{"id":24971,"date":"2007-06-27T10:15:00","date_gmt":"2007-06-27T10:15:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/27\/ernst-junger-testimone-inquieto-del-nostro-tempo\/"},"modified":"2007-06-27T10:15:00","modified_gmt":"2007-06-27T10:15:00","slug":"ernst-junger-testimone-inquieto-del-nostro-tempo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/06\/27\/ernst-junger-testimone-inquieto-del-nostro-tempo\/","title":{"rendered":"Ernst J\u00fcnger, testimone inquieto del nostro tempo"},"content":{"rendered":"<p><em>Inquieto, assetato di verit\u00e0 e di certezze, politicamente scorretto, coraggioso, spavaldo, pessimista, irritante, trasognato eppure lucidamente disincantato. Tutto questo, ed altro ancora, \u00e8 stato il filosofo e scrittore Ernst J\u00fcnger, intellettuale atipico e imprevedibile, al tempo stesso cos\u00ec tedesco e cos\u00ec europeo, anzi cos\u00ec cittadino del mondo: un testimone d&#8217;eccezione, e visionario e profetico, della crisi del nostro tempo.<\/em><\/p>\n<p>Nato a Heidelberg nel 1895 e morto in un villaggio dell&#8217;Alta Svevia nel 1998, alla bella et\u00e0 di centotr\u00e9 anni, Ernest J\u00fcnger \u00e8 stato una delle figure pi\u00f9 ricche e al tempo stesso pi\u00f9 discusse della cultura contemporanea, tedesca e mondiale. Attratto sia dallo studio delle scienze naturali, e in particolare della zoologia, che dalla speculazione filosofica, nel 1914 si arruola volontario nella prima guerra mondiale e parte subito per il fronte, come tanti altri intellettuali di quel particolare momento storico, da Charles P\u00e9guy a Georg Trakl, da Ardengo Soffici a Giuseppe Ungaretti. Anche per lui si tratta di un&#8217;esperienza quasi mistica (il pittore austriaco Oskar Kokoscha parler\u00e0 del &quot;senso di felicit\u00e0&quot; provato allorch\u00e9 un fante russo gl&#8217;immerse nel corpo la baionetta), di una sconvolgente rivelazione non solo di nuovi e inusitati piani di realt\u00e0, ma anche di nuovi vincoli sociali, cementati dalla fraternit\u00e0 cameratesca e dall&#8217;ombra funerea del pericolo sempre incombente. Anche lui prende qualche grosso abbaglio di prospettiva a causa di un vitalismo esasperato, come quando esorta i suoi camerati a &quot;gettarsi dentro le trincee nemiche come nel corpo di una donna&quot; o come quando esalta lo &quot;splendore&quot; di una guerra tecnologica ove tuttavia, in virt\u00f9 di non si sa bene quale palingenesi psicologica, l&#8217;uomo ritrova se stesso e riscopre le virt\u00f9 del coraggio, dell&#8217;abnegazione e dello spirito di corpo. Smobilitato dopo la sconfitta della Germania, nel 1918, esalta una nuova figura di eroe tragico, l&#8217;operaio, cos\u00ec come aveva esaltato quella del combattente, dell&#8217;uomo dell&#8217;et\u00e0 della tecnica, che (secondo la profezia di Owald Spengler ne <em>Il tramonto dell&#8217;Occidente<\/em>) \u00e8 ancora in grado di strappare qualche sprazzo di luce corrusca dalla risi irreversibile della civilt\u00e0 europea, sullo sfondo dl fumo delle ciminiere e delle futuristiche masse lanciate in una frenesia di movimento, di attivit\u00e0, di ribellione &#8211; singolare mescolanza di motivi socialisti della lotta di classe, anarcoidi della rivolta contro ogni autorit\u00e0 e ultra-nazionalisti della terra e del sangue. Aderisce al nazismo con lo stesso entusiasmo con cui aveva aderito alla guerra, ma non tarda a distaccarsene e a delineare una coraggiosa critica alla figura di Adolf Hitler nel romanzo <em>Sulle scogliere di marmo<\/em> (<em>Auf den Marmorklippen<\/em>), del 1939. Poich\u00e9 si tratta forse della sua opera narrativa pi\u00f9 importante, ne diamo qui un riassunto, riportato dalla <em>Enciclopedia Universale di Letteratura<\/em> della Garzanti.