{"id":25039,"date":"2008-06-12T11:10:00","date_gmt":"2008-06-12T11:10:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/12\/letica-del-finito-come-neopaganesimo-nella-proposta-di-salvatore-natoli\/"},"modified":"2008-06-12T11:10:00","modified_gmt":"2008-06-12T11:10:00","slug":"letica-del-finito-come-neopaganesimo-nella-proposta-di-salvatore-natoli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/06\/12\/letica-del-finito-come-neopaganesimo-nella-proposta-di-salvatore-natoli\/","title":{"rendered":"L&#8217;etica del finito come neopaganesimo nella proposta di Salvatore Natoli"},"content":{"rendered":"<p>Salvatore Natoli \u00e8 nato a Patti, in provincia di Messina, nel 1942.<\/p>\n<p>\u00c8 stato docente di Filosofia teoretica presso l&#8217;Universit\u00e0 di Bari, poi di Logica all&#8217;Universit\u00e0 di Venezia e di Filosofia della politica all&#8217;Universit\u00e0 di Milano. Attualmente insegna Filosofia teoretica presso la Seconda Universit\u00e0 di Milano.<\/p>\n<p>Natoli \u00e8 il propugnatore di un neopaganesimo, nel senso che propone il ritorno ad un&#8217;etica ispirata al pensiero greco &#8211; e, in special modo, al senso del tragico &#8211; mirante alla fondazione di una felicit\u00e0 terrena, pur nella consapevolezza dei limiti dell&#8217;uomo e del suo carattere di ente inesorabilmente finito. Esplicita, al riguardo, \u00e8 stata la sua ultima opera, <em>La salvezza senza fede<\/em>, che svolge una esplicita polemica contro la fede cristiana.<\/p>\n<p>Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: <em>I nuovi pagani<\/em> (Il Saggiatore, Milano, 1995); <em>La felicit\u00e0 di questa vita. Esperienze del mondo e stagioni dell&#8217;esistenza<\/em> (Mondadori, Milano, 2022); <em>Stare al mondo<\/em> Feltrinelli, Milano, 2002); <em>Libert\u00e0 e destino nella tragedia greca<\/em> (Morcelliana, Brescia, 2002); <em>L&#8217;esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale<\/em> (Feltrinelli, 2002);<em>La felicit\u00e0. Saggio di teoria degli affetti<\/em> (Feltrinelli, 2003); <em>Parole della filosofia o dell&#8217;arte di meditare<\/em> (Feltrinelli, 2004); <em>La verit\u00e0 in gioco, Scritti su Foucault<\/em> (Feltrinelli, 2005); <em>Dizionario dei vizi e delle virt\u00f9<\/em> (Feltrinelli, 2005); <em>Guida alla formazione del carattere<\/em> (Morcelliana, 2006); <em>La salvezza senza fede<\/em> (Feltrinelli, 2006).<\/p>\n<p>Dicevamo che, ne <em>La salvezza senza fede<\/em>, Natoli ha proposito la fondazione di un&#8217;etica esplicitamente contrapposta a quella del cristianesimo e che egli definisce neopagana, nel senso di essere bastata esclusivamente su una visione immanente dell&#8217;esistenza umana.<\/p>\n<p>Queste idee, d&#8217;altra parte &#8211; sia pure in maniera leggermente pi\u00f9 sfumata -, caratterizzano gi\u00e0 gli esordi dell&#8217;attivit\u00e0 di questo filosofo. Nel suo saggio <em>I nuovi pagani<\/em>, apparso nel 1995, e che qui intendiamo prendere specificamente in considerazione, egli prospetta la possibilit\u00e0, per l&#8217;uomo contemporaneo, di abitare diversamente il pianeta; ossia di tornare ad un&#8217;etica del finito, intesa come capacit\u00e0 di comprendersi a partire dalla consapevolezza della sua naturale finitudine.<\/p>\n<p>In questa opera di tredici anni fa, Natoli presentava la sua proposta come da leggersi non necessariamente in senso anti-cristiano. Secondo lui, la filosofia del cristianesimo ha insistito sul concetto della finitudine umana non tanto per il fatto della mortalit\u00e0, bens\u00ec per quello della creaturalit\u00e0. La creazione, infatti, viene da Dio e si realizza <em>ex nihilo<\/em>: pertanto, senza Dio nulla esisterebbe. N\u00e9 l&#8217;uomo, n\u00e9 gli altri enti.<\/p>\n<p>Ora, nella cultura della modernit\u00e0 si \u00e8 fatta strada, con forza sempre maggiore, la convinzione della non esistenza di Dio, e ci\u00f2 ha provocati nell&#8217;uomo una crisi dovuta a una forte perdita di senso. Da Nietzsche in poi, in modo particolare, e dal suo annuncio della &quot;morte di Dio&quot;, l&#8217;uomo <em>moderno<\/em> si \u00e8 trovato ad oscillare come un pendolo fra i due poli estremi del nichilismo assoluto e della conseguente disperazione, gettato com&#8217;\u00e8 in un mondo che gli appare ormai privo di senso, e &#8211; per reazione &#8211; della tentazione della <em>hybris<\/em> suprema: quella di farsi egli stesso Dio, di riempire il &quot;vuoto&quot; teologico, sostituendo il vecchio Dio, che \u00e8 morto (o si \u00e8 eclissato) con la propria ragione, con la potenza scientifica e tecnica che ha raggiunto a ritmo sbalorditivo.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo dell&#8217;et\u00e0 della tecnica, secondo Natoli, \u00e8 anzi, in un certo senso, <em>contemporaneamente<\/em> disperato e tracotante (le due cose non si escludono affatto): disperato perch\u00e9, non credendo pi\u00f9 in Dio, dispera della propria salvezza; tracotante perch\u00e9, pur denigrando la terra, pretende di esercitare su di essa un dominio illimitato e incondizionato.<\/p>\n<p>A questa diagnosi della situazione dell&#8217;uomo contemporaneo, Natoli fa seguire la sua proposta: ritornare al modello dei Greci, basato su un abitare il mondo che accetta il finito come sufficiente a se stesso e degno di esistere.<\/p>\n<p>Ma lasciamo che egli stesso esponga il nocciolo del suo pensiero nella <em>Introduzione<\/em> al volume <em>I nuovi pagani<\/em> (ed. cit., pp. 7-18); nocciolo al quale, come si \u00e8 detto, \u00e8 rimasto sempre fedele, non essendo le sue opere successive che un ampliamento e un approfondimento di questo tema fondamentale.<\/p>\n<p><em>Il neopaganesimo pu\u00f2 essere variamente definito e interpretato. In questi caso per neopaganesimo si deve, per\u00f2, intendere quell&#8217;atteggiamento, o quel punto di vista che coincide con l&#8217;<\/em>etica del finito <em>o che comunque l&#8217;assume come propria. Per altro verso, l&#8217;etica di cui qui si parla non \u00e8 da prendere nella sua accezione pi\u00f9 immediata e corrente, vale a dire come ci\u00f2 che ha a che fare con il dovere o. pi\u00f9 determinatamente, con le norme. Certo non vi \u00e8 etica senza norme, ma le norme si radicano in qualcosa di pi\u00f9 originario e profondo, procedono da ci\u00f2 che in senso lato usiamo chiamare \u00abvisioni del mondo\u00bb. L&#8217;etica, cos\u00ec intesa, non significa nulla di diverso da quel che la parola stessa suggerisce:<\/em> ethos <em>vuol dire costume, abitudine, e in questo senso l&#8217;etica ha prioritariamente a che fare proprio con l&#8217;abitare, , con il modo con cui gli uomini usano dimorare sulla terra. L&#8217;etica dunque prima ancora di configurarsi nei termini del dovere si configura in quelli del<\/em> senso<em>: essa si determina come quell&#8217;orizzonte intrascendibile della comprensione, che solo rende possibili intenzioni e azioni. In breve, esiste un mondo solo a partire dall&#8217;apertura di senso che lo costituisce o in base a cui esso si costituisce. Ora \u00e8 proprio in forza di quest&#8217;apertura che le azioni possono essere definite &quot;buone&quot; o &quot;cattive&quot;, a seconda che convergano o divergano da essa. Se cos\u00ec \u00e8, il criterio dell&#8217;azione \u00e8 definito dall&#8217;interpretazione.