{"id":24928,"date":"2008-03-14T09:01:00","date_gmt":"2008-03-14T09:01:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/03\/14\/crivellato-di-colpi-a-tradimento-muore-luomo-zapata-e-nasce-il-mito\/"},"modified":"2008-03-14T09:01:00","modified_gmt":"2008-03-14T09:01:00","slug":"crivellato-di-colpi-a-tradimento-muore-luomo-zapata-e-nasce-il-mito","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/03\/14\/crivellato-di-colpi-a-tradimento-muore-luomo-zapata-e-nasce-il-mito\/","title":{"rendered":"Crivellato di colpi a tradimento muore l&#8217;uomo Zapata e nasce il mito"},"content":{"rendered":"<p>Chi non ricorda l&#8217;ultima, drammatica sequenza del film, girato nel 1952, <em>Viva Zapata!<\/em>, girato nel 1952 dal regista americano Elia Kazan e interpretato da un giovane Marlon Brando, nei panni del protagonista?<\/p>\n<p>L&#8217;eroe dei poveri <em>peones<\/em>, che da nove anni guida la loro lotta per il riscatto sociale, contro tutto e contro tutti &#8211; Porfirio Diaz, Francisco Madero, Victoriano Huerta, Venustiano Carranza -, al grido di <em>Tierra y libertad!<\/em> e deciso a far rispettare la sua riforma agraria, sancita dal Plan de Ayala, \u00e8 stato attirato con l&#8217;inganno in una <em>hacienda<\/em> da un ufficiale federale, il colonnello J\u00e9sus Gujardo, che, fingendo di voler disertare dall&#8217;esercito di Carranza, ha promesso al Presidente la testa del famoso rivoluzionario.<\/p>\n<p>E adesso Zapata \u00e8 l\u00ec, in sella al suo magnifico cavallo roano, solo e senza scorta, che se ne va a testa alta incontro al suo destino; mentre, a un cenno del traditore, decine di soldati federali, che si tenevano acquattati dietro i tetti e i balconi del <em>patio<\/em>, si affacciano con le carabine puntate e aprono un fuco d&#8217;inferno contro quell&#8217;uomo che avanza, tranquillo e fiducioso. Crivellato di colpi da una scarica che avrebbe spazzato via un reggimento, Zapata non ha neanche il tempo di estrarre la pistola e cade gi\u00f9 di sella, nella polvere, per non pi\u00f9 rialzarsi.<\/p>\n<p>Per quanto la sequenza possa sembrare esageratamente scenografica e quasi artificiale, essa \u00e8 sostanzialmente esatta dal punto di vista storico. La fine di Zapata avvenne proprio cos\u00ec, nella fattoria di Chinameca, presso il fiume Cuautla, il 10 aprile del 1919.<\/p>\n<p>Poi, il cadavere di Zapata venne trasportato a dorso di mulo fino a Cuautla, sede del quartier generale di Pablo Ganzalez, ed esposto per un giorno su un rozzo catafalco di legno, in modo che tutti gli abitanti, le donne, i <em>peones<\/em>, potessero vederlo e convincersi che era morto. Ma non bastava ancora. Gonzalez fece spiccare la testa dal busto e la fece condurre per i villaggi del Morelos, la culla della rivoluzione zapatista, affinch\u00e9 tutti potessero vederla.<\/p>\n<p>Scrive Edgcumb Pinchon nel suo bel libro <em>Zapata, l&#8217;invincibile<\/em> (titolo originale: <em>Zapata, the unconquerable<\/em>; traduzione italiana di Letizia Berrini Pajetta, Milano, Feltrinelli, 1956, 1970, p. 284):<\/p>\n<p><em>&quot;A Pablo Gonzales, nel suo quartier generale di Cuautla, arriv\u00f2 il laconico messaggio: \u00abVi porto Zapata &#8211; Guajardo\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La mattina dopo, alla testa dell&#8217;intero distaccamento di &#8216;disertori&#8217;, Zapata arriv\u00f2 &#8211; gettato sul dorso di un mulo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per un giorno il suo corpo, come voleva la tradizione, fu esposto su un rozzo catafalco nella<\/em> plaza <em>di Cuautla. E mentre le donne indios in lacrime agitavano riverenti sopra di lui rami di palma &#8211; i rami di palma della vittoria &#8211; per tenere lontane le mosche, un&#8217;enorme processione silenziosa di<\/em> peones <em>e di<\/em> campesinos <em>color bronzo, il viso amaro, le teste scoperte, e di donne avvolte nel<\/em> rebozo <em>gli passarono acanto, facendosi il segno della croce.