{"id":25126,"date":"2018-11-19T09:14:00","date_gmt":"2018-11-19T09:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/19\/fedelta-a-chi-a-che-cosa\/"},"modified":"2018-11-19T09:14:00","modified_gmt":"2018-11-19T09:14:00","slug":"fedelta-a-chi-a-che-cosa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/11\/19\/fedelta-a-chi-a-che-cosa\/","title":{"rendered":"Fedelt\u00e0: a chi, a che cosa?"},"content":{"rendered":"<p>La fedelt\u00e0 \u00e8, senza dubbio, una delle pi\u00f9 belle qualit\u00e0 dell&#8217;animo umano, nonch\u00e9 una delle pi\u00f9 simpatiche. Ve ne sono altre che suscitano ammirazione, ma un po&#8217; spaventano per la loro severit\u00e0; questa no: questa piace a tutti, perch\u00e9 a tutti sorride l&#8217;idea che, nelle circostanze avverse, qualcuno ci rester\u00e0 fedele, ci rester\u00e0 amico, continuer\u00e0 a starci accanto, anche se tutti gli altri ci dovessero abbandonare. E una tale idea \u00e8 consolante, specie nelle condizioni caratteristiche della societ\u00e0 moderna, dove si ha l&#8217;impressione che la filosofia dominante sia quella dell&#8217;utile personale, e che, quindi, la fedelt\u00e0 sia una merce poco frequente, perch\u00e9 tutti pensano alla propria convenienza e ciascuno \u00e8 abituato a contare solo su se stesso e a non farsi troppe illusioni riguardo alla costanza degli altri nei suoi confronti, nonostante le molte promesse del tempo felice. D&#8217;altra parte, \u00e8 proprio la mentalit\u00e0 moderna che ha sferrato la sua offensiva contro il sentimento della fedelt\u00e0, e proprio l\u00e0 dove, un tempo, era considerato pi\u00f9 necessario, per non dire indispensabile: nell&#8217;ambito della famiglia. Da sempre e in tutte le culture la fedelt\u00e0 coniugale \u00e8 constata considerata come un requisito irrinunciabile per il buon andamento della vita di coppia e per la sopravvivenza stessa della famiglia: niente fedelt\u00e0, pericolo gravissimo per la stabilit\u00e0 e per la stessa esistenza del legame familiare. Di fatto, anche le societ\u00e0 antiche tolleravano il divorzio in un caso soltanto: l&#8217;infedelt\u00e0 coniugale. Qualcuna lo prevedeva anche nel caso della mancanza di figli, ma si trattava di casi pi\u00f9 rari e, di solito, di possibilit\u00e0 giuridiche e religiose che non venivano sfruttate da chi ne aveva la possibilit\u00e0: era ben raro, infatti, anche nel mondo greco e romano, che un uomo divorziasse dalla propria moglie solo perch\u00e9 questa non poteva dargli dei figli. Tuttavia, proprio la fedelt\u00e0 coniugale si pone, nella prospettiva della societ\u00e0 moderna, come un grosso ostacolo verso la realizzazione di uno dei &quot;diritti&quot; fondamentali da essa predicati: quello di fare tutto quel che piace all&#8217;individuo, purch\u00e9 non violi apertamente le leggi. A partire da quel momento, cio\u00e8 dal XIX secolo, gli sforzi dei progressisti e dei liberali si sono concentrati verso l&#8217;introduzione giuridica del divorzio e, contemporaneamente, verso una tacita accettazione dell&#8217;infedelt\u00e0 coniugale, proprio per evitare che il tradimento divenisse causa di separazione legale fra i coniugi. Tale \u00e8 stata la &quot;saggezza&quot; che il secolo libertino, il XVIII, aveva insegnato agli uomini e alle donne europei: a convivere con i tradimenti del rispettivo coniuge ed eventualmente a fare altrettanto, senza bisogno che ci\u00f2 conducesse alla rottura del vincolo coniugale, almeno dal punto di vista formale. Pragmatico e ipocrita, il secolo XIX, educato da tali maestri, ha appreso l&#8217;arte di tradire il marito o la moglie senza portare le cose all&#8217;estremo. Ma non bastava ancora: non era sufficiente poter infrangere la promessa di fedelt\u00e0 formulata all&#8217;atto delle nozze, bisognava anche eliminare ogni possibile residuo del senso di colpa: ci voleva per forza una svolta antropologica, un nuovo modo di pensare, affinch\u00e9, con o senza divorzio, le persone si abituassero a considerare &quot;normale&quot; il tradimento coniugale e non