{"id":25117,"date":"2008-02-19T02:12:00","date_gmt":"2008-02-19T02:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/19\/la-fede-in-gesu-esclude-che-si-possa-parlare-della-fede-di-gesu\/"},"modified":"2008-02-19T02:12:00","modified_gmt":"2008-02-19T02:12:00","slug":"la-fede-in-gesu-esclude-che-si-possa-parlare-della-fede-di-gesu","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/19\/la-fede-in-gesu-esclude-che-si-possa-parlare-della-fede-di-gesu\/","title":{"rendered":"La fede in Ges\u00f9 esclude che si possa parlare della fede di Ges\u00f9?"},"content":{"rendered":"<p>Ges\u00f9 aveva fede?<\/p>\n<p>Detta cos\u00ec, pu\u00f2 sembrare una domanda gratuitamente provocatoria. Certo che Ges\u00f9 aveva fede nel Padre divino: altrimenti come avrebbe potuto insegnare ai suoi discepoli che se avessero avuto tanta fede quanto un granello di senape, avrebbero potuto dire a quel monte: <em>\u00abSpostati di qui a l\u00ec\u00bb<\/em> (<em>Matteo,<\/em> 17, 20), e quello si sarebbe spostato?<\/p>\n<p>Ma quel tipo di insegnamento non riguarda la fede <em>di<\/em> Ges\u00f9: dimostra soltanto che, per Ges\u00f9, nulla era impossibile per chi ha una grande fede in Dio.<\/p>\n<p>Ma lui, Ges\u00f9, aveva fede?<\/p>\n<p>Secondo san Tommaso d&#8217;Aquino e il pensiero scolastico, la risposta \u00e8 no.<\/p>\n<p>Il motivo di questa posizione non \u00e8 difficile da comprendere: la fede \u00e8 una possibilit\u00e0 dell&#8217;animo umano nei confronti del trascendente; una disponibilit\u00e0 a credere in quella realt\u00e0 invisibile che non si pu\u00f2 esperire con i sensi ordinari, ma che viene postulata come certa dall&#8217;insegnamento delle religioni e che a cui l&#8217;anima, con l&#8217;aiuto soprannaturale della grazia, pu\u00f2 avvicinarsi fino al punto di farne l&#8217;esperienza interiore.<\/p>\n<p>Ma Ges\u00f9, dal punto di vista della teologia cristiana, non era un semplice uomo: egli era il Dio-uomo, il quale, pur condividendo con gli umani la dimensione materiale dell&#8217;esistenza, proveniva dal Padre ed esisteva, in lui, <em>ab aeterno<\/em>.<\/p>\n<p>N\u00e9 la creazione sarebbe stata possibile senza di lui, n\u00e9 lo sarebbe stata la Redenzione dell&#8217;umanit\u00e0. Come dice il Vangelo di Giovanni (1, &quot;; 1, 10): <em>\u00abEgli era al principio con Dio. Per mezzo di lui Dio ha creato ogni cosa. Senza di lui non ha creato nulla.(&#8230;) Egli era nel mondo, il mondo \u00e8 stato fatto per mezzo di lui, ma il mondo non l&#8217;ha riconosciuto\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Pertanto, secondo San Tommaso, Ges\u00f9 non poteva avere la fede, perch\u00e9 egli era compartecipe della natura divina: un po&#8217; come il Sole, che illumina i pianeti ma che non riceve da altri la propria luce, perch\u00e9 \u00e8 luce in se stesso.<\/p>\n<p>\u00c8 facile vedere, a questo punto, come la domanda che ci eravamo posta all&#8217;inizio investa problemi terribilmente difficili e, inevitabilmente, l&#8217;idea che ci siamo fatta di Ges\u00f9. Se egli era soltanto un uomo, \u00e8 pi\u00f9 che legittimo parlare della fede di Ges\u00f9 e interrogarsi sulla sua natura. Lasciamo da parte, in questa sede &#8211; per non allargare a dismisura la nostra riflessione &#8211; se Ges\u00f9, in una tale prospettiva storicistica e naturalistica, avesse fede unicamente nel Padre, o anche in se stesso, ossia nella propria natura e missione divina; perch\u00e9 ci allontanerebbe troppo dal nostro assunto e investirebbe l&#8217;idea che, secondo noi, Ges\u00f9 aveva di se stesso, sollevando problemi teologici di enorme portata.<\/p>\n<p>Restiamo perci\u00f2 su un terreno pi\u00f9 circoscritto e vediamo la seconda alternativa, ala quale vogliamo dedicare la nostra attenzione: che Ges\u00f9, cio\u00e8, non fosse solamente un uomo; e che tuttavia partecipasse della natura umana non in senso puramente esteriore e quasi apparente (come lo era per l&#8217;eresia ariana), ma con tutta la sua persona, ossia fisicamente e spiritualmente; lasciando impregiudicata la realt\u00e0 di una sfera superiore, divina, alla quale egli partecipava.