{"id":24929,"date":"2006-06-01T10:18:00","date_gmt":"2006-06-01T10:18:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/01\/la-poesia-di-emilio-girardini-1858-1946\/"},"modified":"2006-06-01T10:18:00","modified_gmt":"2006-06-01T10:18:00","slug":"la-poesia-di-emilio-girardini-1858-1946","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2006\/06\/01\/la-poesia-di-emilio-girardini-1858-1946\/","title":{"rendered":"La poesia di Emilio Girardini (1858 \u2013 1946)"},"content":{"rendered":"<p>Ci sia consentito di iniziare questa rievocazione della poesia di Emilio Girardini partendo dalla figura austera e dignitosa del vecchio poeta, ormai cieco da molti anni, cos\u00ec come l&#8217;ha ricordata il giornalista e scrittore udinese Renzo Valente (1916-2002), testimone acutissimo e brioso &#8211; ma con una vena di impalpabile malinconia) della vecchia vita cittadina, nel suo fortunato libro <em>Udine, un paese col tram.<\/em><\/p>\n<p><em>Suono, aspetto, mi apre uno con gli occhiali, mi scruta, lo scruto, mai visti, sta per richiudere, resisto, insisto, guardi che sono il fratello di Nino. Mi spalanca la porta e dalla cucina, percorso mezzo corridoio, mi viene incontro la signora Marianna, entra entra, ho sentito, Blasich nol te conosseva, mi precede in cucina, mi annuncia, si\u00f4r M\u00eclio, el xe qua el frad\u00eal de Nino.<\/em><\/p>\n<p><em>Era un uomo vestito di nero, con gli occhiali neri, cravatta nera, gilet nero, scarpe nere, ch&#8217;al cj\u00e2li che i c\u00f4le la sin\u00eese sui brag\u00f4ns, s\u00eegheghe anche ti, sedeva accanto a un tavolo, aveva bevuto il caff\u00e8, fumava, depose il sigaro sul portacenere, si alz\u00f2, d\u00e2me el brasso, and\u00eamo des\u00f4ra, come ti chiami?<\/em><\/p>\n<p><em>Avevo l&#8217;et\u00e0 del Corm\u00f4r, dei cieli azzurri, dei prati verdi, delle piazze, delle strade, dei cortili, dei giardini, e tutt&#8217;a un tratto ero nel nero, una stanza piena di cappotti neri, di cappelli neri, di ombrelli neri, di mobili neri e con un uomo nero che vedeva con gli occhi degli altri, che leggeva con gli occhi degli altri, che camminava con gli occhi degli altri. Siedi siedi, che scuole hai fatto? Mi indic\u00f2 vagamente un libro, prova a leggere, tornami a mente il d\u00ec che la battaglia, prova prova, sentiamo. Era il primo amore di Leopardi e attaccai. Che ci voleva? Una motocicletta, una mitragliatrice, ta-ta-ta. Tornami a mente il d\u00ec che la battaglia d&#8217;amor sentii la prima volta e dissi, filavo che era un piacere, ma quando fui per affrontare il successivo ahim\u00e9 se questo \u00e8 amor com&#8217;ei travaglia, l&#8217;uomo nero sbandier\u00f2 una mano e mi ferm\u00f2, alt alt, per l&#8217;amor de Dio, alt, \u00e8 Leopardi non una canzonetta.<\/em><\/p>\n<p><em>Fu il primo massacro che impunemente eseguii in quella stanza, a questo ne seguirono altri, feci a pezzi Dante, sbranai Petrarca, squartai Carducci e via via quanti di nuovi mi capitarono a tiro, non perdonai a nessuno, non risparmiai nessuno, pestai, malmenai, strapazzai e non mi vergognai, non avevo tempo da perdere se mai da guadagnare.<\/em><\/p>\n<p><em>C&#8217;era da sentire e da metter gi\u00f9 sul quadernetto le poesie fresche di giornata ch&#8217;egli mi dettava e che di l\u00ec a poco sarebbero andate ad aggiungersi a quelle di Ruri, delle Liriche varie, della Vela d&#8217;Ulisse, del Chordae chordis, dei Canti della sera, delle Veglie, dei drammi biblici, delle traduzioni dal greco, dall&#8217;inglese, dal francese, e, per quanto me ne intendessi, erano fremitid&#8217;arpa, carezze di violino, lamenti di violoncello. Altro che uomo nero, accanto a me, atento si\u00f4r Emilio, che gh\u00ea casca la cenere sui brag\u00f4ni, c&#8217;era un angelo bianco.<\/em><\/p>\n<p>Emilio Girardini nasce a Udine il 28 ottobre 1858, da Felice Girardini, procuratore delle Assicurazioni Generali di Venezia, e da Luigia Peressini, che avevano altri due figli: Giuseppe, nato nel 1856, e Rosa. Il padre muore quarantenne quando Emilio ha soli sei anni e la madre chiede e ottiene, cosa inconsueta per i tempi, e nuova per quell&#8217;Istituto, di subentrare al marito nello stesso ufficio.Questo permette ai figli di completare gli studi inferiori e superiori nelle scuole cittadine; dopo di che Giuseppe va a studiare giurisprudenza a Padova, mentre Emilio deve interrompere gli studi per aiutare la mamma nel lavoro. Continua tuttavia a studiare per conto suo, giorno e (soprattutto) notte, formandosi una cultura letteraria poderosa, che oltre al greco e al latino lo mette al passo con le lingue straniere moderne e con gli autori di diverse letterature.<\/p>\n<p>Dal 1887, per vent&#8217;anni, essendosi ritirata la madre, deve provvedere da solo all&#8217;ufficio assicurativo, mentre il fratello \u00e8 tutto preso dalla carriera forense e, pi\u00f9 ancora, da quella politica (sar\u00e0 deputato al Parlamento, sottosegretario e due volte ministro: delle Pensioni e delle Colonie). Eppure continua a dedicarsi alla poesia in tutti i ritagli di tempo disponibile, con passione inesausta, affaticandosi gli occhi al punto che, dal 1908, a soli cinquant&#8217;anni, inizia gradualmente a scivolare verso quella completa cecit\u00e0, che Renzo Valente ha descritto nel brano sopra citato.Cerca ugualmente, lo abbiamo visto, e fino all&#8217;ultimo, di tenersi al corrente delle nuove opere e dei nuovi autori delle varie letterature, facendoseli leggere per quanto possibile; ma, a partire da quel momento, il suo legame con l&#8217;attualit\u00e0 comincia inevitabilmente a indebolirsi; cresce, invece, sempre pi\u00f9 quel dialogo interiore, quell&#8217;incessante approfondimento spirituale che \u00e8 testimoniato dalla profondit\u00e0 solitaria della sua lirica.