<\/em><\/p>\n<p><em>La precomprensione \u00e8 dunque lo spazio entro cui, di volta in volta, vengono poste le azioni, \u00e8 questa la ragione per cui l&#8217;etica, assunta nel suo significato pi\u00f9 originario, prende in considerazione l&#8217;agire movendo dall&#8217;abitare: sono gli abiti, e perci\u00f2 il soggiorno e la dimora, che custodiscono il senso , determinano la consuetudine, comandano di volta in volta l&#8217;azione.<\/em><\/p>\n<p>Etica del finito <em>significa dunque comprendersi a partire dalla propria finitudine. Il neopaganesimo, cos\u00ec considerato, \u00e8 costitutivamente non cristiano senza perci\u00f2 dover essere necessariamente anticristiano. Per altro fin dalle origini del cristianesimo vi \u00e8 stata contaminazione tra le due culture o quanto meno tra elementi di esse. Contaminazione che ha significato indubbiamente alterazione, ma che ha anche prodotto osmosi. \u00c8 noto, infatti, che una segreta vena pagana attraversa tutto il cristianesimo e comincia a emergere in modo sempre pi\u00f9 evidente a partire dall&#8217;Umanesimo e dal Rinascimento.<\/em><\/p>\n<p><em>Il cristianesimo, al pari del paganesimo, tematizza la finitudine dell&#8217;uomo, ma la definisce e la fonda in un modo radicalmente diverso da esso. In questo caso intendo per paganesimo la visione greca del mondo e, soprattutto, quella propria di una certa grecit\u00e0 e non la cultura dei greci in tutta la sua interezza. L&#8217;immagine della grecit\u00e0, o, se si vuole, il<\/em> tipo <em>greco che qui si intende valorizzare e i modi della sua valorizzazione in questa raccolta sono messi esplicitamente a tema e, nella specie, nei due scritti<\/em> Neopaganesimo <em>e<\/em> Nietzsche e i greci: il problema del tragico.<\/p>\n<p><em>Il cristianesimo postula dunque un&#8217;etica del finito, ma, a differenza del paganesimo, l&#8217;uomo e in generale, gli enti, non sono caratterizzati da una &quot;finitudine naturale&quot;, bens\u00ec da una &quot;finitudine creaturale&quot;. Nel cristianesimo l&#8217;uomo \u00e8 finito non tanto perch\u00e9 \u00e8 mortale, ma perch\u00e9 \u00e8 creato. Se questo \u00e8 vero, l&#8217;uomo e, in generale, il mondo, esistono non tanto perch\u00e9 sono capaci di consistere da s\u00e9 in s\u00e9, ma perch\u00e9 sono tenuti in essere da Dio. Senza Dio, tutto sarebbe nulla, o, pi\u00f9 esattamente,<\/em> nulla sarebbe. <em>La finitudine creaturale istituisce e fonda la creatura in \u00abaltro da s\u00e9\u00bb, tanto \u00e8 vero che se Dio abbandonasse quel che ha creato ogni cosa diverrebbe preda del nulla. La creazione avviene, appunto,<\/em> ex nihilo<em>: dal nulla. Il non espresso di questa formula, la sua verit\u00e0 recondita, \u00e8 che tutto ci\u00f2 che esiste al di fuori di Dio \u00e8 in s\u00e9 e per s\u00e9 nulla.<\/em><\/p>\n<p><em>Se ci\u00f2 \u00e8 vero, \u00e8 proprio nella postulazione di un essere preservato da sempre e per sempre dal nulla che il nichilismo trova la sua radice e il suo principio. L&#8217;enfasi del nulla \u00e8 conseguenza di un&#8217;indebita assolutizzazione del positivo, e come tale ne rappresenta il rovescio e insieme la nemesi. L&#8217;idea che vi sia un essere che respinge da s\u00e9 originariamente e definitivamente il nulla rende inconcepibile la relativit\u00e0 delle cose. Ora, poich\u00e9 le cose non sono comprese a partire dalla loro naturale relativit\u00e0, poich\u00e9 non sono lasciate riposare in essa, dilaga il nulla. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>La potenza del nulla dilaga in vario modo, ma qui vale la pena indicare due sue singolari modalit\u00e0: essa dilaga come denigrazione del mondo e insieme come piacere morboso e perverso della propria dissoluzione. In effetti, anche nel<\/em> cupio dissolvi <em>vi \u00e8 del gusto, e ci\u00f2 \u00e8 noto soprattutto agli uomini della tarda modernit\u00e0, D&#8217;altra parte \u00e8 di questo piacere che, in generale, si alimenta la gnosi contemporanea. Se le cose non hanno consistenza in s\u00e9, ma vengono all&#8217;essere e in esso si mantengono solo perch\u00e9 Dio le tiene in essere, nel momento in cui viene meno la certezza di Dio ogni cosa perde il suo fondamento e il suo valore: precipita nel nulla. E pi\u00f9 che mai ci\u00f2 tocca all&#8217;uomo, dal momento che, a differenza di ogni altro ente, egli \u00e8 stato chiamato a partecipare della vita divina. Come dire: l&#8217;intimit\u00e0 con Dio definisce il destino creaturale dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p><em>Orbene tutto ci\u00f2 \u00e8 accaduto davvero. Nello svolgimento della modernit\u00e0 viene progressivamente meno la certezza di Dio. Ora, \u00e8 proprio nel progressivo dileguare di questa certezza che il mondo prende sempre di pi\u00f9 i colori del nulla. Cresce il deserto, la denigrazione della terra si incrementa in uno con la disperazione della propria salvezza. Dio, come essere pieno, vinceva<\/em> ab origine <em>e definitivamente il nulla, ma proprio per questo indirettamente lo enfatizzava:: non volendo ne preparava l&#8217;irruzione. Infatti, nel momento in cui Dio viene meno, diviene inevitabile l&#8217;apoteosi del nulla.<\/em><\/p>\n<p><em>Da quanto qui si \u00e8 detto risultano evidenti le ragioni per cui la finitudine creaturale impedisce, gi\u00e0 in linea di principio, che il finito possa essere concepito come sufficiente a se stesso. Il finito, infatti, non pu\u00f2 mai esistere per sua forza fino a che lo si ritiene fondato in altro. In questo quadro quel che di peggio all&#8217;uomo, ormai privo di Dio, poteva capitare, era quello di volerne prendere il posto per sottrarsi da s\u00e9 e in sua forza al potere del nulla. Anche questo \u00e8 avvenuto. L&#8217;uomo ha preteso di farsi garante della propria salvezza, dimenticandosi della sua fragilit\u00e0. Peggio: ha ritenuto di poter assaltare il cielo, di poter conquistare per s\u00e9 una patria definitiva. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Sarebbe grave errore sostenere che il cristianesimo non tematizza la finitudine, anzi non vi \u00e8 finitudine maggiore di quella creaturale. Ci\u00f2 \u00e8 cos\u00ec vero che senza Dio l&#8217;uomo non \u00e8 che un nulla e solo nella consapevolezza del suoi nulla egli trova salvezza. Non a caso uno dei contrassegni fondamentali della vita cristiana \u00e8 l&#8217;<\/em>humilitas<em>: l&#8217;umilt\u00e0.