{"id":25136,"date":"2009-10-23T05:57:00","date_gmt":"2009-10-23T05:57:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/10\/23\/la-felicita-non-coincide-col-piacere-ma-e-linnalzamento-della-coscienza-verso-lassoluto\/"},"modified":"2009-10-23T05:57:00","modified_gmt":"2009-10-23T05:57:00","slug":"la-felicita-non-coincide-col-piacere-ma-e-linnalzamento-della-coscienza-verso-lassoluto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2009\/10\/23\/la-felicita-non-coincide-col-piacere-ma-e-linnalzamento-della-coscienza-verso-lassoluto\/","title":{"rendered":"La felicit\u00e0 non coincide col piacere, ma \u00e8 l&#8217;innalzamento della coscienza verso l&#8217;Assoluto"},"content":{"rendered":"<p>La felicit\u00e0, per i buoni, pu\u00f2 prescindere da uno stato di benessere fisico o, quanto meno, da una assenza di dolore? \u00c8 possibile essere felici mentre ci si trova sottoposti alla tortura della ruota &#8211; si domanda Aristotele -, ammettendo che si possegga un animo buono?<\/p>\n<p>E la sua risposta \u00e8 negativa: per lui, come in genere per il pensiero antico (ma con la notevole eccezione di Platone), felicit\u00e0 e piacere sono praticamente un binomio inscindibile, se non, addirittura, sinonimi.<\/p>\n<p>Vale la pena di riportare nella sua interezza il ragionamento del filosofo greco, sviluppato nella \u00abEtica Nicomachea\u00bb (VII, cap. XI, 1152 b 8; traduzione di Ferruccio Franco Repellini, in: \u00abIl &quot;Flebo&quot; di Platone e la questione del piacere nel IV secolo a. C.\u00bb, Milano, Principato Editore, 1971, pp. 144-148):<\/p>\n<p>\u00abAlcuni dunque ritengono che nessun piacere \u00e8 un bene, n\u00e9 di per s\u00e9, n\u00e9 per accidente, in quanto il bene non \u00e8 identico al piacere.<\/p>\n<p>Secondo altri, poi, alcuni piaceri sono un bene, ma la maggior parte di essi \u00e8 cattiva.<\/p>\n<p>Vi \u00e8 inoltre una terza opinione d questo tipo: anche se si ammette che tutti i piaceri sono un bene, non \u00e8 tuttavia possibile che il piacere sia il sommo bene.<\/p>\n<p>Anzitutto, dell&#8217;opinione che il piacere non sia in nessun caso un bene vengono date queste ragioni: ogni piacere \u00e8 processo percepito dai sensi verso lo stato naturale; ma nessun processo \u00e8 dello stesso genere dei fini (nessuna costruzione di case, per esempio, \u00e8 dello stesso genere della casa). Inoltre: il moderato fugge i piaceri. Inoltre: il saggio ricerca ci\u00f2 che non comporta pena, non ci\u00f2 che \u00e8 piacevole. Inoltre: i piaceri sono un impedimento al pensiero, e quanto pi\u00f9 uno prova piacere, tanto pi\u00f9 lo sono (valga ad esempio il piacere dell&#8217;amore, durante il quale nessuno potrebbe pensare alcunch\u00e9). Inoltre: non vi \u00e8 nessuna tecnica del piacere, mentre ogni bene \u00e8 opera di una tecnica. Inoltre: i fanciulli e le bestie ricercano i piaceri.<\/p>\n<p>In secondo luogo, prova dell&#8217;opinione che non tutti i piaceri sono buoni sarebbe che ve ne sono anche di turpi e biasimevoli, e che ve ne sono di nocivi: infatti alcune cose piacevoli sono dannose alla salute.<\/p>\n<p>Quanto poi alla terza opinione, si afferma che il piacere non \u00e8 il sommo bene in quanto non \u00e8 fine, ma processo. Queste dunque sono all&#8217;incirca le affermazioni che s fanno; ma che con esse non si giunga n\u00e9 alla conclusione che il piacere non \u00e8 un bene, n\u00e9 che non \u00e8 il sommo bene, \u00e8 evidente dagli argomenti seguenti.