<\/p>\n<p>La nostra, infatti, vuole essere una riflessione puramente teologica.<\/p>\n<p>Se Ges\u00f9 era un uomo come gli altri, infatti, la domanda sulla natura della sua fede non pu\u00f2 riguardare che la storia o, tutt&#8217;al pi\u00f9, la psicologia: ammesso che si possa ricostruire la psicologia di un personaggio vissuto due millenni fa e del quale conosciamo, in realt\u00e0, cos\u00ec poco, al punto che di lui \u00e8 possibile dire tutto e il contrario di tutto: che si riteneva il Messia oppure no, che intendeva fondare una nuova religione oppure no.<\/p>\n<p>Inoltre, quasi tutto quello che sappiamo di lui, lo sappiamo dal racconto dei suoi seguaci o dal racconto dei seguaci dei suoi seguaci: cio\u00e8 da persone che interpretavano ogni suo gesto e ogni suo detto alla luce di avvenimenti posteriori alla sua morte (resurrezione, apparizione agli apostoli, ultimi insegnamenti, ascensione, discesa dello Spirito santo). E quindi, sulla base di tali notizie, appare estremamente arduo, se non impossibile, tentare di stabilire esattamente a chi o a che cosa si rivolgesse la fede di Ges\u00f9.<\/p>\n<p>Il punto di vista teologico, in questo senso, presenta un certo vantaggio rispetto a quello storico. Se ammettiamo, anche come semplice ipotesi di lavoro &#8211; &quot;semplice&quot;, per modo di dire! -, che Ges\u00f9 non fosse un uomo come gli altri, ma qualche cosa di profondamente diverso, pur vivendo pienamente la condizione umana con tutte le sue limitazioni e la sua problematicit\u00e0 (ad esempio, siamo informati che, alla notizia della morte del suo amico Lazzaro, Ges\u00f9 \u00ab<em>fu scosso dalla tristezza e dall&#8217;emozione\u00bb<\/em> e che, alla fine, <em>\u00abpianse\u00bb<\/em>: <em>Giovanni,<\/em> 11, 33-35), allora le cose cambiano. Dal punto di vista teologico, la questione della fede di Ges\u00f9 appare perfettamente pertinente e, forse, non impossibile da risolvere. Ad una condizione, per\u00f2: che rinunciamo alla posizione aprioristica di San Tommaso e riconosciamo che Ges\u00f9, profondamente immerso (pur trascendendola) nella condizione umana, conosce la <em>possibilit\u00e0<\/em> del dubbio e, pertanto, si trovasse anch&#8217;egli nella condizione di dover lottare per conservare la propria fede.<\/p>\n<p>Non alludiamo, qui, alle famose parole da lui pronunciate sulla croce: <em>\u00abEl\u00ec, El\u00ec, lem\u00e0 sabact\u00e0ni\u00bb<\/em> (\u00abDio mio, Dio mio, perch\u00e9 mi hai abbandonato?\u00bb: <em>Matteo<\/em>, 27, 46); perch\u00e9, con buona pace di quanti la pensano come il sensazionalistico <em>Cristo non voleva morire<\/em> dell&#8217;ebreo americano Hugh J. Sconfield (traduzione italiana Roma, Edizioni Tindalo, 1965), oggi gli studiosi seri ammettono pressoch\u00e9 unanimemente che quello non fu un grido di disperazione, ma una estrema, coraggiosa citazione delle Sacre Scritture. Ges\u00f9 aveva citato, nella sua lingua materna &#8211; l&#8217;aramaico &#8211; il <em>Salmo<\/em> 21, che inizia con quelle parole, ma poi prosegue in un inno di lode al Signore e una dichiarazione di amore e fiducia incondizionati in lui. Solo leggendo l&#8217;intero Salmo se ne pu\u00f2 comprendere il senso complessivo: che non \u00e8 affatto di disperazione, ma di gioia e di esultanza. Pertanto si pu\u00f2 affermare che Ges\u00f9, quasi certamente, non mor\u00ec con l&#8217;angoscia e la paura di chi avrebbe voluto essere salvato <em>in extremis<\/em> da Dio, ma con la ferma convinzione di affrontare un sacrificio necessario all&#8217;attuazione del piano divino.<\/p>\n<p>Gli esegeti di ispirazione cristiana si spingono oltre e sostengono che il salmo, in cui si descrivono le sofferenze del giusto che soffre per i peccati di tutti, \u00e8 un salmo messianico che prefigura chiaramente la passione e la morte di Cristo.