{"id":24994,"date":"2008-02-10T06:41:00","date_gmt":"2008-02-10T06:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/10\/si-puo-parlare-di-una-filosofia-africana-e-qual-e-la-visione-del-reale-ad-essa-sottesa\/"},"modified":"2008-02-10T06:41:00","modified_gmt":"2008-02-10T06:41:00","slug":"si-puo-parlare-di-una-filosofia-africana-e-qual-e-la-visione-del-reale-ad-essa-sottesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/10\/si-puo-parlare-di-una-filosofia-africana-e-qual-e-la-visione-del-reale-ad-essa-sottesa\/","title":{"rendered":"Si pu\u00f2 parlare di una filosofia africana? E qual \u00e8 la visione del reale ad essa sottesa?"},"content":{"rendered":"<p>Inguaribilmente malati di etnocentrismo, noi Occidentali pensiamo di essere i soli depositari del sapere <em>vero<\/em>, ossia del sapere scientifico e filosofico. La nostra visione del mondo passa attraverso questo pregiudizio, che ci ha spinto a vedere ogni cosa come attraverso una lente deformante. Perfino la nostra idea <em>fisica<\/em> del pianeta Terra \u00e8 deformata dal nostro etnocentrismo; e, fino a quando il mappamondo del tedesco Peters &#8211; negli ultimi anni del Novecento &#8211; ha ripristinato un po&#8217; di equilibrio, le nostre stesse carte geografiche rappresentavano i nostri pregiudizi di superiorit\u00e0, ad esempio facendo apparire l&#8217;Europa, che \u00e8 tre volte pi\u00f9 piccola dell&#8217;Africa, come se fosse pi\u00f9 grande di quella: conseguenza delle proiezioni basate sul mappamondo di Mercatore.<\/p>\n<p>Nel campo della filosofia, \u00e8 ormai ben radicata la favola della sua nascita &quot;miracolosa&quot; nella Grecia del VII secolo a. C.; o meglio, nella parte dell&#8217;Asia Minore colonizzata dai Greci; ma, insomma, presentandola come una improvvisa &quot;creazione&quot; del genio ellenico. Quasi tutti i manuali (occidentali) di filosofia presentano le cose in questo modo, con qualche lodevole eccezione; il che \u00e8 sbagliato sotto due punti di vista.<\/p>\n<p>Il primo riguarda il travisamento puro e semplice dei fatti. Non \u00e8 vero che in India, in Mesopotamia, in Egitto &#8211; per non citare che tre delle maggiori civilt\u00e0 antiche &#8211; non esistevano ricerche del tipo che noi definiamo &quot;filosofico&quot;; e non \u00e8 vero che tali tradizioni non ebbero alcun peso nel fiorire della prima scuola filosofica greca, quella di Mileto, illustrata dai grandi nomi di Talete, Anassimandro, Anassimene.<\/p>\n<p>Il secondo sbaglio riguarda la domanda su che cosa sia la filosofia; che non pu\u00f2 limitarsi al <em>Logos<\/em> di Platone e, soprattutto di Aristotele: non pi\u00f9 di quanto si possa limitare la storia dell&#8217;arte <em>mondiale<\/em> alla tradizione greca, che culmina con Fidia, Policleto e Prassitele. Esistono altri modi di interrogarsi sulla realt\u00e0 in senso generale, ricercando le cause ed il fine di essa, oltre al ragionamento di tipo logico-matematico, ai principio di identit\u00e0 e di non contraddizione, al metodo deduttivo; modi che non sono irrazionali per il solo fatto che non assolutizzano la ragione calcolante e strumentale; ma, semmai, sovra-razionali.<\/p>\n<p>Il concetto che l&#8217;ultimo intelligibile deve essere di natura sovra-razionale \u00e8 profondamente radicato sia in civilt\u00e0 antichissime, come l&#8217;indiana e la cinese, sia nelle culture cosiddette tribali e prive di scrittura. Inoltre, sia presso le une che le altre il pensiero, l&#8217;arte e la scienza non sono concepiti come un &quot;progresso&quot; o una &quot;conquista&quot;, n\u00e9 come il frutto della somma di tanti sforzi individuali. Studiando la filosofia cinese o quella indiana, ad esempio (e lo stesso discorso vale per l&#8217;arte, la scienza e perfino il pensiero religioso) si stenta a trovare delle individualit\u00e0 isolate e orgogliose, ciascuna delle quali proceda in una sorta di competizione con tutte le altre, come avviene, invece, nella cultura occidentale. Anche quando esistono, le notizie biografiche intorno a poeti, artisti, scienziati e pensatori sono spesso vaghe ed incerte; perfino le maggiori personalit\u00e0 culturali, ad esempio nel caso dell&#8217;India, subiscono oscillazioni cronologiche che possono variare di alcuni secoli.