<\/p>\n<p>Anzitutto: il termine &quot;buono&quot; viene detto in due sensi (talvolta infatti in senso assoluto, talvolta relativamente a qualcuno), perci\u00f2 anche le nature e gli abiti e di conseguenza anche i mutamenti e i processi volti al ristabilimento dell&#8217;abito secondo natura: prova ne \u00e8 che vi sono anche dei piaceri che non si accompagnano a pene e desiderio (le attivit\u00e0 della contemplazione, per esempio): in questi piaceri la natura non \u00e8 mancante di nulla. Ne \u00e8 un indizio il fatto che, quando la natura si riempie, ci\u00f2 per cui si prova piacere non \u00e8 lo stesso di quando la natura \u00e8 ormai ristabilita; ma quando \u00e8 ristabilita si prova piacere di cose piacevoli in senso assoluto, quando invece si va riempiendo si prova piacere anche di cose contrarie: si gode infatti di cose aspre e amare, delle quali nessuna \u00e8 piacevole per natura, n\u00e9 \u00e8 piacevole in senso assoluto. Ne segue che questi non sono nemmeno dei piaceri: infatti i piaceri stanno tra di loro nel medesimo rapporto in cui stanno tra di loro le cose piacevoli da cui derivano.<\/p>\n<p>Inoltre: non c&#8217;\u00e8 necessit\u00e0 che vi sia un qualcosa d&#8217;altro che sia un bene maggiore del piacere, non diversamente &#8211; come affermano alcuni &#8211; del rapporto tra il fine e il processo: infatti i piaceri non sono processi e non tutti si accompagnano a un processo, ma sono delle attivit\u00e0 e un fine; e non avvengono in quanto vi \u00e8 n noi un processo, ma in quanto si adopera qualcosa; e non tutti piaceri hanno un qualche cosa d&#8217;altro come fine, ma solo quelli che ci conducono alla perfezione della natura. Quindi \u00e8 anche non corretto dire che il piacere \u00e8 &quot;un processo percepito dai sensi&quot;, ma bisogna piuttosto dirlo &quot;attivit\u00e0 dell&#8217;abito secondo natura&quot;, e invece di &quot;percepito dai sensi&quot; bisogna dire &quot;non impedita&quot;. Alcuni poi ritengono che il piacere sia processo proprio perch\u00e9 \u00e8 un bene; ritengono infatti che l&#8217;attivit\u00e0 sia processo, mentre \u00e8 altra cosa.<\/p>\n<p>Il dire poi che alcune cose piacevoli sono cattive perch\u00e9 dannose alla salute, equivale a dire che alcune cose che ci danno la salute sono cattive perch\u00e9 dannose alla borsa. Ora, sotto questo rapporto le une e le altre sono cattive, ma in base a ci\u00f2 soltanto non sono cattive in senso assoluto: prova ne \u00e8 che anche la contemplazione talvolta \u00e8 dannosa alla salute.<\/p>\n<p>Non \u00e8 poi di ostacolo all&#8217;intelligenza n\u00e9 a nessun altro abito il piacere che deriva da ciascun abito; di ostacolo sono invece i piaceri estranei; prova ne \u00e8 che i piaceri che derivano dalla contemplazione e dall&#8217;apprendimento fanno ancor pi\u00f9 contemplare ed apprendere.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 poi convenire che nessun piacere \u00e8 opera di una tecnica, dato che di nessun&#8217;altra attivit\u00e0 vi \u00e8 una tecnica. La tecnica \u00e8 invece relativa allo stato potenziale di ogni attivit\u00e0; e davvero sono relative al piacere, a quanto pare, sia la tecnica del profumiere che quella del cuoco.