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 certamente vero che il <em>Salmo<\/em> 21 riecheggia la grande profezia di <em>Isaia<\/em>, 52, 13, e pi\u00f9 ancora quella di <em>Isaia<\/em>, 52, 11-12:<\/p>\n<p><em>&quot;Dopo il suo intimo tormento vedr\u00e0 la luce<\/em><\/p>\n<p><em>e si sazier\u00e0 della sua conoscenza,<\/em><\/p>\n<p><em>il giusto mio servo giustificher\u00e0 molti,<\/em><\/p>\n<p><em>egli si addosser\u00e0 la loro iniquit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Perci\u00f2 io gli dar\u00f2 in premio le moltitudini,<\/em><\/p>\n<p><em>dei potenti egli far\u00e0 bottino,<\/em><\/p>\n<p><em>perch\u00e9 ha consegnato se stesso alla morte<\/em><\/p>\n<p><em>ed \u00e8 stato annoverato fra gli empi,<\/em><\/p>\n<p><em>mentre egli portava il peccato di molti<\/em><\/p>\n<p><em>e intercedeva per i peccatori.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Anche Giuseppe Ricciotti, nella sua famosa <em>Vita di Ges\u00f9 Cristo<\/em> (Milano, Arnoldo Mondadori Editore<em>,<\/em> 1952; 1989, pp. 691-692), si mostra di questa opinione, quando afferma:<\/p>\n<p><em>&quot;Pi\u00f9 che un&#8217;esclamazione in proprio, queste parole erano una citazione (&#8230;). Essendo una citazione, il loro senso pieno \u00e8 dato dall&#8217;intera composizione di cui sono l&#8217;inizio. Quel salmo infatti si riferisce al futuro Messia, di cui preannunzia i supremi dolori, e Ges\u00f9 recitandone l&#8217;inizio sulla sua croce intendeva applicarlo a se stesso. (&#8230;) Ges\u00f9 dunque, affermando nuovamente con la sua esclamazione di essere il Messia, ne offriva una nuova prova nel confronto fra la profezia citata e l&#8217;avveramento di essa ch&#8217;egli mostrava in se stesso.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Tuttavia, questo modo di ragionare non ci convince del tutto.<\/p>\n<p>Infatti, se fosse vero che per &quot;inverare&quot; una profezia basta richiamarsi ad essa quando ci si trovi in una situazione che la richiama, si potrebbe obiettare che chiunque pu\u00f2 essere tentato di predisporre il proprio futuro in modo da farlo coincidere con una determinata profezia: senza che ci\u00f2 avvalori la profezia stessa, n\u00e9 che legittimi colui che vi si sia identificato.<\/p>\n<p>Di fatto, tutto quel che si pu\u00f2 dire con certezza \u00e8 che Ges\u00f9 intendeva identificarsi con la figura del misterioso Servo di Dio sofferente, di cui parla Isaia e che ritorna nei versi del <em>Salmo<\/em> 21; di pi\u00f9 non \u00e8 possibile affermare, se non con un atto di fede.<\/p>\n<p>Quando ipotizziamo che Ges\u00f9 visse anch&#8217;egli, come tutti gli esseri umani, la propria fede in modo problematico, non ci riferiamo a quell&#8217;episodio, ma al fatto che egli era soggetto alle passioni umane (come dimostra, fra i tanti, l&#8217;episodio di Lazzaro), anche se possedeva una straordinaria forza interiore che gli permetteva di dominarle; e che, pertanto, anche per lui la vita era una ricerca, una tensione, uno sforzo &#8211; anche se vittorioso &#8211; verso la fede.<\/p>\n<p>La cosa \u00e8 particolarmente evidente nell&#8217;episodio del Gethsemani, quando Ges\u00f9, dopo l&#8217;ultima cena con i suoi apostoli, si ritira in preghiera e supplica Dio di allontanare da lui il calice dell&#8217;estrema sofferenza, che sente minacciosamente avvicinarsi. In base alle descrizioni dei tre Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca), siamo in grado di affermare che Ges\u00f9, quella notte, fu quasi travolto da un&#8217;ondata di tristezza e angoscia. Non paura; ma bens\u00ec tristezza e angoscia: che sono, evidentemente, passioni umane, umanissime.