<\/p>\n<p>L&#8217;avvento della cecit\u00e0, comunque, porta ben dodici anni di silenzio poetico e letterario. \u00c8 solo l&#8217;invasione austro-tedesca del Friuli, nel 1918, che lo spinge e quasi lo costringe, profugo a Roma, a riprendere la collaborazione con alcuni saggi a riviste letterarie, per necessit\u00e0 economica. Intanto studia e traduce Eschilo, Sofocle, Euripide, Demostene e l&#8217;<em>Odissea<\/em>; e, fra i moderni, Materlinck, Tennyson e Wordsworth. Scrive dei saggi su Carducci e D&#8217;Annunzio; e, dal 1903, inizia a pubblicare dei versi. Non \u00e8 un poeta precoce, dunque; ha quarantacinque anni quando esordisce con la raccolta di quaranta liriche, sotto il titolo un po&#8217; georgico di <em>Ruri<\/em>; liriche malinconiche, sognanti, un po&#8217; nell&#8217;atmosfera di <em>Myricae<\/em> di Giovanni Pascoli, che erano uscite, destando sensazione, nel 1891. Colpito da una serie di lutti (la madre nel 1905; la sorella Rosa nel 1921; il fratello Giuseppe nel 1923), completamente cieco dal 1924, pubblica, dopo <em>Ruri<\/em>, una serie di raccolte poetiche che descrivono un itinerario letterario e spirituale personalissimo e fra i pi\u00f9 interessanti della poesia italiana di quegli anni: <em>Liriche varie<\/em> e <em>Vela di Ulisse<\/em> nel 1908, presso gli editori Baldini e Castoldi di Milano; <em>Chordae cordis<\/em> nel 1920, con l&#8217;editore Treves di Milano, come il primo libro; <em>I canti della sera<\/em> nel 1928-31, con l&#8217;editore Zanichelli di Bologna; e infine <em>Veglie<\/em> nel 1935, con l&#8217;editore A. Messein di Parigi. Tutta la produzione poetica di Emilio Girardini \u00e8 stata poi riunita dall&#8217;editore Zanichelli nell&#8217;elegante volume postumo del 1952, che comprende anche una ventina di liriche non incluse nelle precedenti raccolte e una dozzina di traduzioni da Wordsworth.<\/p>\n<p>Un poeta pensoso, raccolto, tutt&#8217;altro che sovrabbondante: tra la prima e la seconda e terza silloge passano cinque anni; tra la terza e la quarta, dodici anni; tra la quarta e la quinta, otto anni; e tra questa e l&#8217;ultima, altri sette anni. Lunghe pause di silenzio, dunque, interrotte da brevi ma intense voci interiori, in un mondo fatto di oscurit\u00e0 e del silenzio assordante delle persone care perdute. Come drammaturgo, Girardini aveva pubblicato tre <em>Drammi biblici: Jefte, Rut, il Re sapiente<\/em>, presso l&#8217;editore Cappelli di Bologna, nel 1929.<\/p>\n<p>A met\u00e0 degli anni Venti, Girardini deve lasciare la direzione dell&#8217;agenzia delle Assicurazioni Generali a causa della sopravvenuta cecit\u00e0, ma viene nominato consigliere con uno stipendio che gli assicura la tranquillit\u00e0 economica e lo mette in grado di dedicarsi a tempo pieno (ora che non vede pi\u00f9 e che i suoi cari son partiti per sempre) all&#8217;amata letteratura. Come critico e come conferenziere si occupa, oltre che degli autori gi\u00e0 ricordati, di Ciro di Pers, Pietro Zorutti, Teobaldo Ciconi, Giuseppe Ellero, tra i friulani; di PetrarcA, Foscolo, Nievo, Pirandello, fra gli italiani; di Walther von der Vogelweide, fra i tedeschi. Si spegne il 7 novembre 1946, all&#8217;et\u00e0 di 88 anni.<\/p>\n<p>Quali sono gli elementi caratteristici della poesia di Emilio Girardini?<\/p>\n<p>Cominciamo col dire che essa, pur traverso un lungo arco di anni, presenta indubbi caratteri di compattezza e di unit\u00e0. Qualcuno ha detto che uno scrittore lavora sempre ad un unico libro, anche se ne scrive molti: e questo \u00e8 certamente vero per il Nostro. Ci\u00f2 non significa che nella sua produzione poetica manchi il fattore della evoluzione: tra <em>Ruri<\/em> e <em>Veglie<\/em> un&#8217;evoluzione si nota, certamente. Il verso si fa pi\u00f9 denso, pi\u00f9 pensoso, pi\u00f9 stanco, anche, in un certo senso: della stanchezza di un&#8217;anima che anela alla pace; che, nel vuoto penoso fattoglisi intorno, non cerca altro che il riposo della terra e, forse (Girardini era profondamente credente, anche se sentiva con drammaticit\u00e0 il mistero dell&#8217;esistenza) il ricongiungimento con le persone care defunte. Tuttavia non si pu\u00f2 dire che tale evoluzione alteri sensibilmente il quadro d&#8217;insieme della sua poesia, n\u00e9 per quanto riguarda lo stile, il ritmo, la musicalit\u00e0, n\u00e9 per quanto riguarda i contenuti, l&#8217;atmosfera, il suo atteggiamento stesso nei confronti della vita. In lui l&#8217;elemento della continuit\u00e0 prevale su quello della evoluzione: \u00e8 come un terreno che assorbe la pioggia ed il sole; come una pianta che assimila i diversi elementi del terreno, li elabora e li fa suoi.<\/p>\n<p>La metafora di tipo agricolo ci induce a entrare subito nel vivo della sua poetica e a cercar di rispondere alla domanda che ci eravamo posta: qual \u00e8, o quali sono, gli elementi specifici e caratterizzanti della sua poesia? Stando alla materia trattata in larga parte delle sue liriche, la risposta &#8212; in prima battuta &#8212; non pu\u00f2 essere dubbia: Emilio Girardini \u00e8 il poeta della campagna, della <em>sua<\/em> campagna; dei fiori, degli alberi, dei campi lavorati; delle albe, dei meriggi, dei tramonti, delle sere; dei candidi paesaggi invernali e di quelli estivi brulicanti di vita e ardenti di luce; delle nebbie malinconiche e dei camini fumanti, ma anche delle voci multiformi degli uccelli, dei grilli, delle cicale; delle vaste campagne boscose e dei camini scoppiettanti nell&#8217;intimit\u00e0 dolcissima della casa. Insomma un poeta agreste; un poeta pre-industriale, in tutti i sensi: donde quel non so che d&#8217;antico, di bonariamente patriarcale, ma anche di signorile e, nel senso migliore della parola, di aristocratico, nella sua poesia cos\u00ec come nella sua vita e nella sua figura stessa. Eppure non un poeta di genere, non un macchiaiolo, non un abile ma monotono artigiano di scenette bucoliche; e se poesia bucolica \u00e8 la sua, lo \u00e8 nel senso delle pensose <em>Bucoliche<\/em> di Virgilio, tutt&#8217;altro che indifferenti ai drammi della storia; o meglio ancora nel senso delle <em>Myricae<\/em> del Pascoli, che tutto sono tranne che Arcadia spensierata, bens\u00ec poesia del presentimento, dell&#8217;inquietudine, del mistero incombente e incomprensibile.<\/p>\n<p>La sua \u00e8 poesia dei ritmi lenti, delle lunghe pause, dei silenzi assaporati in tutta la loro preziosa significanza; di chi non concepisce la vita con l&#8217;orologio in mano, tutto preso dai valori produttivi, esteriori, alienanti: di chi sa fermarsi ed ascoltare. Si dir\u00e0 cher tutti i poeti posseggono questo dono; non \u00e8 vero: o meglio, una buona parte di quella che viene considerata <em>la poesia del Novecento<\/em> (come se la categoria della modernit\u00e0 potesse, anche qui, sovrapporsi alla categoria della poeticit\u00e0) \u00e8 grido, lamento, imprecazione, oppure scherzo, risata, sberleffo; oppure ancora gioco di parole, non-senso, provocazione: ma non \u00e8 cosa che nasca dal saper ascoltare; anzi: \u00e8 volont\u00e0 furiosa di coprire, cancellare, distruggere il silenzio, di coprirlo sotto una valanga di parole, di seppellirlo per sempre.