{"id":24988,"date":"2017-10-09T01:23:00","date_gmt":"2017-10-09T01:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/10\/09\/esiste-il-bene-assoluto-o-solo-un-bene-relativo-si-puo-definire-il-bene-per-via-positiva\/"},"modified":"2017-10-09T01:23:00","modified_gmt":"2017-10-09T01:23:00","slug":"esiste-il-bene-assoluto-o-solo-un-bene-relativo-si-puo-definire-il-bene-per-via-positiva","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/10\/09\/esiste-il-bene-assoluto-o-solo-un-bene-relativo-si-puo-definire-il-bene-per-via-positiva\/","title":{"rendered":"Esiste il Bene Assoluto, o solo un bene relativo? Si pu\u00f2 definire il bene per via positiva?"},"content":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 definire il bene per via positiva?<\/p>\n<p>Abbiamo gi\u00e0 riflettuto, a suo tempo, su che cosa sia il bene (cfr. il nostro articolo <em>Che cos&#8217;\u00e8 il bene?<\/em>, ripubblicato sul sito <em>Nuova Italia. Accademia Adriatica di Filosofia<\/em>); in questa sede, intendiamo porci il problema se esso sia definibile in via positiva, cio\u00e8 indicandone la specifica natura, oppure solo per via negativa, ossia indicando ci\u00f2 esso non \u00e8, e dunque giungendo, per esclusione, a riconoscerlo come un&#8217;essenza originaria che non sottost\u00e0 ad alcuna limitazione concettuale ben definita, appunto perch\u00e9 rimanda alla sfera dell&#8217;assoluto.<\/p>\n<p>Vi sono alcune correnti di pensiero che hanno quest&#8217;ultima posizione, in particolare quelle del panteismo, del monismo, dell&#8217;idealismo. Il loro comune denominatore \u00e8 la convinzione che tutto il reale sia riducibile all&#8217;Uno, l&#8217;unit\u00e0 assoluta, originaria indistinta e indifferenziata, nel quale \u00e8 presente ogni singola determinazione, cos\u00ec come il suo contrario: non vi sono pi\u00f9 il soggetto e l&#8217;oggetto, ma il Tutto, che \u00e8 sia soggetto che oggetto; e non vi \u00e8 pi\u00f9 nemmeno la tradizionale distinzione fra apparenza e realt\u00e0, poich\u00e9 il Tutto, per definizione, include anche l&#8217;apparenza, che per\u00f2, a quel punto, non \u00e8 mera illusione, ma possiede anch&#8217;essa lo statuto della realt\u00e0, dato che l&#8217;Uno comprende ogni cosa e quindi anche l&#8217;apparire. L&#8217;idealismo, e in particolare, tutte le varie correnti neoidealiste, condividono questa posizione speculativa: l&#8217;Assoluto si contrappone a tutto ci\u00f2 che \u00e8 apparenza (anche se include l&#8217;apparenza) e, d&#8217;altra parte, pu\u00f2 essere definito solo per via negativa, e ci\u00f2 vale anche per il bene, che \u00e8 uno dei suoi aspetti, tuttavia non separabile dagli altri, perch\u00e9 l&#8217;Uno comprende contemporaneamente tutte le determinazioni del reale.<\/p>\n<p>Per sviluppare ulteriormente la nostra riflessione sul bene, prendiamo, quale base di partenza, un filosofo moderno che si \u00e8 occupato di esso, Francis Herbert Bradley (1846-1924), professore a Oxford, fra i maggiori esponenti del neo hegelismo inglese alla svolta fra XIX e XX secolo, autore di saggi come <em>Appearance and Reality<\/em> (1893), <em>Essays on Truth and Reality<\/em> (19214), <em>The Principles of Logic<\/em> (1922). I passaggi-chiave della riflessione bradleiana sul problema del bene sono stato efficacemente esposti da Maria Teresa Antonelli nel volume <em>La metafisica di F. H. Bradley<\/em> (Milano, Fratelli Bocca Editori, 1952, pp. 160-164), dal quale riprendiamo la seguente pagina:<\/p>\n<p><em>La relazione, in cui il bene si trova con la idea tramite il desiderio, rende innanzitutto inattuabile la riduzione del bene al piacevole. Il piacevole si trova semplicemente in