<\/em> Humilitas <em>da<\/em> humus<em>, che significa terra, polvere. Ricordarsi sempre che si \u00e8 fatti di terra, che si \u00e8 fatti per la corruzione, che<\/em> sii \u00e8 fatti di niente. <em>L&#8217;uomo nulla pu\u00f2 pretendere, tutto deve accettare, deve soprattutto confidare nel Signore. Questo \u00e8 uno dei tratti essenziali della pedagogia cristiana: \u00e8 l&#8217;<\/em>imitatio Christi <em>secondo le parole stesse di Ges\u00f9: \u00abPrendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e<\/em> umile <em>(<\/em>tapein\u00f2s<em>) di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime\u00bb<\/em> (Mt<em>., 11, 29). Solo l&#8217;<\/em>humilitas <em>dischiude la via alla<\/em> charitas<em>, perch\u00e9 fin quando vi \u00e8 vanagloria, fino a che non ci si \u00e8 liberati da se stessi non \u00e8 possibile accedere all&#8217;amore di Dio e meno che mai \u00e8 possibile amare gli altri. \u00c8 l&#8217;umilt\u00e0 che prepara la via alla carit\u00e0. Questo \u00e8 uno dei precetti pi\u00f9 propri e antichi della carit\u00e0 cristiana. Lo si ritrova nelle pratiche di ascesi e in testi disparati della cristianit\u00e0 come per esempio nelle<\/em> Collationes <em>di Cassiano, laddove vengono riportate le parole dell&#8217;abate Cheremone: \u00abQuando uno sia stabilito<\/em> nell&#8217;umilt\u00e0 dello spirito<em>, potr\u00e0 adempiere al precetto ella carit\u00e0: &quot;Amate i vostri nemici, fate bene a quelli che vi odiano, pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano&quot;\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Nel cristianesimo Dio \u00e8 tutto e solo abbandonandosi a lui l&#8217;uomo si ritrova: \u00e8 in Dio che l&#8217;uomo viene, in un certo senso, riscattato dalla finitudine, non ne sente pi\u00f9 il peso. Il finito non pu\u00f2 mai diventare l&#8217;infinito, ma in esso si risolve. In Dio l&#8217;uomo si trova custodito:<\/em> Custodi nos, Domine, ut pupillam oculi. Sub umbrta alarum tuarum protege nos: <em>Custodiscici Signore come la pupilla dell&#8217;occhio. Proteggici all&#8217;ombra delle tue ali. Nel cristianesimo dunque la finitezza dell&#8217;uomo si costituisce in rapporto all&#8217;infinit\u00e0 di Dio e per tal via l&#8217;uomo entra in circolo con l&#8217;infinito stesso e a esso \u00e8 elevato.<\/em><\/p>\n<p><em>Non si pu\u00f2 dire dunque che il cristianesimo ignori la finitudine. Al contrario, si deve dire che la conosce fin troppo. Ci\u00f2 \u00e8 cos\u00ec vero che nel momento in cui vien meno la certezza di Dio, l&#8217;uomo si sente sempre di pi\u00f9 risucchiato nella voragine del nulla. Oppure, ed \u00e8 il peggio, \u00e8 spinto a prendere il posto di Dio, rendendosi dimentico della sua naturale gracilit\u00e0. Come qui si vede, \u00e8 l&#8217;ipostasi dell&#8217;assoluto che annichila il mondo. E l&#8217;annichilimento del mondo si sviluppa poi &#8211; e lo abbiamo gi\u00e0 visto &#8211; secondo una metamorfosi perversa e dal doppio esito: da un lato la denigrazione della terra, dall&#8217;altro la pretesa del suo incondizionato possesso. O la disperazione, o il delirio di onnipotenza., che sono poi il rovescio e insieme il medesimo. Il cristiano ha buoni motivi per obbiettare che l&#8217;esito perverso dell&#8217;umano ha luogo solo in quanto l&#8217;uomo ha voltato le spalle al Signore, si \u00e8 arbitrariamente separato da Dio rinnovando il peccato di Adamo. Ci\u00f2 non toglie per\u00f2 che \u00e8 proprio nella finitudine creaturale che \u00e8 inscritta la cifra della sua possibile perversione.<\/em><\/p>\n<p><em>Il paganesimo per suo conto, e prima del cristianesimo., \u00e8 un&#8217;etica della finitudine, ma in esso il finito, nel momento stesso in cui \u00e8 assunto come finito, \u00e8 anche concepito come sufficiente a se stesso. La misura della finitudine \u00e8 solo la morte. Tutto ci\u00f2 che nasce \u00e8 destinato a perire, ma il fatto che tutto perisca non vuol dire che non sia degno di vivere. Ogni cosa ha il suo tempo, e perci\u00f2 bisogna vivere \u00aba tempo\u00bb, non bisogna lasciarsi sfuggire la gioia che l&#8217;occasione offre. La finitudine che il paganesimo tematizza \u00e8 naturale: con questo \u00e8 da intendere che il finito, fino a che esiste, \u00e8 sufficiente a se stesso solo per il<\/em> fatto <em>di esistere. Una tale sufficienza \u00e8 per\u00f2 per lungi dall&#8217;onnipotenza. Ci\u00f2 che esiste, esiste solo in base a se stesso, ma ci\u00f2 non lo garantisce affatto dalla fine. Tutto quello che nasce \u00e8 fatto per perire, ma ci\u00f2 non vuol dire che non sia degno di esistere. Al contrario, l&#8217;uomo deve sapere conquistare il tempo, deve valorizzarsi in esso, per quel che \u00e8 e cos\u00ec come \u00e8. Ci\u00f2 che all&#8217;uomo tocca fare \u00e8 di mantenersi fedele al presente. Per far questo \u00e8 necessario che l&#8217;uomo divenga competente della sua forza, sia soprattutto all&#8217;altezza della propria morte. E non solo della morte che giunge alla fine &#8211; e che in fondo poco lo riguarda &#8211; ma della morte che gli si fa incontro a ogni momento della vita e che pu\u00f2 essere contrastata solo se si \u00e8 capaci di trovare la propria misura.<\/em><\/p>\n<p><em>Secondo l&#8217;ideale pagano la rinascita della propria vita dipende dalla capacit\u00e0 di assumere la propria morte e dal momento che l&#8217;uomo \u00e8 costituito naturalmente nella finitudine il peggio per lui \u00e8 pretendere l&#8217;infinito. Come \u00e8 noto ben diverso \u00e8 il significato della morte nel cristianesimo: in esso la morte rappresenta qualcosa di non naturale, essa \u00e8 segno della colpa e come tale \u00e8 suscettibile di riscatto. Il cristianesimo \u00e8 promessa di redenzione, \u00e8 certezza che il mondo sar\u00e0 definitivamente liberato dal dolore e dalla morte. Il pagano sa che per vivere deve apprendere a soffrire. Questo lo sa bene e forse lo tematizza anche meglio il cristianesimo, ma ben diversa \u00e8 la natura dell&#8217;apprendimento. Il cristiano prende Dio a fondamento e trae da lui la sua forza; il pagano, al contrario, ritiene che o l&#8217;uomo \u00e8 capace di ritrovare in s\u00e9 l&#8217;energia necessaria per esistere o perisce. L&#8217;uomo, per la sua possibile salvezza, non pu\u00f2 affidarsi ad altro che alla sua forza. Ma la salvezza in questione \u00e8 solo una salvezza possibile. Il pagano ridimensiona le sue pretese ed \u00e8 per questo che ritiene plausibile di potersi affidare alle sue sole forze. La certezza di s\u00e9 \u00e8 conoscenza del proprio limite. Se cos\u00ec in fosse, essa trapasserebbe in altro: si muterebbe in vanagloria o demenza. D&#8217;altra parte era questa la ragione per cui i greci interpretavano la felicit\u00e0 come un inganno degli dei. \u00c8 bene che gli uomini stiano sempre sull&#8217;avviso.<\/em><\/p>\n<p><em>Il pagano dunque non pretende redenzione, cerca solo una relativa salvezza,<\/em> sotto condizione. <em>Per raggiungere un tale scopo l&#8217;uomo deve guadagnare un&#8217;esatta cognizione di s\u00e9, deve sapere quel che pu\u00f2, dal momento che non pu\u00f2 essere di pi\u00f9 di quel che \u00e8 in suo potere divenire. \u00c8 vero, il pagano non ha speranza, qualora per speranza s&#8217;intende una speranza radiata nella promessa, alimentata dalla certezza che quanto \u00e8 stato promesso accadr\u00e0 perch\u00e9<\/em> Deus est fidelis<em>: Dio \u00e8 fedele. Il pagano non possiede questa speranza, ma nel contempo non sente affatto alcun bisogno di salvezza. Evidentemente non sente il bisogno di una salvezza assoluta. Caso mai &#8211; questo s\u00ec &#8211; sente il bisogno d&#8217;aiuto, ma di quell&#8217;aiuto che sarebbe bene gli uomini si scambiassero tra loro, fatti scaltri e maturi dalla consapevolezza della loro comune fragilit\u00e0. \u00c8 questa la piet\u00e0 suprema che la specie pu\u00f2 avere per se stessa, riconoscendosi in essa, divenendo per essa migliore. Non carit\u00e0, ma semplicemente, assolutamente piet\u00e0.