<\/p>\n<p>Non cos\u00ec la poesia di Emilio Girardini: la sua \u00e8 poesia che sa ascoltare le voci della natura, le stagioni, le pene di chi soffre, lo smarrimento degli umili, l&#8217;ansia e la fatica di chi porta con umilt\u00e0 la sua croce quotidiana, in un dignitoso e schivo eroismo che ricorda le migliori pagine del Verga. \u00c8 poesia lenta e misurata di chi cerca un senso al mistero delle cose, al mistero della morte; poesia religiosa di chi vede ovunque la presenza del <em>sacro<\/em>, categoria tanto ridicolizzata ed estromessa dalla boriosa &quot;modernit\u00e0&quot;; di chi legge i segni della sacralit\u00e0 delle cose proprio nel loro farsi irriducibili ad ogni discorso presuntuosamente razionalizzante, ad ogni pretesa di <em>capire<\/em> e <em>definire<\/em> solo perch\u00e9 le cose, le persone, i sentimenti posseggono <em>anche<\/em> una dimensione esteriore ed esperibile mediante i sensi.<\/p>\n<p>Per Emilio Girardini tutte le cose &#8212; tutte, anche le pi\u00f9 umili &#8212; hanno la loro dimensione sovrasensibile, la loro storia sacra da raccontare: ed egli si ferma stupito e compreso, le ascolta &#8211; si badi: non le <em>interroga<\/em>, perch\u00e9 non si pone davanti ad esse come un superiore: le sta ad ascoltare, come si fa con il fratello o la sorella; ed esse gli parlano. <em>A lui<\/em> s\u00ec, hanno tante cose da dire: a lui che non ha fretta, a lui che non \u00e8 arrogante, a lui che non pretende di capirle e tanto meno di giudicarle.<\/p>\n<p>Poeta degli umili, abbiamo detto; eppure avevamo anche detto che in lui vi \u00e8 un tratto aristocratico. Come possono andare d&#8217;accordo le due affermazioni? Possono benissimo, perch\u00e9 il suo \u00e8 un aristocraticismo che nasce dal rifiuto delle facili mode, delle emozioni sbandierate, delle leggi dei grandi numeri: da una sensibilit\u00e0 squisita e non da una presunzione di superiorit\u00e0 nei confronti dell&#8217;<em>altro.<\/em> Nemmeno davanti a un umile fiore di campo, egli si sente superiore; figuriamocio davanti al mistero di un essere umano. In questo, la sua fede religiosa svolge certo una parte, anche se non tutta: il copione non \u00e8 gi\u00e0 scritto; si pu\u00f2 essere formalmente religiosi, eppure presuntuosi e arroganti. La sua, comunque, \u00e8 fede autentica, anche se venata di pessimismo (niente di strano in ci\u00f2: come lo \u00e8, quanto alla dimensione <em>umana,<\/em> quella di Manzoni). La sua fede, dicevamo, contribuisce certo a quel suo accostarsi con rispetto, con pudore, quasi con timidezza (nel senso pi\u00f9 bello della parola: perch\u00e9 c&#8217;\u00e8, una bellezza nell&#8217;esser timidi, eccome) al mistero delle cose, e specialmente delle piccole cose, delle persone semplici.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una fotografia commovente, a questo proposito, che ben chiarisce il concetto. La citt\u00e0 di Udine ha voluto onorare il suo poeta con una statua in bronzo, opera dello scultore M. Piccini, che \u00e8 stata collocata in Largo Ospedale Vecchio, in un angoletto tranquillo e appartato, con un po&#8217; di verde, a destra dell&#8217;ingresso della veneranda Chiesa di S. Francesco. Girardini \u00e8 rappresentato gi\u00e0 cieco ed anziano, con il cappotto, gli occhiali neri e il bastone, mentre cammina con passo lento e misurato: tutta la sua figura esprime solitudine e contenuta sofferenza, eppure dignit\u00e0 e pudore dei propri sentimenti. La foto di cui parliamo, inserita nel volume di Renzo Valente <em>Udine 16 millimetri<\/em>, mostra una anziana contadina, tutta vestita di scuro, come usavano fino a qualche anno fa le donne di campagna, chinarsi a deporre un mazzolino di fiori sul pedistallo alla base della statua di Emilio Girardini, con uno di quei gesti di delicatezza schiva e quasi ritrosa di cui \u00e8 capace l&#8217;anima friulana. \u00c8 una scena simbolica: gli umili avevano capito che il poeta parlava di loro, parlava <em>con<\/em> loro; che quel vecchio signore cieco dall&#8217;aria aristocratica e un po&#8217; fuori moda era un loro fratello in ispirito; e glie ne erano grati.<\/p>\n<p>Per meglio definire, in seconda battuta, le componenti specifiche della poesia di Girardini, possiamo dunque cos\u00ec riassumerle: una componente di derivazione carducciana: non il Carducci <em>vate<\/em> della Patria e un po&#8217; trombone, ma quello schietto e campagnolo di <em>San Martino<\/em> e anche quello virilmente &quot;rurale&quot; de <em>Il Comune rustico<\/em>; una componente pascoliana, il Pascoli di <em>Myricae<\/em> e dei <em>Canti di Castelvecchio<\/em>, soffuso di un senso d&#8217;inquietudine e di misteriosi presentimenti che filtrano traverso le smagliature di un mondo agreste apparentemente semplice e familiare; e infine, ma non ultima per importanza, una componente <em>identitaria<\/em> friulana. Essa reca un odore di <em>quella<\/em> terra, di <em>quelle<\/em> montagne, di <em>quei<\/em> colori e profumi e sapori che fanno di Girardini, comunque, il cantore della <em>sua<\/em> terra, una terra che presenta caratteri definiti e particolari che <em>non<\/em> sono gli stessi della Maremma di Carducci e neanche della Romagna di Pascoli, ma che solo diviene chiara e comprensibile in tutte le sue sfumature lass\u00f9, ai piedi delle Alpi, l\u00e0 dove il Friuli arriva a toccare due altre culture transalpine, la tedesca e la slava.<\/p>\n<p>\u00c8 merito di Silvio Benco, autore di una illuminante prefazione alle <em>Poesie scelte<\/em> pubblicate nel 1938 a cura de &quot;La Panarie&quot; di Udine, avere evidenziato la presenza decisiva di questo elemento, che fa di Girardini qualcosa di diverso da un semplice carducciano o da un semplice pascoliano, bens\u00ec un poeta originale, con una sua personalit\u00e0 irriducibile a qualunque schema e a qualunque modello (e un discorso analogo si potrebbe fare per un altro grande poeta friulano, Ciro di Pers, che la storiografia letteraria classifica fra i marinisti ma che \u00e8 stato qualcosa di diverso da un semplice imitatore della corrente marinista, almeno nelle sue cose migliori e pi\u00f9 sentite). Cediamo perci\u00f2 la parola al Benco, che parlando di <em>Ruri<\/em>, ma con l&#8217;occhioo rivolto anche alla produzione poetica successiva di Emilio Girardini, scriveva:<\/p>\n<p>&quot;Figlio del Friuli, egli era naturalmente poeta della vita agreste; formatosi nell&#8217;et\u00e0 carducciana, gli veniva di l\u00e0 la linea nitida,l&#8217;amore della parola propria e del reciso contorno; lo distingueva, nelle impressioni campestri, il chiaroscurare un po&#8217; tagliente che hanno in comune quasi tutti i poeti dell&#8217;Italia settentrionale prealpina, e che il Carducci stesso assume quando sente atmosfere d&#8217;Alpi circostanti o vicine; in cotesti elementi fondamentali precipitava, pur cautamente assimilato, l&#8217;influsso di una apparizione nuova e sconvolgente di cui l&#8217;Italia era ancora in quei giorni tutta commossa: l&#8217;apparizione del Pascoli.