{"id":25029,"date":"2015-11-04T12:51:00","date_gmt":"2015-11-04T12:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/04\/fu-luomo-a-causare-lestinzione-dei-grandi-animali-lanosi-del-nord-america\/"},"modified":"2015-11-04T12:51:00","modified_gmt":"2015-11-04T12:51:00","slug":"fu-luomo-a-causare-lestinzione-dei-grandi-animali-lanosi-del-nord-america","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/04\/fu-luomo-a-causare-lestinzione-dei-grandi-animali-lanosi-del-nord-america\/","title":{"rendered":"Fu l&#8217;uomo a causare l&#8217;estinzione dei grandi animali lanosi del Nord America?"},"content":{"rendered":"<p>Fino a circa 10.000 anni fa, le praterie del Nord America, le foreste e le vallate ai pedi delle Montagne Rocciose erano popolate da branchi di milioni di giganteschi mammiferi erbivori dalla folta pelliccia: il bisonte primigenio, pi\u00f9 grande dell&#8217;attuale; il rinoceronte lanoso; varie specie di elefanti, genericamente chiamati mammut; e da altri, pi\u00f9 piccoli, come il cavallo (non quello introdotto, in epoca storica, dagli Europei).<\/p>\n<p>Non solo: nelle praterie nordamericane si aggirava (se su due o su quattro zampe, \u00e8 ancora oggetto di controversia fra gli scienziati), lento nei movimenti e tardo nei riflessi, uno degli animali villosi pi\u00f9 straordinari della fauna di tutti i tempi: il bradipo gigante <em>Mylodon<\/em>, al cui cospetto sarebbe apparso piccolo un esemplare odierno di elefante africano, ossia il mammifero terrestre pi\u00f9 grosso che esista ai nostri giorni. Il parente pi\u00f9 prossimo di questo enorme sdentato, nella fauna attuale, \u00e8 il formichiere gigante, il quale, a sua volta, presente caratteristiche talmente arcaiche, da apparire come un vero e proprio fossile vivente.<\/p>\n<p>Pure, improvvisamente, quelle mandrie sterminate scomparvero; nel giro di pochi millenni al massimo &#8211; un tempo assai breve, non solo su scala geologica, ma anche biologica &#8211; pianure, foreste e vallate si svuotarono di quegli antichi, possenti animali, di cui pi\u00f9 non rimangono, muta testimonianza, che le ossa smisurate, riportate alla luce, con reverente stupore, dai primi paleontologi. E anche il <em>Mylodon<\/em> scomparve pressoch\u00e9 istantaneamente (si fa per dire), nonostante la sua mole di tutto rispetto lo rendesse, in apparenza, quasi invincibile: perfino la tigre dai denti a sciabola doveva stare bene attenta a tenersi alla larga dalle sue micidiali zampate e dai lunghi, potentissimi artigli.<\/p>\n<p>Quale fu la causa di quelle impressionati, rapide estinzioni di massa?<\/p>\n<p>Una coincidenza inquietante ha sempre dato da pensare agli studiosi di zoogeografia: il fatto che proprio mentre il milodonte, il mammut, il bisonte primigenio e il rinoceronte lanoso, che avevano dominato incontrastati il verde paesaggio dell&#8217;ultimo periodo postglaciale, scomparivano per sempre dalla faccia della Terra, un altro mammifero faceva la sua comparsa e si diffondeva ovunque, adattandosi con relativa facilit\u00e0 alle condizioni ambientali pi\u00f9 diverse ed estreme, dai ghiacci della Groenlandia, ai deserti infuocati del Messico, alla foresta caldo-umida dell&#8217;Amazzonia, divenendo in breve il tipo biologico dominante per le sue caratteristiche specifiche di superpredatore: l&#8217;uomo.<\/p>\n<p>Ora, lasciando da parte &#8211; in questa sede &#8211; la <em>vexata quaestio<\/em> della datazione dell&#8217;arrivo dell&#8217;uomo nelle Americhe, attraverso il ponte intercontinentale dell&#8217;odierno Stretto di Behring, fra la Siberia nord-orientale e l&#8217;Alaska, che ha grande rilevanza da un puto di vista storica ma assai meno da un punto di vista zoologico, rimane il fatto che mentre la megafauna dell&#8217;America Settentrionale scompariva in modo quasi improvviso, una nuova specie faceva la sua comparsa e si apprestava a dominare completamente l&#8217;ambiente naturale, mediante le sue sofisticate tecniche di caccia e pesca e, soprattutto, mediante l&#8217;uso del fuoco, che avrebbe alterato enormemente la vegetazione primitiva, distruggendo immense superficie di foreste.