{"id":24984,"date":"2012-08-15T06:12:00","date_gmt":"2012-08-15T06:12:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/08\/15\/la-disperazione-di-esenin-nasce-dal-veder-distrutta-dalle-macchine-la-cara-russia-di-legno\/"},"modified":"2012-08-15T06:12:00","modified_gmt":"2012-08-15T06:12:00","slug":"la-disperazione-di-esenin-nasce-dal-veder-distrutta-dalle-macchine-la-cara-russia-di-legno","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/08\/15\/la-disperazione-di-esenin-nasce-dal-veder-distrutta-dalle-macchine-la-cara-russia-di-legno\/","title":{"rendered":"La disperazione di Esenin nasce dal veder distrutta dalle macchine la cara Russia di legno"},"content":{"rendered":"<p>Cos\u00ec Giacomo Spadafora nel suo breve ma incisivo saggio introduttivo alla poesia di Esenin (in: G. Spadafora, \u00abCento scrittori del mondo moderno e contemporaneo\u00bb, Palermo, Palumbo Editore, 1962, pp. 551-54):<\/p>\n<p>\u00abTragica e contraddittoria \u00e8 la figura di Esenin come uomo e come poeta. Per certi aspetti egli appare un entusiasta, per altri una vittima del bolscevismo. Dagli eventi rivoluzionari di quel regime che travagliarono la Russia attorno al 1920, fu nutrita infatti e intossicata buona parte della sua esistenza e della sua poesia. [&#8230;]<\/p>\n<p>Nell&#8217;avvento di essa [della rivoluzione di Febbraio 1917] egli vide soprattutto la redenzione della sua gente, un sogno cos\u00ec a lungo sospirato da fare adesso intontire di felicit\u00e0, che questa terra cos\u00ec sofferta eppure adorata diventasse il &quot;paradiso dei suoi contadini&quot;, senza padroni, senza pi\u00f9 angherie, campo della propria fatica e della propria gioia.<\/p>\n<p>Egli non aveva una precisa ideologia n\u00e9 il senso politico delle cose, non fece mai un esame lucido e razionale dei tempi e delle strutture che gli franavano intorno, ader\u00ec d&#8217;impulso ai primi moti rivoluzionari, anzi fu tra le file pi\u00f9 avanzate degli &quot;intellettuali&quot; e per le tendenze della pi\u00f9 accesa sinistra.<\/p>\n<p>Ma, raggiunto il potere, Lenin volle mettere in atto un comunismo integrale a carattere prevalentemente operaio. Soppresse perci\u00f2 la propriet\u00e0 privata, distribu\u00ec le terre solo in uso collettivo, avvantaggi\u00f2 politicamente gli uomini delle fabbriche in confronto a quelli dei campi, concedendo, ad esempio, ai primi un voto quintuplo dei secondi.<\/p>\n<p>Crollava cos\u00ec il mondo degli ideali eseniani, la festosa rinascita dei vecchi villaggi patriarcali, la idilliaca fatica agreste goduta nella piena libert\u00e0 dell&#8217;individuo, la sconfinata Russia delle isbe, che metteva nel cuore la melodia di un religioso sgomento. A che egli aveva profetato, nel poemetto &quot;Inonia&quot;, il suo mistico &quot;paradiso&quot; campestre, da cui &quot;voleva scacciare Dio&quot; perch\u00e9 vi vivesse intatta &quot;la divinit\u00e0&quot; degli uomini finalmente vivi? Perch\u00e9 s&#8217;era dunque scagliato contro l&#8217;America, il paese delle macchine e dei grattacieli, additando nel lavoro dei campi il vero, pi\u00f9 profondo senso della vita?<\/p>\n<p>La ricostruzione sovietica ambiva proprio a quella civilt\u00e0 meccanica e industriale che intanto schiantava e rivolgeva senza piet\u00e0, ed avanzava rapidamente. Il poeta ne ha il presagio.<\/p>\n<p>&quot;O care foreste di betulle!&#8230; Russia, Russia di legno!&#8230; Tu terra! E voi, sabbie delle pianure&#8230; (dove) non si vede principio n\u00e9 fine, ma un&#8217;azzurrit\u00e0 che sugge gli occhi&#8230; O Russia, campagna coloro di lampone&#8230; io sono il tuo ultimo araldo e cantore.&quot; Verr\u00e0 la macchina a rompere la pace dei tuoi campi, &quot;l&#8217;ospite di ferro&quot; che col &quot;pugno nero&quot; coglier\u00e0, senza sudore e in vece dell&#8217;uomo, i morbidi frutti della tua terra. A me non resta ormai che dirti il mio addio. &quot;Amo sino alla gioia e al dolore &#8211; la tua tristezza di lago&#8230; A non amarti, a non crederti &#8211; io non posso imparare&#8230;Ma ora \u00e8 deciso. Irrevocabilmente &#8211; ho abbandonato i campi nativi&#8230; Nelle strade tortuose di Mosca &#8211; Dio mi avr\u00e0 condannato a morire&quot;.