<\/p>\n<p>&quot;Per il Girardini fu il Pascoli un grande avvenimento; e recentemente, nei tardi suoi anni, egli ripeteva in un libretto critico la sua fedelt\u00e0 al Poeta che, penetrato a un tratto nel suo sentimento pi\u00f9 intimo, gli aveva chiarito tanti arcani dell&#8217;animazione delle cose, dell&#8217;approfondirsi di esse nell&#8217;anima anche quando di soprassalto si affacciano ai sensi.Pure il Girardini non \u00e8 un pascoliano come non \u00e8 un carducciano; bench\u00e8 il Carducci delle <em>Rime nuove<\/em> abbia lasciato impronta in lui, e bench\u00e8, per molti anni, il fascino del Pascoli e la conscia e inconscia assimilazione di suoi modi si manifestino frequenti nelle sue rappresentazioni poetiche, egli \u00e8 tuttavia essenzialmente un poeta del Friuli e del settentrione d&#8217;Italia. La sua nota individuale si colora e si definisce qui. I poeti e artisti dell&#8217;Italia settentrionale prealpina, se non siano di quei pedissequi di ogni moda che prendono a prestito fisionomie e poi non lasciano traccia che si discerna, vivono tutti in un loro clima, subiscono una loro educazione sensitiva dal mondo fisico che li circonda, hanno la psicologia della loro gente, che non \u00e8 gente del mezzogiorno. Essi sono molto pi\u00f9 vicini degli altri italiani al mondo nordico. Potrete trovare tratti di somiglianza, arie di famiglia, tra poeti piemontesi, ticinesi, veneto-tridentini e veneto-fiulani, molto pi\u00f9 facilmente che non tra questi e gli ingegni d&#8217;altre parti d&#8217;Italia pi\u00f9 peninsulari, pi\u00f9 alitate dall&#8217;aura mediterranea. E non si pu\u00f2 pensare il Girardini senza aver presente il Friuli, e quanto esso sia vicino alle Alpi, e ne senta i profili d&#8217;ombra autunnale, ne riceva il morso invernale del vento, e anche dagli spacchi profondi delle valli, dalle imminenti alte montagne, qualche inquietudine e qualche chiuso raccoglimento dell&#8217;anima nordica.<\/p>\n<p>&quot;Tutto ci\u00f2 \u00e8 gi\u00e0 adombrato nel primo libro di versi. Bench\u00e8 costrutto in gran parte di agili quadretti, e prevalenti in essi la precisione lineare, la cura del definire con vocaboli scelti e limpidi, vi accorgerete gi\u00e0 che son poesia di uno spirito meditativo. Ma ne avrete la sensazione intera quando l&#8217;arte del Girardini, fusa e approfondita, si sar\u00e0 nel volgere lento degli anni, meglio impregnata della sua particolare interiorit\u00e0.&quot;<\/p>\n<p>Insomma: non si pu\u00f2 capire questa poesia se non si conosce, e si ama, la terra che in quella poesia trova la sua sorgente perenne e il suo clima spirituale. C&#8217;\u00e8, nelle liriche di Girardini, quella freschezza e quel contatto <em>interiore<\/em> e <em>spirituale<\/em> con la natura, con le sue luci e ombre che gi\u00e0 nel 1300 Giovanni Boccaccio aveva intu\u00ecto nell&#8217;introduzione a una famosa e poeticissima novella del <em>Decamerone<\/em> (Giornata Decima, Novella Quinta), con queste parole che sembrano conservare il sapore di una ballata nordica: &quot;In Frioli, paese, quantunque freddo, lieto di belle montagne, di pi\u00f9 fiumi e di chiare fontane, \u00e8 una terra chiamata Udine, nella quale fu gi\u00e0 una bella e nobile donna, chiamata madonna Dianora&#8230;&quot;.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 tempo di dare uno sguardo pi\u00f9 da vicino alla poesia di Emilio Girardini, prendendo in mano alcune sue liriche. Ecco quella di apertura della prima raccolta:<\/p>\n<p><em>DOLCE LA CASA<\/em><\/p>\n<p>Neva su l&#8217;Alpe e quaggi\u00f9 piove e sventa<\/p>\n<p>E tu confitta in casa stai soletta;<\/p>\n<p>ad ora ad ora vigile la lenta<\/p>\n<p>fiamma ravvivi di una fascinetta;<\/p>\n<p>d\u00e0i l&#8217;esca al cardellin che si lamenta<\/p>\n<p>e de la fronda ancor sogna la vetta:<\/p>\n<p>il nembo le campagne e i tetti insulta,<\/p>\n<p>sol l&#8217;anitrella dentro l&#8217;acque esulta.<\/p>\n<p>\u00c8 un quadretto che ha tutta la purezza e la semplicit\u00e0 di un acquarello, senza per\u00f2 la leziosit\u00e0 arcadica n\u00e9 il finto primitivismo allora di gran moda (si pensi solo alle <em>Novelle della Pescara<\/em> di Gabriele D&#8217;Annunzio); semplicit\u00e0 che non \u00e8 semplicismo ma senso della misura, armonia di ritmi e di timbro, pacatezza e levigatezza del verso.<\/p>\n<p>Questi caratteri sono presenti anche nella seonda lirica di <em>Ruri<\/em>, intitolata <em>Tappa<\/em>, dalle evidenti reminiscenze leopardiane da <em>La quiete dopo la tempesta<\/em>:<\/p>\n<p><em>TAPPA<\/em><\/p>\n<p>Coi suoi sonagli tinnuli la posta<\/p>\n<p>ridesta il borgo quando a sera arriva,<\/p>\n<p>e chi vi scende sol per breve sosta,<\/p>\n<p>d&#8217;una fiammata a l&#8217;osteria s&#8217;avviva.<\/p>\n<p>Vede dai vetri stendersi nel piano<\/p>\n<p>maggior l&#8217;ombra del poggio, ode la rama<\/p>\n<p>fremere al vento e squille da lontano.<\/p>\n<p>E, mentre con segreta intima brama<\/p>\n<p>di quiete s&#8217;arrende a un sogno vano,<\/p>\n<p>schioccando a un tratto il postiglione chiama.<\/p>\n<p>Reminiscenze leopardiane, dicevamo (&quot;e, dalla via corrente, odi lontano\/ tintinniodi sonagli; il carro stride \/ del passegger che il suo cammin ripiglia&quot;); ma anche virgiliane, specie in quel &quot;Vede dai vetri stendersi nel piano \/ maggior l&#8217;ombra de poggio&quot; dei versi 5-6, che richiama la prima ecloga delle <em>Bucoliche<\/em>, verso 83: &quot;maioresque cadunt altis de montibus umbrae&quot;. E proprio come nel caso di Leopardi e in quello di Virgilio, il prodigio poetico sta proprio in questa perfetta naturalezza del verso, in questa armonia semplice di ritmo, in questa scorrevolezza senza increspature che corre alla foce come un fiume sicuro e tranquillo.<\/p>\n<p>Nel notturno che ora presentiamo, Girardini sa creare, in un sapiente crescendo che culmina nell&#8217;ultima strofa, un&#8217;atmosfera arcana e misteriosa, come sospesa in ascolto di <em>qualcosa<\/em> dopo il latrare di quel cane nel buio, <em>qualcosa che deve accadere<\/em> anche se niente, nel testo, lo dice o lo lascia esplicitamente supporre:<\/p>\n<p><em>NOTTE<\/em><\/p>\n<p>Notte scura di pioggia; per cammino<\/p>\n<p>male trovarsi; il vento<\/p>\n<p>su l&#8217;uscio come stanco pellegrino<\/p>\n<p>brontola un suo lamento.