<\/p>\n<p>Dobbiamo pensare che si sia trattato di una mera coincidenza, oppure tra i due eventi esiste una precisa e significativa relazione di causa ed effetto?<\/p>\n<p>Fino ad alcune generazioni fa, la maggior parte degli scienziati tendeva a respingere questa seconda possibilit\u00e0, poich\u00e9 sembrava quasi incredibile che una creatura piccola e debole come l&#8217;uomo avesse potuto avere la meglio sui giganteschi mammut, sui rinoceronti lanosi e sugli altri esemplari della megafauna nordamericana; e lo stesso ordine di ragionamenti, ovviamente, valeva anche per le altre grandi bioregioni della Terra, a cominciare da quella euroasiatica.<\/p>\n<p>In effetti, il mammut era diffuso sia nell&#8217;Europa preistorica che nell&#8217;Asia settentrionale; tutti gli avori lavorati dell&#8217;arte e dell&#8217;artigianato cinesi, per fare solo un esempio, provengono dalla zanne del mammut siberiano. Ebbene, tanto la specie europea del mammut, sensibilmente pi\u00f9 grande, quanto quella asiatica (passata poi, alla fine dell&#8217;ultima glaciazione, nel continente americano), scomparvero piuttosto bruscamente, proprio all&#8217;epoca in cui l&#8217;uomo colonizzava quelle regioni nordiche, da poco rimaste libere dalla morsa dei ghiacci e divenute tundra, foresta di conifere e, infine, foresta di latifoglie.<\/p>\n<p>Bisognava assolvere il genere umano da questo grande crimine contro la natura, scagionarlo da ogni sospetto che avrebbe gettato una luce sinistra sulla &#8216;provvidenzialit\u00e0&#8217; della sua comparsa sulla scena della storia della Terra. Fino ai primi decenni del XX secolo, l&#8217;atteggiamento dominante delle scienze, comprese quelle biologiche e naturalistiche, era improntato a una visione di tipo neopositivista, che condizionava fortemente sia le prospettive che i metodi di ricerca dei singoli studiosi. Il postulato sottinteso del paradigma scientifico dominante era che l&#8217;uomo, essere dotato di ragione, non potesse aver compiuto azioni dannose per gli equilibri naturali, se non nella misura in cui ci\u00f2 aveva consentito il &#8216;progresso&#8217;: la nascita dell&#8217;agricoltura, la domesticazione degli animali e via dicendo, erano state altrettante tappe sulla via della civilt\u00e0. Non si pensava, o non si voleva ammettere, che una tale marcia della &#8216;civilt\u00e0&#8217; avesse delle responsabilit\u00e0 precise nel degrado dell&#8217;ambiente naturale e nella scomparsa irreparabile di numerose specie animali e vegetali. L&#8217;uomo, signore del creato, ne era anche il benevole e responsabile custode.<\/p>\n<p>Un tipico esempio di questa <em>forma mentis<\/em> traspare nelle argomentazioni con le quali il paleontologo tedesco Othenio Abel si sforzava di confutare l&#8217;ipotesi che possa essere stata proprio la specie umana a provocare l&#8217;estinzione del mammut nell&#8217;Europa preistorica.<\/p>\n<p>Nel suo libro <em>Animali del passato<\/em> (titolo originale: <em>Das Reich der Tiere. Toere der Vorzett in ihrem Lebensraum<\/em>; traduzione italiana di Lydia e Giuseppe Scortecci, Verona, Arnoldo Mondadori Editore, 1942, pp. 74-77), egli si esprimeva in questi termini:<\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;estinzione di questi grandi mammiferi tanto in Europa che in Asia \u00e8 stata da molti imputata all&#8217;uomo. Non \u00e8 neppure il caso di discutere questa ipotesi. L&#8217;uomo dell&#8217;et\u00e0 della pietra non era certo in grado di sterminare il Mammut con le sue armi primitive e nemmeno coi lacci (che