<\/em> Homo sum: nihil humani a me alienum puto.<\/p>\n<p><em>Se il passaggio dal paganesimo al cristianesimo pu\u00f2 essere letto come un transito dalla naturalit\u00e0 del finito alla finitudine creaturale, il paganesimo &#8211; che nella dissoluzione della cristianit\u00e0 sembra oggi riaffiorare &#8211; pu\u00f2 essere interpretato come un progressivo ritrarsi della finitudine creaturale a vantaggio di una pi\u00f9 profonda comprensione della naturalit\u00e0 del finito. Detto altrimenti: \u00e8 possibile che appaia un mondo senza pi\u00f9 peccato originale dal momento che per un uomo, ormai all&#8217;altezza della propria finitudine, la tentazione del serpente non pu\u00f2 pi\u00f9 risultare credibile e perci\u00f2 neppure accattivante. Certo \u00e8 pur sempre un pericolo per i meno avveduti.<\/em><\/p>\n<p><em>Noi mortali come Dio! Che delirio sarebbe mai questo se Dio non \u00e8 che un sogno della ragione o se noi stessi siamo \u00abdei\u00bb. E lo siamo per il semplice fatto che il mondo, in quanto tale, \u00e8 divino. Una secolarizzazione dell&#8217;incarnazione? Forse. \u00c8 da valutare. In ogni caso se noi siamo dei, allora non \u00e8 improprio affermare che l&#8217;orizzonte dell&#8217;umano rimane ancora il divino, ma di certo non pi\u00f9 il divino dell&#8217;onto-telogia occidentale, bens\u00ec Dio come il numinoso, come il mistero del mondo, come l&#8217;assente. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Nella fine del cristianesimo il paganesimo riaffiora dunque come una possibilit\u00e0. Per altro verso non \u00e8 affatto detto che la fine della cristianit\u00e0 comporti la fine del cristianesimo. La cristianit\u00e0, infatti, non \u00e8 il cristianesimo, ma \u00e8 il cristianesimo divenuto cultura, civilt\u00e0. Ma il cristianesimo divenuto mondo ha reso cristiano il mondo o, al contrario, si \u00e8 estinto come fede?<\/em><\/p>\n<p><em>La civilt\u00e0 moderna, nel meglio e nel peggio, \u00e8 per molti versi un post-cristianesimo. Libert\u00e0, fraternit\u00e0, uguaglianza termini tramite cui la civilt\u00e0 europea si \u00e8 emancipata dall&#8217;autorit\u00e0, ma sono anche la<\/em> versione secolare <em>del cristianesimo. Pi\u00f9 esattamente, questi termini sono stati da taluni interpretati come la verit\u00e0 nascosta e perci\u00f2 come l&#8217;inveramento storico del cristianesimo, a fronte e di contro al cristianesimo come superstizione. E che dire poi della giustizia. Per queste vie il cristianesimo si \u00e8 fatto indubbiamente mondo, ma non \u00e8 detto che si sia sempre mantenuto come fede. Si \u00e8 dato il caso che il regno \u00e8 divenuto davvero di questo mondo. E allora perch\u00e9 essere ancora cristiani?<\/em><\/p>\n<p><em>Il cristianesimo in molti casi, e ben che vada, si \u00e8 trasformato in norma morale, in regole di buona condotta, in<\/em> etica <em>nel senso corrente del termine.<\/em> Etica <em>non pi\u00f9<\/em> salvezza. <em>In questo quadro, il cristianesimo ha finito per allinearsi alle etiche mondane, in parte gi\u00e0 sue, e quasi per rimettersi in pari. E a esse plaude.<\/em><\/p>\n<p><em>Per altro verso, il grande paradosso cristiano, la testimonianza viva che questo mondo deve finire si \u00e8 mutata in una metafora profana delle pene e dei desideri degli uomini.<\/em><\/p>\n<p><em>La fede \u00e8 divenuta psicologia. Pi\u00f9 esattamente si \u00e8 trasformata in una poetica dell&#8217;esistenza, in un&#8217;estetica. Il decorativismo ha rimpiazzato gli atti della fede, la meditazione si \u00e8 mutata in apologia<\/em> ampiamente parlata <em>del silenzio. Tutto ci\u00f2 \u00e8 cristianit\u00e0. Nella dissoluzione della cristianit\u00e0 pu\u00f2 ancora riemergere la verit\u00e0 del cristianesimo? \u00c8 ancora possibile credere che questo mondo deve finire? \u00c8 ancora possibile annunciare questo messaggio? In fondo vorrei sapere quanti sono oggi i cristiani che sono davvero persuasi e pronunciano con fede le parole del credo:<\/em> et expecto resurrectionem mortuorum et vitam venturi saeculi<em>: attendo la resurrezione della carne e il ritorno definitivo del Signore. In breve, nella fine della cristianit\u00e0, il destino del cristianesimo \u00e8 quello di un suo inevitabile risolversi in morale e in estetica &#8211; e cos\u00ec sopravvivere a se stesso &#8211; o \u00e8 ancora possibile che esso viva come fede nella vita eterna? Questo interrogativo \u00e8 certamente inquietante per coloro che oggi si dicono cristiani e non \u00e8 facile dare a esso un&#8217;adeguata risposta. In breve, si tratta di capire se per i cristiani la fede sia la via per un incontro compiuto con il divino o rappresenti una tra le tante possibili ermeneutiche del mondo. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Ora, proprio nella fine della cristianit\u00e0, mentre il cristianesimo si riformula per gli uomini come problema, il paganesimo riaffiora di nuovo come un possibile modello: una vita lunga, non una vita eterna. In una parola, una vita buona. Un&#8217;etica del finito nell&#8217;et\u00e0 della tecnica..<\/em><\/p>\n<p><em>Certo ai greci non si torna. Caso mai li si sceglie. Il paganesimo &#8211; per quel tanto che \u00e8 possibile &#8211; non designa un&#8217;appartenenza, indica solo un&#8217;opzione. Anzi \u00e8 a questo titolo che esso \u00e8 ancora possibile. Ma che cosa vuol dire che il paganesimo \u00e8 ancora possibile come opzione? \u00c8 vero, quel che il tempo consuma si perde irrimediabilmente, ma \u00e8 altrettanto vero che quanto \u00e8 accaduto, per il fatto stesso d&#8217;essere accaduto, dura indefettibilmente, almeno secondo la classica formula che<\/em> factum infectum fieri nequit<em>: ci\u00f2 che \u00e8 accaduto non \u00e8 suscettibile in alcun modo di mutamento. Quel che \u00e8 accaduto in qualche modo resta com&#8217;\u00e8, e bisogna stabilire come. L&#8217;accaduto non \u00e8 solo qualcosa che cessa d&#8217;essere, ma \u00e8 anche qualcosa che in certo senso guadagna per s\u00e9 l&#8217;eternit\u00e0. Detto altrimenti, tutto ci\u00f2 che cessa d&#8217;esistere come vita,<\/em> continua a vivere come idea<em>, resta impregiudicato come<\/em> modello.