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, mentre da noi lo studio della filosofia si riduce a una successione di singoli pensatori (cos\u00ec come per la storia letteraria o per quella artistica o per quella della musica), in Asia \u00e8 vero il principio contrario: quello che conta sono gli sviluppi delle idee, dei temi, delle forme e degli stili; non \u00e8 tanto importante sapere quale nome proprio si debba porre, come una specie di <em>copyright<\/em> o brevetto esclusivo, su determinate manifestazioni del vero, del bello o del giusto.<\/p>\n<p>Le culture orientali, cos\u00ec come quelle &quot;primitive&quot;, non sono ossessionate dalla smania dell&#8217;<em>ego.<\/em> Forse \u00e8 per questo che, in Asia, non \u00e8 nata una specifica attivit\u00e0 scientifico-sportiva come l&#8217;alpinismo. Non c&#8217;\u00e8 nessuna vetta da <em>conquistare<\/em>; e anche la meravigliosa montagna del Kailash &#8211; la montagna sacra per centinaia di milioni di buddhisti &#8211; non \u00e8 oggetto di scalate, ma di pii pellegrinaggi tutto intorno al suo perimetro.<\/p>\n<p>L&#8217;importante non \u00e8 sottomettere la natura, bens\u00ec sottomettere la parte egoica di se stessi; e il pensiero esasperatamente razionale pu\u00f2 essere, n\u00e9 pi\u00f9 n\u00e9 meno, una simile manifestazione di egotismo infantile.<\/p>\n<p>Queste riflessioni ci venivano alla mente allorch\u00e9 ci siamo imbattuti nei libri di un valoroso pensatore di origine angolana, il professor Pedro F. Miguel, da molti anni residente in Italia e che ha lavorato parecchio per stabilire un dialogo interculturale, sulla base di una conoscenza, da parte del pubblico europeo, della cultura e del pensiero africani. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: <em>Kijila. Per una filosofia bantu<\/em> (Bari, Edlico, 1985); <em>Mwa Lemba. Per una teologia Bantu<\/em> (Edlico, 1987); <em>Honga. Guida per una immersione felice tra i Bantu dell&#8217;Africa Nera<\/em> (Troia, provincia di Foggia, ed. Nuova Specie, 1994).<\/p>\n<p>Gi\u00e0 il solo fatto che, in Occidente, sia possibile porsi una domanda come quella circa l&#8217;esistenza, o meno, di una filosofia africana, la dice lunga sulla boria culturale dell&#8217;Occidente medesimo, abituato a concedere, o no, patenti di &quot;civilt\u00e0&quot; a tutti gli altri popoli e a tutte le altre culture, <em>basandosi sulla propria definizione delle categorie culturali di arte, filosofia, scienza, ecc.<\/em> In ci\u00f2 risiede l&#8217;operazione ideologica, nel senso deteriore del termine, che da sempre l&#8217;Occidente conduce nei confronti degli altri modelli di cultura: dapprima elabora una propria definizione delle categorie <em>universali<\/em> del pensiero e dell&#8217;attivit\u00e0 umana; poi, sulla base di tali definizioni unilaterali, stabilisce chi si possa considerare degno di avvicinarsi al raggiungimento di tali categorie; che sono &#8211; invece &#8211; frutto di una <em>sua<\/em> percezione della realt\u00e0.<\/p>\n<p>A suo tempo abbiamo avuto modo di occuparci dell&#8217;incredibile presunzione e della crassa ignoranza con le quali uno dei maggiori filosofi europei, Hegel, nelle sue applauditissime <em>Lezioni di filosofia della storia<\/em>, si \u00e8 accostato alla realt\u00e0 del mondo africano (nel precedente articolo intitolato <em>Quando un filosofo farebbe bene a tacere: Hegel e l&#8217;Africa<\/em>). Ed Hegel (che, forse, a torto \u00e8 considerato uno dei pilastri del pensiero europeo) non era affatto un&#8217;eccezione. Il suo modo di pensare rivela perfettamente il tipo di approccio che \u00e8 stato caratteristico della cultura europea, fin dagli albori del suo incontro con le culture <em>altre.