pure aveva imparato a usare nell&#8217;ultimo periodo interglaciale) o con altri sistemi. Talvolta infatti il cacciatore aurignaziano catturava i Mammut coi trabocchetti che disponeva nei luoghi di passo obbligato. Una di queste trappole venne identificata presso Krems, nell&#8217;Austria inferiore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Fu scoperta nel 1645 quando le truppe svedesi comandate dal generale Torstenson, ritirantisi davanti all&#8217;incalzare dell&#8217;armata imperiale sulla riva sinistra del Danubio, eressero alcune fortificazioni sui giacimenti alluvionali di Hundssteige. Parte delle ossa ritrovate in quel luogo esiste tuttora; un grande dente molare, che il Merian riprodusse nel suo<\/em> Theatrum europaeum <em>del 1643, dopo la soppressione del collegio dei gesuiti di Krems, , dove fu portato all&#8217;epoca del suo ritrovamento, pass\u00f2 poi nelle raccolte della fondazione benedettina di Krems, nell&#8217;Austria superiore, dove lo rividi ancora nel 1911.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non dobbiamo nemmeno cadere nell&#8217;errore di sopravvalutare il numero dei Mammut viventi contemporaneamente nelle epoche summenzionate, traendone la conclusione che anche per questo solo motivo sarebbe stato impossibile agli uomini del Glaciale di distruggere un numero tanto imponente di grandi animali. Ogni anno in Svevia qualche movimento tellurico mette in luce in media una quindicina di resti di Mammut. Ammettendo che tale media si sia mantenuta dal 1700, ne risulterebbe, secondo i calcoli di W. O. Dietrich, che circa 3.000 Mammut sarebbero stati trovati nei soli giacimenti alluvionali della Svevia. Questo calcolo comprende, insieme con i resti dei Mammut, quelli degli elefanti delle foreste, che per\u00f2 erano in quantit\u00e0 trascurabile. In Africa, prima che cominciasse la spietata carneficina provocata dall&#8217;avidit\u00e0 del guadagno realizzabile col traffico dell&#8217;avorio, esistevano circa 4 milioni di elefanti. Dai calcoli approssimativi in base alla quantit\u00e0 d&#8217;avorio africano messo in commercio nel 1800, si possono far ascendere a 30.000 i capi uccisi, che diventano 80.000 nel 1900. Anche se queste cifre si fossero mantenute costanti, la sparizione dell&#8217;elefante africano sarebbe stata questione di pochi anni ancora. Ammettiamo che i Mammut siano stati numerosi solo quanto gli elefanti africani: ci risulter\u00e0 evidente che gli uomini preistorici, con i loro primitivi mezzi di caccia, non poterono ridurne sensibilmente il numero.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ad altre cause, dunque, bisogna attribuire la fine di questi animali. Essa fu probabilmente provocata, come l&#8217;estinzione dell&#8217;elefante delle foreste in Europa, dal profondo mutamento del clima che si produsse con la fine del Glaciale. Neppure questa spiegazione \u00e8 del tutto esauriente ,poich\u00e9 si deve considerare che quegli animali avevano attraversato, senza risentirne danno, periodi intermedi di clima caldo. Ma il Mammut europeo dell&#8217;ultimo glaciale non era pi\u00f9 quello dei tempi antichi. Gi\u00e0 si notavano in esso alcuni segni di degenerazione, i quali forse furono la causa vera della sua estinzione, dovuta dunque ad un processo che, rendendolo incapace di sopportare un mutamento radicale del clima, lo condusse alla scomparsa definitiva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Pur tenendo conto delle descrizioni di Schweinfurth relative al metodo di caccia usato dai Niam-Niam, in Africa, contro gli elefanti (metodo che consiste nel chiudere interi branchi in un cerchio di fuoco, entro il quale ne vien fatta strage) e sapendo che cos\u00ec si suol procedere anche nel Camerun, noi dobbiamo convenire con W. Soergel che un tal metodo non pu\u00f2 essere stato praticato