<\/p>\n<p><em>Si tratta in effetti di un&#8217;eternit\u00e0 del tutto singolare e tuttavia determinante, perch\u00e9 solo in base a questa singolare durata divengono comprensibili i<\/em> nostoi <em>della storia, gli strani ritorni che ricorrentemente in essa si attivano. Quel che \u00e8 trascorso non torna, ma \u00e8 suscettibile di<\/em> ripresa<em>, \u00e8 adattabile al presente come al corpo un vestito. Il passato non pu\u00f2 infatti tornare al modo in cui una volta &#8211; e una volta sola &#8211; \u00e8 accaduto, ma pu\u00f2 esserne ripresa l&#8217;idea, e quel che si \u00e8 dissolto come civilt\u00e0 pu\u00f2 vigere di nuovo come criterio. Gi\u00e0 il criterio, certo. Potremmo dire il<\/em> canone. <em>Se cos\u00ec \u00e8, sembra che nel gi\u00e0 avvenuto vi sia sempre qualcosa di inevaso, ed \u00e8 per questo che ogni volta si pu\u00f2 aggiungere dell&#8217;altro, quasi a completare, nel corso del tempo, il modello. Invano. In effetti il tempo non realizza le idee, le deforma. Un&#8217;inevitabile eterogenesi dei fini, ma anche un movimento infinito di perfettibilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>Il passato trasmutato in idea \u00e8, dunque, uguale e insieme diverso, \u00e8 irrecuperabile e tuttavia praticabile. In questo senso la riattualizzazione del gi\u00e0 accaduto non \u00e8 mai il ritorno dell&#8217;eguale: \u00e8 la riappropriazione del diverso, la reinvenzione dell&#8217;origine. Nella ripresa il passato torna come assoluta novit\u00e0. In questo senso ai greci non si torna, ma li si sceglie. E proprio perch\u00e9 li si sceglie si \u00e8 incommensurabilmente diversi da loro. I pagani non sapevano di essere tali. Noi sappiano che cosa furono i pagani. Il paganesimo come termine di scelta equivale, dunque, a un progetto. Come ha ben visto Nietzsche i greci permangono come modello, ci sono soprattutto utili per<\/em> attuare una distanza<em>, per liberarci dal nostro recente passato, per divenire critici del presente, per non assumere come datit\u00e0 invalicabile l&#8217;ovviet\u00e0 del contemporaneo.<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 che \u00e8 storicamente tramontato non \u00e8 detto che fosse degno di morire, e quel che di volta in volta ha successo non \u00e8 detto che sia il meglio che possa accadere. Al passato non si torna, ma la ripresa che se ne fa, si configura come una delle modalit\u00e0 pi\u00f9 alte per problematizzare noi stessi.<\/em><\/p>\n<p><em>Il neopaganesimo non \u00e8 dunque un paganesimo di ritorno &#8211; n\u00e9 potrebbe mai esserlo anche volendolo: al contrario, \u00e8 la trasmutazione di una civilt\u00e0 in<\/em> idealtipo, <em>\u00e8 una sorta di reimpossessamento del passato per il futuro. Nelle derive del presente, il neopaganesimo pu\u00f2 essere assunto come un riferimento, o magari come una proposta. \u00c8 un modo per forzare le inerzie del tempo e, se si vuole, \u00e8 una possibile pedagogia. Meglio ancora, e con pi\u00f9 ambizione, \u00e8 un progetto antropologico, un&#8217;idea diversa di umanit\u00e0. I<\/em> nuovi pagani<em>, l&#8217;umanit\u00e0 che ci piacerebbe divenire, l&#8217;umanit\u00e0 che vorremmo essere per rendere migliore, pi\u00f9 gradevole, pi\u00f9 abitabile la terra. A essa, comunque e in ogni caso, fedeli&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Non sar\u00e0 sfuggito al lettore che, a dispetto del tono pacato e della serenit\u00e0 dell&#8217;argomentazione, priva di asprezze polemiche (almeno in apparenza), la proposta di Salvatore Natoli si compendia in un progetto antropologico addirittura smisurato: una rifondazione integrale dell&#8217;umano, del suo orizzonte esistenziale, del senso complessivo del suo esistere, del suo abitare la terra, di che cosa siano la terra stessa, l&#8217;universo e l&#8217;essere.<\/p>\n<p>Ma andiamo per ordine.<\/p>\n<p>Al fine di meglio comprendere la proposta neopagana di Natoli, seguiamone passo per passo il ragionamento, prendendo in considerazione i passaggi qualificanti e criticandoli singolarmente. Al termine di questa disanima, ci i riserviamo di esprimere una valutazione d&#8217;insieme.<\/p>\n<p><em>Punto primo<\/em>. Il neopaganesimo \u00e8 un&#8217;etica del finito, intendendo &quot;etica&quot; nel senso etimologico di costume, abitudine, dunque come l&#8217;umano abitare nel mondo. Al tempo stesso, come uno sguardo nuovo su se stessi e sulla terra. <em>Etica del finito<\/em> \u00e8, quindi, la capacit\u00e0 dell&#8217;uomo di rapportarsi a se stesso, assumendo la centralit\u00e0 del dato della propria finitudine naturale.<\/p>\n<p><em>Critica<\/em>. Qui Natoli interpreta l&#8217;essenza del paganesimo come un&#8217;etica del finito, ossia come un abitare la terra accettando pienamente il dato <em>naturale<\/em> della finitudine. Vedremo che, pi\u00f9 avanti, egli sostiene che il cristianesimo \u00e8 divenuto, oggi, tutt&#8217;al pi\u00f9, un&#8217;etica, nel senso di insieme di norme comportamentali. Egli, pertanto, adopera due diversi criteri di valutazione e due diverse accezioni del termine &quot;etica&quot;. Pertanto gli si pu\u00f2 obiettare che non ha approfondito adeguatamente il modo di abitare la terra proprio del cristianesimo, o meglio, ne ha messo in evidenza soprattutto la parte negativa: la nullit\u00e0 delle cose senza Dio o lontano da Dio. Ma basta leggere il <em>Cantico di frate Sole<\/em> di Francesco d&#8217;Assisi per rendersi conto che anche per il cristiano la finitudine delle cose \u00e8 naturale (oltre che creaturale), il che non gli impedisce affatto di coglierne la bellezza e la dignit\u00e0.<\/p>\n<p><em>Punto secondo<\/em>. Anche il cristianesimo postula un&#8217;etica del finito, ma non di tipo naturale, bens\u00ec creaturale. L&#8217;uomo \u00e8 finito non perch\u00e9 egli sia natura, ma perch\u00e9 \u00e8 creatura. Dio lo ha tratto dal niente &#8211; insieme agli altri enti &#8211; e, dunque, se si allontana da Dio, l&#8217;uomo torna ad essere niente. Fuori di Dio, infatti, non c&#8217;\u00e8 che il nulla.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Oltre a quanto detto sopra, bisogna chiedersi se sia proprio vero che, nel cristianesimo, l&#8217;uomo, privo del &quot;sostegno&quot; ontologico di Dio, sia un nulla. <em>Ricordati, uomo, che sei polvere: polvere sei e in polvere ritornerai<\/em>, \u00e8 una formula che esprime solo la parte negativa della condizione umana. La parte positiva, di cui Natoli non fa parola, \u00e8 che la nullit\u00e0 dell&#8217;uomo non \u00e8 propriamente ontologica, ma etica: nel cristianesimo, l&#8217;uomo \u00e8 chiamato a scegliere se vuol realizzarsi pienamente in Dio, o se vuole perdersi senza di Lui. &quot;Perdersi&quot; e non &quot;annientarsi&quot;: l&#8217;uomo non si annienta neppure quando sceglie di voltare le spalle, volontariamente e in piena autonomia, al Creatore. Dante, nell&#8217;Inferno, non incontra dei fantasmi, ma delle anime (proprio come sar\u00e0 nel Purgatorio e in Paradiso): anime ancor piene di passioni, e destinate a ricongiungersi eternamente ai propri corpi.<\/p>\n<p>La dottrina della risurrezione &#8211; tratto specifico del cristianesimo e pietra dello scandalo per ogni concezione razionalistica (cfr. il discorso di san Paolo all&#8217;Areopago di Atene), \u00e8 la smentita pi\u00f9 chiara del fatto che l&#8217;uomo, senza Dio, sia un niente. E, per essere ancora pi\u00f9 chiaro, il cristianesimo vi ha aggiunto un ulteriore elemento di &quot;scandalo&quot;: la dottrina della risurrezione <em>dei corpi.<\/em> Altro che nullificazione del finito!<\/p>\n<p><em>Punto terzo<\/em>: nel mondo moderno, la certezza che l&#8217;uomo ha di Dio \u00e8 venuta meno; <em>dunque<\/em>, ogni cosa appare minacciata dal nulla. Se tutto esiste grazie all&#8217;atto creatore di Dio, qualora la presenza di Dio si allontani, il nulla dilaga e sommerge il mondo. E l&#8217;uomo, che traeva la propria ragion d&#8217;essere dalla sua intimit\u00e0 con Dio, \u00e8 travolto dal nulla pi\u00f9 di qualunque altro ente.