soltanto lo derubricassero dal codice penale, ma anche dalla lista dei peccati. Il che \u00e8 puntualmente avvenuto, con il silenzioso abbandono della pratica di sposarsi e con la sostituzione del matrimonio con la semplice convivenza: <em>semplice<\/em> per modo di dire, giacch\u00e9, essendo stata legalmente riconosciuta, essa si \u00e8 posta, e si pone, come l&#8217;equivalente del &quot;vecchio&quot; matrimonio e quindi, negli anni futuri, finir\u00e0 per soppiantarlo completamente. Ora, se non ci si sposa pi\u00f9, che problema c&#8217;\u00e8 a non essere fedeli? Nel caso delle coppie gay riconosciute con la legge Cirinn\u00e0, il legislatore ha fatto in modo di espungere proprio la clausola della fedelt\u00e0 dalle condizioni sulle quali si basa il patto della convivenza: pi\u00f9 chiaro di cos\u00ec&#8230;<\/p>\n<p>Dunque, la fedelt\u00e0 piace quando \u00e8 quella degli altri verso di noi; un po&#8217; meno quando \u00e8 quella che noi dovremmo osservare nei loro confronti. Ci piace che l&#8217;altro ci sia fedele, ma ci secca l&#8217;idea che noi restiamo vincolati a lui (o lei) da una promessa, e soprattutto che ci si aspetti da noi l&#8217;osservanza di tale promessa. Promettere, infatti, non costa nulla; mantenere la promessa, invece, \u00e8 una faccenda che a volte risulta scomoda, e la cultura moderna ha una vera allergia nei confronti di tutto ci\u00f2 che \u00e8 scomodo e di tutto ci\u00f2 che reca disturbo, disagio, fatica, sacrificio, o semplicemente che costringe ad attendere e a rimandare quel che si vorrebbe avere subito. La fedelt\u00e0, quindi, \u00e8 uno dei valori messi in crisi al tumultuoso avanzare della modernit\u00e0, perch\u00e9 essa implica a sua volta un altro valore oggi assai negletto, quello dell&#8217;onore, che appare come un tipico valore d&#8217;altri tempi, sorpassato e inattuale. Per essere fedeli a qualcuno o a qualcosa, bisogna amare quel qualcuno e quel qualcosa, e inoltre bisognava possedere il senso dell&#8217;onore, altrimenti la fedelt\u00e0 si riduce a una promessa insincera, una formalit\u00e0 priva di qualsiasi efficacia. Per noi, che apparteniamo alla generazione che s&#8217;impegnava, mediante promesse, a essere fedele a qualcuno e a qualcosa, non \u00e8 facile osservare con indifferenza il tramonto di questi punti di riferimento; e riteniamo che esso sia un male in senso oggettivo, ci\u00f2 che non porter\u00e0 il bene, ma il male del corpo sociale, per le generazioni future. Quelli della nostra generazione, per esempio, giuravano fedelt\u00e0 alla bandiera e alla patria: nel nostro caso, membri delle truppe alpine, il senso di fedelt\u00e0 e di onore era particolarmente spiccato e sentito, o almeno cos\u00ec sembrava. \u00c8 strano pensare che quel giuramento non venga pi\u00f9 chiesto ai cittadini, se non ai pochi che scelgono, come professione, la carriera militare. La fedelt\u00e0 veniva anche chiesta all&#8217;atto del matrimonio, nei confronti della sposa o dello sposo, e implicava costanza, devozione, lealt\u00e0, nella buona e nella cattiva sorte, e specialmente nel delicato compito dell&#8217;educazione dei figli.<\/p>\n<p>Ci sia permesso di procedere con un esempio storico. Nel 1859 il Ducato di Modena e Reggio cessava di esistere: scosso dai moti liberali e invaso dalle truppe piemontesi, veniva annesso al Regno di Sardegna. Il suo ultimo sovrano, Francesco V di Asburgo-Este, e sua moglie Adelgonda di Baviera, dovettero andarsene in esilio, l&#8217;11 giugno, e si ritirarono dapprima a Mantova, indi nel loro castello del Catajo, sui Colli Euganei, nel Veneto che (per pochi ani ancora) era rimasto austriaco. In quella circostanza l&#8217;intero esercito del piccolo ducato, ribattezzato Brigata Estense, formato da 3.600 uomini, scelse di seguire il suo sovrano nell&#8217;esilio e part\u00ec, con le armi, i cavalli e le bandiere, per poi ingrossarsi fimo a 5.000 uomini, nella speranza di poter tornare o di rendersi utile con qualche nobile impresa, come la difesa del potere temporale del papa, progetto