{"id":24956,"date":"2019-03-04T10:51:00","date_gmt":"2019-03-04T10:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/03\/04\/eppure-e-semplice-perche-non-si-vuol-capirlo\/"},"modified":"2019-03-04T10:51:00","modified_gmt":"2019-03-04T10:51:00","slug":"eppure-e-semplice-perche-non-si-vuol-capirlo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/03\/04\/eppure-e-semplice-perche-non-si-vuol-capirlo\/","title":{"rendered":"Eppure \u00e8 semplice: perch\u00e9 non si vuol capirlo?"},"content":{"rendered":"<p>La felicit\u00e0 \u00e8 possibile? Perch\u00e9, si dice, l&#8217;uomo \u00e8 fatto per la felicit\u00e0: tale almeno \u00e8 il pensiero finalista, secondo il quale le cose sono ordinate ad un fine, e il fine dell&#8217;uomo non pu\u00f2 essere che la felicit\u00e0; perch\u00e9 la felicit\u00e0 \u00e8 il bene, e non si vede perch\u00e9 l&#8217;uomo, se ha un fine, dovrebbe avere un fine diverso dal bene. Se avesse come fine il male si sarebbe gi\u00e0 auto-distrutto; non si conserva ci\u00f2 che non ha un po&#8217; di amore per se stesso. Ma se l&#8217;uomo si ama, se cerca di soddisfare il desiderio di bene che \u00e8 in lui, allora la felicit\u00e0 \u00e8 possibile, deve essere possibile: se non lo fosse, vorrebbe dire che l&#8217;uomo \u00e8 fatto in modo da aver bisogno di qualcosa che non pu\u00f2 raggiungere, il che vorrebbe dire che sarebbe pazzo per natura. E chi, se non un dio malvagio, potrebbe creare l&#8217;uomo, ponendo in lui il germe di una inevitabile follia? Ma un dio malvagio non pu\u00f2 essere il vero e unico Dio, perch\u00e9 un dio malvagio \u00e8 la sorgente del male, e il male d\u00e0 sempre e solo male; e da dove verrebbero, allora, tutte le cose buone, a cominciare da quel bene che consiste nel fatto di esistere? Se non ci fosse il bene dell&#8217;esistenza, non ci sarebbe la vita. E lasciamo che i Leopardi e gli Schopenhauer lamentino il fatto che la vita esiste, e dicano che sarebbe meglio se non ci fosse, cos\u00ec non ci sarebbe neppure il dolore: se la vita esiste, nonostante tutto, cio\u00e8 nonostante il fardello di dolore che indubbiamente \u00e8 presente in essa, vuol dire che, alla fine, il bene prevale; quel bene che \u00e8 il fatto di esistere, rispetto a quel male che il fatto di non esistere, o di cessare di esistere. Tutto questo \u00e8 secondo la logica, e non contro di essa. Immaginare un dio malvagio \u00e8 contro la logica; e anche immaginare un universo nel quale le cose esistono per un fine cattivo, cio\u00e8 per il proprio male, che \u00e8 contro la loro esistenza, anzich\u00e9 per il proprio bene, che consiste nel difendere e, se possibile, accrescere quel bene, cio\u00e8 nel rendere la propria esistenza pi\u00f9 perfetta e di conseguenza anche pi\u00f9 felice.<\/p>\n<p>Dunque, tutte le cose che esistono, sono ordinate a un fine, e quel fine \u00e8 il bene; anche l&#8217;uomo \u00e8 ordinato al bene, e il bene dell&#8217;uomo \u00e8 la felicit\u00e0, ossia una condizione di vita piena e perfetta. Ma una tale condizione, in concreto, non si \u00e8 mai vista: nessuno ha mai conosciuto la felicit\u00e0, o, se pure l&#8217;ha conosciuta, non ha potute restarvi domiciliato stabilmente. Che cosa concludere da ci\u00f2? I casi, evidentemente, si restringono a due: o la condizione umana \u00e8 un&#8217;ironia, una beffa, oppure la