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Qui fa capolino l&#8217;impianto severiniano dell&#8217;intera argomentazione di Natoli. La tesi di Emanuele Severino, ripetuta fino alla saziet\u00e0, \u00e8 che l&#8217;occidente \u00e8 travolto dal nichilismo perch\u00e9, dopo Parmenide, ha abbandonato la coscienza dell&#8217;eternit\u00e0 dell&#8217;Essere. Il platonismo, il cristianesimo, il capitalismo, il marxismo, la civilt\u00e0 della tecnica, non sono che altrettante fasi di questa tendenza metafisica, ossia dell&#8217;oblio dell&#8217;essere. La metafisica nasce dalla erronea convinzione che gli enti appaiano e scompaiano: tutto il destino dell&#8217;occidente \u00e8 stato dominati a questa funesta illusione, la cui conseguenza \u00e8 l&#8217;angoscia del nulla che ci assedia da ogni parte e che finir\u00e0 per sommergerci. Natoli, infatti, ha precisato che il paganesimo di cui parla non \u00e8 che una piccola sezione di esso: anzi, una piccola sezione della grecit\u00e0. Non quella di Platone e Aristotele, evidentemente; ma nemmeno &#8211; a nostro avviso &#8211; quella di Omero. Basta leggere qualche verso dell&#8217;<em>Iliade<\/em> per rendersi conto di quanta angoscia provocasse, nell&#8217;uomo, la consapevolezza della propria caducit\u00e0 (cfr. il dialogo fra Glauco e Diomede: <em>le generazioni degli uomini sono come le foglie&#8230;<\/em>). Altro che serena accettazione della propria condizione finita e mortale!<\/p>\n<p>Ma, tornando al cristianesimo: \u00e8 proprio vero che le cose, considerate separatamente da Dio, sono nulla? Certo, il Dio del cristianesimo \u00e8 il Creatore: egli le ha tratte dal nulla. Ma il fatto che le abbia tratte dal nulla, significa anche che esse, di per s\u00e9, sono nulla? Che, senza di Lui, tornano al nulla? Se cos\u00ec fosse, Dio avrebbe creato un mondo illusorio, e la prima vittima di tale illusione sarebbe stato Lui stesso. Una versione di questa concezione \u00e8 nel brahmanesimo e, pi\u00f9 precisamente, nel concetto di <em>lila<\/em>: ossia nell&#8217;esistenza (illusoria) dell&#8217;universo come parte di un gioco divino. Ma, per il cristianesimo, le cose stanno diversamente.<\/p>\n<p>Il famoso <em>incipit<\/em> del Vangelo di Giovanni: <em>In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio, e il Logos era Dio<\/em>, significa, al contrario, che il Verbo, il Pensiero, ossia la potenzialit\u00e0 del mondo creaturale, era compresente in Dio <em>ab origine.<\/em> Per cui le cose sono state tratte dal nulla, ma la loro <em>possibilit\u00e0<\/em> esisteva dall&#8217;inizio; anzi: che il piano divino comprendeva <em>originariamente<\/em> tanto la creazione quanto la redenzione del mondo<\/p>\n<p><em>Punto quarto<\/em>. Abbandonato dalla certezza di Dio, l&#8217;uomo ha cercato la salvezza contro il nulla nel farsi Dio di se stesso. Ma, in questo modo, egli ha travalicato arbitrariamente la propria finitudine, ha adorato il finito come se fosse infinito, il perituro come se fosse eterno. Cos\u00ec facendo, ha smarrito la coscienza del proprio limite ed \u00e8 precipitato nella follia: la follia di credere che la salvezza si possa ottenere con la forza materiale, con il dominio sulle cose.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Questo punto segna un distacco dalle premesse nietzschiane della proposta di Natoli. Se da Nietzsche, infatti, vengono sia l&#8217;annuncio della morte di Dio, sia l&#8217;esortazione a ritornare fedeli alla terra, qui si critica esplicitamente la &quot;dismisura&quot;, la <em>hybris<\/em> che ha condotto l&#8217;uomo a volersi fare Dio egli stesso. A dire il vero, assai prima che nella dottrina del Superuomo &#8211; o, se si preferisce, nei suoi esiti dell&#8217;ultimo Nietzsche, quello della <em>volont\u00e0 di potenza<\/em> -, il peccato d&#8217;orgoglio qui denunciato da Natoli risale proprio alla grecit\u00e0 originaria: ve ne sono testimonianze eloquenti gi\u00e0 in numerosi luoghi dell&#8217;<em>Iliade.<\/em> Diomede che si scaglia contro gli dei e che trafigge, con la sua lancia, lo stesso Ares, \u00e8 una eloquente testimonianza di ci\u00f2. \u00c8 vero che, in Omero, l&#8217;<em>aristia<\/em> dei guerrieri, anche quando degenera in sacrilega sfida agli dei, non concepisce la possibilit\u00e0 di una auto-divinizzazione; la cultura greca, peraltro (e quella romana dell&#8217;et\u00e0 imperiale) concepisce la divinizzazione dell&#8217;umano, come nel caso degli eroi del mito.<\/p>\n<p>In ogni caso, sembra che a Natoli sia sfuggita l&#8217;intrinseca drammaticit\u00e0 della condizione dell&#8217;uomo greco: che tende, \u00e8 vero, al senso razionale della misura, derivante dalla accettazione della finitudine; ma che \u00e8 sempre esposto a lasciarsi travolgere dall&#8217;ebbrezza, irrazionale, della dismisura. Ne deriva un costante senso di angoscia, che solo in apparenza si pu\u00f2 accostare al senso cristiano del peccato: perch\u00e9 da quest&#8217;ultimo l&#8217;uomo pu\u00f2 redimersi mediante l&#8217;atto di confidenza in Dio; mentre dall&#8217;angoscia pagana non esiste possibilit\u00e0 di redenzione, proprio perch\u00e9 alla cultura greca \u00e8 sconosciuto il concetto di redenzione.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 l&#8217;uomo greco \u00e8 costantemente irretito in una spirale autodistruttiva: gli onori e la gloria gli sono necessari, per rendere accettabile e degna la sua esistenza finita; ma, per renderla pienamente tale, egli ne desidera sempre di pi\u00f9, e quindi si travaglia e si consuma in una cieca rincorsa agli onori e alla gloria &#8211; il che non pu\u00f2 avvenire se non mettendo continuamente a rischio la sua vita stessa, nel correre deliberatamente incontro alla morte.<\/p>\n<p><em>Punto quinto<\/em>. \u00c8 vero che il cristianesimo tematizza la finitudine, ma lo fa a partire dall&#8217;onnipotenza di Dio. L&#8217;uomo, nella sua prospettiva, deve farsi &quot;umile&quot;, ossia deve farsi terra, cio\u00e8 nulla. Solo nullificandosi, l&#8217;uomo si eleva a Dio ed entra a far parte dell&#8217;infinito. L&#8217;amore dei nemici, la morale del perdono rientrano in questo disegno di auto-nullificazione dell&#8217;uomo. Il cristianesimo &#8211; osserva Natoli &#8211; non \u00e8 <em>direttamente<\/em> responsabile del nichilismo che \u00e8 subentrato alla &quot;morte di Dio&quot;, ma lo \u00e8 <em>indirettamente<\/em>, perch\u00e9 ha preparato le condizioni perch\u00e9 ci\u00f2 avvenisse.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Giocando un poco sulla etimologia di <em>humilis<\/em> da <em>humus<\/em>, Natoli afferma che il perfetto cristiano \u00e8 colui che si fa nulla; e solo cos\u00ec egli riesce a praticare non solo la morale del perdono, ma anche quella dell&#8217;amore per i propri nemici. Ancora una volta, dobbiamo osservare che questa \u00e8 una interpretazione a senso unico del concetto dell&#8217;umilt\u00e0 cristiana. Farsi umili, farsi piccoli, non significa &#8211; puramente e semplicemente &#8211; farsi niente, bens\u00ec abbandonare il proprio <em>ego<\/em> per rimettersi a Dio. In un certo senso, per il concetto dell&#8217;umilt\u00e0 cristiana si pu\u00f2 fare una riflessione a quella analoga al concetto buddista del Nirvana: se esso corrisponde all&#8217;auto-annientamento <em>nella prospettiva del finito<\/em>, si pu\u00f2 dire per\u00f2 che ha un significato completamente opposto, ossia quello della completa realizzazione, <em>nella prospettiva dell&#8217;infinito.