<\/p>\n<p>Che poi il moderato fugga il piacere e il saggio ricerchi la vita che non comporta dolore, e che i fanciulli e le bestie ricerchino i piaceri, tutto ci\u00f2 si risolve con la medesima argomentazione. Si \u00e8 detto infatti in che senso i piaceri siano buoni assolutamente:, e in che senso non tutti siano buoni assolutamente: quest&#8217;ultimo tipo di piaceri \u00e8 ricercato dai fanciulli e dalle bestie; il saggio poi ricerca l&#8217;assenza dei dolori che sono provocai dai piaceri che si accompagnano a desiderio e dolore, cio\u00e8 quelli corporei (i quali infatti sono di questo tipo) e i loro eccessi, per i quali l&#8217;intemperante \u00e8 intemperante. Sono questi quindi i piaceri che il moderato fugge, giacch\u00e9 vi sono anche piaceri propri di chi \u00e8 moderato. Ma c&#8217;\u00e8 pi accordo sul punto che il dolore sia un male e cosa da fuggirsi: infatti il dolore \u00e8 un male talora in senso assoluto, talora in quanto ci \u00e8 di ostacolo in qualche modo. Ma il contrario di ci\u00f2 che \u00e8 da fuggirsi, in quanto \u00e8 un qualcosa da fuggirsi e un male, \u00e8 un bene. Conclusione necessaria \u00e8 dunque che il piacere \u00e8 un bene. Infatti il moo in cui Speusippo respinge l&#8217;argomento (invocando cio\u00e8 il caso del pi\u00f9 grande, che \u00e8 il contrario sia al pi\u00f9 piccolo sia all&#8217;uguale) non porta a un&#8217;effettiva risoluzione: di fatto Speusippo non pu\u00f2 dire che il piacere \u00e8 nella sua essenza un male.<\/p>\n<p>Quanto poi al sommo bene, niente impedisce che sia un determinato piacere, anche se alcuni piaceri sono cattivi (cos\u00ec come nulla impedisce che lo sia una determinata scienza, anche se alcune scienze sono cattive). E se \u00e8 vero che di ogni abito vi sono delle attivit\u00e0 non impedite, e se l&#8217;attivit\u00e0 di tutti gli abiti, o anche di uno di essi (purch\u00e9 non impedita) \u00e8 la felicit\u00e0, si deve forse di necessit\u00e0 concludere che questa attivit\u00e0 \u00e8 al pi\u00f9 alto grado desiderabile: ora, ci\u00f2 \u00e8 un piacere. Quindi il sommo bene sarebbe un piacere, anche se molti piaceri possono essere cattivi in senso assoluto.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 per questo che tutti ritengono che la vita felice comporti piacere, e fondono assieme il piacere e la felicit\u00e0: hanno ragione, poich\u00e9 nessuna attivit\u00e0 \u00e8 perfetta se impedita, ma la felicit\u00e0 \u00e8 del genere di ci\u00f2 che \u00e8 perfetto. Perci\u00f2 chi \u00e8 felice ha bisogno dei beni del corpo e dei beni esteriori e che vengono dalla sorte, per non avere ostacoli relativi a questi. Quelli che affermano che chi \u00e8 sottoposto alla tortura della ruota e chi cade in grandi disgrazie, se \u00e8 buono, \u00e8 felice, che lo vogliano o no fanno un&#8217;affermazione senza senso. E per il fatto che per essere felici c&#8217;\u00e8 bisogno della sorte, alcuni pensano che il favore della fortuna sia la stessa cosa che la felicit\u00e0, mentre non lo \u00e8, perch\u00e9 anche il favore della fortuna, se \u00e8 in eccesso, \u00e8 di impedimento; forse non \u00e8 pi\u00f9 neppure corretto chiamarlo &quot;favore&quot;, dato che la sua definizione \u00e8 relativa alla felicit\u00e0, E il fatto che tutti, sia bestie che uomini, perseguono il piacere, \u00e8 un indizio che il piacere \u00e8 in un certo senso il sommo bene:<\/p>\n<p>&quot;non \u00e8 del tutto vana quella fama, che molte genti&quot; (Esiodo, &quot;Le opere e i giorni, 763)<\/p>\n<p>Tuttavia, poich\u00e9 n\u00e9 la stessa natura n\u00e9 lo stesso abito non sono n\u00e9 sembrano per tutti la natura e l&#8217;abito migliore, non tutti perseguono lo stesso piacere: tutti per\u00f2 perseguono il piacere. E si pu\u00f2 forse dire che perseguono non quel piacere che credono e dicono di perseguire, ma il medesimo piacere: ogni essere infatti ha in s\u00e9 per natura un elemento divino.