<\/p>\n<p><em>&quot;Il tempo e il luogo in cui \u00e8 ambientata la vicenda sono irreali e simbolici. Un accenno agli ormai passati &#8216;anni di Carlo&#8217; e altri indizi ci portano comunque in un&#8217;atmosfera medioevale. Il romanzo si apre infatti con un&#8217;accorata pagina di rimpianto per i felici tempi passati e prosegue con la ricostruzione dei vari avvenimenti che hanno condotto alla catastrofe. Il protagonista e il suo compagno, fratello Ottone, dopo aver militato e combattuto in un ordine guerriero, si ritirano nell&#8217;Eremo della ruta, conducendo una semplice vita di tipo monastico e dedicandosi ad approfonditi studi di botanica. Con loro vivono la vecchia Lampusa, sorta di strega con funzione di governante, e il piccolo Erio, nato da una fuggevole relazione tra il protagonista e la giovane figlia di Lampusa. Mentre la vita sembra scivolare senza ombre per i due studiosi, si intensificano i segni dei gravi mutamenti che stanno per compiersi. Un giorno i due protagonisti, inoltratisi nel fitto di un bosco alla ricerca di un fiore, scoprono nella regione di K\u00f6ppels-Bleek il quartier generale del Forestaro, crudele e spietato tiranno che sotto un&#8217;apparenza gioviale cela una macabra volont\u00e0 di conquista e di dominio. Contro di lui a nulla servir\u00e0 il nobile tentativo el condottiero Braquemart e del giovane principe Summyra, barbaramente uccisi. La loro morte scatena la reazione delle forze del bene, guidate dai due protagonisti, benedette da padre lampro, figura carismatica di monaco-studioso, e sostenute fisicamente dal coraggioso e leale pastore Belovar, dai suoi uomini e dai suoi cani. Dalla finale carneficina, si salveranno fratello Ottone e il suo compagno, per il magico intervento del piccolo Erio e dei serpenti suoi amici. I due protagonisti troveranno la salvezza oltre il mare presso un popolo civile, accolti con generosa ospitalit\u00e0 dal padre di un giovane nemico un tempo risparmiato.&quot;<\/em> (1)<\/p>\n<p>La critica ha voluto vedere nella figura del crudele Forestario una rappresentazione di Hitler, l&#8217;uomo che aveva affascinato tanti milioni di tedeschi, e la cui smisurata volont\u00e0 di potenza avrebbe condotto la Germania a una seconda catastrofe, ancor pi\u00f9 drammatica e sinistra della prima. Questo romanzo, pertanto, segna il suo definitivo distacco dall&#8217;ideologia nazista e dal regime hitleriano. Richiamato nelle forze armate all&#8217;inizio della seconda guerra mondiale, si mostra critico nei confronti della politica militare del Terzo Reich, e particolarmente dell&#8217;attacco alla Francia. Trascorrer\u00e0 gran parte della guerra in servizio attivo, a Parigi, malinconico osservatore di un disastro annunciato, che finir\u00e0 per seppellire la sua patria sotto un cumulo di rovine. Su figlio, implicato nella resistenza anti-nazista, \u00e8 condannato a morte e giustiziato. Con il cuore affranto per questa tragedia familiare J\u00fcnger assiste all&#8217;ultimo atto del &quot;crepuscolo degli dei&quot; e va ad abitare nel castello del conte Stauffenberg, il mancato tirannicida di Hitler: un gesto simbolico, si direbbe, per sottolineare una scelta di campo dal significato inequivocabile.<\/p>\n<p>A guerra finita, riprende la sua copiosa attivit\u00e0 saggistica e letteraria e mitizza una terza figura emblematica della tarda modernit\u00e0, quella dell&#8217;anarca. Dopo il soldato e dopo l&#8217;operaio, l&#8217;anarca \u00e8 colui che resiste a un ordine sociale ingiusto passando alla clandestinit\u00e0 e inoltrandosi nel bosco: \u00e8 il <em>Waldg\u00e4nger,<\/em> termine intraducibile che significa al tempo stesso vagabondo, guerrigliero, anarchista e resistente. Le strutture inumane dell&#8217;era della tecnica non possono essere affrontate a viso aperto; non \u00e8 pi\u00f9 il tempo della lotta frontale ad armi pari, uomo contro uomo, idea contro idea. Tutto quello che ora l&#8217;intellettuale pu\u00f2 fare \u00e8 concretizzare il suo &quot;no&quot; alla dittatura della tecnica in ua forma di non-collaborazione, di esilio volontario, di deliberato sabotaggio, in attesa di tempi migliori, quando si potr\u00e0 riprendere la lotta apertamente. Al tempo stesso, la figura dell&#8217;anarca segna il ritorno alla natura amica e protettrice, alla vegetazione, al paesaggio, alle radici, e quindi connota il deciso abbandono di quella esaltazione della tecnica che pure aveva caratterizzato la fase giovanile e &quot;vitalistica&quot; (come l&#8217;abbiamo chiamata) del percorso letterario di questo Autore. Inoltre, il &quot;passaggio al bosco&quot; implica una riscoperta dell&#8217;&quot;uomo naturale&quot;, dell&#8217;uomo affrancato dalle catene della tecnica, come bene hanno osservato Luisa Bonesio e Caterina Resta in un loro libro, scritto a quattro mani, <em>Passaggi al bosco.