<\/p>\n<p>E nel villaggio piccolo, sommerso<\/p>\n<p>ne le tenebre fonde,<\/p>\n<p>sui pergoli di legno qualche sperso<\/p>\n<p>lumin passa e si asconde.<\/p>\n<p>Ma per la via maestra, con l&#8217;acceso<\/p>\n<p>fanal di sotto, un carro<\/p>\n<p>stridulo avanza, e il carrettier disteso<\/p>\n<p>si avvolge nel tabarro.<\/p>\n<p>La via, ch&#8217;al grave peso si riscuote,<\/p>\n<p>trema; da un casolare,<\/p>\n<p>sinch\u00e9 il rumor si estingue de le ruote,<\/p>\n<p>un cane odi latrare.<\/p>\n<p>Qui Girardini, sempre servendosi della rima (cosa che i modernisti a tutti i costi vollero rimproverargli, quasi che nel Novecento non fosse pi\u00f9 lecito fare vera poesia in rima), e della rima pi\u00f9 semplice: AB, AB, CD, CD, ecc., sa creare un&#8217;atmosfera modernissima di indefinita inquietudine, che non \u00e8 nelle cose <em>dette<\/em> ma piuttosto in quelle <em>non<\/em> dette, come se la parola potesse solo vagamente alludervi di lontano. E tutto questo \u00e8 <em>veramente<\/em> moderno: con o senza la rima, e con buona pace di quei modernisti che scambiano la forma per la sostanza..<\/p>\n<p>Straordinaria capacit\u00e0 d&#8217;immergersi nei ritmi della natura, e al tempo stesso di dedurne atmosfere e stati d&#8217;animo, rivela la successiva poesia <em>Prima neve:<\/em><\/p>\n<p><em>PRIMA NEVE<\/em><\/p>\n<p>Ne la rigida siepe anche l&#8217;occulto<\/p>\n<p>dei grilli esiguo gemito si spense,<\/p>\n<p>n\u00e9 pi\u00f9 di rosse bacche a laute mense<\/p>\n<p>vi si affollano i passeri in tumulto.<\/p>\n<p>Con la fascina vien la femminetta<\/p>\n<p>Ed un pastor sotto la nube greve<\/p>\n<p>Le sue tosate pecorelle affretta.<\/p>\n<p>Cigola in alto al vento su la pieve<\/p>\n<p>La banderuola; e chi si incontra, in fretta,<\/p>\n<p>l&#8217;uno a l&#8217;altro ripete: &#8211; Neve, neve. &#8212;<\/p>\n<p>Le reminiscenze leopardiane, ancora una volta, si intrecciano a suggestiani carducciane e pascoliane; ma la sintesi, originalissima, non \u00e8 una pura somma di tali elementi esteriori; la poesia vive di vita propria; e, ancora una volta, \u00e8 la chiusa la parte pi\u00f9 efficace, in quel frettoloso incontrarsi dei campagnoli sotto le raffiche del vento, che si affrettano a casa con gli animali e che si confermano a vicenda l&#8217;arrivo imminente della nevicata.<\/p>\n<p>Nella poesia <em>Dorme la villa<\/em>, sempre caratterizzata da una estrema musicalit\u00e0 e scioltezza del verso, oltre agli elementi suddetti \u00e8 evidente la presenza di un <em>climax<\/em> tipicamente simbolista: in quel bagliore spettrale del lampo notturno, ma pi\u00f9 ancora in quel <em>lume,<\/em>in quell&#8217;<em>ombra dietro la vetriera<\/em> che ha il fremito surreale di un quadro di Paul Delvaux:<\/p>\n<p><em>DORME LA VILLA<\/em><\/p>\n<p>Brontola lungi il tuono a la marina;<\/p>\n<p>e su la villa, in grave oblio sepolta,<\/p>\n<p>uscendo e scomparendo a volta a volta<\/p>\n<p>la luna tra le nuvole cammina.<\/p>\n<p>Lampeggia a monte e il tuono s&#8217;avvicina;<\/p>\n<p>e una lucerna accesa entro la volta<\/p>\n<p>de l&#8217;anconetta, ne la notte folta<\/p>\n<p>getta un bagliore appi\u00e8 de la collina.<\/p>\n<p>Ma c&#8217;\u00e8 lass\u00f9 ne la casetta nera<\/p>\n<p>chi d&#8217;un suo caro vigila il ritorno:<\/p>\n<p>un lume, un&#8217;ombra dietro una vetriera.<\/p>\n<p>Torna remoto il tuono e spazza intorno<\/p>\n<p>le nuvole la brezza acre e leggera;<\/p>\n<p>laggi\u00f9 lustreggia l&#8217;orizzionte: giorno.<\/p>\n<p>Dicevamo che la poesia di Emilio Girardini \u00e8 poesia delle piccole, semplici cose, pascolianamente di &quot;umili tamerici&quot;; delle quali, per\u00f2, sa cogliere tutto il fascino e tutto il mistero. Come in questa deliziosa <em>Finestrella.<\/em><\/p>\n<p><em>FINESTRELLA<\/em><\/p>\n<p>O nera finestrella di gerani<\/p>\n<p>e di rossi garofani fiorita,<\/p>\n<p>che a la fanciulla povera e polita<\/p>\n<p>ridono mentre l&#8217;ago ha tra le mani,<\/p>\n<p>vedi? La luna pende sul cortile,<\/p>\n<p>sfavilla il cielo e palpita ogni stella,<\/p>\n<p>stende l&#8217;ombra in piazzetta il campanile;<\/p>\n<p>odi? La gaia gioven\u00f9 stornella<\/p>\n<p>per la villa splendente, e tu, gentile<\/p>\n<p>e pudica, stai chiusa, o finestrella.<\/p>\n<p>Questo testo \u00e8 caratterizzato da un clima sognante, quasi fuori del tempo; mentre per le altre poesie viste finora si pu\u00f2 parlare di un realismo girardiniano: che non \u00e8, ovviamente, realismo oggettivistico ma sempre lirico e interiorizzato e sempre suggerisce quel <em>qualcosa<\/em> che si cela dietro la reralt\u00e0 esteriore. Qui, invece, nonostante le notazioni realistiche (i gerani, la ragazza che cuce, l&#8217;ombra del campanile sulla piazza) la piccola finestra <em>chiusa<\/em> riflette il carattere della protagonista, &quot;gentile e pudica&quot;, che non si mescola agli schiamazzi dei coetanei (una reminiscenza de <em>Il passero solitario<\/em>?). Ma non vi \u00e8 tristezza, bens\u00ec appena una dolce malinconia in questo quadro che sovrappone l&#8217;immagine materiale della finestrella a quella simbolica della ragazza povera, ma linda e laboriosa; e il vasto cielo stellato pare stenda un manto di complice bellezza su quello splendore nascosto.<\/p>../../../../n_3Cp>Passando a <em>Cortile alla sera<\/em> (che fa da <em>pendant<\/em> a <em>Cortile alla mattina<\/em>, che per brevit\u00e0 omettiamo), si noti come Girardini sa vedere e far vedere al lettore il mondo degli animali, dei miti e semplici animali del buon Dio (direbbe Saba) che popolano l&#8217;aia di una casa di campagna:<\/p>\n<p><em>CORTILE ALLA SERA<\/em><\/p>\n<p>Galline, il giorno a l&#8217;ora bruna cede<\/p>\n<p>e su i gradini de la cieca stanza<\/p>\n<p>pigre indugiate, dove, in sua possanza,<\/p>\n<p>fastoso il gallo a passi lenti incede.<\/p>\n<p>Schivi non son di posa come voi,<\/p>\n<p>ma, or or dai campi reduci, a le stalle<\/p>\n<p>muggono con desio, fumidi, i buoi.<\/p>\n<p>Torna la rondinella da la valle<\/p>\n<p>Nel portico al suo nido, ai tetti suoi<\/p>\n<p>Torna il villano carico le spalle.<\/p>\n<p>Certo, anche qui si notano rerminiscenze leopardiane (da <em>Il sabato del villaggio<\/em>), in quel tornare di uomini e animali alle case, dopo una giornata faticosa; ma il tono generale \u00e8 del tutto originale. Splendido quel gallo che <em>fastoso a passi lenti incede<\/em> (e che fa venire alla mente il celebre quadro di Picasso); par veramente uscire dalla stalla quel muggito commovente dei buoi, rientrati dal lavoro quotidiano; e par di vedere la rondine che solca veloce il cielo primaverile e si posa nel nido sotto il portico, nell&#8217;aria che ormai imbrunisce.