<\/em> Ora, il cristiano possiede, per cos\u00ec dire, una doppia cittadinanza: \u00e8 un abitante di questo mondo, e, come tale, finito e perituro; ma \u00e8 anche, <em>contemporaneamente<\/em> e, in un certo senso, gi\u00e0 fin da ora, un abitante nella dimora dell&#8217;Assoluto. Ricordiamo le parole di Ges\u00f9: il Regno dei Cieli \u00e8 gi\u00e0 incominciato, qui e ora.<\/p>\n<p>Dunque, non \u00e8 esatto affermare che il cristianesimo ha creato le premesse per l&#8217;avvento del nichilismo contemporaneo; non pi\u00f9 di quanto lo sarebbe sostenere che un padre, lasciando suo figlio libero di scegliere il proprio destino, \u00e8 anche responsabile della sua eventuale rovina.<\/p>\n<p><em>Punto sesto<\/em>. Il paganesimo tematizza la finitudine in modo completamente diverso dal cristianesimo, perch\u00e9 concepisce il finito come sufficiente a se stesso. L&#8217;uomo deve valorizzarsi nel tempo, deve mantenersi fedele al presente e gioirne, ove possibile; egli pu\u00f2 affrontare la morte solo a condizione di trovare, nella vita (finita), la propria misura (finita). Non si sogna di pretendere l&#8217;infinito, perch\u00e9 sa che si tratterebbe di una pretesa assurda.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Queste sono belle parole, ma quel che sappiamo del mondo greco (e anche di quello romano) tendono a smentirle. Valgano qui le osservazioni gi\u00e0 fatte relativamente al punto quarto. La verit\u00e0 \u00e8 che l&#8217;uomo greco cerca di adattarsi all&#8217;orizzonte finito del mondo e della propria stessa esistenza, ma non sa darsi pace di quella finitudine e la vive con indicibile tormento. Nell&#8217;<em>Odissea<\/em>, l&#8217;ombra di Achille dice a Odisseo che preferirebbe vivere come il pi\u00f9 misero dei servi, piuttosto che regnare sulle ombre dei morti. Il sorgere delle religioni di salvezza della tarda antichit\u00e0 &#8211; una delle quali \u00e8 stata il cristianesimo &#8211; risulterebbe un fenomeno storico incomprensibile, se non si ammettesse che la visione greca dell&#8217;uomo non riusciva a placare un&#8217;ansia fondamentale, che appartiene alla struttura originaria &#8211; e non culturale &#8211; della natura umana: quella di avere una speranza che vada oltre la finitudine del mondo.<\/p>\n<p>In questo senso, si potrebbe dire che il cristianesimo &#8211; come il mithraismo, il manicheismo, la religione del Sole Invitto, lo gnosticismo, il mandeismo e lo stesso neoplatonismo &#8211; \u00e8 stato la risposta ad una domanda che la stessa cultura greca aveva posta, e che &#8211; pur cercandola a lungo e con estrema tensione spirituale &#8211; non era riuscita a trovare in se stessa. Non \u00e8 stato certo un caso se la prima grande ondata di conversioni al cristianesimo \u00e8 avvenuta proprio nell&#8217;ambito della cultura ellenica, in Asia Minore e nella Grecia stessa.<\/p>\n<p><em>Punto settimo.<\/em> Il cristianesimo \u00e8 promessa di redenzione, il paganesimo \u00e8 accettazione del destino. Perci\u00f2 il cristiano vive nella speranza che si compia la promessa: il mondo, per lui, \u00e8 fatto per la vita e non per la morte; il dolore e la morte sono una conseguenza (temporanea) dell&#8217;allontanamento da Dio. Il pagano non attende alcuna redenzione, perch\u00e9 nessun Dio gli ha promesso la vita eterna; e, quanto alla salvezza, quella che egli persegue \u00e8 una salvezza relativa. Tale salvezza relativa, ossia nell&#8217;ambito del finito, egli ritiene di poterla conquistare, ragionevolmente, con le sue sole forze.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Su questo punto non vi \u00e8 nulla da dire, perch\u00e9 ci sembra che Natoli abbia descritto obiettivamente la differenza fondamentale fra il concetto cristiano di redenzione e quello pagano di salvezza (quest&#8217;ultima sempre in senso relativo). Se il finito \u00e8 autosufficiente, certo non ha bisogno di essere redento: e da che cosa, poi? Ma se il relativo \u00e8 il segno di un allontanamento da Dio (Adamo), la redenzione \u00e8 il momento necessario per reintegrare la creazione nel progetto divino. Aspettare la redenzione, significa vivere nella speranza; non attendersi alcuna redenzione, significa dover fare i conti con la caducit\u00e0 di ogni cosa e con la propria stessa finitudine. In questo senso, si pu\u00f2 dire che l&#8217;uomo greco \u00e8 disperato, perch\u00e9 non spera in nulla che lo possa redimere dal dolore e dalla morte.<\/p>\n<p><em>Punto ottavo<\/em>. Per realizzare la propria salvezza relativa, ossia per vivere una vita piena e paga di se stessa, degna di essere vissuta bench\u00e9 peritura, il pagano non disdegna la solidariet\u00e0 con gli altri uomini, nella comune consapevolezza della propria fragilit\u00e0. Egli, dunque, non cerca la carit\u00e0, ossia l&#8217;amore dell&#8217;altro in Dio e per Dio, come fondamento dell&#8217;esistere di entrambi; bens\u00ec la piet\u00e0, sentimento interamente umano, radicato nell&#8217;orizzonte del finito. Tutti gli esseri viventi meritano piet\u00e0, perch\u00e9 sono tutti destinati al nulla della morte.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Qui vediamo comparire un elemento che si potrebbe definire leopardiano, nel senso dell&#8217;ultimo Leopardi, quello de <em>La ginestra<\/em>, pi\u00f9 che autenticamente greco. La piet\u00e0 \u00e8 un sentimento raro nel mondo greco. Si suole citare, come esempio tipico, il colloquio fra Priamo ed Achille per la restituzione del cadavere di Ettore, e il pianto che accomuna i due personaggi: il padre dell&#8217;ucciso e l&#8217;uccisore. Ma, in effetti, non \u00e8 tanto per il dolore di Priamo che Achille si commuove, quanto per il presentimento della propria stessa fine; e, pi\u00f9 in generale, per il senso opprimente della morte che incombe da ogni parte. La piet\u00e0, almeno nel mondo occidentale, \u00e8 una virt\u00f9 cristiana, non greca; ed \u00e8 figlia &#8211; questo \u00e8 vero &#8211; della carit\u00e0, la pi\u00f9 alta delle tre virt\u00f9 teologali<em>. \u00abLa carit\u00e0 di Dio \u00e8 stata diffusa nei nostri cuori dallo Spirito Santo, che ci fu dato<\/em>\u00bb, dice san Paolo in <em>Romani<\/em>, 5, 5; e aggiunge, in <em>1 Corinti,<\/em> 13, 1-13, che <em>\u00abanche se parlassi degli uomini e degli angeli, se non ho la carit\u00e0, sono come un bronzo risonante o come un cembalo squillante&#8230; Senza la carit\u00e0, non sono nulla&#8230; E se sacrificassi il mio corpo ad essere bruciato, se non ho la carit\u00e0, tutto ci\u00f2 non mi serve a nulla\u00bb.