vanificato dalla Spedizione dei Mille e dal blocco marittimo piemontese al porto d Ancona, che imped\u00ec il suo trasferimento via mare negli Stati della Chiesa. Alla fine, nel 1863, giunse dall&#8217;Austria l&#8217;ordine di sciogliere la brigata. Il duca radun\u00f2 per l&#8217;ultima volta le sue truppe a Cartigliano, presso Bassano del Grappa, il 24 settembre di quell&#8217;anno, tenne loro un discorso d&#8217;addio e li sciolse dal giuramento; indi consegn\u00f2 a ciascuno di essi la cosiddetta <em>medaglia dell&#8217;emigrazione<\/em>, una medaglia in bronzo che recava la sua effigie sul <em>recto<\/em> e, sul <em>verso<\/em>, la scritta: FIDELITATI ET CONSTANTIAE IN ADVERSIS MDCCCLXIII. Quel pomeriggio il comandante del piccolo esercito, Agostino Saccozzi, insieme a un gruppo di ufficiali e soldati, si rec\u00f2 nella dimora dell&#8217;ex sovrano e gli riconsegn\u00f2 le bandiere, con l&#8217;ottimistico augurio di poterle, un giorno, nuovamente spiegare. Infine, una parte della brigata fu congedata, una parte venne integrata nei ranghi dell&#8217;esercito austriaco. Ora ci permettiamo di domandare: cosa c&#8217;era di sbagliato, in quell&#8217;esempio di fedelt\u00e0 di un minuscolo esercito che preferisce l&#8217;esilio al disonore di tradire il giuramento e di passare al &quot;nemico&quot;? Perch\u00e9 il nemico, in quel caso, era l&#8217;Italia. Era forse un traditore, un anti-patriota, Agostino Saccozzi (che mor\u00ec due anni dopo, probabilmente di crepacuore); e furono dei traditori e dei cattivi italiani, i suoi ufficiali e i suoi soldati? Questa \u00e8 la storia con la quale dobbiamo fare i conti, meglio tardi che mai: la storia che non ci hanno mai raccontato; la storia di quegli italiani che preferirono l&#8217;Austria (o i Borboni, o il Papa, ecc.) e che al giuramento di fedelt\u00e0 sacrificarono tutto, la terra natale, la carriera, la sicurezza, il futuro. I libri di storia, e specialmente i testi scolastici, non li ricordano neppure; o, se per caso lo fanno, \u00e8 solo per stigmatizzare il loro anti-patriottismo. Atteggiamento antistorico e ideologicamente fazioso: a quel tempo si confrontavano due ideali di fedelt\u00e0, quello nazionale e quello dinastico: recentissimo il primo, antichissimo il secondo. La democrazia non si era affermata, non era ancora il vangelo obbligatorio della cultura moderna: i sudditi delle monarchie giuravamo fedelt\u00e0 al sovrano, non alla &quot;sovranit\u00e0 popolare&quot;, sovente calcolata a spanne. Anche i nostri padri, la generazioni di quanti nacquero intorno al 1920, entrando nell&#8217;esercito avevano giurato fedelt\u00e0 al sovrano, cio\u00e8 a Vittorio Emanuele III di Savoia. Il quale ricambi\u00f2 quel giuramento di fedelt\u00e0 nel modo che sappiamo, l&#8217;8 e il 9 settembre 1943: piantandoli in asso, senza ordini, senza istruzioni, e mettendosi in salvo, mentre li abbandonava alla cattura e alla prigionia. Qui si vede la differenza fra casa Savoia e casa Asburgo. Francesco V non abbandon\u00f2 i suoi soldati; Vittorio Emanuele III lo fece. Nostro padre, molti anni dopo la fine della guerra, torn\u00f2 in Iugoslavia a recuperare la sua sciabola di ufficiale, che la sua vecchia padrona di casa gli aveva amorevolmente custodito, con non lieve rischio personale, per tutto quel tempo. Ora essa \u00e8 l\u00e0, in un angolo della casa paterna, malinconico ricordo di una promessa di fedelt\u00e0 che fu mantenuta da una parte sola: dalla parte di quelli che giurarono, ma non da parte di colui al quale il giuramento venne fatto. Di quelle vicende nostro padre parlava poco, e forse poco volentieri; tenne sempre nel suo cuore i sentimenti che suscit\u00f2 in lui, ex militare di carriera, quel giuramento non rispettato da parte del sovrano.