{"id":25025,"date":"2006-03-15T08:18:00","date_gmt":"2006-03-15T08:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/15\/estasi-e-morte-nel-linguaggio-dellarte\/"},"modified":"2006-03-15T08:18:00","modified_gmt":"2006-03-15T08:18:00","slug":"estasi-e-morte-nel-linguaggio-dellarte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/03\/15\/estasi-e-morte-nel-linguaggio-dellarte\/","title":{"rendered":"Estasi e morte nel linguaggio dell&#8217;arte"},"content":{"rendered":"<p><em>(Articolo pubblicato sul numero 3 di maggio-giugno 1988, anno XXVI, di &quot;Alla Bottega. Rivista bimestrale di cultura ed arte&quot;, pp. 57-59, e corredato dalle riproduzioni di due opere d&#8217;arte: &quot;Estasi&quot; di Woldemar Melnik, scultore estone del 1900, e &quot;Niobide morente&quot; , copia romana in marmo da originale greco del 450 a. C. circa, Roma, Museo Nazionale).<\/em><\/p>\n<p>Che estasi e morte siano due dimensioni complementari di un&#8217;unica realt\u00e0, le due facce di una stessa medaglia, l&#8217;antica saggezza dei greci lo aveva ben compreso, mettendo Eros e Th\u00e0natos in costante relazione reciproca, sia nella poesia che nelle arti figurative. Achille che uccide Pentesilea, la regina delle Amazzoni, con un colpo di lancia, e che quasi nello stesso momento si commuove e s&#8217;innamora davanti al bel corpo morente (1), sintetizza questa fondamentale intuizione del pensiero classico. Intuizione che non \u00e8 mai andata smarrita e che ritroviamo costantemente nella storia dell&#8217;arte occidentale lungo il corso dei secoli, anche dopo il tramonto definitivo della civilt\u00e0 antica.<\/p>\n<p>Figure di morenti, dal punto di vista compositivo, sono le sculture dell&#8217;estasi di Santa Teresa del Bernini (2), o della Beata Ludovica Albertoni (3) dello stesso autore: quasi a ricordarci che l&#8217;estasi come fatto mistico \u00e8 un <em>rapimento fuori di s\u00e9,<\/em> materiale oltre che spirituale, e dunque una piccola morte.<\/p>\n<p>E che altro \u00e8 l&#8217;orgasmo, la vetta pi\u00f9 intensa del piacere fisico, se non una &quot;piccola morte&quot; e un&#8217;estasi al tempo stesso? Estasi come abbandono temporaneo della coscienza, morte come abbandono definitivo e irrimediabile; estasi come nostalgia dell&#8217;infinito, come sgravio da una condizione &#8211; l&#8217;esser desto della coscienza , appunto &#8211; sentita come un peso intollerabile, come un ostacolo alla dimensione pi\u00f9 autentica e profonda dell&#8217;io. Estasi come ritrovamento e riconciliazione con l&#8217;Assoluto, come superamento delle fatali antinomie della vita, come ricomposizione della frattura insanabile tra mente e spirito. Estasi, quindi, lo ripetiamo, come manifestarsi di una esperienza di morte e rinascita interiore &#8211; esattamente come nelle pratiche sciamaniche ormai ben note agli studiosi di antropologia e storia delle religioni. (4)<\/p>\n<p>Tale analogia tra estasi e morte costituisce una costante cos\u00ec ben definita nella storia dell&#8217;arte, che possiamo scorgerne i riverberi perfino nel confronto tra opere antiche e moderne. In questa sede ci limiteremo ad un esame comparativo tra la celebre <em>Niobide morente<\/em> del Museo Nazionale Romano (5) e la scultura di Woldemar Melnik <em>Estasi<\/em> (6), significativo esempio di simbolismo espressionista in Estonia del primo &#8216;900.<\/p>\n<p>\u00c8 sufficiente un confronto anche superficiale tra le due opere per rendersi conto di quanto la seconda debba alla prima (che, a sua volta, \u00e8 la copia romana in marmo da un originale greco del 450 a. C. circa). (7) Intanto nell&#8217;impianto figurativo generale e nell&#8217; intuizione centrale che l&#8217;estasi , come la morte, \u00e8 un passaggio a una condizione nuova e diversa, tale da alterare e trasfigurare l&#8217;ente in una luce totalmente <em>altra<\/em>. Poi nei particolari descrittivi della figura: la posizione del capo rovesciato all&#8217;indietro, delle gambe divaricate, perfino nel panneggio della veste ormai scivolata sulla sola gamba destra.<\/p>\n<p>L&#8217;ignoto scultore greco del v secolo ha rappresentato nella Niobide dalle forme armoniose , si badi, non una <em>morta<\/em> ma una <em>morente<\/em>: dalla bocca semiaperta pare che fugga l&#8217;ultimo soffio vitale. Gli occhi sono rivolti al cielo in uno sguardo di estrema invocazione o forse di addio, carichi di rimpianto;le braccia, torte dietro le spalle, cercano di afferrare il dardo di Artemide che le si \u00e8 infitto nella schiena, quasi a volerselo strappare in un supremo sforzo di ribellione alla morte, sforzo ormai inutile e codannato ad esaurirsi quasi subito.