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, la carit\u00e0 \u00e8 un dono soprannaturale di Dio: cosa inconcepibile per l&#8217;uomo greco, che pu\u00f2 contare solamente sulle proprie forze; e che, anzi, vede spesso nelle potenze soprannaturali (il fato, gli dei) le responsabili di un gioco beffardo ordito a suo danno (cfr, Filippo Maria Pontani, <em>La morte degli eroi<\/em>, Sansoni, Firenze, 1975, p. 2). La piet\u00e0, invece, \u00e8 un sentimento umano; ma, per il cristiano, essa deriva dalla carit\u00e0, che ispira l&#8217;uomo anche contro l&#8217;<em>ethos<\/em> della propria stirpe e della propria religione (cfr. la parabola del buon Samaritano); mentre, per un greco, una cosa del genere sarebbe pressoch\u00e9 impossibile.<\/p>\n<p><em>Punto nono<\/em>. Nella fine del cristianesimo, il paganesimo riaffiora come una possibilit\u00e0, anche se &#8211; ammette Natali &#8211; la fine della cristianit\u00e0 non significa necessariamente la fine del cristianesimo. Il cristianesimo, secolarizzandosi, \u00e8 gi\u00e0 penetrato nella cultura post-cristiana (ad es. con i principi generali proclamati dalla Rivoluzione francese); ma, in ogni caso, esso si \u00e8 trasformato in un&#8217;etica (nel senso corrente e non nel senso etimologico), e non pi\u00f9 come un messaggio di salvezza. I cristiani non credono pi\u00f9 alla salvezza, perch\u00e9 hanno scordato la <em>promessa<\/em>.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> Abbiamo gi\u00e0 osservato, a proposito del punto primo, che qui Natoli interpreta il cristianesimo attuale come un codice di norme morali, mentre aveva presentato il paganesimo (in maniera astorica) come un modo di abitare la terra e se stessi. Si potrebbe anche osservare che, se \u00e8 giusto distinguere la cristianit\u00e0 dal cristianesimo, questa distinzione manca per il paganesimo, che si tende a presentare come un tutto omogeneo: cosa che, sicuramente, non era. Da questa mancata distinzione, discende che il raffronto fra paganesimo e cristianesimo \u00e8 viziato da un errore metodologico, perch\u00e9 li si valuta alla luce di differenti categorie interpretative.<\/p>\n<p>Quanto al fatto che la maggior parte dei cristiani odierni hanno scordato la <em>promessa<\/em>, noi crediamo che ci\u00f2 sia vero; ma Natoli, con ci\u00f2, non dice una cosa molto originale, se si pensa che Kierkegaard ne aveva fatto il motivo conduttore di tutto il suo pensiero e di tutta la sua opera, quasi due secoli prima: e da un punto di vista cristiano.<\/p>\n<p><em>Punto decimo<\/em>: Noi, oggi, non possiamo pi\u00f9 tornare al paganesimo, perch\u00e9 al passato non si torna: esso \u00e8 trascorso per sempre. Possiamo tuttavia assumere la grecit\u00e0 &#8211; non tutta, ma quella caratterizzata dal senso del tragico &#8211; come tipo ideale, come un modello, caratterizzato da un nuovo modo di abitare la terra: accettando la finitudine e cercando in essa la misura della nostra vita.<\/p>\n<p><em>Critica.<\/em> A dispetto della sua proposta di puntare ad un nuovo paganesimo, Natoli ripudia qui una delle idee cardine del pensiero greco (e anche nietzschiano): quella della concezione ciclica del tempo e, di conseguenza, dell&#8217;eterno ritorno dell&#8217;uguale. Aderisce piuttosto alla filosofia erclitea, s seconda la quale non ci si potr\u00e0 mai bagnare due volte nella stessa acqua; e, a ben guardare, fa sua la concezione cristiana del tempo come estensione lineare della durata. Inoltre, si serve del concetto kierkegaardiano (cio\u00e8 cristiano) della <em>ripresa<\/em>: si direbbe proprio che, per formulare le sue tesi neopagane, egli non trovi strumenti migliori di quelli elaborati dalla cultura cristiana. Viceversa, non siamo d&#8217;accordo sul fatto della assoluta immutabilit\u00e0 del passato; ma ne abbiamo gi\u00e0 parlato altrove, e in pi\u00f9 luoghi (ad es., nel saggio <em>Il passato pu\u00f2 essere cambiato o \u00e8 radicalmente immodificabile?<\/em>, consultabile sui siti di Edicolaweb e di Arianna Editrice), per cui non ci soffermeremo oltre su questo aspetto.<\/p>\n<p>Concordiamo, peraltro, con l&#8217;affermazione di Natoli che <em>\u00abci\u00f2 che \u00e8 storicamente tramontato non \u00e8 detto che fosse degno di morire, e quel che di volta in volta ha successo non \u00e8 detto che sia il meglio che possa accadere\u00bb.<\/em> \u00c8 verissimo: guai se la storia si riducesse ad esaltazione acritica del presente; guai se la filosofia si riducesse a magnificazione dell&#8217;esistente (cosa che, sia detto fra parentesi, la cultura moderna ha fatto spesso e volentieri).<\/p>\n<p>Tuttavia, la proposta conclusiva di Natoli, quella di fondare un progetto antropologico basato su un&#8217;idea diversa di umanit\u00e0<em>, \u00abper rendere migliore, pi\u00f9 gradevole, pi\u00f9 abitabile la terra\u00bb<\/em>, ci sembra peccare di astrattezza e di intellettualismo. Un progetto antropologico di tale portata non si formula a tavolino, non nasce dalla teoria, e sia pure da una critica circostanziata all&#8217;esistente. I mutamenti antropologici si verificano quando i tempi sono maturi, sotto la duplice spinta delle circostanze storico-culturali e dell&#8217;impulso creativo di qualche individuo eccezionale. Non quando un filosofo ha pesato sulla sua bilancia il tempo presente, e lo ha trovato scarso.<\/p>\n<p>Non solo.<\/p>\n<p>Si notano delle vistose omissioni, nella proposta formulata da Natoli; dei silenzi che lasciano perplessi, come se gli ultimi duemila anni di storia fossero scorsi senza portare, oltre ad elementi di critica al cristianesimo, anche elementi di arricchimento della cultura cristiana e post-cristiana.<\/p>\n<p>Il silenzio sui compagni di strada dell&#8217;uomo, gli animali, ad esempio; il silenzio sulla natura come ente dotato di bellezza e di una propria dignit\u00e0; l&#8217;insufficiente approfondimento circa i pericoli della <em>hybris<\/em> di un Logos strumentale e calcolante, chiuso in se stesso ed escludente ogni forma di trascendenza &#8211; ma anche ogni limite alla propria arroganza: sono tutte cose che fanno pensare.<\/p>\n<p>Senza una parola chiara su tali questioni, la &quot;fedelt\u00e0 alla terra&quot; proclamata da Natoli rischia di ricadere proprio in quella <em>glorificazione dell&#8217;esistente<\/em> deprecata a parole. E contro la quale &#8211; a nostro avviso &#8211; il migliore antidoto rimane l&#8217;idea di una finitudine dell&#8217;uomo che non si fonda nella finitudine del mondo, bens\u00ec che trova la sua ragione e la sua meta ultima in quell&#8217;Essere da cui gli enti, per un atto di amore, hanno acquistato esistenza, dignit\u00e0 e autonomia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Salvatore Natoli \u00e8 nato a Patti, in provincia di Messina, nel 1942. \u00c8 stato docente di Filosofia teoretica presso l&#8217;Universit\u00e0 di Bari, poi di Logica all&#8217;Universit\u00e0<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[141],"class_list":["post-25039","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-filosofia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25039","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25039"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25039\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25039"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25039"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25039"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}