felicit\u00e0 cui l&#8217;uomo aspira esiste, per\u00f2 non si trova, o non si trova compiutamente e stabilmente, in questa vita. Ma Dio, origine e causa di tutte le cose e loro meta finale, essendo il Bene, non pu\u00f2 averci ingannati: la vita umana non pu\u00f2 essere una beffa, ch\u00e9 tale sarebbe se in noi vi fosse il desiderio della felicit\u00e0, ma non esistesse il modo di soddisfarlo. D&#8217;altra parte, quando parliamo della felicit\u00e0, non dobbiamo pensare solo a quella dell&#8217;uomo, ma anche a quella delle altre creature intelligenti e a Dio stesso, dato che abbiamo definito la felicit\u00e0 come il conseguimento della piena perfezione della propria natura; mentre quella delle creature meno intelligenti, o prive del tutto di ragione, evidentemente si riduce &#8212; se pure possiamo ancora chiamarla felicit\u00e0 &#8211; a uno stato di appagamento meramente materiale, del quale esse forse non sono neppure coscienti. Per gli Angeli, creature pi\u00f9 intelligenti e pi\u00f9 sapienti degli uomini, la felicit\u00e0 consiste nella visione di Dio, causa e sorgente di ogni perfezione e meta ultima di ogni desiderio e aspirazione. Per Dio, la felicit\u00e0 \u00e8 l&#8217;auto-comprensione della propria perfezione, che basta perfettamente a se stessa (ovvio, quindi, che l&#8217;affermazione del signor Bergoglio, secondo il quale Dio non \u00e8 pi\u00f9 Dio senza l&#8217;uomo, \u00e8 una pura e semplice eresia, e, come al solito, una vera e propria bestemmia, oltre che una assurdit\u00e0 logica: che cos&#8217;era dunque Dio, prima della creazione dell&#8217;uomo?). Ricordiamo i celebri versi di Dante (<em>Par.,<\/em> XXXIII, 124-126): <em>O luce etterna che sola in te sidi, \/ sola t&#8217;intendi, e da te intelletta \/ e intendente te ami e arridi!\u00a0<\/em>E per l&#8217;uomo, in che cosa consiste la felicit\u00e0? Esattamente nella stessa cosa che per gli Angeli: la visione di Dio; ma non la sua comprensione, perch\u00e9 quella non la raggiungono neppure gli Angeli, bens\u00ec Dio soltanto, godendo in Se stesso e di Se stesso.<\/p>\n<p>Scrive san Tommaso d&#8217;Aquino nella <em>Summa teologica<\/em> (I-II, qu. 1, art. 8; cit. in: Umberto Curi, <em>Il coraggio di pensare,<\/em> Torino, Loescher Editore, 2019, vol. 1, pp. 638-640):<\/p>\n<p><em>SEMBRA che la felicit\u00e0 dell&#8217;uomo non sia nella visione dell&#8217;essenza stessa di Dio. Infatti:<\/em><\/p>\n<p><em>1. Dionigi (Pseudo-Dionigi Aeropagita, Teologica mistica, I) dice nella &quot;Teologia mistica&quot; che l&#8217;uomo, in virt\u00f9 di ci\u00f2 che \u00e8 supremo della propria intelligenza, si unisce a Dio come a un essere del tutto ignoto. Ma ci\u00f2 che si vede nella sua essenza non \u00e8 del tutto ignoto. Dunque, l&#8217;ultima perfezione dell&#8217;intelletto, cio\u00e8 la felicit\u00e0, non consiste nel vere Dio nella sua essenza.<\/em><\/p>\n<p><em>2. Inoltre, la perfezione di una natura superiore \u00e8 superiore. Ma questa \u00e8 la perfezione propria dell&#8217;intelletto divino, di vedere la propria essenza. Dunque, l&#8217;ultima perfezione dell&#8217;intelletto umano non arriva a questo, ma resta al di sotto.<\/em><\/p>\n<p><em>MA IN CONTRARIO: Nella Prima Lettera di Giovanni si dice: &quot;quando egli (Dio) si sar\u00e0 manifestato, noi saremo simili a lui, perch\u00e9 lo vedremo cos\u00ec come egli \u00e8 (3, 2).