <em>Storia d&#8217;Italia<\/em>, Milano, 1971, vol. 1, p. 124).<\/p>\n<p>A noi sembra che (fatto salvo un certo hegelismo di fondo, cui si \u00e8 gi\u00e0 accennato) dall&#8217;opera del Gregorovius si possa evincere, semmai, una conclusione opposta. Egli non valutava l&#8217;operato storico dei singoli individui alla luce di astratti ideali o di prefissati giudizi di valore, ma sotto quella, estremamente concreta, del loro realismo politico. Ecco allora, per esempio, che proprio la valutazione sull&#8217;opera interrotta di Arigo VII suona di una chiarezza inequivocabile:<\/p>\n<p><em>&quot;Tutti i contemporanei hanno lodato il lussemburghese come principe magnanimo, e forse nessun imperatore scese mai dalle Alpi con intendimenti cos\u00ec elevati e puri. Ma i mali d&#8217;Italia erano troppo profondamente radicati ed egli non pot\u00e8 guarirli. Contemporanei e posteri riconobbero che se quelli fossero stati curabili, nessuno sarebbe stato pi\u00f9 adatto di lui a diventare il salvatore d&#8217;Italia; affermazione questa, che francamente pu\u00f2 sollevare molti dubbi. Enrico VII mor\u00ec al momento giusto, risparmiando al mondo un errore e forse a s\u00e9 stesso l&#8217;odio degli uomini: sfortunato messia dell&#8217;Italia vissuto senza lasciare tracce durevoli della sua azione.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo,<\/em> cit., vol. 4, p. 51).<\/p>\n<p>\u00c8 strano che il Gregorovius sia stato accusato di storicismo e, implicitamente, di amoralismo; ancora pi\u00f9 strano che lo si sia accusato d&#8217;indulgenza assolutoria verso tutto e verso tutti. Contrariamente a quanto ha lasciato intendere il Rossi, il giudizio morale non solo non viene escluso dalla <em>Storia della citt\u00e0 di Roma nel Medioevo<\/em>, ma fa la sua comparsa quasi ad ogni pagina, come risulta dalle non poche citazioni sino a qui riportate. Ma sono giudizi morali che non appannano la lucidit\u00e0 del giudizio storico; anzi, come nel caso della figura di Arrigo VII, lo rendono ancora pi\u00f9 acuto e penetrante.<\/p>\n<p>XIII.<\/p>\n<p>Con il 1873, Ferdinand Gregorovius aveva pubblicato l&#8217;ultimo volume della sua grande opera, affidandola al giudizio non solo dei contemporanei, ma della posterit\u00e0. Dopo i fatti di Porta Pia e la clamorosa caduta del potere temporale dei papi, la citt\u00e0 &#8211; com&#8217;egli aveva previsto &#8211; cambi\u00f2 completamente aspetto. Da un punto di vista storico egli ben comprendeva come ci\u00f2 fosse inevitabile. Era giusto che la Citt\u00e0 Eterna ridivenisse la capitale dell&#8217;Italia unita, e che scacciasse la fitta polvere che si era depositata su ogni cosa durante i lunghissimi anni del dominio pontificio. Egli, anzi, dalle ultime pagine della sua opera aveva salutato con sincero entusiasmo quell&#8217;evento, auspicando un avvenire luminoso per Roma, per l&#8217;Italia e per la Germania &#8211; le tre entit\u00e0 le cui storie gli erano sempre parse strettamente e ineluttabilemte intrecciate le une con le altre.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;uomo Gregorovius non si esauriva tutto nello studioso e, come ogni vero artista, non poteva rimanere del tutto indifferente al vertiginoso mutamento dei tempi. La Roma di Pio IX aveva meritato di cadere, per\u00f2 in quella Roma provinciale e cosmopolita al tempo stesso, egli aveva trovato il clima ideale per lavorare alla sua <em>Storia,<\/em> immerso nel clima trasognato di quelle rovine, di quei ricordi che si era sforzato di far risorgere a nuova vita. A un diplomatico tedesco che lo aveva invitato, a suo tempo, a trasferirsi a Berlino , ove avrebbe trovato biblioteche ben pi\u00f9 fornite che a Roma, aveva risposto significativamente che &quot;nella frivola atmosfera di Berlino&quot; (parole sue) non gli sarebbe riuscito di scrivere nemmeno una riga. Egli doveva necessariamente vivere a Roma, mentre scriveva la sua <em>Storia,<\/em> e infatti vi rimase per ventidue anni. Ma poi, quando Roma divenne la capitale d&#8217;Italia, quando l&#8217;atmosfera della corte &quot;piemontese&quot; scacci\u00f2 il fantasma di quella pontificia, ecco che anche qualcosa d&#8217;inconfondibile and\u00f2 irrimediabilmente perduto. Gregorovius non si sentiva pi\u00f9 a suo agio in quella Roma cos\u00ec cambiata. Del resto, anche la sua grande opera era finita; che ci restava a fare?