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il Waldg\u00e4nger, colui che passa al bosco, \u00e8 allora certamente un &#8216;imboscato&#8217;, anche se la sua non \u00e8 una fuga, bens\u00ec una strategia di resistenza che richiede molto coraggio, una capacit\u00e0 di de-cidersi, il distacco dalle opinioni e dai luoghi comuni, come dalla rassicurante confortevolezza data dagli automatismi di cui \u00e8 fatta la vita quotidiana, Di fronte al volto terrifico della tecnica che tutto uniforma e rende omogeneo, nella cancellazione di ogni differenza, egli vuole affermare la propria singolarit\u00e0. Non la libert\u00e0 romantica e neppure quella dell&#8217;individuo borghese, ma la libert\u00e0 del singolo di non essere ridotto a niente, o meglio quella di testimoniare la propria radicale appartenenza al niente fino al punto di riconoscerlo come il proprio essere. Il Waldg\u00e4nger, colui che per sottrarsi alla tirannia dei dati di fatto prende la via del bosco, sa di inoltrarsi per la via pi\u00f9 difficile, sa di incamminarsi dal niente verso il nulla.. sa di dover procedere da solo, perch\u00e8 questa prova riguarda ciascuno singolarmente preso e solo in pochi hanno voglia di affrontarla. Colui che passa al bosco, perci\u00f2, lascia la citt\u00e0 e va fuori dal suo recinto, egli \u00e8 dunque l&#8217;inurbano, il selvatico, il forastico, colui che \u00e8 uscito fuori dalla cerchia delle mura che proteggono l&#8217;abitato con le sue abitudini e i suoi abituali ordinamenti, dismettendone l&#8217;habitus, per muovere nudo i suoi passi in un terreno ancora vergine, e proprio per questo quanto mai insidioso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Figura eminentemente impolitica, il Walg\u00e4nger non ha programmi politici da proporre al popolo, n\u00e9 vuole fare proseliti, per quanto non disdegni una \u00abpiccola cerchia di intimi su cui esercita il proprio influsso\u00bb; non ama il consenso, soprattutto non quello estorto con le armi seduttive della propaganda. Solitario, indipendente, lontano da ogni luogo comune, questa figura singolare di Resistente non ha di mira, d&#8217;altro canto, grandi progetti di cambiamento per un futuro sempre rinviabile, il suo motto \u00e8 &#8216;hic et nunc&#8217;, poich\u00e9 qui e ora, in ogni luogo e in ogni momento, senza alcun possibile differimento, egli deve costantemente riaffermare il diritto alla propria esistenza e resistenza. Libera dai paludamenti della disciplina militare come da quelli della guerriglia, la lotta di liberazione di questo Resistente non conosce altri obiettivi che quelli di riaffermare la propria irrinunciabile libert\u00e0; cos\u00ec si trova ad essere un partigiano senza partito, poich\u00e9 la parte che intende strenuamente difendere, proprio perch\u00e9 riguarda un bene condiviso da tutti e per tutti inalienabile, nessuna visione parziale potrebbe per intero rappresentarla. Prevalentemente clandestina, la sua lotta \u00e8 altrettanto ubiqua quanto ubiquitario \u00e8 il potere che si trova a combattere e cos\u00ec, anche, in ogni dove egli pu\u00f2 trovare spazi idonei ad offrirgli riparo: \u00abil bosco \u00e8 dappertutto: in zone disabitate e nelle citt\u00e0, dove il Waldg\u00e4nger vive nascosto oppure si maschera dietro il paravento di una professione. Il bosco \u00e8 nel deserto, il bosco \u00e8 nella macchia. Il bosco \u00e8 in patria e in ogni luogo dove il Waldg\u00e4nger possa praticare la resistenza. Ma il bosco \u00e8 soprattutto \u00e8 nelle retrovie del nemico stesso\u00bb. Per questo la sua strategia di combattimento non pu\u00f2 essere quella dell&#8217;attacco diretto e frontale, che lo vedrebbe inevitabilmente soccombere, ma quella, pi\u00f9 obliqua, del sabotaggio, dell&#8217;infiltrazione, dell&#8217;anonimato, del guastatore, di colui che, in ogni caso, cerca di esporsi il meno possibile. Che sia appannaggio di esigue minoranze, di un&#8217;\u00e8lite di combattenti, o di un singolo soltanto, il passaggio al bosco testimonia di una &#8216;volont\u00e0 di resistenza&#8217;, di un rapporto indissolubile con la libert\u00e0 che nulla e nessuno potranno mai distruggere del tutto. In virt\u00f9 di questo indiscutibile legame, anche nell&#8217;universo controllato dall&#8217;Operaio, il Waldg\u00e4nger sar\u00e0 capace di un giudizio autonomo e indipendente, di esercitare la sua sovranit\u00e0, a patto che mantenga intatta la \u00abconsapevolezza della dimensione originaria dell&#8217;uomo\u00bb. In quanto singolo, \u00abuomo concreto che agisce nel caso concreto, in un&#8217;epoca in cui giustizia e morale non trovano pi\u00f9 alcun legittimo fondamento egli tuttavia non cade nella seduzione romantica di recitare il ruolo del criminale o del fuorilegge, ma \u00ab\u00e8 capace di risalire alle fonti della moralit\u00e0 ancora non disperse nei canali delle istituzioni.