connessione con il bene, in quanto &quot;il bene \u00e8 piacevole e ci\u00f2 che \u00e8 migliore \u00e8 pi\u00f9 piacevole&quot;; ma la connessione non \u00e8 essenziale, cio\u00e8 tale da giustificare la tesi dell&#8217;edonismo, il quale fa scaturire il bene dal piacere e fa consistere tutta l&#8217;essenza del bene nel piacevole, ponendo per s\u00e9 il piacere come fatto che costituisce finalit\u00e0 ultima. Cos\u00ec configurata, la tesi dell&#8217;edonismo risulta semplicemente contraddittoria, in quanto il piacere, che dovrebbe costituire l&#8217;essenza del bene, deve a sua volta qualificarsi, e dare una ragione di se medesimo, e non pu\u00f2 porre la sua giustificazione se non nel fatto che esso denota e prova la presenza di un certo grado di perfezione: per questa via, per qualificarsi, il piacere rimanda ad un secondo termine oltre se stesso, quello della perfezione, il quale implica a sua volta la connessione con un fattore ideale. Il piacevole, che sembra determinazione ultima, si rivela cos\u00ec in verit\u00e0 come termine del tutto inqualificato che deve ricevere conferma da altri concetti.<\/em><\/p>\n<p><em>Considerazioni analoghe valgono per l&#8217;interpretazione che fa del bene una &quot;realizzazione del volere&quot; o lo identifica con il desiderabile. Anche qui la sostanza della confutazione bradleiana consiste nel rimando all&#8217;idea: una cosa \u00e8 bene non solo perch\u00e9 \u00e8 voluta, ma perch\u00e9 \u00e8 approvata, e l&#8217;approvazione implica un elemento ideale e ci disvela che il bene non \u00e8 tale perch\u00e9 \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 voluto, ma perch\u00e9 \u00e8 ci\u00f2 che deve essere voluto; onde il suo presentarsi non \u00e8 dato dalla realizzazione del volere, ma piuttosto dal verificarsi dell&#8217;approvazione. A sua volta, analogamente, il desiderabile non si presenta come ci\u00f2 che il desiderio rende desiderabile, ma piuttosto come ci\u00f2 che deve essere desiderato, e non si denuncia dunque sempre come sufficiente a qualificare e ad esaurire il concetto di bene.<\/em><\/p>\n<p><em>Dalla inidentificabilit\u00e0 del bene con i diversi elementi che coesistono con esso e sembrano specificarlo &#8212; mentre non si rivelano nella realt\u00e0 se non come un semplice indice della sua presenza &#8212; il Bradley trae quella che pu\u00f2 dirsi la sua definizione positiva del bene, che si denuncia atta a rilevare una interna e insanabile contraddittoriet\u00e0 del concetto in questione: identificato erroneamente ad ora ad ora con uno degli elementi che lo accompagnano, il bene si rivela come qualcosa che coesiste sempre con altri elementi, e dunque come qualcosa che prende vita in forma di attributo di qualcosa di diverso da esso. La bellezza, la verit\u00e0, il piacere sono via via &quot;forma&quot; e &quot;tipo&quot; di bene, ma il bene non si trova definito da nessuno di questi elementi che lo specificano, e, d&#8217;altra parte, non riesce a denunciare che cosa esso sia per s\u00e9, se assunto avulso da questi termini specificati e specificanti; ed \u00e8 per questo che il bene ci suggerisce come definizione pi\u00f9 profonda il concetto che esso \u00e8 alcunch\u00e9 che vive sempre congiunto con altri aspetti dell&#8217;universo. Il che significa, almeno secondo l&#8217;intenzione e l&#8217;illusione del sistema bradleiano, accettare, accogliendo il suggerimento di questa definizione, un capovolgimento della tesi comune: anzich\u00e9 presentarsi come una categoria valida in senso assoluto ed inglobare altri fattori, il bene si presenta come una categoria di riferimento ad alcunch\u00e9, di appello a norme o tipi ideali, di conato