dagli uomini del Glaciale. \u00c8 vero che a Predmost una numerosa mandria di Mammut trov\u00f2 la morte in uno spazio relativamente ristretto, e che, almeno a quanto sembra, essa forn\u00ec per lungo tempo abbondante nutrimento a tutto un popolo del Solutreano. Ma secondo tutte le probabilit\u00e0 quella mandria fu vittima di una tempesta di neve, non gi\u00e0 di un incendio, e soltanto parecchio tempo dopo la catastrofe gli uomini del Glaciale giunsero sul luogo, dove i lupi dovevano aver gi\u00e0 iniziata l&#8217;opera loro. Il numero dei Mammut periti a Predmost venne calcolato in vari modi. Gli ultimi calcoli danno una cifra che si aggira tra i 500 e i 600 capi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tutto sommato, dopo aver compiute le pi\u00f9 accurate indagini intorno alle varie questioni, torniamo sempre alla medesima conclusone. L&#8217;uomo preistorico non pu\u00f2 essere ritenuto responsabile della distruzione dell&#8217;elefante che gli fu contemporaneo. Altre cause certamente determinarono la sparizione dei Mammut, prima dall&#8217;Europa, poi dall&#8217;Asia. Durante il Glaciale, i Mammut erano arrivati anche nell&#8217;America settentrionale per mezzo di quel ponte intercontinentale che collegava l&#8217;estremo lembo dell&#8217;Asia nord-orientale col continente americano, e di cui tante volte si valsero gli animali preistorici nelle loro migrazioni, approfittando delle sue ripetute emersioni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nell&#8217;America settentrionale i Mammut e i loro pi\u00f9 stretti congiunti si estinsero durante il Glaciale, mentre i mastodonti vissero molto pi\u00f9 a lungo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Quest&#8217;ultima affermazione, per la verit\u00e0, si \u00e8 rivelata inesatta, alla luce delle scoperte degli ultimi decenni. Oggi, infatti, sappiamo con certezza che i primi cacciatori nordamericani inseguivano sia il bisonte che il mammut pi\u00f9 di 10.000 anni or sono in tutto il Sud-ovest degli odierni Stati Uniti d&#8217;America.<\/p>\n<p>Sono stati individuati i pi\u00f9 importanti luoghi di sosta di tali uomini primitivi: Eden nel Wyoming; Signal Butte nel Nebraska; Danger Cave nello Utah; Lindenmeier e Yuma nel Colorado; Tule Springs e Gypsum Cave nel Nevada; Folsom, Bat Cave, Sandis e Clovis nel New Mexico; Plainview, Abilene e Midland nel Texas; Santa Rosa Island in California; Ventana Cave, Lehner e Naco nella valle di Gila, in Arizona.<\/p>\n<p>Il caso dell&#8217;isola di Santa Rosa, situata a 72 km. di distanza dalla costa della California meridionale, \u00e8 particolarmente significativo. Secondo l&#8217;archeologia &quot;ufficiale&quot;, l&#8217;uomo preistorico non avrebbe potuto spingersi fin l\u00ec, affrontando le grandi onde dell&#8217;Oceano Pacifico. Ma la geologia \u00e8 venuta in soccorso, dimostrando che un tratto dell&#8217;attuale braccio di mare era rimasto all&#8217;asciutto durante l&#8217;ultima glaciazione, e il rimanente (forse, non pi\u00f9 di 3 km.) doveva essere poco profondo. Servendosi di tronchi d&#8217;albero scavati, gli uomini primitivi non solo avevano raggiunto l&#8217;isola, ma vi avevano condotto proficue battute di caccia ad una specie di mammut nano (fatto caratteristico della fauna insulare; che si \u00e8 riscontrato, ad esempio, anche per l&#8217;antica fauna delle isole del Mediterraneo, nonch\u00e9 per quella delle Isole della Sonda, nel Sud-est asiatico). I diversi metodi di datazione impiegati dai ricercatori hanno dato risultati discordanti, nessuno dei quali pu\u00f2 ritenersi totalmente sicuro; ma \u00e8 provato, in ogni caso, che gli antichi abitanti umani del continente nordamericano cacciavano il mammut almeno 10, forse anche 15 o 20 mila anni fa.