<\/p>\n<p><em>&quot;Potrei invero rimanere ancora. Ma mi ripugna il pensiero di sopravvivere a me stesso nella solitudine e di invecchiare a Roma, dove tutto si rinnova e muta, dove l&#8217;incalzare di una nuova vita coprirebbe presto i miei antichi e cari sentieri e li renderebbe irriconoscibili.&quot;<\/em> (F. Gregorovius, <em>Diari romani,<\/em> cit., p. 402).<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nel 1874, Ferdinand Gregorovius lasciava Roma e andava a stabilirsi in Germania, ma non nella sua vecchia Prussia Orientale, in riva al Baltico, sibbene a Monaco, quasi cercando un equilibrio tra la sua nordica terra natale e le indimenticabili suggestioni del mondo mediterraneo, in mezzo alle quali aveva cos\u00ec a lungo vissuto. Contin\u00f2 tuttavia a fare dei brevi viaggi in Italia, perch\u00e9 questa gli mancava troppo per distaccarsene definitivamente.<\/p>\n<p>Intanto lavorava alacremente. Fin dal 1858 aveva pubblicato il poemetto <em>Euphorion<\/em>, ispiratogli da un viaggio a Capri, che lo aveva rivelato poeta finissimo. Nel 1874 apparve <em>Lucrezia Borgia, da documenti e corrispondenze del suo tempo<\/em> (<em>Lucrezia Borgia, nach Urkunden und Korrespondenzen ihrer eigenen Zeit<\/em>); a partire dal 1877, <em>Scritti minori perla storia della cultura<\/em> (<em>Kleine Schriften zur Geschichte und Kultur<\/em>); nel 1879, <em>Urbano VIII in conflitto con la Spagna e l&#8217;Impero<\/em> (<em>Urban VIII im Widerspruch zu Spanien und dem Kaiser<\/em>). Poi, nel 1889, un&#8217;altra opera storica di vasto respiro, la <em>Storia della citt\u00e0 di Atene nel Medioevo<\/em>, in 2 volumi (<em>Geschichte der Stadt Athen in Mittelalter. Von der Zeit Justinianus bis zum t\u00fcrkischen Eroberung<\/em>), preceduto da una biografia storica assai interessante: <em>Atenaide, storia di un&#8217;imperatrice bizantina<\/em> (<em>Athena\u00efs, Geschichte einer byzantinischen Kaiserin<\/em>), del 1882. Infine, nel 1890 usciva l&#8217;ultimo suo lavoro storico, il saggio <em>Le grandi monarchie, ossia gli imperi universali nella storia<\/em> (<em>Die Grossen Monarchien oder die Weltreiche in der Geschichte<\/em>).<\/p>\n<p>Il 1\u00b0 maggio 1891 Ferdinand Gregorovius moriva a Monaco. Per dare un&#8217;idea della vitalit\u00e0 del suo animo anche in et\u00e0 avanzata, diremo solo che, dopo la sua partenza da Roma, nel 1874, si era messo a studiare il greco per poter leggere i classici nell&#8217;originale; e ne scaturirono le sue opere storiche dedicate alla citt\u00e0 di Atene e all&#8217;imperatrice Atenaide.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ferdinand Gregorovius, storico tedesco dell&#8217;Ottocento, fu un grande innamorato dell&#8217;Italia, della sua storia, della sua arte e della sua civilt\u00e0, tanto da eleggerla a sua seconda<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30186,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[62],"tags":[234],"class_list":["post-25143","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-moderna","tag-roma"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-moderna.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25143","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25143"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25143\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30186"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25143"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25143"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25143"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}