verso una pienezza e un modello, e implica dunque una separazione di idea e realt\u00e0. Nella sua forma pi\u00f9 generale e pi\u00f9 comprensiva pu\u00f2 dirsi che il bene sussista come l&#8217;immagine dello stadio ideale e completo di realizzazione di alcunch\u00e9; e se il bene si realizza, se cio\u00e8 si elimina la distinzione tra idea ed essere, si ha allora una completezza ed una attuazione, ma questo qualche cosa, che si d\u00e0 come realizzazione e attuazione non \u00e8 pi\u00f9 il bene, ma alcunch\u00e9 che lo trascende: \u00e8 una perfezione che non si giudica pi\u00f9 come tale, in quanto non \u00e8 pi\u00f9 distinta dalla realt\u00e0; ed il bene come tale allora cade. Per questo &quot;il bene non \u00e8 perfetto, ma \u00e8 semplicemente un aspetto unilaterale di perfezione; esso tende a trascendere se stesso, e se fosse completo cesserebbe completamente di essere bene&quot;. Da questo punto di vista cade l&#8217;assolutezza del bene, nel senso che il bene si predica di tutto, ma, quando \u00e8 presente, non \u00e8 pi\u00f9 presente come bene ma come termine di realizzazione di una pi\u00f9 vasta perfezione.<\/em><\/p>\n<p><em>Dalla non esistenza di una assolutezza del bene in s\u00e9 segue come corollario la non esistenza di un Bene Assoluto: esistono solo &#8212; come sempre nello spettacolo della realt\u00e0 bradleiana -, e come gi\u00e0 per il vero, &#8211; livelli pi\u00f9 alti o pi\u00f9 bassi di bene, i quali non sono se non livelli di approssimazione maggiore o minore del reale al carattere dell&#8217;Assoluto. E giudicare allora del bene dalle apparenze \u00e8 ancora come giudicare del vero e del reale: il criterio della validit\u00e0 di una esperienza come buona \u00e8 dato, come sempre, dalla combinazione del carattere della estensione con quello della interna coerenza. Il perfetto (coerente) e il completo (comprensivo), il pi\u00f9 ampio e il pi\u00f9 pieno, sono le due qualifiche che decidono del livello di intensit\u00e0 del bene. E dal punto di vista di questo criterio si pu\u00f2 asserire in senso traslato del Tutto la sua concordanza con la realizzazione del bene, mentre pur si nega la riduzione di esso alla categoria del Bene: si pu\u00f2 dire cio\u00e8 dell&#8217;Assoluto che esso \u00e8 assolutamente buono, in quanto \u00e8 il pi\u00f9 ampio ed il pi\u00f9 pieno, e ancora che esso \u00e8 la sola Bont\u00e0, come il termine cui risale in senso definitivo il concetto di perfezione, mentre il Bene, per s\u00e9, diventa qualcosa che non \u00e8 nulla, in quanto esso dovrebbe essere la perfezione, e la perfezione, d&#8217;altro canto, non si ha se non nella forma sell&#8217;Assoluto, che trascende il concetto limitato di Bene. Le due esigenze specifiche del Bene, pertanto, l&#8217;ampiezza e la pienezza, l&#8217;estensione e la coerenza, costituiscono il dramma di una interna contraddittoriet\u00e0 del bene, che l&#8217;Assoluto compone, ma solo a patto di superare il bene come tale e di concretarsi piuttosto in una superiore perfezione.<\/em><\/p>\n<p>In verit\u00e0, pensare il Bene come una categoria assoluta e ideale, priva di determinazioni concrete, e non definibile se non quando, di volta in volta, esso si manifesta nella realt\u00e0 concreta, associandosi a delle qualit\u00e0 secondarie le quali, dall&#8217;osservatore esterno, vengono scambiate per ci\u00f2 cui si accompagnano, e cio\u00e8, appunto, per il bene, mentre non lo sono &#8212; il piacere, il volere, la bellezza, eccetera &#8212; ha tutta l&#8217;apparenza di un ragionamento tautologico. Gli idealisti partono da un assunto: tutto \u00e8 Idea, e l&#8217;Idea \u00e8 l&#8217;Uno; poi vanno a verificare cosa siano il bene, il vero, il bello, eccetera, ma con la lettera minuscola, e trovano che essi non sono realt\u00e0 sussistenti, non esistono allo stato &quot;puro&quot; allorch\u00e9 si tenta di coglierli, ma, proprio come l&#8217;istante, che fugge allorch\u00e9 si dice: <em>Eccoti!