<\/p>\n<p>Quanto ai metodi di caccia adoperati dai cacciatori primitivi, \u00e8 vero che questi ultimi inventarono l&#8217;arco e le frecce solamente nel I millennio avanti Cristo. Tuttavia, essi possedevano un&#8217;arma straordinaria, l&#8217;atlatl, una corta lancia scagliata mediante un propulsore, che era in grado di colpire il bersaglio con una forza molto superiore a quella che le si pu\u00f2 imprimere mediante la sola forza del braccio. In ogni caso, l&#8217;atlatl serviva, pi\u00f9 che altro, per dare il colpo di grazia ai grandi animali erbivori, dopo che, mediante opportune strategie, questi erano stati sospinti o sorpresi in condizioni tali, da non potersi difendere n\u00e9 fuggire: ad esempio, in fondo a scoscendimenti del terreno, presso i luoghi di abbeverata.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 certo che un elemento essenziale di tali strategie di caccia consisteva nell&#8217;utilizzo del fuoco, appiccato alla vegetazione per accerchiare e ridurre all&#8217;impotenza i giganteschi mammiferi che, altrimenti, sarebbero stati delle prede veramente troppo ardue da cacciare, sia pure con un&#8217;arma poderosa e intelligente come l&#8217;atlatl. E non si devono sottovalutare i micidiali effetti di un siffatto metodo di caccia: n\u00e9 sulla vegetazione, che fin\u00ec per ridurre le foreste a delle steppe senz&#8217;alberi, n\u00e9 sulla megafauna, che ne risult\u00f2 decimata.<\/p>\n<p>Noi, oggi, siamo legati a un&#8217;immagine del rapporto fra uomo e natura, nell&#8217;America precolombiana, che \u00e8, essenzialmente, quella degli Indiani cacciatori di bisonti degli ultimi tempi che precedettero l&#8217;arrivo dell&#8217;uomo bianco, quando gi\u00e0 le trib\u00f9 delle grandi praterie avevano catturato e addomesticato i cavalli rinselvatichiti giunti con le prime caravelle degli Europei. Quel tipo di civilt\u00e0 \u00e8 stata definita, giustamente, la &quot;civilt\u00e0 del bisonte&quot;, perch\u00e9 si reggeva interamente sulla caccia a quell&#8217;animale, nessuna parte del quale andava sprecata. Tutto veniva utilizzato: dalla carne per l&#8217;alimentazione, alla calda pelliccia per gli indumenti, ai tendini per le corde degli archi, e perfino agli escrementi che, bruciati, fornivano il combustibile per il riscaldamento, nelle gelide notti d&#8217;inverno.<\/p>\n<p>Resi oculati da una consapevolezza ecologica maturata nel corso dei secoli, gli Indiani delle pianure uccidevano solo quel numero di capi che era stimato necessario per le necessit\u00e0 di ciascuna trib\u00f9, senza intaccare le capacit\u00e0 riproduttive della specie che, altrimenti, diminuendo di numero, avrebbe messo in forse anche la sopravvivenza dell&#8217;uomo. Ed anche l&#8217;abbattimento di quei pochi capi era regolato, in un certo senso, da un preciso cerimoniale religioso, nel corso del quale gli uomini chiedevano perdono, anticipatamente, allo spirito dell&#8217;animale per essere costretti a togliergli la vita. (Una sensibilit\u00e0 analoga, contrassegnata dalla preghiera di rammarico, \u00e8 stata riscontrata fino a temi recentissimi presso i Navajo, quando erano costretti ad abbattere i rari alberi presenti sul loro arido territorio, fra New Mexico ed Arizona).<\/p>\n<p>Ebbene, questa immagine \u00e8 sostanzialmente esatta, ma non si pu\u00f2 applicare ai primi cacciatori americani, ai cacciatori di mammut e di bisonte primigenio, n\u00e9 a quelli del bradipo gigante o milodonte. La tecnica della caccia mediante l&#8217;incendio della vegetazione si risolveva in una pratica estremamente distruttiva, e provocava delle vere e proprie stragi di animali, solo una minima parte dei quali poteva essere effettivamente utilizzata dall&#8217;uomo per le sue necessit\u00e0 di alimentazione, vestiario, eccetera.