<\/em><\/p>\n<p><em>RISPONDO: L&#8217;ultima e perfetta felicit\u00e0 non pu\u00f2 essere che nella visione dell&#8217;essenza di Dio. Per averne l&#8217;evidenza bisogna considerare due verit\u00e0. La prima \u00e8 che l&#8217;uomo non \u00e8 perfettamente felice, finch\u00e9 gli resta qualcosa da desiderare e da cercare. La seconda \u00e8 che la perfezione di ciascuna potenza si considera in base alla natura del suo oggetto. Ora, l&#8217;oggetto dell&#8217;intelletto \u00e8 CI\u00d2 CHE UNA COSA \u00c8 [quod quid est], cio\u00e8 l&#8217;essenza di una realt\u00e0, come si dice nel libro &quot;L&#8217;anima&quot; di Aristotele (III, 6, 430b, 28). Onde, tanto c&#8217;\u00e8 e progredisce la perfezione dell&#8217;intelletto, in quanto conosce l&#8217;essenza di una realt\u00e0. Se, dunque, un intelletto conosce l&#8217;essenza di un effetto, da cui non pu\u00f2 conoscere l&#8217;essenza di una causa, in modo, cio\u00e8, da sapere della causa CHE COSA \u00c8, non si dice che l&#8217;intelletto raggiunge la causa assolutamente, bench\u00e9 per mezzo dell&#8217;effetto pu\u00f2 conoscere SE \u00c8. E perci\u00f2 rimane all&#8217;uomo naturalmente il desiderio, quando conosce l&#8217;effetto sa che esso ha una causa, di conoscere anche della causa CHE COSA \u00c8, o l&#8217;essenza. E quel desiderio scaturisce dalla meraviglia e causa la ricerca, come si dice all&#8217;inizio della Metafisca di Aristotele. Per esempio, se uno, conoscendo un&#8217;eclisse di sole, considera che scaturisce da una causa della quale, poich\u00e9 non conosce che cosa sia, prova meraviglia, si impegna nella ricerca. N\u00e9 questa ricerca ha fine a appagamento fino a quando non arriva a conoscere l&#8217;essenza della causa.<\/em><\/p>\n<p><em>Se, dunque, l&#8217;intelletto umano, conoscendo l&#8217;essenza di un effetto creato, conosce di Dio solo SE \u00c8; la sua perfezione non ancora arriva, sotto tutti gli aspetti, alla causa prima, ma ancora gli rimane il desiderio naturale di indagare sulla causa. Perci\u00f2 non perfettamente felice. Dunque per la perfetta felicit\u00e0 si richiede che l&#8217;intelletto arrivi a conoscere l&#8217;essenza stessa della prima causa.<\/em><\/p>\n<p><em>E cos\u00ec avr\u00e0 la sua perfezione in virt\u00f9 dell&#8217;unione a Dio come al proprio oggetto, nel quale soltanto consiste la felicit\u00e0 dell&#8217;uomo, come sopra si \u00e8 detto (cfr. Summa theol., I-II, qu. 3, art. 7).<\/em><\/p>\n<p><em>RISPOSTE ALLE OBIEZIONI<\/em><\/p>\n<p><em>ALLA PRIMA: Dionigi parla della conoscenza di coloro che sono in via, tendendo alla compiuta felicit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>ALLA SECONDA: Come si \u00e8 detto sopra, il fine pu\u00f2 essere inteso in due modi. In un modo, in quanto \u00e8 la realt\u00e0 stessa che \u00e8 desiderata: e in questo modo \u00e8 lo stesso il fine superiore e inferiore, anzi di ogni realt\u00e0, come sopra si \u00e8 detto (Summa theol., I-II, qu. 1, art. 8). In un altro modo, in quanto \u00e8 il conseguimento di questa realt\u00e0: e cos\u00ec \u00e8 diverso il fine della natura superiore e di quella inferiore, in base al diverso rapporto con tale realt\u00e0. Dunque, cos\u00ec la felicit\u00e0 di Dio, che con l&#8217;intelletto comprende la propria essenza, \u00e8 superiore a quella dell&#8217;uomo o dell&#8217;angelo, che vedono quell&#8217;essenza ma non ne hanno la comprensione<\/em>.