\u00bb<\/p>\n<p>Aristotele, dunque, \u00e8 dell&#8217;opinione che definire felice la persona buona che soffre dolori e tribolazioni, sia una cosa priva di senso: perch\u00e9, a suo giudizio, disporre della salute del corpo e di beni esteriori, in misura tale da non incontrare ostacoli al proprio progetto di vita, siano requisiti indispensabili alla felicit\u00e0.<\/p>\n<p>L&#8217;esempio dell&#8217;individuo sottoposto alla tortura della ruota \u00e8, chiaramente, un paradosso e una provocazione, e non ci vuole molto a leggerlo, in filigrana, come una frecciata contro la concezione platonica della felicit\u00e0, a suo parere troppo viziata di idealismo.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte, i paradossi e i casi limite, pur esasperando un determinato ragionamento, indubbiamente presentano il vantaggio di ridurlo al suo nucleo essenziale (almeno finch\u00e9 non giungono a travisarlo); pertanto sar\u00e0 giusto accogliere la sfida e porsi onestamente la domanda di Aristotele: si pu\u00f2 essere felici anche sotto tortura, purch\u00e9 si possieda un animo buono e una coscienza libera da rimorsi per le cattive azioni?<\/p>\n<p>Prima di rispondere a questo caso particolare, vediamo di ricondurlo a un quadro di riferimento complessivo. La domanda, posta in termini generali, \u00e8 se le circostanze esterne possano, oppure no, influire sullo stato di felicit\u00e0 di un essere umano; ben inteso, di un essere umano che viva secondo virt\u00f9 e che non abbia alcuna azione malvagia da rimproverarsi, ma che, al contrario, si sforzi di praticare la virt\u00f9 in ogni circostanza.<\/p>\n<p>Ebbene, ci sembra difficile negare che, se si ammettesse che la nostra felicit\u00e0 personale \u00e8 legata ai capricci della fortuna, essa sarebbe una ben misera cosa; ma, in tal caso, non potremmo neanche chiamarla felicit\u00e0, se per felicit\u00e0 si intende &#8211; come comunemente lo s&#8217;intende &#8211; uno stato dell&#8217;anima distaccato dalle ansie e dalle preoccupazioni, dai timori e dalle brame, e in piena armonia con se stessa e con gli altri esseri viventi (tutti, e non solo i propri simili).<\/p>\n<p>Quando l&#8217;anima raggiunge una tale condizione, infatti, essa si proietta sui sentieri della luce, dove non hanno pi\u00f9 potere le visioni ingannevoli di male e di bene, che rendono cos\u00ec tormentata la vita nello stato di coscienza ordinario. La felicit\u00e0, infatti, corrisponde al raggiungimento di uno stato straordinario della coscienza: di uno stato di beatitudine che proviene dal senso di apertura cosmica e di fusione con l&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Si dir\u00e0 che la felicit\u00e0, descritta in questi termini, pu\u00f2 essere solamente quella del mistico, non dell&#8217;uomo comune; e che perfino il mistico non potrebbe vivere permanentemente in essa, ma potr\u00e0 goderne, al massimo, qualche raro squarcio e qualche preziosa, ma fugace, illuminazione. Noi non lo crediamo: l&#8217;illuminazione e l&#8217;estasi mistica sono una cosa; la felicit\u00e0, teoricamente a portata di mano di qualsiasi essere umano, \u00e8 un&#8217;altra cosa. La felicit\u00e0 \u00e8 uno stato durevole dell&#8217;anima che, una volta raggiunto, pu\u00f2 essere temporaneamente eclissato, ma difficilmente potrebbe essere distrutto da circostanze esterne, proprio per la sua natura di conquista spirituale.