{"id":25041,"date":"2016-04-09T01:19:00","date_gmt":"2016-04-09T01:19:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/09\/il-dovere-non-e-unimposizione-ma-la-scelta-dellanima-di-essere-se-stessa\/"},"modified":"2016-04-09T01:19:00","modified_gmt":"2016-04-09T01:19:00","slug":"il-dovere-non-e-unimposizione-ma-la-scelta-dellanima-di-essere-se-stessa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/04\/09\/il-dovere-non-e-unimposizione-ma-la-scelta-dellanima-di-essere-se-stessa\/","title":{"rendered":"Il dovere non \u00e8 un\u2019imposizione, ma la scelta dell\u2019anima di essere se stessa"},"content":{"rendered":"<p>Che cos&#8217;\u00e8 il dovere?<\/p>\n<p>Domanda inaspettata; domanda quasi incongrua, in una societ\u00e0, come la nostra, che non parla quasi pi\u00f9 di doveri, o meglio, che non ne vuole sentir parlare, e non ne parla perch\u00e9 ne ha fastidio, vorrebbe negarli, e li nega, in effetti, tutte le volte che le \u00e8 possibile, anche se non le \u00e8 ancora riuscito di negarli in assoluto, cio\u00e8 in via di principio. \u00c8 un processo storico che parte da lontano: che inizia, in qualche modo, con l&#8217;umanesimo e il rinascimento, caratterizzati da una forte componente edonistica, componente che cresce e diventa centrale, e che si definisce in senso accentuatamente materialistico, con il libertinismo e poi con l&#8217;illuminismo, portatori di una nuova tavola dei valori, bastata sul principio del piacere e sull&#8217;etica dei diritti: i diritti naturali dell&#8217;individuo, &quot;scoperti&quot; dal giusnaturalismo e poi assolutizzati dalle correnti giacobine, liberali e democratiche, fra XVIII e XIX secolo. Mazzini, per esempio, era criticato dai suoi avversari perch\u00e9 accusato di predicare una &quot;rivoluzione dei doveri&quot;, la cui base ideologica era percepita in stridente contrasto con le &quot;rivoluzioni dei diritti&quot;. Ci\u00f2 ha condotto a una progressiva consunzione del concetto e della pratica stessa del dovere; processo che si \u00e8 accentuato, e si \u00e8 fatto rapidissimo, quando sono entrate in crisi le ultime istituzioni che ancora facevano perno su di esso: la famiglia in primo luogo, poi lo stato e la Chiesa, sullo sfondo. Nella famiglia, i genitori hanno smesso di chiedere ai figli il rispetto dei doveri, per ridursi a distributori di diritti, di giocattoli, di soldi, di computer, di vestiti firmati, di automobili e di motociclette. Lo stato ha smesso di farsi chiamare Patria, di pretendere il rispetto di tutta una serie di doveri (a cominciare dal servizio militare di leva), e ci\u00f2 anche nei confronti dell&#8217;esterno: ad esempio, abolendo, di fatto o di diritto, il reato di immigrazione clandestina, e trasformando cos\u00ec il dovere di difendere i propri confini nel dovere di accogliere chiunque li oltrepassi illegalmente, e sia pure per ragioni &quot;umanitarie&quot;. La Chiesa, da parte sua, nel tentativo affannoso di salvare il salvabile della sua presa, sempre pi\u00f9 debole, sulla societ\u00e0 civile, ha smesso, o quasi, di parlare di doveri nei confronti di Dio e ha ridotto drasticamente anche quelli nei confronti del prossimo; \u00e8 divenuta indulgente e &quot;misericordiosa&quot;, nel seno che sembra aver liquidato il concetto stesso di peccato (e di giustizia), senza il quale \u00e8 ben arduo parlare ancora di doveri del cristiano. In un certo senso, \u00e8 come se avesse liquidato a prezzi di saldi la sua etica due volte millenaria, fondata concezione della vita come scelta del bene, per sostituirla con una relativista e permissiva, basata sulla valutazione soggettiva e pragmatica di ci\u00f2 che va fatto o meno, &quot;secondo coscienza&quot; e non pi\u00f9 in base a un criterio ineludibile e cogente di Verit\u00e0 oggettiva.