<\/p>\n<p>In conclusione: l&#8217;uomo \u00e8 fatto per la felicit\u00e0, perch\u00e9 aspira naturalmente al proprio bene. Come dice Aristotele nell&#8217;<em>Etica Nicomachea<\/em> (1097 a-b), la felicit\u00e0 \u00e8 il bene perfetto, perch\u00e9 mentre gli altri beni &#8212; l&#8217;onore, il piacere, l&#8217;intelligenza &#8211; li scegliamo, s\u00ec, a motivo di se stessi, ma anche in vista della felicit\u00e0, la felicit\u00e0 soltanto viene desiderata per se stessa, e dunque \u00e8 il bene superiore a tutti gli altri, il bene perfetto. Il bene dell&#8217;uomo consiste nella felicit\u00e0, e la felicit\u00e0 \u00e8 godere di ci\u00f2 che rende l&#8217;uomo perfettamente appagato e realizzato in quanto c&#8217;\u00e8 di meglio nella sua natura. \u00c8 evidente, pertanto, che i beni inferiori devono essere posposti ai beni superiori; e che i falsi beni devono essere assolutamente evitati, perch\u00e9 allontanano l&#8217;uomo da ci\u00f2 cui egli aspira, cio\u00e8 la felicit\u00e0. Nei falsi beni non vi \u00e8 la felicit\u00e0, ma il male, e il male produce, presto o tardi, in una forma o nell&#8217;altra, l&#8217;infelicit\u00e0, o fisicamente, o moralmente, o su entrambi i piani di esistenza. I beni inferiori, poi, devono essere perseguiti come se fossero i gradini di una scala che conduce verso i beni superiori; e di bene in bene, l&#8217;uomo deve arrivare al Bene supremo, al Bene in s\u00e9, che \u00e8 quello in cui trover\u00e0 la felicit\u00e0, perch\u00e9 \u00e8 quello nel quale egli si potr\u00e0 realizzare pienamente. E quale bene pi\u00f9 grande pu\u00f2 esserci, per l&#8217;uomo, di questo: vedere, contemplare, godere della presenza viva di quel Dio che \u00e8 l&#8217;origine di tutto e la meta di tutto, e quindi anche l&#8217;origine del suo esistere e la meta cui tende la sua vita terrena? Contemplare e gioire, non contemplare e comprendere: perch\u00e9, come abbiamo detto, la comprensione di Dio non appartiene all&#8217;uomo e neppure agli Angeli; la comprensione di Dio \u00e8 riservata a Lui solo, e a nessun altro. Vi \u00e8 un mistero abissale, in Dio, che la mente umana, anche la pi\u00f9 sottile, la pi\u00f9 geniale, non arriver\u00e0 mai neppure a sfiorare: \u00e8 questo il limite ontologico che separa la creatura dal suo Creatore, e che l&#8217;Incarnazione del Verbo e la divina Rivelazione riescono, s\u00ec, a colmare sul piano della vita pratica, ma non possono colmare sul piano intellettuale, E qui si vede bene la distinzione fra la vera e la falsa filosofia, fra la buona e la cattiva teologia: perch\u00e9 \u00e8 buono e sano il pensiero umano che riconosce l&#8217;esistenza di quel limite, s&#8217;inchina davanti ad esso e chiede a Dio i mezzi per procedere nella ricerca del Bene, senza tuttavia pretendere di arrivare alla piena comprensione di quel mistero, che per l&#8217;uomo, almeno in questa vita, rimarr\u00e0 pur sempre tale.