\u00bb. \u00c8 a partire da qui, anche, che pu\u00f2 nuovamente incontrare l&#8217;altro, in una pi\u00f9 originaria forma di essenziale ed elementare comunanza.&quot;<\/em>(2)<\/p>\n<p>Ormai viviamo nell&#8217;era dei Titani, afferma J\u00fcnger, in cui tellurici semidei tentano ancora una volta l&#8217;assalto all&#8217;Olimpo, come ai tempi di Zeus; e le loro armi sono quelle della tecnica. Si tratta di un assalto al cielo che mette in discussione il destino del mondo intero e in cui la posta in gioco non \u00e8 semplicemente l&#8217;affermazione vittoriosa di un certo modello socio-economico piuttosto che un altro, bens\u00ec il destino e il futuro stesso dell&#8217;uomo in quanto tale. Si ricordi la celebre affermazione di Martin Heidegger: <em>&quot;L&#8217;essenza della tecnica non \u00e8 affatto qualche cosa di tecnico<\/em>&quot;, apparsa nel 1953 nel saggio <em>La questione della tecnica<\/em> (3); e si tengano presenti anche le riflessioni sulla tecnica del filosofo e teologo Romano Guardini nel saggio <em>Il potere,<\/em> del 1951 (cfr. il nostro saggio <em>la riflessione sul potere nel pensiero di Romano Guardini<\/em>). Si tratta, quindi, di un tema particolarmente sentito nella Germania e nell&#8217;Europa della &quot;ricostruzione&quot; (oppure dovremmo dire della &quot;decostruzione&quot;?) e che, come giustamente aveva osservato Heidegger, non poteva essere ridotto a un problema di ordine puramente tecnico, perch\u00e9 scaturiva da una <em>Weltanschauung<\/em> o &quot;visione del mondo&quot; fortemente connotata in senso emotivo e irrazionalistico.<\/p>\n<p>Ernst J\u00fcnger \u00e8 stato una figura poliedrica di filosofo, saggista, narratore, i cui interessi hanno spaziato dalla zoologia ai problemi sociali: a lui si potrebbe riferire quella famosa frase di Terenzio: <em>&quot;Homo sum et nihil humanum a me alienum puto&quot;, &quot;Sono un essere umano, e nulla di ci\u00f2 che<\/em> <em>riguarda l&#8217;uomo \u00e8 per me estraneo&quot;.<\/em> Tra i saggi pi\u00f9 importanti ricordiamo: <em>Tempeste d&#8217;acciaio,<\/em> del 1920; <em>La lotta come esperienza interiore,<\/em> del 1922; <em>Il cuore avventuroso,<\/em> del 1929; <em>L&#8217;operaio. Dominio e forma,<\/em> del 1932; <em>Lo Stato universale,<\/em> del 1960; <em>Oltre la linea,<\/em> del 1950, dedicato alle problematiche del nichilismo; <em>Der Waldgang<\/em>, del 1951 (tradotto in italiano, dalla casa Editrice Adelphi di Milano, nel 1990); e <em>Al muro del tempo ,<\/em>del 1959. Ha anche pubblicato un primo importante scritto autobiografico, il <em>Diario, 1941-45,<\/em> nel 1949, in cui rievoca gli anni trascorsi come ufficiale della <em>Wermacht<\/em> in una Parigi intorpidita dalla sconfitta e dall&#8217;occupazione, e il lucido disincanto con cui seguiva, da quell&#8217;osservatorio privilegiato (la capitale culturale dell&#8217;Europa nel XX secolo!) l&#8217;evolvere della catastrofe mondiale, culminata nei due funghi atomici di Hiroshima e Nagasaki del 1945. Un secondo documento autobiografico \u00e8 apparso nel 1987 con il titolo <em>Due voltela cometa,<\/em> che allude al fatto di aver avuto il privilegio di vedere per ben due volte, durante la sua lunga vita &#8211; nel 1910e nel 1986, la celebre cometa di Halley.<\/p>\n<p>Tra i suoi numerosi romanzi e racconti, infine, ricordiamo almeno &#8211; oltre al gi\u00e0 citato <em>Sulle scogliere di marmo,<\/em> pubblicato nel 1939 -, <em>Fuoco e sangue,<\/em> del 1925; <em>Ludi africani,<\/em> del 1936; <em>Heliopolis,<\/em> del 1949, <em>Il problema di Aladino,<\/em> del 1983; e <em>Un incontro pericoloso,<\/em> del 1985. Quest&#8217;ultimo romanzo ci riporta all&#8217;atmosfera parigina che tanto fascino ha esercitato sul Nostro, ma \u00e8 costruito come un vero e proprio &quot;giallo&quot; in cui manca, significativamente, il lieto fine, poich\u00e9 la giustizia non trionfa e il male non riceve la doverosa punizione. Dal punto di vista propriamente letterario, la prosa di J\u00fcnger si caratterizza per una limpidezza e un nitore che tendono quasi alla freddezza e, al tempo stesso, per una tendenza a trasfigurare la realt\u00e0 in qualche cosa di simbolico, di misterioso, di allegorico.