<\/p>\n<p>D&#8217;altra parte esiste una concezione errata e puramente meccanica del dovere, ossia come una realt\u00e0 che agisce dal di fuori, con una certa carica di violenza nei confronti della personalit\u00e0, che la stessa etica cattolica ha, sovente, avvalorato: ed \u00e8 contro tale interpretazione sbagliata che S\u00f6ren Kierkegaard ha scritto una delle pagine pi\u00f9 fini, dal punto di vista sia psicologico, che filosofico, di quel piccolo gioiello che \u00e8 <em>Aut-Aut<\/em>, uno dei libri pi\u00f9 profondi, ma anche pi\u00f9 semplicemente scritti, pi\u00f9 eleganti, pi\u00f9 sovranamente acuti, logici e consequenziali, che il secolo XIX abbia prodotto nel campo speculativo.<\/p>\n<p>Scrive, dunque Kierkegaard in <em>Aut-Aut<\/em> (titolo originale: <em>Enten-Eller<\/em>, Copenaghen, 1843; traduzione dal danese di K. M. Guldbrandsen e Remo Cantoni, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1956, ed Edizioni CDE, 1990, pp. 132-134):<\/p>\n<p><em>Qui voglio richiamare la mia definizione dell&#8217;etica: essa \u00e8 ci\u00f2 per cui l&#8217;uomo diventa quello che diventa. Essa non vuole che l&#8217;individuo diventi un altro, ma se stesso; non vuole distruggere l&#8217;estetica, ma illuminarla. Perch\u00e9 l&#8217;uomo possa vivere eticamente \u00e8 necessario che divenga cosciente di s\u00e9 tanto radicalmente che nessuna casualit\u00e0 gli sfugga. L&#8217;etico non vuole cancellare questa concretezza dell&#8217;uomo, ma vede in essa il suo compito, vede ci\u00f2 da cui deve formare e ci\u00f2 che deve formare. Di solito si considera l&#8217;etica in modo assolutamente astratto e perci\u00f2 si ha un segreto timore di essa. L&#8217;etica viene considerata come qualche cosa di estraneo alla personalit\u00e0, e ci si duole di doversi affidare ad essa, perch\u00e9 non si pu\u00f2 mai sapere dove essa finir\u00e0 per condurci. Cos\u00ec molti temono la morte perch\u00e9 hanno idee oscure e vaghe che l&#8217;anima colla morte debba passare in un altro ordine di cose, dove imperano leggi e regole completamente diverse da quelle che abbiamo imparato a conoscere in questo mondo. La cagione di un tale terrore della morte \u00e8 il fatto che l&#8217;individuo non \u00e8 incline a diventare trasparente a se stesso; se ne avesse il coraggio, vedrebbe facilmente l&#8217;illogicit\u00e0 di questo terrore. Cos\u00ec anche per l&#8217;etica: quando un uomo teme la limpidezza, sfugge sempre l&#8217;etica, perch\u00e9 questa veramente non cerca altro.<\/em><\/p>\n<p><em>In contrasto con una concezione di vita estetica che vuol godere la vita, si sente spesso parlare di un&#8217;altra concezione che pone il significato della vita nel vivere per soddisfare al proprio dovere. Con questo si vuole indicare una concezione di vita etica. Pertanto l&#8217;espressione \u00e8 assai imperfetta, e si potrebbe quasi credere che sia stata inventata per gettare del discredito sull&#8217;etica. Certo che ai nostri giorni spesso la si vede usata in modo da far quasi sorridere, come quando Scribe pronuncia questa sentenza con una certa qual seriet\u00e0 laconica, creando un contrasto che la scredita molto di fronte all&#8217;allegria ed al piacere del godimento. L&#8217;errore \u00e8 che l&#8217;individuo vien posto in un rapporto esteriore col dovere. L&#8217;etica vien determinata come dovere, il dovere come una somma di singoli postulati: individuo e dovere stanno l&#8217;uno di fronte all&#8217;altro come degli estranei. Una vita per il dovere come questa \u00e8 brutta e assai noiosa, e se l&#8217;etica non avesse un rapporto molto pi\u00f9 profondo colla personalit\u00e0, sarebbe sempre assai difficile sostenerla di fronte all&#8217;estetica. Non voglio negare che vi siano molte persone che non giungono oltre, ma non \u00e8 colpa del dovere, \u00e8 colpa loro.