<\/p>\n<p>\u00c8 un pregiudizio risalente al mito del &quot;buon selvaggio&quot;, quello che vede nelle societ\u00e0 vernacolari dei modelli di salvaguardia dell&#8217;equilibrio ecologico. Al contrario, potremmo fare numerosissimi esempi di antiche faune (e flore) distrutte o decimate dalla caccia indiscriminata da parte dei popoli nativi; valga per tutti il caso dei giganteschi Moa (<em>Dynornis maximus<\/em>), uccelli corridori alti fino a 3 metri e mezzo della Nuova Zelanda, che vennero cacciati fino all&#8217;estinzione dai Maori o, forse, dagli indigeni che li precedettero nella colonizzazione di quell&#8217;arcipelago del Pacifico meridionale, i Moriori; o, forse, da parte di immigrati ancora pi\u00f9 antichi, dei quali ben poco di certo sappiamo.<\/p>\n<p>Di questa opinione era anche il grande divulgatore tedesco di archeologia C. W. Ceram (pseudonimo di Curt W. Marek), nato a Berlino nel 1915 e morto nel 1972, famoso specialmente per il suo libro <em>Civilt\u00e0 al sole<\/em> (rifiutato dagli editori e stampato dall&#8217;autore a proprie spese, che si rivel\u00f2 uno straordinario successo di vendite a livello mondiale).<\/p>\n<p>Nel suo documentato e avvincente studio <em>Il primo americano. Archeologia e preistoria del Nord America<\/em> (titolo originale: <em>Der erste Amerikaner. Das R\u00e4tsel der vor-kolumbischen Indianers<\/em>, Reinbek bei Hamburg, 1971; traduzione italiana di Giuseppina Panzieri Saija, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1972, pp. 297-301), Ceram ha cos\u00ec riassunto la questione dell&#8217;estinzione dei grandi mammiferi nordamericani:<\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 difficile assumere che una piccola orda di cacciatori affrontasse in aperta campagna un branco di mammut: sarebbe stato un suicidio. Senza dubbio avranno sfruttato le condizioni naturali del luogo per costruire trappole, buche ricoperte di leggeri cespugli, che sprofondavano sotto il peso dei giganti. Pi\u00f9 di frequente, avranno circondato e preso in trappola i mammut presso sorgenti poste in fondo a un declivio, nelle molte umide gole il cui accesso poteva venire sbarrato con tronchi e pietre; cos\u00ec gli animali potevano essere attaccati a distanza di sicurezza fino alla loro sanguinosa fine. Molti esempi stanno a dimostrare che tanto i bisonti quanto i mammut venivano spinti sul margine di un abisso da cui precipitavano gi\u00f9 e ormai inermi, con le ossa rotte, erano esposti all&#8217;insidia delle lance e delle pietre. Ma<\/em> in che modo <em>venivano spinti?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E cos\u00ec siamo infine giunti a parlare di un&#8217;arma del cacciatore primitivo che finora abbiamo trascurato: \u00e8 l&#8217;arma pi\u00f9 tremenda dell&#8217;uomo fin dalla notte dei tempi, quella che atterrisce qualsiasi animale: il fuoco!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma qui si presenta la domanda che sicuramente il lettore si \u00e8 posto da tempo, ogni qual volta ha sentito parlare di animali estinti:<\/em> perch\u00e9 <em>mai questi animali si estinsero? E perch\u00e9 l&#8217;uomo non per\u00ec<\/em> con <em>essi?<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Vogliamo subito anticipare che esistono innumerevoli teorie, ma ancora nessuna soluzione. Nel 1965 un congresso di specialisti si occup\u00f2 di questo problema, e i risultati furono pubblicati nel 1967. Essi indicano chiaramente le differenti posizioni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I geologi chiamano pleistocene l&#8217;era in cui i grandi animali vissero accanto all&#8217;uomo. Era il periodo della avanzate e ritirate dei ghiacci, delle variazioni climatiche. La primissima teoria, in favore della quale si possono in effetti addurre molti argomenti, \u00e8 che le condizioni climatiche impedirono il sopravvivere degli animali giganteschi, i quali abbisognavano di enormi quantit\u00e0 di nutrimento. Tuttavia non scomparvero