<\/p>\n<p>Poniamo perci\u00f2 la domanda: la fedelt\u00e0 \u00e8 sempre un valore? Coloro i quali lo negano, forse per scusare la sostanziale infedelt\u00e0 della cultura moderna verso qualunque impegno, giuramento o promessa, sogliono tirar fuori l&#8217;esempio &quot;scandaloso&quot; delle SS che difesero Berlino sino all&#8217;ultimo respiro, nell&#8217;aprile del 1945, e si sacrificarono per proteggere la Cancelleria e il loro amato <em>F\u00fchrer<\/em>. Ora, a parte il fatto che per sentire l&#8217;esigenza morale di combattere sino all&#8217;ultimo per difendere la propria capitale, non occorreva essere dei nazisti e tanto meno delle SS, ma semplicemente dei cittadini amanti della patria e dei militari fedeli al giuramento di obbedienza, consci di quel che significavano la sconfitta e l&#8217;occupazione nemica, non abbiamo esitazioni nel rispondere che la fedelt\u00e0 \u00e8 sempre un valore, specie se pagata di persona a caro prezzo, anche se talvolta pu\u00f2 essere malriposta, cio\u00e8 diretto verso un oggetto &quot;sbagliato&quot;. Ma questo succede anche con altri sentimenti positivi, a cominciare dall&#8217;amore. Si pu\u00f2 amare la persona sbagliata: e tuttavia, chi negher\u00e0 la grandezza morale di colui, o colei, che si sacrifica per la persona amata? Allo stesso modo, si pu\u00f2 deplorare che degli uomini, dei soldati, abbiano riservato la loro fedelt\u00e0 ad un capo come Hitler; ma non si pu\u00f2 negare ammirazione a chi, fedele al giuramento, ha preferito il sacrificio alla diserzione o addirittura al tradimento. Non occorre essere nazisti per pensarla cos\u00ec: basata essere persone con il senso dell&#8217;onore. I tedeschi ebbero questi sentimenti anche dopo la resa del 1945 e sotto il tallone di una quadruplice, durissima occupazione straniera. Per questo motivo non insultarono mai la memoria dei capi nazisti, se pure riconobbero che alcuni di essi si erano macchiati di crimini; al contrario, non mostrarono alcuna simpatia per la loro ex connazionale Marlene Dietrich, la quale, vestita dell&#8217;uniforme di un esercito nemico, torn\u00f2 in Germania sulla scia degli invasori e si prodig\u00f2 per allietarli &#8212; gli invasori, non i suoi ex compatrioti &#8211; coi suoi spettacoli, atteggiandosi quasi a &quot;buona tedesca&quot; in nome del suo antinazismo. I buoni cittadini si vedono al momento della sventura della patria, cos\u00ec come i veri innamorati si vedono al momento in cui la persona amata subisce una menomazione, o perde il suo patrimonio, o incorre in qualche altra grave disgrazia. Un popolo fiero non pu\u00f2 che disprezzare i suoi figli che se la fanno col nemico nel momento della catastrofe nazionale; cos\u00ec come un uomo o una donna fieri non possono che disprezzare un amante che sparisce nel momento della sventura e corre a consolarsi fra le braccia di qualcun altro. E la fierezza, come la fedelt\u00e0, \u00e8 una virt\u00f9, non un difetto: ce ne fosse un po&#8217; di pi\u00f9, nel mondo moderno. Ma per essere fieri, bisogna avere una retta coscienza e un forte senso dell&#8217;onore: rispetto di se stessi e rispetto degli altri. La persona fiera \u00e8 severa con se stessa, prima ancora di esserlo con il prossimo. Re Vittorio Emanuele III non aveva fierezza, n\u00e9 dignit\u00e0: altrimenti non sarebbe scappato a quel modo, all&#8217;alba del 9 settembre 1943, lasciando nelle peste un intero esercito che aveva giurato fedelt\u00e0 verso di lui. Il duca di Modena Francesco V, invece, nel suo minuscolo stato, ebbe sia fierezza che dignit\u00e0: non si abbass\u00f2, non si umili\u00f2, non ricorse a sotterfugi; e quando il trono fu perduto, sciolse per prima cosa i suoi soldati dal giuramento di fedelt\u00e0. A queste condizioni, anche la sconfitta pu\u00f2 diventare accettabile. Alcuni soldati giapponesi, ignari della resa della loro patria nell&#8217;agosto del 1945, rimasero nella giungla di certe isole del Pacifico e rifiutarono di arrendersi; per convincerli, i loro vecchi ufficiali dovettero andare a cercarli e persuaderli uno ad uno. L&#8217;ultimo di essi, Teruo Nakamuro, non si arrese che nel 1974: trent&#8217;anni dopo che la guerra era finita. Ecco: questa \u00e8 fedelt\u00e0, ed \u00e8 cosa sommamente onorevole. 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