<\/p>\n<p>\u00c8 ancora il Ricciotti a sottolineare, e a ragione, quel momento-chiave della condizione umana della vita di Ges\u00f9 (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 633-634):<\/p>\n<p><em>&quot;Facendo uno sforzo immenso, con il volto illividito, le ginocchia vacillanti, le braccia tese in cerca di sostegno, egli<\/em> si stacc\u00f2 da essi [cio\u00e8 da Pietro, Giacomo e Giovanni] quanto un lancio di sasso, <em>e alfine stremato<\/em> cadde sul suo volto pregando. <em>Non era il modo di pregare solito ai Giudei, che stavano ritti; era l&#8217;accasciarsi a terra di chi non ha pi\u00f9 forza di reggersi in piedi e vuole pregare prostrato gi\u00f9 nella polvere. Intanto i tre testimoni, certamente turbati anch&#8217;essi, osservavano quello stramazzato gemente: nella serenit\u00e0 plenilunare, alla distanza forse di una quarantina di passi (<\/em>un lancio di sasso<em>), essi potevano vedere e udire distintamente tutto. Lo stramazzato gemeva:<\/em> Abba (Padre)! Tutto \u00e8 possibile a te! Allontana questo calice da me! Tuttavia (sia fato) non ci\u00f2 che io voglio, ma ci\u00f2 che (vuoi) tu! <em>Il<\/em> calice <em>era un&#8217;espressione metaforica, frequente negli scritti rabbinici, per designare la sorte assegnata a qualcuno; la sorte qui prevista da Ges\u00f9 \u00e8 la suprema prova attraverso la quale il Messia deve pervenire al trionfo, \u00e8 l&#8217;ora decisiva in cui il chicco di grano caduto in terra si disf\u00e0 e muore ma per sprigionare nuova vita.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quale differenza, pertanto, fra le disposizioni di spirito della domenica precedente e quelle di questa notte! Allora, nel Tempio, Ges\u00f9 aveva prontamente e risolutamente respinto ogni titubanza davanti alla prova suprema; in questa notte, a pochi momenti dall&#8217;inizio della prova, egli non solo \u00e8 titubante ma prega esplicitamente il Padre celeste affinch\u00e9 la prova sia risparmiata: tuttavia la preghiera \u00e8 condizionata al beneplacito supremo del Padre e la volont\u00e0 dell&#8217;uomo \u00e8 subordinata alla volont\u00e0 di Dio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non mai, in tutto il resto della sua vita, Ges\u00f9 appare cos\u00ec veracemente uomo&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ebbene, se Ges\u00f9 era soggetto alle passioni come lo \u00e8 ogni altro essere umano, anche la fede in Dio era per lui non una sorta di &quot;scienza infusa&quot; o di dono soprannaturale, ma una realt\u00e0 problematica e conquistata giorno per giorno, anzi, letteralmente strappata alle evidenze contrarie: come appunto, si verific\u00f2 nel senso di supremo abbandono la notte del Gethsemani.<\/p>\n<p>Il teologo Carlo Molari ha messo bene a fuoco i termini della questione, in un intervento sul quindicinale <em>Rocca<\/em> della Pro Civitate Christiana del 1 maggio 2006, intitolato <em>La fede di Ges\u00f9 e la nostra fede in Ges\u00f9<\/em>, del quale riportiamo alcuni passaggi significativi.<\/p>\n<p><em>&quot;San Paolo utilizza tre formule quando parla della fede in rapporto a Ges\u00f9: parla della nostra fde<\/em> in <em>Cristo, della fede<\/em> di <em>Cristo in Dio e della nostra fede in Dio<\/em> vissuta <em>in Cristo. La seconda formula (in greco<\/em> pistis Xristou, fede di Cristo<em>), riferita soprattutto all&#8217;esperienza di Ges\u00f9 in croce, \u00e8 presente 8 volte nelle sue lettere: Fil. 3, 9;Rom. 3, 22, 26; Gal. 2, 16 (2 volte); Gal. 2, 20; Gal 3, 22; Ef. 3, 12. La prima formula (la fede<\/em> in <em>Cristo) \u00e8 pi\u00f9 frequente e si riferisce alla fede del discepolo in Ges\u00f9 come Messia e Signore (cfr. ad es. Gal 2, 16; Rom 10, 14; Fil 1, 29; Col. 1, 15). La terza formula (la fede<\/em> vissuta in <em>Cristo) si riferisce alla fede in Dio esercitata dal discepolo per la testimonianza di Ges\u00f9 e in simbiosi con la sua fede (es. Gal 2, 19-20; 3, 26).