<\/p>\n<p>Cos\u00ec riassume la trama de <em>Un incontro pericoloso<\/em> l&#8217;edizione italiana, pubblicata alla casa Editrice Bompiani di Milano nel 1989:<\/p>\n<p><em>&quot;Parigi, fine Ottocento. In una tranquilla domenica di settembre un giovane di nome Gerhard, dall&#8217;aspetto timido e trasognato, si aggira nelle viuzze assolate di Pigalle deciso a trovare qualcosa o qualcuno che lo aiuti a dare una svolta alla sua esistenza. Portato dal caso, ecco Ducasse, un uomo che, al contrario di lui, conosce bene come gira il mondo e ora assiste con freddezza al lento deteriorarsi della propria vita. L&#8217;incontro pericoloso avviene adesso, nel momento in cui Ducasse indica a Gerhard una donna affascinante nel cui volto \u00abstridono bellezza e inquietudine\u00bb. Da qui ha inizio una storia di eros e di sangue che sospinge Gerhard dentro una fitta trama di atti fortuiti e fatali, che coinvolgeranno l&#8217;ombra di Jack lo Squartatore e un investigatore appassionato della metafisica del delitto, un&#8217;amabile ruffiana e un corazziere in disgrazia. Raccontando una storia provocatoriamente poliziesca, molto vicino a un qualsiasi fatto di cronaca nera, J\u00fcnger, con mano leggera e divertito distacco, introduce il lettore nelle zone d&#8217;ombra della vita, l\u00e0 dove si nasconde il tormento del male e della morte.&quot;<\/em>(4)<\/p>\n<p>Tra i saggi filosofici, un posto significativo spetta ad <em>Al muro del tempo<\/em> (<em>An der Zeitmauer<\/em>), scritto nel periodo in cui, dopo aver fondato &#8211; con Mircea Eliade, la rivista <em>Antaios,<\/em> egli ha approfondito lo studio delle civilt\u00e0, dei miti e delle religioni, da lui definiti &quot;mitografia delle forme cosmiche&quot;.<\/p>\n<p><em>&quot;E l&#8217;idea di una cosmicit\u00e0 che avvolge l&#8217;essere umano &#8211;<\/em> scrive efficacemente Guido Boffi &#8211; <em>comunicandogli quell&#8217;energia che \u00e8 la corrente stessa, il principio immanente della sua vita, funga da presupposto di tutta l&#8217;argomentazione del saggio, mentre illumina alters\u00ec la nuova cornice entro la quale si collocano le concezioni da lui elaborate in precedenza (&#8230;). Opera ancora una volta carica di forti istanze antropologiche e stimolanti implicazioni estetiche,<\/em> Al muro del tempo <em>rinnova il confronto j\u00fcngheriano con la filosofia della storia, mediante una fitta rete di richiami e citazioni in cui spiccano le voci di Erodoto, Gioacchino da Fiore, H\u00f6lderlin, Nietzsche e, con insistita frequenza, Spengler. Nel primo scritto del saggio (<\/em>Tempo misurabile e tempo del destino<em>), J\u00fcnger offre la propria riflessione di &#8216;non-astrologo&#8217; sull&#8217;astrologia. Secondo la sua lettura, non tanto l&#8217;influsso delle stelle sulle vicende individuali, ma l&#8217;indicazione del senso dei grandi cicli naturali e, in questo, di un destino collettivo \u00e8 l&#8217;oggetto dell&#8217;arte divinatoria. Di qui muove l&#8217;invito implicito a cogliere la temporalit\u00e0 come disegno di intelligibilit\u00e0 cosmico-astrale degli eventi, dunque ad assumere il tempo della natura in luogo del tempo oggettivato, &#8216;misurabile&#8217;, Ne consegue il disegno j\u00fcngheriano complessivo di una sorta di &#8216;rinaturalizzazione&#8217; della storia, che fornisce il nodo capitale dello scritto successivo, cui il saggio intero deve il titolo:<\/em> Al muro del tempo. <em>In questa seconda parte, e principale, J\u00fcnger propone infatti di sovrapporre la &#8216;storia della terra&#8217; alla storia umano-mondana. L&#8217;umanit\u00e0 \u00e8 parte integrante del ciclo cosmico dell&#8217;accadere, dunque deve ricomprendere se stessa in una particolare visione di trascendenza &#8216;naturalizzata&#8217;. Una trascendenza non metafisica, n\u00e9 onto-teologica, ma quasi vitalistica, nella cui vorticosa energia l&#8217;essere umano \u00e8 provocato a radicarsi se vuole resistere, in quanto singolarit\u00e0 indefettibilmente &#8216;ribelle&#8217; e &#8216;anarchica&#8217;, al flusso nichilistico-razionale della Tecnica. La Terra rappresenta in tale rinnovata visione j\u00fcngheriana non solo la madre generativa, ma ancor pi\u00f9 il fondamento energetico. Cosmicit\u00e0 e tellurismo: trascendenza dell&#8217;energia astrale e radicamento nel principio immanente della natura, della vita, della poesia &#8211; sono queste le polarit\u00e0 che J\u00fcnger contrappone antiteticamente all&#8217;accelerazione scientifico-progressistica, come per un&#8217;inaggirabile regressione che si impone necessariamente,<\/em> \u00e0 la <em>Spengler. Nell&#8217;epoca della Tecnica e del Dio che &#8216;si ritira&#8217; (L. Bloy), l&#8217;essere umano, se non vuole autodistruggersi inchiodato al &#8216;muro del tempo&#8217;, deve affidarsi al &#8216;vero partner della Terra&#8217;: \u00abnon la ragione con i suoi titanici progetti, ma lo spirito come potenza cosmica\u00bb.<\/em> (5)<\/p>\n<p>\u00c8 stato rimproverato a J\u00fcnger un atteggiamento politico quanto meno ambiguo, connotato comunque da evidenti simpatie di destra (e sia pure una destra &quot;rivoluzionaria&quot; e antiborghese) nonch\u00e9 un sia pure temporaneo cedimento alla fascinazione hitleriana. Per quanto riguarda quest&#8217;ultima accusa, \u00e0 giusto e doveroso ricordare che altri grandi intellettuali si sono compromessi col nazismo quanto lui; fra gli altri, due filosofi della statura di Carl Schmitt e Martin Heidegger, con entrambi i quali il Nostro aveva intrecciato un proficuo dialogo culturale nel clima non ancora del tutto imbrigliato dal totalitarismo nazista. Quanto al suo essere di destra, ci domandiamo se non gli vada almeno riconosciuto il coraggio delle sue idee, anche quando esse andavano chiaramente controcorrente, come \u00e8 stato il caso della Germania (e dell&#8217;Europa) del secondo dopoguerra. Per valutare appieno il conformismo culturale di quel momento storico, basti ricordare al camaleontismo con il quale scrittori come G\u00fcnter Grass (l&#8217;autore del fortunato <em>Il tamburo di latta<\/em>) hanno dissimulato i loro trascorsi nazisti &#8211; salvo poi liberarsi da un tale peso di coscienza, e sia pure con qualche decennio di ritardo. Anche in Italia era allora di moda far sparire ogni traccia dei propri trascorsi fascisti, e passare, se possibile, direttamente dall&#8217;altra parte della barricata: si legga in proposito il libro di Nino Tripodi.(6) E infine, per aver chiaro in mente quale fosse l&#8217;atmosfera politica e psicologica di quegli anni, si pensi che il governo degli Stati Uniti dovette inventarsi l&#8217;<em>escamotage<\/em> di far dichiarare pazzo il suo pi\u00f9 grande poeta contemporaneo, Ezra Pound, per non doverlo condannare e, magari, giustiziare sotto l&#8217;accusa di alto tradimento, per aver simpatizzato per Mussolini ed avere tenuto dei discorsi alla radio italiana durante la seconda guerra mondiale, quando il suo paese d&#8217;origine era in guerra con le potenze dell&#8217;Asse Roma-Berlino-Tokyo (6). Allora, valutato serenamente ogni aspetto della questione, bisogner\u00e0 ammettere che le tendenze di destra presenti nel pensiero di J\u00fcnger, oltre ad aver preso le distanze dal nazismo, hanno l&#8217;indubbio merito di una franchezza e di una onest\u00e0 intellettuale che molti intellettuali &quot;di sinistra&quot;, acclamati dal grande pubblico di allora, avrebbero avuto motivo di invidiargli.<\/p>\n<p>Vogliamo dire infine qualcosa di uno scritto decisamente minore di Ernes J\u00fcnger, una commemorazione dello scrittore americano Henry Furst (nato a New York nel 1893 e morto a La Spezia nel 1967) che, &quot;trapiantato&quot; in Italia dal 1916, si era dato alla professione di critico letterario e di narratore in lingua italiana, come segno di amore per il suo Paese di adozione. Il lettore italiano ricorder\u00e0 forse Henry Furst per via dei suoi due romanzi degli anni Sessanta, <em>Donne americane<\/em> e <em>Simun<\/em>, pubblicati dalla casa Editrice Longanesi di Milano; o anche per via del sodalizio, intellettuale oltre che affettivo, che egli strinse con Orsola Nemi &#8211; conosciuta ancor prima della seconda guerra mondiale &#8211; negli ultimi vent&#8217;anni della sua vita: Orsola Nemi, valente traduttrice dal francese (fra l&#8217;altro, del romanzo di Vintila Horia <em>La settima Lettera<\/em>, autobiografia ideale di Platone), narratrice lei stessa e donna dai vasti e molteplici interessi culturali. E a lei Ernst J\u00fcnger ha dedicato il suo toccante <em>Ricordo di Henry Furst,<\/em> inserito (insieme a una prefazione di Mario Soldati), nel volume miscellaneo a lui dedicato del 1970.