<\/p>\n<p>In fondo, sarebbe tanti semplice, se solo volessimo vederlo: <em>siamo fatti per la felicit\u00e0 e la felicit\u00e0 \u00e8 possibile<\/em>. Mettiamoci per\u00f2 d&#8217;accordo sul concetto di felicit\u00e0: non uno stato di benessere quantitativo e non coincide con l&#8217;uso o il possesso di un singolo bene, anzi \u00e8 il contrario della pratica del possesso, e presuppone la capacit\u00e0 di aprirsi e lasciar andare le cose, le brame, e ogni volont\u00e0 e desiderio egoistico, per abbacinarsi interamene alla Volont\u00e0 di Dio. La felicit\u00e0 \u00e8 qui, vicino a noi, a portata di mano; ma non la vediamo, perch\u00e9 la cerchiamo altrove e perch\u00e9 la cerchiamo nella maniera sbagliata; non la vediamo, perch\u00e9 siamo accecati dal riflesso del nostro io insaziabile, che sempre desidera qualcosa, e non si accorge di essere ossessionati dal proprio desiderio e non pi\u00f9 dalla cosa desiderata. Gli uomini moderni sono letteralmente ossessionati: desiderano, desiderano tutto, desiderano sempre, e desiderano il proprio desiderio, e desiderano il desiderare: a tal punto sono preda di una vera e propria forma di autoipnosi. Se uscissero dall&#8217;ipnosi, comincerebbero a vedere e a capire, e si renderebbero conto che si son messi per una strada che non porta verso la felicit\u00e0, ma verso l&#8217;infelicit\u00e0. \u00c8 difficile, per\u00f2, che si ridestino: esistono delle forze maligne ed estremamente potenti le quali esercitano tutta la loro capacit\u00e0 di persuasione e di condizionamento per tenere gli uomini immersi nella loro realt\u00e0 artificiale, che li separa da se stessi e li rende stranieri alla propria umanit\u00e0. Dispersi nella babele del relativismo, soggiogati dalla mentalit\u00e0 edonista, materialista e consumista, ipnotizzati dal miraggio delle cose e dalle proprie inesauribili brame, gli uomini moderni subiscono anche il lavaggio del cervello da parte di una pseudo-cultura, disumana e autolesionista, che riesce a persuaderli della impossibilit\u00e0 di essere felici. E come il bambino cui la maestra, fin dalla prima elementare, dice o fa capire che \u00e8 <em>negato<\/em> per la matematica, e poi se lo sente ripetere dai professori delle medie, cresce con la convinzione che la matematica, per lui, \u00e8 e rester\u00e0 sempre un qualcosa d&#8217;incomprensibile, mentre invece, forse, con un&#8217;altra maestra e degli altri professori, avrebbe potuto conseguire gli stessi risultati di tanti altri suoi compagni; cos\u00ec l&#8217;uomo moderno, a forza di sentirsi dire e ripetere che il mondo \u00e8 brutto, che la vita \u00e8 male, e che la verit\u00e0 non esiste, ha finito per rinunciare alla verit\u00e0, non scorge pi\u00f9 la bellezza del mondo e ha perso l&#8217;incanto del vivere. Vi \u00e8 una congiura, da parte di quasi tutta la cultura moderna, finalizzata a una precisa strategia: rendere l&#8217;uomo estraneo a se stesso, diffidente verso tutto e quindi anche verso se stesso (la cultura del sospetto), scoraggiato e rinunciatario verso i pi\u00f9 alti obiettivi cui potrebbe aspirare, primo fra tutti il Bene, che realizza il suo bene personale e quindi la sua personale felicit\u00e0. Ma a forza di sentirsi dire che la felicit\u00e0 non esiste o \u00e8 irraggiungibile; oppure che consiste nel soddisfare le sue voglie passeggere e tutti i suoi capricci, si \u00e8 auto-convinto che non vi sia niente di meglio a cui aspirare, che questa vita cieca, da talpa, che non vede mai il sole. Infatti non vede Dio&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La felicit\u00e0 \u00e8 possibile? 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