<\/p>\n<p>Una conquista spirituale \u00e8 per sempre. Esattamente come l&#8217;amore: l&#8217;amore \u00e8 per sempre. \u00c8 un equivoco e un errore di prospettiva, pensare che l&#8217;amore possa finire: pu\u00f2 nascondersi, talvolta, magari per ani; ma continuer\u00e0 sempre a bruciare sotto le ceneri, come un fuoco inestinguibile. E la stessa cosa \u00e8 per la felicit\u00e0: chi riesca a raggiungerla, attraverso un lungo e duro tirocinio, fatto anche di molte amarezze e di molte sconfitte, poi non la perder\u00e0 pi\u00f9: non a causa di circostanze esterne, comunque. \u00c8 come imparare ad arrampicare in montagna: quando si \u00e8 imparato, non si disimpara pi\u00f9, anche se si smette di andare in montagna.<\/p>\n<p>Come potrebbero le circostanze occasionali, dall&#8217;esterno, incrinare e spezzare un equilibrio spirituale, che \u00e8 stato raggiunto esclusivamente per via di crescita interna? I due ordini di fenomeni giacciono su piani di realt\u00e0 ben distinti: il piano fisico, che \u00e8 inferiore, non pu\u00f2 alterare quello spirituale, che gli \u00e8 superiore.<\/p>\n<p>Ma le circostanze esterne, si obietter\u00e0, non sono solamente di natura fisica (fame, malattie, ecc.); ed \u00e8 vero. Tuttavia, ci\u00f2 che viene dall&#8217;esterno fa parte di una dimensione che non appartiene, in se stessa, alla sfera del nostro controllo: noi posiamo padroneggiare solo ci\u00f2 che \u00e8 dentro la nostra anima.<\/p>\n<p>Ebbene, quando una circostanza esterna bussa alla porta del nostro essere, per entrare, bisogna che i nostri sensi e la nostra anima le diano l&#8217;assenso. I nostri sensi, in circostanze particolari, possono essere obbligati a ci\u00f2: se siamo sottoposti a tortura, non possiamo non ricevere le percosse o altri atti di violenza fisica, e subirne le conseguenze. Ma l&#8217;assenso della nostra anima, \u00e8 tutta un&#8217;altra faccenda. La nostra anima sa di essere altro dal corpo che soffre; sa che la sua natura \u00e8 spirituale; sa, quindi, che non deve commettere l&#8217;errore di identificarsi con la sofferenza fisica.<\/p>\n<p>Invero, e parlando in termini generali, noi tutti siamo un po&#8217; male abituati, a questo riguardo; noi tutti abbiamo contratto delle cattive abitudini, a cominciare dal linguaggio che adopriamo nelle piccole cose di ogni giorno. In presenza di un male di testa, ad esempio, siamo soliti dire: \u00abQuest&#8217;oggi ho un terribile mal di testa\u00bb. Errore: dovremmo invece dire (e pensare, e sentire): \u00abQuest&#8217;oggi un male di testa sta disturbando le mie normali funzioni\u00bb: dovremmo, cio\u00e8, innanzitutto stabilire una distanza fra esso e noi.<\/p>\n<p>Noi non siamo il nostro dolore, la nostra sofferenza, la nostra infelicit\u00e0; noi non siamo la nostra angoscia e la nostra disperazione. Noi siamo un&#8217;altra cosa; la nostra anima \u00e8 un&#8217;altra cosa. E tutto l&#8217;equivoco ha origine da quella funesta illusione che si chiama \u00abio\u00bb e nella quale finiamo per identificarci, totalmente e incondizionatamente, senza residui (cfr. il nostro recente articolo \u00abDobbiamo liberarci dall&#8217;inganno dell&#8217;io, centro illusorio della nostra persona\u00bb, inserto alcuni giorni fa sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>Noi non siamo l&#8217;io, n\u00e9 potremmo esserlo, perch\u00e9 non abbiamo un io; abbiamo un&#8217;anima, che \u00e8 una cosa completamente diversa. L&#8217;io \u00e8 l&#8217;illusoria identificazione dell&#8217;anima con la coscienza e di questa con il corpo: ma sarebbe come se il contenuto volesse identificarsi con il contenitore; come se il tutto volesse identificarsi con la parte. Con l&#8217;aggravante che il tutto, in questo caso, \u00e8 eterno, e la parte \u00e8 transitoria. Perch\u00e9 mai la farfalla immortale dovrebbe volersi identificare con il bruco che \u00e8 stata ieri, ma che non sar\u00e0 mai pi\u00f9?