<\/p>\n<p>J\u00fcnger conosceva bene l&#8217;Italia, e l&#8217;amava; conosceva diversi scrittori &#8211; Bonaventura Tecchi, ad esempio; e aveva conosciuto bene Henry Furst, che nel nostro Paese gli amici chiamavano Enrico, considerandolo sostanzialmente italianizzato. A lui lo univano alcune affinit\u00e0 di fondo, pur nella diversit\u00e0 dei caratteri &#8211; mite e contemplativo l&#8217;americano, spavaldo ed &quot;estremo&quot; il tedesco &#8211; e, non ultima, il grande amore per la cultura, la fierezza delle proprie idee, la limpida coerenza anche in tempi difficili. Furst, ad esempio, che nel dopoguerra fu accusato di essere stato filo-fascista, rivendicava di essere stato l&#8217;unico scrittore italiano antifascista proprio nell&#8217;acme del consenso al regime, ossia al tempo della guerra di Etiopia, insieme a due o tre altri in tutto: Croce, Montale, Soldati; mentre erano stati fascistissimi proprio quelli che, dopo il 1945, pi\u00f9 lo accusavano di trascorsi mussoliniani. Certo, forse l&#8217;affermazione di essere stato apertamente antifascista nel 1935 \u00e8 un po&#8217; eccessiva, anche se \u00e8 vero che Furst &#8211; a differenza di Pound, che non ebbe esitazioni n\u00e9 incertezze fino all&#8217;ultimo &#8211; dopo il 1940 giunse ad augurarsi la sconfitta militare dell&#8217;Italia (e della Germania) pur di vederne, mediante la caduta del fascismo, una possibilit\u00e0 di rinascita democratica della sua patria d&#8217;azione..<\/p>\n<p>Nel delineare il ritratto del vecchio amico, scomparso tre anni prima, J\u00fcnger sa trovare parole semplici e accorate che restituiscono, attraverso piccoli particolari apparentemente insignificanti, la trasparenza di una personalit\u00e0 onesta e innamorata, con un che di simpaticamente trasognato ma anche, in fondo, di terribilmente serio; di profonda seriet\u00e0 ammantata di leggerezza. E, nel tracciare l&#8217;immagine di Henry Furst, pare che lo scrittore tedesco ci metta qualcosa di suo e, forse inconsapevolmente, faccia anche un po&#8217; il ritratto di s\u00e9 stesso.<\/p>\n<p><em>&quot;\u00abQuando fui stanco di &#8216;cercare&#8217;, appresi a trovare\u00bb, come dice Nietzsche: \u00e8 questa un&#8217;arte di cui la natura aveva dotato Henry. Le distanze non avevano per lui nessuna importanza e presupponeva che non ne avessero nemmeno per gli altri. Cos\u00ec, a esempio: \u00abLa tua bella cartolina da Damasco mi \u00e8 giunta qui alla Spezia. Perch\u00e9 non sei andato in Persia trovandoti cos\u00ec vicino?\u00bb. Poteva arrivare un telegramma che non aveva alcuna attinenza con la realt\u00e0 quotidiana, come: \u00abCi rivedremo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli uomini agiscono su noi con la loro polarit\u00e0, col loro orizzonte. Sorprendeva in Henry l&#8217;intensit\u00e0 del sentimento e della ragione. L&#8217;aura era forte e anonima come una potenza della natura, che irradiava ora un fluido gradevole ora un fluido elettrico. Cos\u00ec entriamo in una stanza in penombra dove ci sentiamo subito bene. Quando poi gli occhi si sono assuefatti alla poca luce, riconosciamo il numero dei quadri alle pareti, i libri, le opere d&#8217;arte. Questa \u00e8 la vera via verso l&#8217;autore. Conduce dall&#8217;Eros verso lo spirito, non in senso opposto, come avviene per certi matrimoni di artisti, che incominciano ammirevolmente e finiscono in modo tragico: Psiche si \u00e8 bruciata le ali alla fiamma.