<\/p>\n<p>Lasciando adesso <em>Ruri<\/em> e passando alle <em>Liriche varie<\/em>, l&#8217;ambiente da campestre si fa cittadino; pure, in quei due pini che s&#8217;agitano al vento, in quel profumo d&#8217;erba che viene da un prato o da un giardino vicino, il poeta ritrova intatto l&#8217;incanto della natura, il fresco abbraccio della terra amica che giunge di lontano, fin sulle finestre di casa:<\/p>\n<p><em>SOTTO LE MIE FINESTRE<\/em><\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 una stradetta sotto le finestre<\/p>\n<p>de la mia stanza, con due pini soli<\/p>\n<p>ritti davanti, cara a gli usignoli,<\/p>\n<p>satura di fragrante erba silvestre.<\/p>\n<p>E quando brucian le strade maestre<\/p>\n<p>bianche, riarse da gli estivi soli,<\/p>\n<p>questa stradetta fervida di voli<\/p>\n<p>cortese m&#8217;\u00e8 di fresco alito alpestre.<\/p>\n<p>E se m&#8217;attrista il vento di ponente<\/p>\n<p>che pingui incontro i nuvoli mi caccia<\/p>\n<p>a le finestre ritorcendo i pini,<\/p>\n<p>parmi che niuno tra l&#8217;umana gente<\/p>\n<p>mi stenda ne l&#8217;avversa ora le braccia,<\/p>\n<p>come fanno i miei due foschi vicini.<\/p>\n<p>La natura, adesso, non \u00e8 pi\u00f9 vista e vissuta direttamente, nel mezzo del suo grembo; \u00e8 immaginata, lontano da essa, grazie al miracolo di due alberelli, del canto degli usignoli e del profumo d&#8217;erba fresca. Quindi non abbiamo pi\u00f9 una poesia delle <em>cose<\/em>, ma dei <em>ricordi<\/em>; eppure, le cose ricordate rivivono all&#8217;istante per la magia di un suono o di un odore: ed \u00e8 lo stesso intatto mondo agreste, percepito in tutta la sua pregnanza, pur in una stanza di citt\u00e0.<\/p>\n<p>Passando al poema <em>La vela d&#8217;Ulisse<\/em>, abbiamo scelto alcuni versi che descrivono il risveglio dell&#8217;eroe greco sull&#8217;isola dei Feaci, nell&#8217;imminente incontro con Nausica (parte VIII), anche perch\u00e9 vi aleggia un senso freschissimo e incontaminato della natura, come se fosse il primo giorno dalla creazione del mondo, che si ricollega alle migliori poesie agresti delle due prime raccolte:<\/p>\n<p>Quando fu desto, sul mattino, ancora<\/p>\n<p>l&#8217;imagin ritenea d&#8217;una fanciulla<\/p>\n<p>sognata a l&#8217;alba e sciolta con l&#8217;aurora.<\/p>\n<p>Tra le fronde leggera ala non frulla,<\/p>\n<p>foglia non crolla inavvertita al senso<\/p>\n<p>che in rimembranze tenere lo culla.<\/p>\n<p>Lo ripossiede un desiderio intenso<\/p>\n<p>di vivere e la fede ergesi e brilla;<\/p>\n<p>gli rifluisce il sangue ora riaccenso.<\/p>\n<p>Solitudine intorno: non di villa<\/p>\n<p>un&#8217;eco avverte la sua tesa orecchia,<\/p>\n<p>non umano vestigio la pupilla.<\/p>\n<p>Ma in suo ronzio sollecita la pecchia,<\/p>\n<p>e il ragno industre tacito a la tela,<\/p>\n<p>che de l&#8217;uom la sudata opra rispecchia,<\/p>\n<p>il mare non solcato da una vela<\/p>\n<p>che si dirompe contro le scogliere,<\/p>\n<p>e tra scopeti il fiume che trapela,<\/p>\n<p>e dei tordi le note mattiniere<\/p>\n<p>nei piniferi chiostri e sugli ornelli<\/p>\n<p>quelle del merlo e de le capinere,<\/p>\n<p>ma pi\u00f9 l&#8217;altre che tu triti e martelli<\/p>\n<p>l\u00e0, tra cespugli, musico usignolo,<\/p>\n<p>fanno che aneli a gli uomini fratelli<\/p>\n<p>che nel deserto non si trovi solo<\/p>\n<p>e che per poco ne le care assorto<\/p>\n<p>memorie d&#8217;altri d\u00ec, mitighi il duolo.<\/p>\n<p>&#8211; Ora in Itaca mia fendono l&#8217;orto<\/p>\n<p>le rondini novelle e il melograno<\/p>\n<p>co&#8217; suoi ciuffi di porpora \u00e8 risorto. (&#8230;)<\/p>\n<p>Mare, cielo, bosco; vasti orizzonti chiari, profondi silenzi; il canto degli uccelletti fra le fronde; e una rinata voglia di vivere, a dispetto del corruccio di Poseidone, a dispetto di tutto; e, mescolato a quell&#8217;ardente desiderio, un susseguirsi di nostalgie e di ricordi, come un cielo in parte nuvoloso che intercetti, di tratto in tratto, la corsa vittoriosa del sole.E ancora quel verso sciolto, leggero, quel senso aereo di superiore compostezza e di superiore comprensione; pare la traduzione dell&#8217;<em>Odissea<\/em> di Ettore Romagnoli, e al tempo stesso richiama la versione virgiliana di Guido Vitali.<\/p>\n<p>Ed eccoci a <em>Chordae cordis<\/em>, l&#8217;opera forse pi\u00f9 conosciuta di Girardini; di essa scegliamo una lirica tra le pi\u00f9 pascoliane, che sembra uscire dall&#8217;orizzonte poetico delle <em>Myricae<\/em>, palpitante di comunione con la natura e di consapevolezza del mistero che sta <em>dietro<\/em> la facciata delle cose.<\/p>\n<p><em>NEL MISTERO<\/em><\/p>\n<p>Sto come la quercia che nerara<\/p>\n<p>rabbrivida, l\u00e0, ne la notte<\/p>\n<p>di sotto le nuvole rotte<\/p>\n<p>che addietro lasci\u00f2 la bufera.<\/p>\n<p>Si volge la quercia a guardare<\/p>\n<p>dal clivo nel cupo orizzonte<\/p>\n<p>se scorga una vela sul mare,<\/p>\n<p>se scopra una stella sul monte<\/p>\n<p>a un muto bagliore di lampi<\/p>\n<p>che insiste e si stende dai poli<\/p>\n<p>a fendere il buio dei campi<\/p>\n<p>con rapidi, lucidi svoli.<\/p>\n<p>Sto come la quercia che pare,<\/p>\n<p>guardando, cos\u00ec, nel mistero,<\/p>\n<p>d&#8217;un moto di gioia leggero,<\/p>\n<p>d&#8217;un senso di attesa, tremare.<\/p>\n<p>Ancora un paesaggio spalancato su vasti orizzonti, che si dilata superbamente dai monti fino al mare; ancora una natura incontaminata dalla presenza umana, e perci\u00f2 come fuori del tempo; ancora uno spettacolo di nubi squarciate dopo il temporale, che ricorda un bellissimo verso di Claudiano: <em>&quot;&#8230;<\/em> cum tramite flexo \/ semita discretis interviret umida nimbis&quot;: &quot;con linea incurvata \/ un umido sentiero verdeggia tra le spezzate nubi&quot;: <em>De raptu Proserpinae<\/em>, II, 99-100); ancora bagliori di lampi notturni.