<\/em><\/p>\n<p>Dunque, posto che ogni civilt\u00e0 e ogni cultura esprimono una loro filosofia, ossia una loro visione della realt\u00e0, possiamo chiederci quale sia l&#8217;aspetto fondante di quella africana. Certo, l&#8217;aggettivo &quot;africana&quot; \u00e8 un molto estensivo; allora limitiamoci alla pi\u00f9 numerosa delle culture africane, quella dei Bantu, diffusi tra il margine meridionale del Sahara e gli altopiani del Sud Africa, sia pure con delle discontinuit\u00e0 dovute allo stanziamento di altre popolazioni, in genere pi\u00f9 antiche (dai Nilotici ai Cusciti, ai Pigmei, ai Boscimani e Ottentotti, ecc.).<\/p>\n<p>Nel suo libro <em>Kijila<\/em>, Pedro F. Miguel delinea le caratteristiche generali della filosofia dei Bantu (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 20-28).<\/p>\n<p><em>&quot;Nel suo famoso libro<\/em> La Philosophie Bantoue, <em>Placide Temples<\/em> <em>realizza la prima sintesi filosofica e getta i principi di comprensione del pensiero bantu.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;Autore pone al centro della sua elaborazione sistematica la &#8216;Forza Vitale, che egli identifica con l&#8217;Esser aristotelico, ed il &#8216;Muntu&#8217; (persona) quali perni attorno ai quali girano tutti i valori umani e cosmici.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;ontologia di P. Temples ha trovato oppositori anche tra i Bantu, per esempio B. Kiami che critica l&#8217;idea di &#8216;Forza Vitale&#8217;, perch\u00e9 non crede che sia &#8216;primordiale&#8217;, come invece predica Tempels. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Queste brevi osservazioni sulla esistenza di una filosofia Bantu ci permettono, a nostro avviso, prima di esporre la nostra posizione specifica della filosofia Bantu, di chiarire dove vogliamo arrivare con la domanda: \u00abEsiste una filosofia Bantu?\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Con essa, in effetti, on intendiamo riferirci alla esistenza di biblioteche di opere filosofiche scritte da uomini e donne con la Carta di Identit\u00e0 o con il Passaporto Bantu. Vogliamo, invece, vedere se nella sua visione del mondo esistono per il Bantu principi costanti ed irriducibili che fanno s\u00ec che il Bantu sia tale, e attraverso i quali gli individui si guidano, nella loro soggettivit\u00e0, alla ricerca, o meglio, all&#8217;ascolto di quella voce del sangue, a cui abbiamo gi\u00e0 fatto cenno a proposito del linguaggio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 su questi principi, infatti, che si fondano ed innalzano gli spalti criteriologici, psicologici, sociologici ed etici.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;P. Temples ha dimostrato che la criteriologia Bantu riposa sull&#8217;evidenza esterna, sull&#8217;autorit\u00e0, saggezza e sulla Forza Vitale degli Antenati, ma anche sulla evidenza interna, cio\u00e8 sulla esperienza ella natura e dei fenomeni vitali.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Secondo Tempels il Bantu identifica l&#8217;Essere con la Forza Vitale. Le idee, il comportamento, tutta la cultura , non si svolgono secondo i principi di identit\u00e0, di non contraddizione e sulla nozione di essere come atto, bens\u00ec sulla nozione di &#8216;Forza Vitale&#8217;, che ha valore di principio. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Tutte le manifestazioni socio-religiose perseguono lo stesso fine, quello di acquistare vigore, di vivere con esuberanza, di rafforzare la vita ed assicurare senza interruzione la sua perennit\u00e0 nella discendenza. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questa realt\u00e0 ontologia si applica a tutto: malato \u00e8 chi non ha forza. Intelligente \u00e8 chi ha forza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La salute \u00e8 la forza del corpo. Tutta la natura, il clima, il suolo, i fenomeni, le piante, gli animali ed i minerali non possono spiegarsi da se stessi, come dice il proverbio Kimbundu: (&#8230;) \u00abIl topo non scende dalla palma se prima non vi \u00e8 arrampicato\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In altre parole, non vi \u00e8 effetto senza causa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Le cose conservano infinite virtualit\u00e0 nascoste che l&#8217;uomo non conosce con esattezza. Ed \u00e8 frugando in questo &#8216;arcano&#8217; che il pensiero Bantu espleta le sue mansioni. La forza vitale \u00e8 misteriosa ed \u00e8 mantenuta da un sistema invisibile di energie e forze le cui relazioni reciproche non sono tutte chiare. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Vivere, dunque, per l&#8217;uomo non \u00e8 solo muoversi ed avere delle attivit\u00e0, ma \u00e8 apparire con forma umana, occhi che captano, udito attento, freschezza, vigore, sensualit\u00e0, per raccogliere le infinite onde della Vita. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cerchiamo ora di vedere il<\/em> principium operationis <em>della forza vitale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Essa \u00e8, come dice Agostinho Neto, \u00abuna Forza che trasforma\u00bb, rendendo gli uomini coscienti della stessa forza che circola in loro e negli altri esseri.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Grazie a questa, continua Neto, i Bantu Kimbundi possono dire: \u00abNoi siamo!\u00bb. Essa \u00e8 personificata nello &#8216;Amico Mussunda&#8217; che colui al quale si deve la nostra ragione di essere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A chi vuol sapere su quali principi si regge Mussunda, o alla domanda \u00abchi fonda il fondante\u00bb, A. Neto risponde puntualissimo: (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abQuello \u00e8 Kaluga che lo ha creato,<\/em><\/p>\n<p><em>quello \u00e8 Kaluga, proprio lui che lo ha creato\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se Mussunda \u00e8 il fondante fondato, Kalunga \u00e8 il fondante non-fondato, l&#8217;Assoluto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;la parola Kalunga significa mare, con tutte le connotazioni d&#8217;ordine spazio-temporale psicologiche che il mare implica: immensit\u00e0, forza, sorgente di vita.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Presso i bantu, per\u00f2, Kalunga connota anche la vita &#8216;al di l\u00e0&#8217; e questo divenne, in seguito alla tratta di milioni di negri deportati come schiavi e che sparivano per sempre nel mare, il significato dominante. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La forza vitale \u00e8, pertanto, una \u00abForza che trasforma\u00bb., Questa trasformazione \u00e8 la caratteristica che accompagner\u00e0 la fase gnoseologica, sulla quale si baseranno l&#8217;Ontologia, la Psicologia, la Religione e l&#8217;Etica Bantu: \u00abNoi siamo!\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il passaggio dalla coscienza di s\u00e9, dalla propria forza vitale a quella del mondi esterno, non \u00e8 un passaggio indolore. Intendiamo dire che, per il Bantu, la conoscenza avviene attraverso una lotta, un patimento, che avr\u00e0 maggiore o minore successo in funzione della stessa forza vitale esercitata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il Bantu Kimbundi conosce le cose trasformandosi, trasmutandosi in esse; il soggetto conoscente, senza mai cessare di essere tale, subisce una<\/em> modificazione<em>, non si limita a ricevere una &#8216;informazione&#8217;, come accade nel processo astrattivo e nel sillogismo aristotelico degli<\/em> Analytica Posteriora.