<\/p>\n<p>Questa giovane donna morente, dalle floride forme &#8211; paradossalmente &#8211; esuberanti di vita, \u00e8 dunque un monumento al rimpianto dell&#8217;estremo commiato, quasi un grido di protesta contro l&#8217; ingiustizia divina di una giovane vita stroncata come un fiore reciso da una falce inesorabile. In senso lato, \u00e8 un atto di accusa alla caducit\u00e0 di tutto ci\u00f2 che \u00e8 umano, la ribellione contro l&#8217;assurdit\u00e0 di una <em>conditio<\/em> esistenziale che dapprima ci lusinga con fallaci promesse, e poi ci spoglia di ogni futuro, di ogni domani, precipitandoci nel buio che \u00e8 fuori della forma.<\/p>\n<p>Lo scultore estone Woldemar Melnik ha ripreso questo <em>anelito alla vita che fugge<\/em> e lo ha trasformato in un <em>anelito alla fuga dalla vita.<\/em> I termini della problematica sono rovesciati, ma &#8211; ecco il colpo di genio &#8211; per una misteriosa dialettica degli opposti, il mezzo espressivo rimane pressoch\u00e9 identico. La sua giovane donna, che ricalca la Niobide morente fin nei particolari, leva gli occhi al cielo non gi\u00e0 nel rimpianto della vita che fugge, ma bens\u00ec nella nostalgia dell&#8217;infinito, di quell&#8217;infinito che \u00e8 dissoluzione della forma ed esaurimento del dato esistenziale secondo i parametri della vita ordinaria. \u00c8, insomma, nostalgia della morte, vissuta come anticipazione momentanea di un abbandono totale del fardello del vivere (come ne <em>La prima notte di quiete<\/em>, per parafrasare il titolo di un bel film di Valerio Zurlini del 1972).<\/p>\n<p>L&#8217;unica differenza formale tra le due opere, difatti, risiede &#8211; al di l\u00e0, beninteso, delle grandi diversit\u00e0 di clima stilistico &#8211; nella rappresentazione delle braccia. Quelle della figlia di Niobe, ancora disperatamente attaccata alla vita, cercano &#8211; come si \u00e8 visto &#8211; una impossibile salvezza nella liberazione dal dolore, simile in questo al Laocoonte che si contorce fra le spire dei draghi. La mistica e, al tempo stesso, pagana donna di Melnik, invece, si abbandona fiduciosamente al nulla &#8211; al Tutto &#8211; che la sta per riempire, e stringe al seno le mani in un gesto di raccoglimento estatico in cui ella sembra la sacerdotessa di un rito insondabile. Il rito per mezzo del quale ella fa dono di s\u00e9 e della sua vita alla dimensione <em>altra<\/em>, e dunque si perde, si annulla: ma perdendosi si ritrova in un piano d&#8217;esistenza pi\u00f9 alto e luminoso.<\/p>\n<p>Schopenhauer, davanti alla statua del Laocoonte, si domandava perch\u00e9 questi non possa gridare. Anche noi, constatando che un vero grido non esce dalle labbra delle nostre due statue, possiamo porci la medesima domanda. E di nuovo, rispondere a tale interrogativo significa tornare in quel luogo misterioso dello spirito, ove due opposti itinerari si incrociano e si fondono. La figlia di Niobe non emette alcun grido perch\u00e9 dalla sua bocca semiaperta la vita sta uscendo, e il grido semmai \u00e8 concentrato negli occhi dolorosi e imploranti; ma pi\u00f9 ancora perch\u00e9 il rimpianto della vita ch&#8217;essa esprime, stando in bilico ormai sul limitare estremo di essa, non pu\u00f2 essere grido ma gi\u00e0 solo esile lamento, soffio fuggente.<\/p>\n<p>Viceversa la donna in estasi di Melnik non grida e non pu\u00f2 gridare perch\u00e9 il suo rapimento \u00e8 <em>offerta sacrificale di s\u00e9 medesima<\/em>, autoannullamento coscientemente perseguito e gioiosamente voluto. Anche qui solo un soffio che esala, dunque; un lamento, forse; ma un lamento di trasporto ineffabile, di pace suprema -di oblio senza tempo&#8230;<\/p>\n<p>NOTE<\/p>\n<p>1)  Cfr. ad es. la celebre coppa greca (460 circa a. C.) di Monaco di Baviera. La stessa scena appare sui rilievi di vari sarcofagi.<\/p>\n<p>2)  Roma, Chiesa di S. Maria della Vittoria.<\/p>\n<p>3)  Roma, Chiesa di S. Francesco a Ripa.<\/p>\n<p>4)  L&#8217;estasi come morte e rinascita \u00e8 un elemento caratteristico dello sciamanesimo, spec. nordamericano e centro-asiatico. Cfr., oltre al callsico <em>Lo sciamenesimo e le tecniche dell&#8217;estasi<\/em> di Mircea Eliade, anche Vittorio Lanternari, <em>Movimenti religiosi di libert\u00e0 e di salvezza dei popoli oppressi<\/em>, Milano, 1977, p. 144,<\/p>\n<p>5)  Per la leggenda di Niobe e dei suoi quattordici figli uccisi da Apollo e Artemide, cfr. <em>Dizionario di mitologia<\/em>, Bologna, 1975. Per la storia della scultura della Niobide, cfr. Karl Schefold, <em>L&#8217;arte greca come fenomeno religioso<\/em>, Milano, 1962, p.III; ed Eugenio la Rocca, <em>Amazzonomachia. Le sculture frontonali del Tempio di Apollo Sosiano,<\/em> Roma, 1985.<\/p>\n<p>6)  Vedi <em>Enciclopedia Italiana<\/em>, ediz. 1949, voce <em>Estonia.<\/em><\/p>\n<p>7)  Cfr. la rivista <em>Archeo<\/em>, agosto 1987 (articolo di Romolo A. Staccioli).<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Articolo pubblicato sul numero 3 di maggio-giugno 1988, anno XXVI, di &quot;Alla Bottega. 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