soltanto i grandi animali, ma anche il cammello &#8211; dalle dimensioni di un lama &#8211; e il cavallo, e altri animali decisamente di piccola taglia, una variet\u00e0 di lepri e tre variet\u00e0 di antilopi. Allora si ricorse alla teoria della catastrofe, ipotizzando violenti sommovimenti della terra ed eruzioni vulcaniche &#8211; a questo proposito, bisogna sapere che alcuni decenni fa la scomparsa degli animali era vista in termini<\/em> drammatici <em>&#8211; il tutto in un breve periodo di tempo \u00abdiecimila anni fa\u00bb, si diceva generalmente. Ma nel 1968 Jesse D. Jennings raccolse tutte le datazioni col radiocarbonio disponibili per i reperti di scheletri animali. Fu accertato che gli animali non si estinsero affatto in uno stesso periodo: alcuni, per esempio il mammut, sopravvissero probabilmente fino al 4.000 a. C. quindi pi\u00f9 a lungo del cavallo. E il<\/em> Bison antiquus <em>vagava ancora per le praterie quando il bisonte attuale cominciava lentamente a prenderne possesso, tra il 6.000 e il 5.000 a. C. Infine si ipotizzarono misteriose malattie ed epidemie che avrebbero decimato le mandrie; ma, ci si domanda, perch\u00e9 soltanto un determinato gruppo di animali, relativamente piccolo? Si \u00e8 pensato perfino ad una gigantesca ondata di suicidi tra gli animali, facendo riferimento ai lemming i quali, per cos\u00ec dire, tengono in pugno il misterioso &#8216;equilibrio naturale&#8217; in quanto, a determinati intervalli, si precipitano in mare a migliaia. Questo costituisce invero un problema ancora irrisolto (la scienza dell&#8217;ecologia \u00e8 ancora agli inizi); si rammentano ancora l&#8217;incredulit\u00e0 e lo spavento degli abitanti della costa della Florida, allorch\u00e9 nel gennaio del 1970 d&#8217;improvviso centocinquanta balene approdarono sulla spiaggia; quando uomini di buona volont\u00e0 per mezzo di funi le spinsero nuovamente in mare, ancora una volta le balene si precipitarono contro la costa, ad incontrarvi sicura morte.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tutte queste teorie sono ancora oggetto di discussione; ogni studioso di preistoria sostiene l&#8217;una o l&#8217;altra, Soltanto un gruppo di studiosi, il cui pi\u00f9 deciso rappresentante pu\u00f2 essere considerato Paul S. Martin, afferma che un&#8217;altra fu la causa dell&#8217;estinzione dei grandi animali:<\/em> l&#8217;uomo<em>!<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Vorrei a questo punto rinviare a una tesi che a mio avviso dovrebbe essere ripresa in esame. Il filosofo spagnolo Ortega y Gasset (&#8230;) si occupa di questo problema in un brillante saggio,<\/em> Prologo a un Tratado de Monteria <em>(<\/em>Prologo a un trattato di caccia<em>). Egli dice:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abGli studiosi di preistoria sono soliti assicurarci che le varie ere glaciali e interglaciali furono il paradiso dei cacciatori. Ci hanno fatto credere che la selvaggina pregiata fosse incredibilmente numerosa, e leggendo queste cose l&#8217;animale da preda, che sonnecchia in fondo ad ogni cacciatore che si rispetti, istintivamente digrigna i denti e si sente l&#8217;acquolina in bocca. Ma quelle affermazioni sono<\/em> inesatte e sommarie<em>\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;E con dimostrazioni attinte ai diversi stadi della storia dell&#8217;umanit\u00e0, Ortega y Gasset dimostra che gli animali da caccia furono<\/em> sempre rari<em>. Se questo \u00e8 esatto, la probabilit\u00e0 che sia stato l&#8217;uomo a distruggere gli animali naturalmente aumenta in modo considerevole. La cifra pi\u00f9 volte avanzata da un autore americano, secondo cui diecimila anni or sono il Nordamerica era popolato da quaranta milioni di grandi animali, non \u00e8 in alcun modo confortata da prove.