<\/p>\n<p>Dunque: l&#8217;anima dovrebbe sempre ricordarsi della propria natura: spirituale e immortale. Anche in mezzo ai dolori, anche in mezzo alle angosce: non dovrebbe mai e poi mai identificarsi con essi. La felicit\u00e0 cui l&#8217;anima tende, \u00e8 altra cosa dal piacere del corpo; e, senza voler negare che il piacere del corpo possa contribuire alla felicit\u00e0, certamente non ne \u00e8 condizione indispensabile; n\u00e9 lo \u00e8 l&#8217;assenza di dolori o la presenza di beni esteriori. Tanto \u00e8 vero che l&#8217;anima pu\u00f2 essere profondamente infelice, anche se il corpo sta godendo e i beni di fortuna abbondano; ma il piacere del corpo pu\u00f2 facilmente mutarsi in amarezza e dolore, mentre la felicit\u00e0 dell&#8217;anima non pu\u00f2 mutarsi nel suo contrario, ma solo &#8211; al massimo &#8211; vedersi oscurata temporaneamente, come il sole pu\u00f2 vedersi oscurato dalle nubi, ma finisce poi per riemergere irresistibilmente, pi\u00f9 splendente di prima.<\/p>\n<p>La concezione della felicit\u00e0 di Aristotele vorrebbe essere realista, contrapponendosi all&#8217;idealismo di Platone; vorrebbe essere equilibrata e razionale, contrapponendosi al supposto estremismo platonico. Ma essa \u00e8 semplicemente una concezione materialista, visto che fa dipendere la felicit\u00e0 dalle circostanze esteriori e non dalla propria interna dinamica.<\/p>\n<p>Tutto nasce dall&#8217;equivoco di pensare alla felicit\u00e0 in termini materiali, quantitativi, come una sorta di estensione del piacere dal corpo all&#8217;anima. Invece non \u00e8 cos\u00ec: il piacere del corpo pu\u00f2 accompagnarsi alla felicit\u00e0 dell&#8217;anima, ma non \u00e8 ad essa indispensabile. Si pu\u00f2 essere felici in mezzo ai dolori e perfino all&#8217;angoscia, se l&#8217;anima non smarrisce il proprio legame con la sorgente inesauribile da cui discende: lo splendore dell&#8217;Essere.<\/p>\n<p>S\u00ec: \u00e8 un discorso duro, questo, per molti orecchi, e altamente impopolare. La mentalit\u00e0 comune non riesce a separare l&#8217;idea di felicit\u00e0 da quella di benessere fisico. Ma lo scopo della filosofia \u00e8 precisamente quello di innalzare lo sguardo al di sopra del sentire comune, che possiede solo il peso inerte della maggioranza, per cogliere almeno qualche bagliore o riflesso dell&#8217;Essere; e trovarvi la pace.<\/p>\n<p>La pace dell&#8217;anima risiede nella contemplazione dell&#8217;Essere: quella \u00e8 la sua meta, la sua dimora.<\/p>\n<p>Quella \u00e8 tutta la sua felicit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La felicit\u00e0, per i buoni, pu\u00f2 prescindere da uno stato di benessere fisico o, quanto meno, da una assenza di dolore? \u00c8 possibile essere felici mentre<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[221],"class_list":["post-25136","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-platone"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25136","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25136"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25136\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25136"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25136"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25136"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}