{"id":25013,"date":"2014-12-23T08:36:00","date_gmt":"2014-12-23T08:36:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/12\/23\/esse-est-inter-omnia-perfectissimum\/"},"modified":"2014-12-23T08:36:00","modified_gmt":"2014-12-23T08:36:00","slug":"esse-est-inter-omnia-perfectissimum","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2014\/12\/23\/esse-est-inter-omnia-perfectissimum\/","title":{"rendered":"\u00abEsse est inter omnia perfectissimum\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>San Tommaso d&#8217;Aquino, nella sua opera \u00abDe potentia\u00bb, afferma, tirando le somme di un articolato ragionamento (7, 2, ad 9), che \u00abfra tutte le cose l&#8217;essere \u00e8 la pi\u00f9 perfetta\u00bb (\u00abesse est inter omnia perfectissimum\u00bb); e secondo alcuni storici della filosofia, ad esempio Battista Mondin, questo sarebbe, forse, l&#8217;aspetto pi\u00f9 originale di tutta la metafisica tomista.<\/p>\n<p>In altre parole: il fatto di essere, di esistere, rappresenta la massima perfezione di una cosa, a parit\u00e0 delle altre qualit\u00e0 che essa pu\u00f2 avere. Un poeta o un pittore possono immaginare, ad esempio, un paesaggio stupendo, di una cos\u00ec sublime perfezione, quale mai occhio umano ha veduto: ma ad una simile perfezione mancher\u00e0 ancora l&#8217;ultimo grado, quello dell&#8217;esistenza: perch\u00e9 si tratta, appunto, di un paesaggio solamente immaginato, o magari descritto in versi o raffigurato sulla tela; non, per\u00f2, di una realt\u00e0 esistente per se stessa, indipendentemente da colui che l&#8217;ha concepita. Cos\u00ec pure, un moralista o un filosofo possono immaginare, e descrivere nei loro discorsi e nelle loro opere, una creatura umana dotata di tutte le pi\u00f9 eccellenti qualit\u00e0 spirituali e priva del bench\u00e9 minimo difetto, della pi\u00f9 piccola imperfezione: per\u00f2 a quella creatura mancher\u00e0 pur sempre l&#8217;ultimo e decisivo grado per essere realmente, interamente perfetta: quello dell&#8217;esistenza.<\/p>\n<p>L&#8217;esistenza delle cose, il fatto che le cose esistano e che possiamo vederle, possiamo parlarne, possiamo essere, noi stessi, partecipi della loro esistenza, \u00e8 il prodigio pi\u00f9 grande ed \u00e8 la pi\u00f9 meravigliosa perfezione che sia data ad un ente; un dato cos\u00ec sublime, cos\u00ec struggente, cos\u00ec straordinario, che solo la forza dell&#8217;abitudine pu\u00f2 averci assuefatti al suo quotidiano manifestarsi, al suo dispiegarsi vittorioso contro lo sfondo impensabile del nulla. Eppure, che le cose esistano non \u00e8 scontato; non \u00e8 scontato che, invece del niente, vi sia qualcosa; n\u00e9 che noi esistiamo, che possiamo essere non solo testimoni, ma anche partecipi di un tale trionfo dell&#8217;essere. Noi ci perdiamo nella funzione predicativa dell&#8217;essere: il fatto che una cosa sia in un modo o in un altro, per esempio che sia verde oppure gialla, o che sia presente oppure passata, o che sia giusta oppure sbagliata, ci fa perdere di vista il prodigio fondamentale: che quella tale cosa \u00e8, semplicemente, senza attributi, senza modi, indipendentemente dalle circostanze in cui si concretizza e si manifesta. Il fatto che ci sia, \u00e8 straordinario; ed \u00e8 straordinario che ci siamo noi. Quella cosa avrebbe potuto non esserci; noi stessi avremmo potuto non esserci; invece ci siamo, esistiamo, siamo qui.<\/p>\n<p>Straordinario non \u00e8 che il mare sia di un certo colore, ma che ci sia; non \u00e8 che questo pezzo di pane abbia un certo profumo, ma che ci sia; tutte le qualit\u00e0 delle cose sono una conseguenza del miracolo iniziale: che esse ci siano, invece del nulla. Il nulla, noi non possiamo nemmeno pensarlo; non lo si pu\u00f2 contrapporre all&#8217;essere, come se fosse anch&#8217;esso qualcosa: il nulla \u00e8 mancanza di essere, privazione radicale di essere, zero assoluto. Non possiamo pensarlo, perch\u00e9 noi siamo: e il solo fatto di esserci, di essere in mezzo ad altre cose che sono, fa s\u00ec che, per noi, l&#8217;unica maniera di pensare il reale sia quella di pensarlo come esistente. La nostra mente non \u00e8 fatta in modo da poter pensare il nulla; nessuna mente finita ne sarebbe capace, perch\u00e9 dove c&#8217;\u00e8 l&#8217;essere, il nulla \u00e8 una semplice ipotesi concettuale, non qualche cosa di concretamente pensabile, e sia pure di concretamente pensabile come il contrario dell&#8217;essere.