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Altri motivi che parlano in favore della<\/em> Pleistocene overkill <em>(la strage del pleistocene) come l&#8217;ha definita Martin, sono palesemente da individuare nei<\/em> metodi <em>di caccia dell&#8217;uomo dell&#8217;era glaciale. \u00abPer ammazzare<\/em> un qualsiasi membro <em>di una mandria di bisonti o di elefanti, era necessario ammazzarli tutti&#8230; sospingendoli verso un burrone\u00bb. Il termine &#8216;elefante&#8217; pu\u00f2 essere applicato tanto al mammut vero e proprio quanto al pi\u00f9 piccolo mastodonte, giacch\u00e9 nel Nordamerica esistettero<\/em> entrambi<em>). E senza dubbio per far ci\u00f2 l&#8217;uomo ricorse alla sua arma pi\u00f9 terribile: il fuoco. Non sappiamo fino a che punto egli fosse in grado di controllarlo., tuttavia possiamo figurarci boschi e praterie in fiamme, in cui perivano migliaia di animali, quantunque le orde di cacciatori non potessero consumarne che due o tre capi. E questi massacri dovettero avere notevoli ripercussioni. Infatti la riproduzione era scarsa. Inoltre, giacch\u00e9 il cacciatore primitivo con grande probabilit\u00e0 preferiva dar la caccia ad animali giovani (sia perch\u00e9 era meno pericoloso e pi\u00f9 facile, sia perch\u00e9 la loro carne era certamente pi\u00f9 gustosa), diminu\u00ec ulteriormente le possibilit\u00e0 di riproduzione di tutte le specie. A ci\u00f2 si aggiunge il fatto che gli elefanti hanno un periodo di gestazione da diciotto a ventun mesi, e che partoriscono sempre soltanto<\/em> un <em>piccolo per volta.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il problema dell&#8217;estinzione dei grandi animali non \u00e8 risolto. Perch\u00e9 sopravvisse l&#8217;<\/em>uomo<em>, che non era soltanto cacciatore ma anche selvaggina? Presso lo stagno accanto al quale egli circondava il branco di bisonti vi era magari gi\u00e0 in agguato la tigre dai denti a sciabola, o veniva a dissetarsi anche l&#8217;orso gigante, e forse si aggirava avido di preda il lupo. L&#8217;uomo sopravvisse grazie alla sua massa cerebrale, grazie al fatto che \u00e8 un onnivoro e grazie alla sua enorme capacit\u00e0 di adattamento alle variazioni climatiche. E non soltanto sopravvisse, ma si svilupp\u00f2. Lasci\u00f2 dietro di s\u00e9 una traccia di sangue, finch\u00e9 divenne agricoltore e sedentario, finch\u00e9 cre\u00f2 civilt\u00e0 e cultura, fino al giorno in cui<\/em> in quanto uomo <em>divenne il peggior nemico dell&#8217;uomo.&quot;<\/em><\/p>\n<p>In mancanza di prove inoppugnabili, un retto atteggiamento scientifico \u00e8, senza dubbio, quello di lasciare impregiudicata la questione, continuando a raccogliere elementi per rispondere al quesito circa la scomparsa dei grandi animali.<\/p>\n<p>Certo \u00e8 che, allo stato attuale, gravi indizi sembrano indicare nell&#8217;uomo la causa pi\u00f9 probabile di quelle rapide, totali estinzioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fino a circa 10.000 anni fa, le praterie del Nord America, le foreste e le vallate ai pedi delle Montagne Rocciose erano popolate da branchi di<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30135,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[52],"tags":[93],"class_list":["post-25029","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-zoologia","tag-america"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-zoologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25029","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25029"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25029\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30135"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25029"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25029"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25029"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}