<\/p>\n<p>Ecco narrata dalle sue calde parole e dalle sue liriche immagini la dolorosa vicenda del contadino sconfitto, che smette gli &quot;stivali di marocchino e l&#8217;azzurra camicia russa&quot; per apparire, tra le vie di citt\u00e0, &quot;in cilindro e con le scarpe lucide&quot;. Bisogna correre coi tempi e che tutto sia fatto per bene e sino in fondo. [&#8230;]<\/p>\n<p>Esenin, che frattanto non aveva perduto il suo tempo e s&#8217;era fatto il pi\u00f9 assiduo frequentatore di tutte le bettole di Mosca, creandosi attorno una losca fama di poeta-teppista e dando luogo ad una specie di moda cinica e scandalistica che da lui si disse appunto &quot;eseninismo&quot;.<\/p>\n<p>Egli ora se la prendeva contro tutto e tutti.<\/p>\n<p>&quot;Mosca bettoliera&quot; \u00e8 la raccolta di versi che testimonia di questa sua orgia amara e senza rimedio. &quot;quando di notte splende la luna &#8211; a testa china per un vicolo vado &#8211; verso una bettola nota&#8230; tutta la notte finch\u00e9 spunta l&#8217;alba&quot;.<\/p>\n<p>E in tale stato poteva benissimo fa dire, nel suo poema drammatico &quot;Il paese delle canaglie&quot;, al bandito Momach: &quot;Io sono cittadino del mondo, e vivo come mi pare e piace&#8230; Pensiero inutile \u00e8 lo Stato, e tutta una combutta &#8211; una congrega di animali di colori diversi &#8211; l&#8217;uguaglianza \u00e8 una trappola per gi imbecilli &#8211; come del resto in politica le idee&#8230;&quot;.<\/p>\n<p>Una smania lesionistica e profanatrice lo spingeva verso ulteriori e fatali peripezie. [&#8230;]<\/p>\n<p>Roso dal senso della solitudine e dalla nostalgia del paesggio nativo, cerc\u00f2 il poeta di riprendersi recandosi nel Caucaso, nell&#8217;incanto pittoresco e musicale di quei luoghi. Volle rifarsi una vita e per la terza volta si spos\u00f2: era una giovinetta, Sofia Andreina Tolstoj, una nipote del grande Tolstoj.<\/p>\n<p>A Bak\u00f9 scrisse i &quot;Motivi persiani&quot;, delicati e preziosi, ma esalati da un&#8217;anima esausta e perduta. \u00c8 un&#8217;anima che non sa pi\u00f9 guardare avanti a s\u00e9, che si sente incapace di vivere, come chi, durante la marcia, abbia perduto il passo e sia uscito di fila, e rimanga sul ciglio della strada, dimenticato e disperso.<\/p>\n<p>&quot;&#8230; Io sono qui per tutti un pellegrino tetro &#8211; Dio sa di quale remota contrada &#8211; &#8230; nel mio paese sono un forestiero&#8230; altri giovani cantano altre canzoni&#8230; ormai non il villaggio, ma la terra tutta \u00e8 la loro madre&quot;. Aveva gridato un giorno: &quot;Non mi occorre il paradiso &#8211; datemi la mia patria&quot;. Ora si chiede smarrito: &quot;Cos&#8217;\u00e8 la patria? Forse vuoti sogni?&quot;E la perdita d&#8217;ogni fede significa il ritorno all&#8217;alcool e l&#8217;inizio delle allucinazioni. L&#8217;ambiente gli si affolla di immagini non pi\u00f9 care ed amiche. Aveva cantato la luna, come una dolce sorella. &quot;Rischiara, o mezzanotte, la brocca della luna &#8211; per attingere latte di betulle!&quot; E altrove: &quot;La luna come una rana dorata s&#8217;\u00e8 distesa sulle acque tranquille&quot;.<\/p>\n<p>Ora, nel poemetto &quot;Anna Snegina&quot;: &quot;La luna ride come un pagliaccio&#8230;&quot;. E nell&#8217;ultimo canto: &quot;L&#8217;uomo nero&quot; l&#8217;angoscia lo stringe senza pi\u00f9 mollare la presa: &quot;Un uomo nero &#8211; nero, nero &#8211; un uomo nero &#8212; non mi d\u00e0 tregua tutta la notte&quot;. [&#8230;]<\/p>\n<p>Ad Esenin, entrare nella nuova realt\u00e0 collettivizzata, e in serie, avrebbe forse fatto l&#8217;effetto di sentirsi come calare entro una tomba&quot;.\u00bb<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cos\u00ec Giacomo Spadafora nel suo breve ma incisivo saggio introduttivo alla poesia di Esenin (in: G. 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