<\/em>, e gi\u00e0 non \u00e8 pi\u00f9 quello, allo stesso modo anch&#8217;essi si lasciano cogliere solo nella misura in cui si mescolano ad altre qualit\u00e0, ma allora non sono gi\u00e0 pi\u00f9 quello che erano, son qualcos&#8217;altro, qualcosa di diverso da ci\u00f2 che erano e da ci\u00f2 che parevano. \u00c8 inevitabile: se si presuppone che l&#8217;Idea \u00e8 assoluta ed eterna, mentre le cose concrete vanno e vengono, il bene, come gli altri valori etici, estetici, logici, non potr\u00e0 che essere una copia sbiadita di quella; la quale rester\u00e0 sempre intangibile e inafferrabile, librata nelle sue inaccessibili altezze.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 proprio vero che il bene, quale noi lo troviamo nella realt\u00e0 concreta, \u00e8 sempre una scala di misura &#8212; pi\u00f9 bene o meno bene &#8212; rispetto a qualcos&#8217;altro? Ed \u00e8 proprio vero che la verifica di una cosa o di una situazione come &quot;buona&quot; consiste nel trovare in esse le due qualit\u00e0 dell&#8217;estensione e della coerenza? Con tutto rispetto, ci sembra che qui si potrebbe avanzare l&#8217;obiezione di Socrate ai sofisti (nel <em>Gorgia<\/em>), che, cio\u00e8, un calzolaio, per mostrare la sua eccellenza nella propria arte, dovrebbe andarsene in giro per la strada calzando ai piedi delle scarpe grandissime e numerosissime: cosa, evidentemente, assurda e grottesca. Che diavolo c&#8217;entrano l&#8217;estensione e la coerenza, con la perfezione di una cosa riguardo al bene? Possono aver a che fare con la sua perfezione in senso tecnico: una ghigliottina \u00e8 perfetta quando la sua lama \u00e8 taglientissima e il meccanismo che la fa cadere sulla testa dei condannati \u00e8 perfettamente oliato ed efficiente. Ma la ghigliottina, ahim\u00e8, non ha nulla a che fare col bene; a meno che si consideri un bene l&#8217;eliminazione dei nemici. Bisognerebbe per\u00f2 vedere se quei nemici meritano tale sorte e se coloro che li mandano a morte sono davvero migliori, questione che eccede di molto il fatto tecnico della perfezione dello strumento adoperato; senza contare che bisognerebbe domandare al condannato, il cui collo poggia sulla semilunetta inferiore che forma una specie di collare, in attesa del calare della lama, se egli pensa che la ghigliottina sia un bene o no: il che ci riporta alla decisiva domanda: quando diciamo che una cosa \u00e8 buona e che il suo avversarsi \u00e8 un bene, intendiamo dire che \u00e8 un bene <em>per chi?<\/em> A nostro parere, non si pu\u00f2 dire che una cosa \u00e8 buona solo perch\u00e9 abbraccia la maggiore gamma di realt\u00e0 possibile, e perch\u00e9 gode della maggiore pienezza concepibile. Questo \u00e8 un modo di pensare quantitativo, cio\u00e8 materialista, che non si addice, oltretutto, a un idealista, e forse non si addice a nessuno, perch\u00e9 le qualit\u00e0 morali, come il bene, non hanno nulla che fare con l&#8217;estensione, anzi, \u00e8 noto che i buoni sono meno numerosi degli altri, e che, all&#8217;interno del singolo individuo, il bene emerge e si realizza pi\u00f9 raramente del male, o della mera ignavia. Inoltre, anche la coerenza \u00e8 un indicato malfido, perch\u00e9 esso registra la &quot;pienezza&quot; del bene solo in senso esteriore e utilitario, mentre \u00e8 noto che, talvolta, il vero bene dell&#8217;individuo non \u00e8 ci\u00f2 che lui desidera e spera, ma, forse, tutto il contrario, cio\u00e8 che i suoi desideri non si realizzino e che i sui progetti falliscano; e magari sar\u00e0 lui stesso, a distanza di tempo, a riconoscersi fortunato perch\u00e9, quella volta, le circostanze gli erano state contrarie.