<\/p>\n<p><em>Nevicata<\/em> \u00e8 un&#8217;altra poesia di <em>Chordae cordis<\/em> che si pu\u00f2 utilmente confrontare con <em>Prima neve<\/em> di <em>Ruri<\/em>, per valutare l&#8217;ampiezza dell&#8217;evoluzione girardiniana negli anni fra il 1903 e il 1920. Al paesaggio esteriore innevato, risponde ora un paesaggio interiore altrettanto desolato, percorso dal volo di <em>qualche corvo nero<\/em> (verso 16). Non vi \u00e8 tuttavia, a nostro giudizio, una differenza intima di sostanza: si potrebbe dire invece che quanto era implicito nella prima raccolta, ora si fa esplicito; ma il paesaggio, in Girardini, \u00e8 sempre <em>contemporaneamente<\/em> fisico e spirituale. E questo avviene perch\u00e9 la natura, per lui, non \u00e8 mai un elemento puramente decorativo; sia quando balena sullo sfondo, sia quando \u00e8 &#8212; come il pi\u00f9 delle volte &#8212; al centro della poesia, essa \u00e8 da un lato il riflesso dei moti dell&#8217;animo, dall&#8217;altro la loro origine ed ispirazione. Causa ed effetto al tempo stesso, la compenetrazione fra natura e spirito, tra <em>fenomeno<\/em> e <em>noumeno<\/em> (se ci si passa l&#8217;espressione kantiana), tra ci\u00f2 che appare e ci\u00f2 che \u00e8, risulta totale.<\/p>\n<p><em>NEVICATA<\/em><\/p>\n<p>Il paesaggio interminato stanca:<\/p>\n<p>una pianura immersa ne la neve<\/p>\n<p>con un mulino a vento e un&#8217;erma pieve<\/p>\n<p>ne la monotonia de l&#8217;aria bianca.<\/p>\n<p>Nevica ancora e mandano singhiozzi<\/p>\n<p>soffocati nel cuore i miei ricordi;<\/p>\n<p>somigliano, o campana, ai suoni sordi<\/p>\n<p>che tu, di neve rivestita, strozzi.<\/p>\n<p>In una solitudine lontana<\/p>\n<p>e, come questa, senza tracce, danno<\/p>\n<p>i ricordi nel cuor, cinto di panno,<\/p>\n<p>spenti rintocchi, come i tuoi, campana.<\/p>\n<p>E veggono passar qualche pensiero<\/p>\n<p>triste, essi pure, come la pianura,<\/p>\n<p>tutta bianca d&#8217;un bianco che spaura,<\/p>\n<p>vede passare qualche corvo nero.<\/p>\n<p>Lo schema del metro (con le rime ABBA, CDDC, ecc.) contribuisce al ritmo quasi di ballata nordica, accentuato dall&#8217;immagine (rara nella campagna italiana, e anche in quella friulana) del mulino a vento; ma la dimensione lirica culmina nella similitudine tra il suono delle campane ovattato dall&#8217;aria di neve, e i dolenti ricordi ovattati dallo scorrer del tempo.<\/p>\n<p>Una similitudine altrettanto esplicita si trova nella poesia <em>Vecchio pozzo<\/em> (chiss\u00e0 se Eugenio Montale l&#8217;ha avuta presente nella sua <em>Cigola la carrucola nel pozzo<\/em> che fa parte di <em>Ossi di seppia<\/em>, raccolta apparsa nel 1925), ove il malinconico scivolare del tempo su cose e generazioni \u00e8 velato da gentili immagini della vita lieta trascorsa per sempre:<\/p>\n<p><em>VECCHIO POZZO<\/em><\/p>\n<p>Non senti pi\u00f9 su le tue rughe vecchie<\/p>\n<p>e levigate scorrere le funi,<\/p>\n<p>n\u00e9 mandi, o pozzo, al tonfo de le secchie<\/p>\n<p>voci remote dai tuoi fondi bruni.<\/p>\n<p>Ma in te l&#8217;arido cuore si disseta<\/p>\n<p>di biblica quiete; e da te emana,<\/p>\n<p>e nel cuore trasfondesi segreta,<\/p>\n<p>la carit\u00e0 de la samaritana.<\/p>\n<p>Ma forse perch\u00e9, schiva del presente,<\/p>\n<p>ricerca nel passato un suo rifugio<\/p>\n<p>che a s\u00e9 finge beato, la mia mente,<\/p>\n<p>forse per questo presso te m&#8217;indugio.<\/p>\n<p>Certo al cospetto tuo, rustico pozzo,<\/p>\n<p>giova almeno sognare che non era<\/p>\n<p>triste la vita al popolo tuo rozzo<\/p>\n<p>che intorno a te si raccoglieva a sera.<\/p>\n<p>Si raccogliea a quest&#8217;ora, a capannelli,<\/p>\n<p>e, come un coro di boschive ninfe,<\/p>\n<p>le giovani, alternando i fianchi isnelli,<\/p>\n<p>attingevano a gara le tue linfe.<\/p>\n<p>Ronda il nottolo solo ora a l&#8217;intorno<\/p>\n<p>Col suo trapunto funebre velluto,<\/p>\n<p>mentre la squilla piange un altro giorno<\/p>\n<p>ne l&#8217;abisso dei secoli caduto.<\/p>\n<p>Come spesso in Girardini, gli ultimi due versi accentuano la dimensione drammatica, che ricorda un poco <em>il tempo edace<\/em>, cio\u00e8 divoratore di uomini e cose, della famosa poesia <em>Orologio da rote<\/em> di Ciro di Pers; mentre <em>la squilla<\/em> che <em>piange un altro giorno caduto<\/em> \u00e8 una voluta reminiscenza dantesca (<em>Purgatorio<\/em>, VIII, 1-6):<\/p>\n<p>Era gi\u00e0 l&#8217;ora che volge il disio<\/p>\n<p>ai navicanti e &#8216;ntenerisce il core<\/p>\n<p>lo d\u00ec c&#8217;han detto ai dolci amici addio;;<\/p>\n<p>e che lo novo peregrin d&#8217;amor<\/p>\n<p>punge, s&#8217;e&#8217; ode squilla di lontano<\/p>\n<p>che paia il giorno pianger che si more&#8230;<\/p>\n<p>Una delle liriche pi\u00f9 suggestive de <em>I canti della sera,<\/em>del 1928-31, \u00e8 questo <em>Ritorno<\/em>, che, pur essendo fra le pi\u00f9 lunghe del poeta, ci sembra giusto presentare integralmente. Se, infatti, bellissime sono le strofe iniziali, con quel gruppetto di quattro superstiti che tornano, nel triste vento d&#8217;autunno frusciante di foglie secche, dal funerale del loro congiunto (il fratello del poeta, Giuseppe, morto, come s&#8217;\u00e8 detto, nel 1923), <em>come fossero nessuno<\/em>, cio\u00e8 annientati, nullificati dal dolore, tutta la lirica riceve luce e significato dalla scena finale: quando la vecchia donna di servizio rompe lo spettrale silenzio col suo <em>Gloria in excelsis deo<\/em>, che spezza l&#8217;incantesimo maligno e rende un barlume di speranza, pur tra i singhiozzi, alla piccola mesta comitiva.<\/p>\n<p><em>RITORNO<\/em><\/p>\n<p>Triste ritornoil nostro a la citt\u00e0<\/p>\n<p>nei d\u00ec che mulinavano le foglie<\/p>\n<p>secche, dal vento spinte su le soglie<\/p>\n<p>che pi\u00f9 il fratello mio non varcher\u00e0.<\/p>\n<p>&#8211; Torniamo in quattro e in cinque siam venuti &#8212;<\/p>\n<p>io dissi loro, il meno che potevo,<\/p>\n<p>ed essi, gli altri, mi guataron muti<\/p>\n<p>piangendo in cuore s\u00ec com&#8217;io piangevo.<\/p>\n<p>E mi struggeva una piet\u00e0 profonda<\/p>\n<p>d&#8217;ogni delusa sua speranza mite,<\/p>\n<p>che non vedesse ne la nuova gronda<\/p>\n<p>il primo nido e in lagrime la vite;<\/p>\n<p>che il caprifoglio, dolce passione<\/p>\n<p>di lui, dovese arrampicarsi su<\/p>\n<p>a primavera verso il suo balcone,<\/p>\n<p>spiarvi dentro e non trovarlo pi\u00f9.<\/p>\n<p>E tra una fitta nebbia che da l&#8217;uno<\/p>\n<p>a l&#8217;altro colle si stendeva, senza<\/p>\n<p>di lui movemmo al luogo di partenza,<\/p>\n<p>in quattro, come fossimo nessuno.<\/p>\n<p>Simile mi sentivo al casolare<\/p>\n<p>sommerso in quella nebbia mattiniera<\/p>\n<p>s\u00ec, che s&#8217;io il cane non udia latrare<\/p>\n<p>su l&#8217;aia, avrei giurato che non era.<\/p>\n<p>E a me i ricordi dei suoi tempi belli<\/p>\n<p>veniano tardi, come da la messa<\/p>\n<p>cantata del villaggio i vecchierelli<\/p>\n<p>che, sorridenti, accodansi a la ressa.