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La maggioranza per\u00f2 degli esegeti, anche fra i pi\u00f9 autorevoli, e quasi tutte le traduzioni (anche quella italiana della Cei), non distingue le diverse formule e le interpreta tutte nel senso della fede esercitata dal discepolo in Ges\u00f9 come Messia e salvatore e come \u00abicona di Dio\u00bb (Col 1, 15). Si pensa quindi che le formule si riferiscano sempre e solo alla nostra fede in Ges\u00f9 (chiamata<\/em> oggettiva <em>perch\u00e9 Cristo glorificato ne \u00e8 l&#8217;oggetto) e mai alla sua fede in Dio(fede<\/em> soggettiva<em>). (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gi\u00e0 H. Urs von Balthasar in un articolo che avvi\u00f2 la riflessione tra i cattolici sulla fede di Ges\u00f9 (<\/em>Fides Christi<em>, in<\/em> Sponsa Verbi<em>, Morcelliana, Brescia, 1969, pp. 41-72) osservava che la fede \u00e8 realmente cristiana, non solo quando Cristo ne \u00e8 l&#8217;oggetto, bens\u00ec anche quando egli ne \u00e8 il principio, il soggetto trascendente che con la sua grazia fa partecipare l&#8217;uomo alla sua fede. \u00abLa cosa pi\u00f9 importante \u00e8 il riconoscimento che la fede cristiana non pu\u00f2 intendersi che<\/em> come un inserimento nell&#8217;atteggiamento pi\u00f9 intimo di Ges\u00f9<em>\u00bb (Id. ib., p. 58). Ges\u00f9, infatti, \u00abrende possibile la nostra fede, la fede cio\u00e8, che non deve abolire, ma perfezionare dal di dentro tutto l&#8217;atteggiamento veterotestamentario di fronte a Dio (cfr. Mt 5, 7). Il che pu\u00f2 avvenire soltanto se Ges\u00f9 non solo provoca in qualit\u00e0 di causa questo perfezionamento, ma lo vive per il primo come prototipo, e quindi riceve da Dio il potere salvifico di esprimere e di imprimere in noi questa sua esemplarit\u00e0 vissuta\u00bb (Id. ib., p. 48). \u00c8 facile capire, osserva P. D. Dognin, come non valorizzando la fede di Ges\u00f9 vengono trascurati due fatti fondamentali: l&#8217;unione profonda del discepolo con il crocifisso e la presenza in lui della vita di Cristo. Senza il riferimento alla fede di Ges\u00f9 sulla croce, inoltre, la fede del discepolo verrebbe a poggiarsi esclusivamente sulla risurrezione di Ges\u00f9 e non sulla fede esercitata da Ges\u00f9 nella croce. La spiritualit\u00e0 cristiana acquista un carattere diverso. La fede che salva sarebbe la nostra fede in Ges\u00f9 risorto e non la fede esercitata come abbandono fiducioso in Dio da Ges\u00f9 sulla croce. Per cui di fatto il credente \u00e8 giustificato \u00abdalla fede<\/em> di <em>Ges\u00f9 Cristo (che si espande) in tutti i credenti\u00bb (Rom, 3, 22). La fede che salva non \u00e8 la nostra fede in Cristo bens\u00ec la sua fede in Dio che ha avuto nella croce la sua espressione suprema. \u00c8 la fede di Ges\u00f9 in Dio che salva, quella fede che il discepolo di Ges\u00f9 esercita per la sua testimonianza, in virt\u00f9 del suo Spirito e quindi in comunione con Lui. Il discepolo di Ges\u00f9 vive la fede in Dio in simbiosi con la sua fede.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Perci\u00f2, avviandoci a concludere, si pu\u00f2 dire che la teologia, che ignorava addirittura il problema fin verso la met\u00e0 del XX secolo (quando non lo negava addirittura, come fece esplicitamente San Tommaso nella <em>Summa Theologiae<\/em> (3a parte, quest. 7, a. 3), recentemente ha riscoperto tutta l&#8217;importanza di recuperare la consapevolezza della fede <em>di<\/em> Ges\u00f9 in Dio e di vedere in essa il tramite privilegiato fra l&#8217;uomo e Dio.<\/p>\n<p>Solo in questo modo, ossia riscoprendo l&#8217;umanit\u00e0 di Ges\u00f9 anche nel campo della fede, si pu\u00f2 arrivare a comprendere tutta la portata del mistero dell&#8217;Incarnazione. Anche in ci\u00f2, difatti, Ges\u00f9 va visto dal credente innanzitutto come il Maestro, che indica agli uomini la strada da percorrere solo dopo averla tracciata, interamente e faticosamente, egli stesso per primo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ges\u00f9 aveva fede? Detta cos\u00ec, pu\u00f2 sembrare una domanda gratuitamente provocatoria. 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