<\/p>\n<p>Il nulla non \u00e8 il contrario dell&#8217;essere, perch\u00e9, se fosse tale, sarebbe gi\u00e0 qualcosa, sarebbe pur sempre qualcosa; mentre il nulla \u00e8 il vuoto assoluto, dove il pensiero si smarrisce, perch\u00e9 non ha il minimo appiglio a cui afferrarsi, la minima consistenza su cui esercitare la riflessione. Come diceva Epicuro della morte (ma con una piccola modifica, perch\u00e9 la morte, dopotutto, se non \u00e8 una cosa, \u00e8 pur sempre un evento), cos\u00ec noi possiamo dire del nulla che esso non \u00e8 assolutamente niente per noi, perch\u00e9 fino a quando ci siamo noi, esso non c&#8217;\u00e8; e se, invece di esserci, noi non ci fossimo, allora non sarebbe cosa che ci potrebbe riguardare.<\/p>\n<p>Questa incompatibilit\u00e0 radicale dell&#8217;essere e del nulla, per cui se vi \u00e8 l&#8217;uno, non pu\u00f2 esservi l&#8217;altro, configura l&#8217;esistenza delle cose come una sorta di spinta vittoriosa che le porta ad emergere nello splendore dell&#8217;esistenza, fuori dal buio del non-essere; per cui Jacques Maritain ha potuto parlare del trionfo sul nulla della cosa pi\u00f9 umile, poniamo di un filo d&#8217;erba. Ecco perch\u00e9 le cose sono un prodigio, per il solo fatto di esserci; e &#8212; stranamente &#8211; in genere \u00e8 il poeta, e non il filosofo, a stupirsene, a meravigliarsene, a gioirne e ad esultarne. Evidentemente, anche i filosofi si sono dimenticati, sovente, il punto di partenza della loro stessa attitudine speculativa: del fatto, cio\u00e8, che essi non avrebbero alcunch\u00e9 su cui ragionare, alcunch\u00e9 su cui interrogarsi, se le cose, anche le pi\u00f9 umili, anche le pi\u00f9 quotidiane, non fossero.<\/p>\n<p>Il vero filosofo non dovrebbe stupirsi tanto per il fatto che le cose siano in un determinato modo, ma che siano, puramente e semplicemente, invece di non essere. Certo, la bellezza delle cose, la bont\u00e0 delle cose, la verit\u00e0 delle cose, ciascuna nel proprio ambito e secondo la propria funzione, destano continuamente stupore e ammirazione. Stupore e meraviglia si provano, ad esempio, davanti allo spettacolo della circolazione sanguigna nel corpo umano, e, in genere, davanti allo spettacolo della mirabile complessit\u00e0 e armonia che regnano nell&#8217;organismo dei viventi; e gli stessi sentimenti non si possono trattenere davanti allo spettacolo di un bosco o di un giardino pieni di vita, di un&#8217;alba o un tramonto in riva al mare, dello sfavillare d&#8217;innumerevoli astri nel limpido cielo notturno, o del candore della neve e dei ghiacci che brillano al sole sulle pendici d&#8217;una imponente chiostra di montagne. Ma la cosa pi\u00f9 straordinaria, pi\u00f9 sconvolgente di tutte, \u00e8 che le cose esistano; che esitano i nostri occhi per ammirarle; che esista la nostra anima per goderne l&#8217;intima dolcezza.<\/p>\n<p>Se, poi, vogliamo fare un passo avanti nella riflessione su tale prodigio, arriviamo ben presto a considerare le implicazioni del doppio significato che siamo soliti attribuire alla parola &quot;essere&quot;, quando ci riferiamo alle cose. Infatti, allorch\u00e9 diciamo, per esempio, che nel prato c&#8217;\u00e8 un cespuglio di rose, intendiamo sia che le rose sono in un certo modo (\u00abnel prato\u00bb), sia che le rose SONO, che sono invece di non essere. Cos\u00ec facendo, tendiamo a confondere il concetto di essenza con quello di esistenza: diamo un per scontato il fatto che, se le cose sono cos\u00ec e cos\u00ec (colorate, profumate, ecc.), ovviamente ci\u00f2 accade perch\u00e9 esse ci sono, vale a dire perch\u00e9 esistono, invece di non esistere. Se diciamo che la rosa \u00e8 profumata, il verbo essere viene adoperato per indicare una modalit\u00e0 della rosa, lasciando implicito, e scontato, il fatto che la rosa esiste, dopotutto.