<\/p>\n<p>Oh, al di l\u00e0 de la nebbia i d\u00ec lontani<\/p>\n<p>nel villaggio ove noi, chiusa la scuola,<\/p>\n<p>la sagra aspettavamo del domani<\/p>\n<p>fra i lieti scampanii de la chiesuola!<\/p>\n<p>Oh, al di l\u00e0 de la nebbia il paesaggio<\/p>\n<p>de le colline e dei castelli spersi,<\/p>\n<p>ov&#8217;egli pi\u00f9, quando echeggiava a maggio<\/p>\n<p>di rosignoli, amava trattenersi!<\/p>\n<p>Ora, mentr&#8217;io sostavo ad aspettare<\/p>\n<p>forse giungesse su le mie vestigia,<\/p>\n<p>o mi chiamasse di traverso il mare<\/p>\n<p>caliginoso di quell&#8217;ora grigia,<\/p>\n<p>e stava ognun di noi raccolto in s\u00e9,<\/p>\n<p>conobbi la campana di san Rocco<\/p>\n<p>che dire mi parea nel suo rintocco<\/p>\n<p>monotono:oggi a me, domani a te.<\/p>\n<p>E nel silenzio ferreo in cui la voce<\/p>\n<p>di lui si suggell\u00f2 mi profondai,<\/p>\n<p>da me scacciando invano il dubbio atroce<\/p>\n<p>ch&#8217;io non dovessi rivederlo mai.<\/p>\n<p>Ma, quasi mi leggesse il dubbio in viso,<\/p>\n<p>la buona vecchia donna che veniva<\/p>\n<p>con noi, la quarta ne la comitiva,<\/p>\n<p>&#8211; <em>Gloria in excelsis Deo! &#8212;<\/em> ruppe improvviso,<\/p>\n<p>e ripetendo, a bassa voce, ognuno<\/p>\n<p>&#8211; <em>Gloria in excelsis Deo! &#8212;<\/em> di tra i singulti<\/p>\n<p>la via seguimmo solitaria, occulti,<\/p>\n<p>in quattro, come fossimo nessuno.<\/p>\n<p>In questa lirica Girardini tocca, a nostro avviso, uno dei vertici della sua produzione poetica; dove non sai se ammirare di pi\u00f9 la disadorna ma efficacissima descrizione del triste paesaggio nebbioso, la pudica ma dolente rappresentazione dello sbigottimento di fronte alla morte di una persona cara, o quel raggio di luce e di fede che esce dalle labbra della vecchia donna e cui gli altri si aggrappano come a un&#8217;\u00e0ncora di salvezza, pur con un acerbo, umanissimo dolore che solo il tempo potr\u00e0, in parte, lenire.<\/p>\n<p>Ed eccoci a un&#8217;altra lirica de <em>I canti della sera<\/em>, di tutt&#8217;altro genere, ma altrettanto splendida nella sua commovente immediatezza e semplicit\u00e0:<em>Servetta.<\/em> La protagonista, una giovanissima montanara, poco pi\u00f9 di una bambina, \u00e8 giunta a servizio nella casa di citt\u00e0, recando con s\u00e9 la nostalgia dei suoi monti e le infinite raccomandazioni dei genitori, che le hanno insegnato a dire sempre sempre &quot;s\u00ec&quot;. \u00c8 una figura schietta, fresca, vivacissima, che con poche pennellate il poeta ci raffigura e che rimane, indimenticabile, nella nostra memoria: dolcissima, ingenua creatura che ha perduto ad un tempo, per la necessit\u00e0 impellente di trovare un lavoro, il calore della sua famiglia, il profumo delle sue montagne e la sua stessa adolescenza, gi\u00e0 quasi finita prima ancora di cominciare:<\/p>\n<p><em>SERVETTA<\/em><\/p>\n<p>Dai monti la servetta ieri a sera<\/p>\n<p>ci venne in casa: dopo il pigolio,<\/p>\n<p>un primo svolo fu di capinera<\/p>\n<p>la sua partenza dal bosco natio.<\/p>\n<p>Che si guardasse ben d&#8217;esser ciarliera,<\/p>\n<p>savia, sua madre, l&#8217;ammon\u00ec, cred&#8217;io,<\/p>\n<p>col pianto in cuore e la parola austera<\/p>\n<p>gridandole da l&#8217;uscio: &#8211; Animo, addio! &#8212;<\/p>\n<p>Nei suoi: s\u00ec, s\u00ec, tenui brusii di fonti,<\/p>\n<p>trema il mal domo giubilo infantile,<\/p>\n<p>ma, s\u00ec, il rimpianto insieme dei suoi monti,<\/p>\n<p>e il gemito man mano pi\u00f9 velato,<\/p>\n<p>s\u00ec, s\u00ec, di un&#8217;agnelletta che a l&#8217;ovile<\/p>\n<p>tolta si porti a vendere al mercato.<\/p>\n<p>Emilio Girardini, come dicevamo, \u00e8 stato il cantore degli umili. Rifiutando le facili suggestioni del dannunzianesimo allora imperante, e cogliendo, casomai, qualche sollecitazione dai crepuscolari (non tanto dall&#8217;ironico Gozzano, ch\u00e9 l&#8217;ironia non era affatto nelle sue corde, ma piuttosto dal Marino Moretti delle <em>Poesie scritte col lapis<\/em>, del 1910), ha saputo trovare un proprio sentiero espressivo e creare un proprio mondo poetico gentile e pensoso, appartato dalle mode e dagli stereotipi, per un suo bisgno di solitudine, di silenzio, di ascolto. Quante cose non dette, ha saputo cogliere di quella timida servetta piovuta a servizio da qualche sperduto paesino della Carnia o delle Alpi Giulie; quante cose ha saputo intuire dietro quel precoce, rispettoso comportamento da adulta; quanta infanzia non ancora vissuta, quanto senso di libert\u00e0 ingabbiato fra quattro muri; quanto smarrimento, quanta nostalgia ricacciata indietro a fatica!<\/p>\n<p>Ci piace ricordarlo cos\u00ec, il nostro poeta: come il cantore della natura amica, degli umili, dei semplici, ricchi per\u00f2 di un loro mondo interiore fatto di pazienza, laboriosit\u00e0, rassegnazione. E crediamo che sarebbe ora che i critici e gli storici della lettteratura, i docenti universitari e liceali, le case editrici e non solo scolastiche, si ricordassero un po&#8217; di lui, che lo traessero da un obl\u00eco ingiusto, e lo facessero conoscere al pubblico, e specialmente ai giovani d&#8217;oggi.<\/p>\n<p><em>Bibliografia:<\/em><\/p>\n<p><em>Ruri<\/em> (poesie), Milano, Treves, 1903; <em>liriche varie e La vela di Ulisse<\/em> (poemetto), Milano, Baldini &amp; Castoldi, 1908; <em>Chordae cordis<\/em> (poesie), Milano, Treves, 1920; <em>Drammi biblici<\/em>, Bologna, Cappelli, 1929; <em>I canti della sera<\/em> (poesie), Bologna, Zanichelli, I ediz. 1928, II ediz. 1931; <em>Veglie<\/em> (poesie), Parigi, A. Messein, 1935; <em>La poesia carducciana<\/em> (saggio critico), Udine, I.D.E.A., 1937; <em>Poesie scelte<\/em>, Udine, La Panarie, 1938; <em>Poesie<\/em> (raccolta completa), Bologna, Zanichelli, 1952.<\/p>\n<p>FRANCESCO LAMENDOLA<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci sia consentito di iniziare questa rievocazione della poesia di Emilio Girardini partendo dalla figura austera e dignitosa del vecchio poeta, ormai cieco da molti anni,<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[143,159,161,224],"class_list":["post-24929","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-francesco-petrarca","tag-giacomo-leopardi","tag-giosue-carducci","tag-poesia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24929","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24929"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24929\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24929"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24929"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24929"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}