<\/p>\n<p><em>&quot;Nel caso dell&#8217;informazione, infatti, il sentire comporta una cessazione del senziente che si trasforma tutto nel sentito; nella modificazione di s\u00e9, invece, la coscienza \u00e8 autocoscienza e questa \u00e8, a sua volta, coscienza: perch\u00e9 il trasmutarsi nelle cose viene percepito, a sua vola, come tale e quel che si sente in realt\u00e0, non \u00e8 la cosa ma la modificazione di se stessi, provocata in noi dalla cosa e da questa modificazione si arriva alla realt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nella comunicazione, quindi, non c&#8217;\u00e8 spazio per l&#8217;informazione, i sillogismi, ecc., ma soltanto per la trasmissione delle vibrazioni attinte dal conosciuto: la comunicazione \u00e8 la<\/em> forza vitale <em>partecipata.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questi sia pur brevi cenni di filosofia bantu ci permettono di stabilire da un lato, nel concetto di &quot;Forza Vitale&quot;, delle interessanti analogie con le filosofie dell&#8217;India e della Cina e, in particolare, con i cncetti di Prana e di Tao; dall&#8217;altro, di riconoscere, nel principio della trasformazione che diviene, sempre, auto-trasformazione, dei suggestivi richiami alla filosofia europea dell&#8217;esistenzialismo e specialmente ad alcuni aspetti di quella del suo precursore: S\u00f6ren Kierkegaard.<\/p>\n<p>Opponendosi all&#8217;astrattezza e alla verbosa inconcludeza della dialettica hegeliana, che risolve tutto a parole ma non risolve niente sul piano della precisa condizione esistenziale degli individui, Kierkegaard ha rivendicato la necessit\u00e0 di elaborare una filosofia-per-me che offra una concreta e reale prospettiva di chiarificazione e di trasformazione del nostro esserci qui-e-ora. Ebbene il concetto bantu di una autocoscienza che non \u00e8 la cosa (il <em>cogito<\/em> cartesiano), ma la modificazione di se stessi provocata in noi dalla cosa, ci sembra sostanzialmente in linea con le acquisizioni pi\u00f9 feconde del pensiero kierkegaardiano; cos\u00ec come lo \u00e8 la conclusione che noi possiamo giungere alla realt\u00e0 non per via astratta, di razionalizzazione e assolutizzazione dell&#8217;esperienza, ma per via interna e immediata, di una modificazione operata su noi stessi.<\/p>\n<p>Tutto questo \u00e8 molto stimolante, molto moderno e molto lontano dai rozzi luoghi comuni che circolano in Occidente intorno alla supposta &quot;assenza&quot; di una filosofia africana e di una attitudine filosofica da parte degli africani. La verit\u00e0 \u00e8 che nessun essere umano \u00e8 sprovvisto di una sua visione del mondo, cio\u00e8 di una sua filosofia; e che, di conseguenza, nessun popolo e nessuna cultura o civilt\u00e0, possono essere privi di un proprio pensiero filosofico e di un proprio atteggiamento filosofico nei confronti della realt\u00e0.<\/p>\n<p>E questo vale, ovviamente, anche per i popoli e le culture africane.<\/p>\n<p>Se certi filosofi europei, come Hegel, invece di leggere senza alcun senso critico le relazioni di qualche viaggiatore e missionario, si fossero accostati a quella realt\u00e0 in atteggiamento di ascolto e con un minimo di apertura e benevolenza, forse lo avrebbero compreso. Ma, per poterlo fare, \u00e8 necessario mettersi un poco in discussione: cio\u00e8, appunto, <em>trasformarsi<\/em>. Non nella triade dialettica, e astratta (perch\u00e9 universale), della tesi, dell&#8217;antitesi e della sintesi; ma nella propria esistenza concreta, qui e adesso.<\/p>\n<p>Il che risulta faticoso, se si \u00e8 abituati a dare sempre e soltanto la pagella agli altri.<\/p>\n<p>Perch\u00e9, per una volta, bisogna imparare a darla anche a se stessi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Inguaribilmente malati di etnocentrismo, noi Occidentali pensiamo di essere i soli depositari del sapere vero, ossia del sapere scientifico e filosofico. 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