<\/p>\n<p>Questo avviene perch\u00e9 noi non possiamo concepire l&#8217;essenza di una cosa, il fatto che una cosa sia se stessa e non un&#8217;altra, che abbia una propria ineliminabile specificit\u00e0 (\u00abquiddit\u00e0\u00bb, diceva San Tommaso) separata dal fatto che quella tale cosa abbia, nello stesso tempo, anche la propriet\u00e0 fondamentale e che fa da supporto a tutte le altre, attuali o eventuali propriet\u00e0: quella dell&#8217;esistenza. Per noi, le cose sono in una certa maniera, perch\u00e9 possiedono l&#8217;esistenza (e magari l&#8217;esistenza di secondo ordine del semplice pensiero immaginativo, come la rosa del poeta): la nostra mente \u00e8 fatta in modo tale che non arriviamo a concepire l&#8217;esistenza di una cosa, senza che tale cosa abbia determinate propriet\u00e0; e, viceversa, che l&#8217;esistenza delle specifiche propriet\u00e0 di una cosa sia resa possibile dal fatto della sua esistenza. Noi, infatti, siamo enti fra gli enti, in un mondi di enti; siano cose fra le altre cose &#8212; cose senzienti e pensanti, ma pur sempre cose, nel senso che non ci siamo dati l&#8217;esistenza da noi stessi, non siamo emersi dal nulla per un atto della nostra volont\u00e0.<\/p>\n<p>Sorge perci\u00f2 la domanda se non sia possibile, anzi, se non sia necessario e indispensabile, pensare l&#8217;esistenza di qualcosa che non sia determinabile in ragione delle sue propriet\u00e0, ma in se stessa, cio\u00e8 come puro essere, come esistere incondizionato e assoluto; che si lega con l&#8217;altra domanda, da dove le cose abbiano tratto la loro esistenza, da dove noi abbiamo tratto il nostro esserci, il nostro stupirci e interrogarci, il nostro affannarci intorno al problema della verit\u00e0. La domanda, dunque, \u00e8 questa: esiste un essere che sia essere in quanto essere, essere senza condizioni, senza un prima e un dopo, senza un dentro e un fuori, senza un questo e un quello; un essere che \u00c8, puramente e semplicemente, e le cui determinazioni sono di tanto superiori alla nostra capacit\u00e0 di vedere, di comprendere, d&#8217;immaginare, da far apparire le nostre domande come un incerto balbettare; un essere che non trae da altro la propria esistenza, ma da se stesso? Un essere che, a differenza degli enti, accidentali e provvisori, sia necessario ed eterno?<\/p>\n<p>La ragione, l&#8217;istinto, il buon senso, tutto si accorda per condurci a un risposta affermativa; tutto ci indirizza in quella direzione. Se non vi fosse un tale fondamento, come potrebbero esistere le cose, come potrebbe esistere il mondo?<\/p>\n<p>Ma il mondo, dicono le filosofie panteiste, \u00e8 eterno esso stesso: il mondo \u00e8 Dio. Contraddizione in termini: se il mondo fosse eterno, allora non sarebbe il mondo, non sarebbe il mondo che conosciamo, che vediamo, che studiamo: perch\u00e9 sappiamo che il mondo ha una certa et\u00e0, e gli scienziati sono anche riusciti ad indicarla, sia pure approssimativamente; e ci\u00f2 che ha un&#8217;et\u00e0, ha un&#8217;esistenza finita, concentrata nel tempo, con un inizio e una fine. Non \u00e8 eterno, non \u00e8 sempre esistito; e anche una serie di Big Bang rimanderebbe solo l&#8217;inizio all&#8217;infinito. Inoltre, noi sappiamo che il mondo non \u00e8 necessario: esiste, ma potrebbe anche non esistere. Tutto ci\u00f2 che ci \u00e8 dato esperire con i sensi \u00e8 accidentale; nulla di ci\u00f2 che vediamo e conosciamo fisicamente \u00e8 necessario: non la terra, non il sole, non le galassie, non la vita, sia quella dell&#8217;umile organismo unicellulare, sia quella dell&#8217;uomo pi\u00f9 intelligente e profondo. Le cose ci sono, ma potrebbero non esserci: nulla, in esse, le rende necessarie; non c&#8217;\u00e8 niente, assolutamente niente, in loro, che renda indispensabile la loro esistenza. La loro esistenza \u00e8 gratuita: \u00e8, se vogliamo, un atto di amore, perch\u00e9 \u00e8 un dono, nel senso pi\u00f9 ampio del termine. Un dono \u00e8 ci\u00f2 che si offre spontaneamente, disinteressatamente e gratuitamente: quando non si pongono condizioni, quando non si domanda niente in cambio.