<\/p>\n<p>La separazione radicale fra idea e realt\u00e0 \u00e8 la caratteristica di ogni idealismo, ci\u00f2 che mostra che ogni idealismo si risolve in una forma di dualismo. Ma se vi \u00e8 un dualismo di idea e realt\u00e0, allora non \u00e8 vero che tutto \u00e8 Idea; pu\u00f2 essere vero solo se le cose appartengono all&#8217;idea, se sono idee anch&#8217;esse: eppure, noi vediamo che le cose non sono idee, e gli stessi idealisti si premurano di asserire che le idee non si risolvono mai del tutto nelle cose. Ma quale statuto ontologico hanno le cose, allora? Evidentemente, quello di apparenze. Benissimo: ma allora le cose sono nell&#8217;idea solo in quanto apparenza di ci\u00f2 che, di per s\u00e9, non \u00e8 reale; vale a dire che, in quanto cose, svaniscono, e resta solo l&#8217;idea. L&#8217;idea \u00e8 reale, non le cose. Ma allora, come mai gli idealisti, Bradley incluso, affermano che non esiste il Bene Assoluto, ma esistono solo dei livelli maggiori o minori di bene? Se il Bene Assoluto non c&#8217;\u00e8, di quali livelli stiamo parlando? \u00c8 come parlare di un termometro senza il mercurio: come si fa a misurare il bene di una cosa, se il bene, in realt\u00e0, non esiste nella cosa concreta, n\u00e9 fuori di essa? Essi rispondono che il Bene Assoluto non c&#8217;\u00e8, ma che l&#8217;Assoluto \u00e8 assolutamente buono, appunto perch\u00e9 comprende il massimo dell&#8217;estensione e della coerenza. Ma questo non \u00e8 un sofisma? Se l&#8217;Assoluto \u00e8 assolutamente buono, non deriva da ci\u00f2 che esso \u00e8 il Bene con la maiuscola, cio\u00e8 il Bene Assoluto? D&#8217;altra parte, voler far derivare la sua perfezione, ossia il suo carattere di bene, dal fatto che esso \u00e8 quanto di pi\u00f9 esteso e di pi\u00f9 coerente sia dato immaginare, ci pare un po&#8217; poco. Qui non si fa questione di estensione e di coerenza: si fa questione di essere. Se il bene <em>\u00e8<\/em>, allora \u00e8 il Bene Assoluto; se una cosa <em>partecipa<\/em> del bene, allora si tratta di un bene relativo. A questo punto s\u00ec, possiamo immaginare una partecipazione maggiore o minore delle cose all&#8217;idea, e dell&#8217;idea all&#8217;essere: ma non in quanto all&#8217;estensione e alla coerenza, bens\u00ec in quanto alla somiglianza, o meno, con il Bene. Una cosa \u00e8 pi\u00f9 o meno buona, se somiglia pi\u00f9 o meno al Bene; se riflette, in qualche misura, la luce che viene dal bene. Ma il Bene esiste, non \u00e8 un&#8217;idea astratta; se non esistesse, da dove verrebbe il bene, sia pure parziale e limitato, che noi riscontriamo trovarsi negli enti?<\/p>\n<p>Il problema dell&#8217;idealismo \u00e8 che esso pone l&#8217;Idea come origine di tutto il reale. Ora, Idea significa pensiero: quindi si torna al Motore Immobile di Aristotele: a un Dio che \u00e8 Pensiero, ed esclusivamente Pensiero di se stesso. Che altro potrebbe pensare, se \u00e8 lui il Pensiero, e tutta la realt\u00e0 \u00e8 pensiero e nient&#8217;altro che pensiero? Infatti, abbiamo visto che le cose concrete, in questa prospettiva, sono irreali, forse illusorie, comunque non permanenti. Ma l&#8217;essere, da dove viene? Dal pensiero, dicono gli idealisti. Impossibile: il pensiero d\u00e0 ancora e sempre pensiero, e null&#8217;altro che pensiero; \u00e8 l&#8217;essere che d\u00e0 ogni altro esistente, anche il pensiero. Il pensiero viene dall&#8217;essere, non l&#8217;essere