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Il suo esteso, preciso sapere pot\u00e9 essere conquistato solo attraverso lo studio costante per tutta la vita e specialmente con ininterrotte letture. A sessant&#8217;anni si preparava ancora per un esame di teologia. Signoreggiava le concatenazioni storiche e culturali del mondo antico e reagiva come un elettroscopio quando venivano citati una data, un&#8217;opera, un personaggio. Una eccellente memoria stava ai suoi ordini, Nel suo stile di vita, egli rappresentava ancora la classe degli<\/em> hommes des lettres, <em>i quali rapidamente si estinguono, e, per la verit\u00e0, in modo pi\u00f9 rapido nei paesi germanici che nei latini, Quel che li distingue \u00e8 il loro modo di vivere, caro alle Muse, dietro il quale si cela un eminente lavoro. Per la loro esistenza vale lo stesso criterio che nell&#8217;opera d&#8217;arte perla quale non deve scorgersi la fatica. Questo \u00e8 soltanto possibile quando l&#8217;artista trova nel suo lavoro un godimento. Con questa classe svaniscono anche i biotopi classici, o assumono carattere da museo. Il che non pu\u00f2 essere attribuito a influssi esterni, come \u00e8 lecito dire che le vecchie citt\u00e0 sono rovinate dalle automobili. Vengono cos\u00ec profondamente alterate che il senso storico va perduto. Cos\u00ec anche la tecnica ha peso sempre maggiore nel formarsi delle opinioni, non perch\u00e9 le macchine divengono pi\u00f9 poderose, ma perch\u00e9 le opinioni mutano. Come si avverte nel clima degli studi. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questi appunti sono stati trascritti senza ordine, sia per quanto concerne il tema, sia per quanto si riferisce alla data. Li ho scelti a caso dal fascio delle lettere, come da un gioco di carte. >un mazzo di fiori, raccolti dall&#8217;erbario, senza fare una scelta precisa. Sembrano tuttavia schiudersi nel ricordo, come i fiori del t\u00e8, nell&#8217;Estremo Oriente. Il meglio si trova in un altro foglio, quello che non porta traccia di penna, sull&#8217;altra facciata che non pu\u00f2 essere descritta: Henry era un genio dell&#8217;amicizia. Da l\u00ec sorgeva quella ricchezza che dispensava. Come un navigatore, che si apparecchia al grande viaggio, lasci\u00f2 tre o quattro fogli in inglese:<\/em> A vele spiegate verso la morte. <em>E questa aggiunta: \u00abIl cuore parla al cuore, ma quel che dice si sottrae alla parola\u00bb.<\/em>(7)<\/p>\n<p>Ecco, questo potrebbe anche essere, fino a un certo punto, l&#8217;autoritratto di Ernest J\u00fcnger. Un uomo che, dopo aver molto cercato, aveva scoperto l&#8217;arte di trovare, che si sentiva a casa in ogni luogo, e che padroneggiava numerose lingue quasi quanto la sua lingua madre; che si sentiva contemporaneo di tutti gli spiriti grandi e pensosi; che non aveva timore di mettersi in gioco, di affrontare la vita con un entusiasmo senza riserve, che pensava spesso alla morte, pur non temendola pi\u00f9 di altri. L&#8217;aveva gi\u00e0 guardata in faccia, parecchie volte, nelle trincee insanguinate della prima guerra mondiale; e di nuovo, ma con pi\u00f9 disincanto, nel corso della seconda. Aveva compreso che non sono le grandi idee a fare grandi gli uomini, ma i grandi uomini che producono le grandi idee. E che la cosa principale che contraddistingue la nostra vita, in fondo, non \u00e8 la quantit\u00e0 delle cose che riusciamo a fare n\u00e9 l&#8217;opinione che di noi si formano i nostri contemporanei, ma la capacit\u00e0 di tirare dritto per la propria strada, anche quando si \u00e8 stanchi, anche quando gli altri non capiscono, anche se sembra che sia tutto inutile.<\/p>\n<p><em>NOTE<\/em><\/p>\n<p>1) <em>Enc. Univ. di letteratura,<\/em> Milano, Garzanti,2003 (2 voll.), vol. II, p. 1482.<\/p>\n<p>2)  Luisa Bonesio, Luisa- Resta, Caterina, <em>Passaggi al bosco. Ernst J\u00fcnger nell&#8217;era dei Titani<\/em> (Milano, Associazione Culturale Mimesis, 2000<\/p>\n<p>3)  Tr. it. di Gianni Vattimo in <em>Saggi e discorsi,<\/em> Milano, Mursia, 1976, p. 5.<\/p>\n<p>4)  <em>Un incontro pericoloso<\/em> (titolo originale: <em>Eine Gef\u00e4hrliche Begegung<\/em>), tr. it. Milano, Bompiani, 1989, versione di Anna Bianco.<\/p>\n<p>5)  BOFFI, Guido, in <em>Dizionario delle opere filosofiche<\/em> (a cura di Franco Volpi), Milano, Bruno Mondadori, 2000, pp. 591-592.<\/p>\n<p>6)  TRIPODI, Nino, <em>Intellettuali sotto due bandiere<\/em>, Roma, Ciarrapico Editore, 1981.<\/p>\n<p>7)  Volume miscellaneo <em>Il meglio di Henry Furst<\/em> (a cura di Orsola Nemi)<em>,<\/em> Milano, Longanesi &amp; C., 1970, pp. 14-22.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Inquieto, assetato di verit\u00e0 e di certezze, politicamente scorretto, coraggioso, spavaldo, pessimista, irritante, trasognato eppure lucidamente disincantato. 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