<\/p>\n<p>Noi abbiamo ricevuto questo dono, e con noi tutte le cose che esistono. Non esistiamo per nostra volont\u00e0; la spinta vittoriosa che ci ha portati ad emergere dal nulla, non \u00e8 partita da noi, perch\u00e9 noi non c&#8217;eravamo. \u00c8 partita, per forza di cose, da Qualcuno o da Qualcosa che esiste in modo assoluto, che \u00c8, senza condizioni. Quando i filosofi e i teologi affermano che un tale Essere \u00e8 questo o quello, per esempio che \u00e8 somma verit\u00e0, somma bont\u00e0, somma bellezza, si esprimo, inevitabilmente, in forma antropomorfa: bisognerebbe specificare molto chiaramente che si tratta di bellezza, bont\u00e0 e verit\u00e0 secondo il nostro modo di vedere e di giudicare le cose; perch\u00e9, per noi, le cose, le cose che conosciamo, quelle che cadono sotto i nostri sensi e quelle che possiamo indagare pienamente per via razionale, possono anche presentarsi come brutte, false o cattive. Ma l&#8217;Essere assoluto, l&#8217;Essere con la &quot;e&quot; maiuscola, \u00e8 al di l\u00e0 di simili alternative, che sono proprie della dimensione duale in cui siamo immersi (corpo e anima, mondo naturale e mondo soprannaturale); l&#8217;Essere non potrebbe essere in altro modo da come \u00e8; possiede la volont\u00e0 &#8212; altrimenti non avrebbe tratto le cose all&#8217;esistenza &#8212; ma non la possibilit\u00e0 dell&#8217;errore, dell&#8217;imperfezione, dello scacco. \u00c8 perfetto, perch\u00e9 \u00c8 in modo assoluto, totale, incondizionato.<\/p>\n<p>L&#8217;Essere \u00e8 come il cielo al di sopra delle nubi. Sotto le nubi il tempo atmosferico \u00e8 soggetto a variazioni, a mutamenti; sopra di esse, no: esso permane sempre uguale a se stesso, imperturbabile, sfolgorante di perfezione. Noi, pertanto, chiamiamo le cose &quot;buone&quot; o &quot;cattive&quot;: e abbiamo ragione di fare cos\u00ec, perch\u00e9 esse sono realmente tali; ma sono tali per noi, sono tali quaggi\u00f9, in fondo allo stagno nel quale sguazziamo, scambiandolo per il mare aperto: ma non solo tali al cospetto dell&#8217;Essere, perch\u00e9 dall&#8217;Essere ogni cosa esce buona e, in senso relativo, perfetta. Certo, le cose non sono perfette in senso assoluto: esse, infatti, partecipano dell&#8217;essere, ma non sono l&#8217;essere; cos\u00ec come le cose infuocate partecipano del fuoco, ma non sono il fuoco; e le cose illuminate partecipano della luce, ma non sono la luce.<\/p>\n<p>E questa \u00e8 la grande lezione che gli uomini debbono tener sempre presente: che essi partecipano dell&#8217;essere, ma non sono l&#8217;essere, visto che sono stati chiamati ad esistere, ma non si sono dati da s\u00e9 la loro esistenza. Di conseguenza, gli uomini sono in un modo o in un altro: non sono assolutamente e perfettamente; loro compito \u00e8, appunto, quello di imboccare e percorrere, per quanto possibile, la via delle perfezione, perch\u00e9 ogni cosa \u00e8 chiamata alla perfezione, anche se, nella dimensione fisica dello spazio e del tempo, tale meta non \u00e8 mai pienamente raggiungibile. Se lo fosse, le cose non sarebbero pi\u00f9 cose, gli enti non sarebbero pi\u00f9 enti: sarebbero un tutt&#8217;uno con l&#8217;Essere. Ma questa \u00e8 la meta finale, e non \u00e8 in potere delle cose e degli enti:cos\u00ec come non si sono dati da s\u00e9 la propria esistenza, neppure possono fare ritorno all&#8217;Essere da se stessi. In ci\u00f2 sta la bellezza della vita, il suo fascino, ma anche il suo impegno. Abbiamo un compito da svolgere, quello di tendere alla perfezione: che consiste nel riconoscere, amare e lodare l&#8217;Essere, sorgente perfetta di tutto ci\u00f2 che \u00e8.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>San Tommaso d&#8217;Aquino, nella sua opera \u00abDe potentia\u00bb, afferma, tirando le somme di un articolato ragionamento (7, 2, ad 9), che \u00abfra tutte le cose l&#8217;essere<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30168,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[37],"tags":[127,141],"class_list":["post-25013","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-metafisica","tag-epicuro","tag-filosofia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-metafisica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25013","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=25013"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/25013\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30168"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=25013"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=25013"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=25013"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}