dal pensiero. L&#8217;idealismo capovolge i termini del rapporto fra causa ed effetto: e quante fumisterie, quanti ragionamenti contorti, incomprensibili, svolgono Fichte ed Hegel per rendere ragione di una cosa talmente contraddittoria; si dice che lo stesso Hegel ammettesse candidamente di non capire, spesso, il suo stesso pensiero, le cose che lui stesso aveva scritto, magari poche ore prima. Figuriamoci gli altri. La realt\u00e0 ultima non pu\u00f2 essere idea, per una ragione molto semplice: l&#8217;idea \u00e8 sempre idea nella mente di qualcuno; il pensiero, \u00e8 sempre il pensiero che viene pensato da un soggetto. Ma chi pensa l&#8217;Idea, se l&#8217;Idea \u00e8 l&#8217;ente originario, se \u00e8 l&#8217;Assoluto? Evidentemente, ci\u00f2 \u00e8 impossibile: nessuno pu\u00f2 pensare il Pensiero, se il pensiero \u00e8 l&#8217;origine del reale; altrimenti, cadremmo nella spirale di un <em>regressus ad infinitum<\/em> e non ne usciremmo pi\u00f9. Ci\u00f2 dimostra che l&#8217;Idea non pu\u00f2 essere il fondamento del reale, la causa prima: l&#8217;idea \u00e8 pensiero, ed \u00e8 il pensiero che procede dall&#8217;essere, non viceversa.<\/p>\n<p>Un&#8217;ultima osservazione (ma, naturalmente, su questo tema si potrebbero scrivere delle intere enciclopedie). L&#8217;idealismo \u00e8 agli antipodi del cristianesimo; semmai, va d&#8217;accordo con la gnosi. Nella visione cristiana, la causa prima non \u00e8 il pensiero, perch\u00e9 Dio non \u00e8 semplicemente pensiero: \u00e8 Amore, Giustizia, Verit\u00e0 e Bellezza; e non si tratta di idee, ma di attributi della sua natura. Sono altrettanti aspetti della sua divinit\u00e0, del suo essere; e i loro riflessi tralucono nelle creature finite, fatte a sua immagine: gli uomini. Ma Dio, Lui non \u00e8 Idea, perch\u00e9, se lo fosse, sarebbe l&#8217;idea di qualcun altro: il che \u00e8 assurdo. Assurdo, tranne che per gli gnostici, i quali non si spaventano davanti a cos\u00ec lievi difficolt\u00e0 e affermano, senza batter ciglio, che Dio \u00e8 una creazione della nostra mente, e quindi \u00e8 un Dio che diviene, un Dio che sar\u00e0, evolvendo insieme alla coscienza universale.<\/p>\n<p>Giunti a questo punto, torniamo alla domanda: esiste il Bene Assoluto, o il bene \u00e8 solo un concetto relativo, sparso, per cos\u00ec dire, in mezzo alle cose, mai per\u00f2 realmente afferrabile e definibile? S\u00ec, esiste, come esistono il Giusto, il Vero, il Bello: sono tutti attributi dell&#8217;Essere, sono tutte facce del volto di Dio. A noi, menti finite, essi appaiono separati, o, in ogni caso, separabili; ma in Dio, no, sono una sola e perfetta unit\u00e0. Dio \u00e8 l&#8217;Essere nel senso forte della parola essere: il che significa che di Lui, a rigore, non potremmo dire nulla, se non che, appunto, <em>\u00e8<\/em>. Degli enti possiamo dire ci\u00f2 che sono, perch\u00e9 sono finiti; ma dell&#8217;Essere infinito, a rigore, non potremmo. Se non che Lui stesso, nella sua infinita generosit\u00e0, ha voluto farsi conoscere da noi, beninteso per quel poco che noi siamo in grado di ricevere della sua luce abbagliante, e per quel tanto che basti a soddisfare anche il nostro bisogno di comprensione razionale. Ma Dio \u00e8 oltre la nostra ragione: con essa possiamo arrivare a comprendere la sua necessit\u00e0 logica; per andare oltre, ci viene in soccorso l&#8217;Incarnazione del Verbo. Ed \u00e8 proprio qui che noi troviamo la risposta alle domande su cos&#8217;\u00e8 il bene e come lo si pu\u00f2 attuare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si pu\u00f2 definire il bene per via positiva? 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