<\/em><\/p>\n<p><em>\u00c8 strano che colla parola dovere si finisca per pensare ad una relazione esteriore, bench\u00e9 l&#8217;etimologia di questa parola denoti una relazione interiore: perch\u00e9 quello che \u00e8 imposto a me, non come individuo casuale, ma secondo il mio vero essere, sta, credo bene, nella relazione pi\u00f9 intima con me. Il dovere infatti non \u00e8 una imposizione, ma qualche cosa che \u00e8 compito per la personalit\u00e0. Quando il dovere vien visto cos\u00ec, l&#8217;individuo \u00e8 giustamente orientato in se stesso. Il dovere dunque non si frantumer\u00e0 per lui in una somma di singole imposizioni, perch\u00e9 questo denoterebbe che egli sta solo in un rapporto esteriore con esso. Egli si \u00e8 immedesimato nel dovere che \u00e8 per lui l&#8217;espressione del suo essere pi\u00f9 intimo. Quando egli si \u00e8 orientato in se stesso cos\u00ec, si \u00e8 sprofondato nell&#8217;etica, e non correr\u00e0 col fiato grosso in caccia del suo dovere. Il vero individuo etico ha perci\u00f2 una calma ed una sicurezza in s\u00e9, perch\u00e9 non ha il dovere fuori di s\u00e9 ma in s\u00e9. Quanto pi\u00f9 l&#8217;uomo ha disposto eticamente la sua vita, tanto meno sentir\u00e0 il bisogno di nominare ogni momento il dovere, di temere ogni momento di non riuscire ad adempierlo, di consigliarsi ogni momento cogli altri, su cosa sia il suo dovere. Quando si vede l&#8217;etica con esattezza, questa rende l&#8217;individuo infinitamente sicuro di s\u00e9, quando non la si vede con esattezza, essa rende l&#8217;individuo del tutto incerto, e non posso immaginare un&#8217;esistenza pi\u00f9 infelice e penosa di un uomo che abbia il dovere al di fuori di s\u00e9 e che, ciononostante, lo voglia continuamente tradurre in realt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Se si vede l&#8217;etica al di fuori della personalit\u00e0 e in un rapporto esteriore con essa, si ha rinunciato a tutto, si ha disperato. L&#8217;estetica come tale \u00e8 disperazione, l&#8217;etica \u00e8 il dolore pi\u00f9 astratto e come tale incapace di produrre la minima cosa. \u00c8 un fenomeno tragico e comico insieme vedere qualcuno che si affatica e si arrabatta con un certo zelo sincero per tradurre in realt\u00e0 l&#8217;etica, che sfugge sempre come un&#8217;ombra non appena la si vuole afferrare.<\/em><\/p>\n<p>Una pagina magistrale, dunque, e supremamente elegante: l&#8217;etica non \u00e8 altro che il processo per cui l&#8217;uomo diviene se stesso. Che poi divenire se stessi coincida con quel che si deve essere, va da s\u00e9; Kierkegaard non si prende la briga di insistere su questo punto, per non aver l&#8217;aria di reintrodurre, dalla finestra, ci\u00f2 che aveva cacciato fuori dalla porta: l&#8217;idea normativa dell&#8217;etica; l&#8217;idea del dovere come cosa esteriore, che si sovrappone alla volont\u00e0 dell&#8217;individuo, la mortifica, l&#8217;annulla, e produce un triste seguito di conflitti irrisolti o sensi di colpa (o entrambe le cose insieme), invece che come movimento interiore della personalit\u00e0 nei confronti di se stessa. Vissuta cos\u00ec, come imposizione che viene dall&#8217;esterno, l&#8217;etica del dovere non \u00e8 solo una cosa brutta e noiosa, \u00e8 anche una forma di paralisi e di sterilit\u00e0 dell&#8217;anima, perch\u00e9 coincide con un dolore astratto: il dolore di non poter essere se stessa a causa di un divieto, o di una serie di divieti, provenienti dall&#8217;esterno. Solo il dolore concreto produce qualcosa; soltanto esso ha la in s\u00e9 la capacit\u00f2 di avviare un processo di illuminazione interiore, di approfondimento, di innalzamento della coscienza.<\/p>\n<p>Qualcuno potrebbe chiedersi, tuttavia, se tutto ci\u00f2 non sia che un abile gioco di parole; inoltre, se il fatto che il dovere \u00e8 un atto interno della personalit\u00e0 valga a diminuire il dolore che necessariamente \u00e8 connesso all&#8217;attuazione del dovere, o a chiarire realmente la sua natura positiva nei confronti della coscienza.<\/p>\n<p>Alla prima domanda, rispondiamo che non \u00e8 solo questione di nomi: infatti, dire &#8212; come fa Kierkegaard &#8212; che il dovere non \u00e8 una imposizione, ma qualche cosa che \u00e8 compito per la personalit\u00e0, non equivale a dire la stessa cosa con parole diverse, pi\u00f9 a bili e melliflue, bens\u00ec dire una cosa completamente diversa: che il dovere \u00e8 lo strumento mediante il quale la personalit\u00e0 diventa se stessa. Al di fuori di questo percorso, la personalit\u00e0 \u00e8 nulla; pertanto, si potrebbe anche definire l&#8217;etica come l&#8217;arte di scegliere fra se stessi e il nulla. All&#8217;uomo, grazie al concetto del dovere, \u00e8 dato di scegliere fra queste due possibilit\u00e0 estreme e radicalmente alternative: laddove scegliere per l&#8217;accettazione del dovere equivale a divenire se stessi, realizzare se stessi, inverare se stessi; scegliere contro l&#8217;etica, ossia rifiutando il dovere, equivale a sprofondar e nel nulla, perch\u00e9 un individuo eticamente indeterminato non \u00e8 che possibilit\u00e0 astratta, non un uomo (o una donna) concreto, in carne ed ossa, con una personalit\u00e0 unica e irripetibile e, pertanto, con un proprio destino che l&#8217;attende.<\/p>\n<p>Alla seconda domanda rispondiamo che, se l&#8217;accettazione del dovere come il proprio destino, reca con s\u00e9, inevitabilmente, anche il fardello del dolore, tale fardello diventa leggero all&#8217;anima che lo assume in questa forma, ossia come una necessit\u00e0 interna a se stessa: proprio come respirare l&#8217;aria in alta montagna reca dolore ai polmoni, e nondimeno \u00e8 e rimane un atto necessario, senza il quale non si potrebbe sopravvivere, e che, pertanto, viene compiuto con convinzione e gratitudine: di pi\u00f9, con perfetta naturalezza. Questo, si sa, urta contro l&#8217;idea &#8212; edonistica, e quindi molto diffusa nella cultura odierna &#8211; che la presenza stessa del dolore escluda, di per s\u00e9, la possibilit\u00e0 di una qualunque naturalezza, quasi che la sofferenza fosse un qualcosa di innaturale. Ma il dolore e la sofferenza, al contrario, non sono affatto innaturali; al contrario, sono connaturati alla condizione dei viventi, e tanto pi\u00f9 alla condizione umana, perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 capace di riflessione, ed essa rende il soffrire, per molti aspetti, ancora pi\u00f9 acuto e lacerante. Per\u00f2, nello stesso tempo, dal dolore scaturisce la possibilit\u00e0 della vera comprensione della vita, che non si d\u00e0 senza di esso, e, quindi, che non dovrebbe vedere in esso un nemico da evitare o distruggere, come si farebbe con un formicaio scoperto nel giardino di casa, ma, al contrario, come una presenza preziosa, perch\u00e9 didatticamente indispensabile. Nulla di serio e di durevole si impara, senza il dolore.<\/p>\n<p>Opinare diversamente, significherebbe ricadere nel palese errore delle filosofie edonistiche, le quali traggono dal sensismo l&#8217;equivalenza di piacere e felicit\u00e0 (come accadde anche a Leopardi). Si pu\u00f2 essere felici anche nel dolore; e, viceversa, si pu\u00f2 esse infelici anche in mezzo ad una vita di piaceri: questa \u00e8 la grande verit\u00e0, che il cristianesimo ha insegnato con la massima forza ed evidenza, ma che gi\u00e0 alcuni filosofi greci avevano intravisto, pur senza intuirne tutta l&#8217;immensa portata (perch\u00e9 ancora legati ad una concezione generale che tendeva a identificare il piacere con il bene, e il dolore con il male), e coraggiosamente annunciato. Ecco perch\u00e9 la consapevolezza del dovere come itinerario dell&#8217;anima verso se stessa &#8212; e quindi, per forza di cose, come itinerario verso Dio, creatore di tutte le cose, al quale tutte le cose ritornano &#8212; ha una natura positiva, e coincide con un movimento naturale dell&#8217;anima. \u00c8 il rifiuto del dovere, a essere innaturale; perch\u00e9 \u00e8 il rifiuto di s\u00e9&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Che cos&#8217;\u00e8 il dovere? 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