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Superstiziosamente ognuno osservava che mentre l&#8217;abito vivace del<\/em> caudillo <em>era punteggiato di buchi neri e macchiato di sangue, il suo viso era intatto e calmo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Verso il tramonto una donna india<\/em> [in realt\u00e0, la giornalista francese di origine romena H\u00e9lene Pontipirani, ammiratrice di Zapata e, in seguito, sua amante]<em>, abbandonando al suo destino un cavallo grondante di sudore ai margini della folla, si fece strada fino al catafalco, si ferm\u00f2 un momento facendosi il segno della croce come gli altri, poi fece un passo avanti e, chinandosi, baci\u00f2 le calme, ironiche labbra,<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La folla andava aumentando e aumentando. Le strade attorno alla piazza erano ostruite. Pablo Gonzales incominci\u00f2 a sentirsi inquieto e ordin\u00f2 che il corpo fosse ritirato.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Con qualche difficolt\u00e0 la bella testa fu tagliata dalle spalle poderose. Il corpo fu sotterrato frettolosamente nel cimitero locale. Poi la testa sola, legata al basto di un mulo, fu mandata sotto forte scorta per essere mostrata attraverso tutto il Morelos &#8211; per convincere cos\u00ec un popolo che non poteva crederlo che Zapata, l&#8217;Invincibile, era morto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Carranza, adesso, era soddisfatto: la taglia di centomila <em>pesos<\/em> che aveva messo sulla testa del suoi odiato avversario, finalmente era stata intascata; e ormai tutto il Messico meridionale, cos\u00ec pensava, si sarebbe docilmente sottomesso.<\/p>\n<p>Invece si sbagliava, perch\u00e9 il movimento zapatista riusc\u00ec a superare il trauma della morte del suo capo carismatico e a continuare strenuamente la lotta, fino a quando i presidenti Plutarco Elias Calles e, soprattutto, Lazaro Cardenas recepirono, nella nuova legislazione messicana, il nucleo del Piano di Ayala e misero in atto la riforma agraria per la quale Emilianio Zapata aveva lottato ed era, infine, caduto.<\/p>\n<p>Questo, egli lo aveva sempre saputo: sapeva che gli <em>haciendados<\/em> &#8211; e, con loro, gli uomini politici di Citt\u00e0 del Messico, che ne erano l&#8217;espressione &#8211; lo odiavano troppo per accogliere le sue richieste; ma sapeva anche che, dopo di lui, i contadini poveri avrebbero visto la nascita di una societ\u00e0 nuova, basata su principi di equit\u00e0 e di giustizia. Tale convinzione assumeva in lui il sapore di una profezia: Zapata sapeva che ai <em>peones<\/em> non sarebbe stata resa giustizia finch\u00e9 lui fosse stato in vita; e, in questo senso, la raffigurazione di Zapata come di un Messia che si sacrifica per la salvezza del suo popolo, realizzata dal famoso (e discusso) pittore messicano Diego Rivera, non appare del tutto fuori luogo ma, anzi, come espressione di una profonda consapevolezza del proprio ruolo storico da parte del <em>caudillo<\/em> del Morelos.<\/p>\n<p>Il movimento rivoluzionario aveva toccato l&#8217;apice nel dicembre del 1914, allorch\u00e9 i due capi popolari pi\u00f9 amati, Pancho Villa ed Emiliano Zapata, avevano occupato congiuntamente la capitale. Citt\u00e0 del Messico, costringendo Carranza a fuggire a Veracruz e il maggior capo militare costituzionalista, Alvaro Obregon, a ritirarsi con il suo esercito a Puebla.<\/p>\n<p>Erano state giornate indimenticabili e festose, quando la variopinta armata rivoluzionaria del Nord e quella del Sud avevano fatto il loro ingresso nella citt\u00e0 di Montezuma e i ricchi borghesi, stupefatti, avevano visto non gi\u00e0 un&#8217;orda di <em>bandidos<\/em> e di <em>desperdos<\/em> abbandonarsi ai saccheggi e agli stupri, ma impostare rapporti molto corretti con la popolazione, rispettare la propriet\u00e0 privata, tenere perfettamente sotto controllo l&#8217;ordine pubblico.<\/p>\n<p>Tuttavia, i convenzionalisti non erano riusciti a mettersi d&#8217;accordo nella designazione di un nuovo presidente da contrapporre a Carranza, e proprio in quei giorni di trionfo militare, con decine e decine di treni che portavano uomini, cavalli e armamenti verso la capitale, era apparsa evidente la debolezza politica del movimento rivoluzionario, a dispetto del suo radicamento sociale. Sia Villa che Zapata erano capi tipicamente regionalisti; regionale era la loro base di consenso &#8212; il Chiuhuahua per il primo, il Morelos per il secondo &#8212; e regionalistica la loro mentalit\u00e0. Bench\u00e9, a un certo punto, le forze di Zapata avessero controllato il principale porto messicano sul Pacifico, Acapulco, venendo a contatto con importanti gruppi finanziari e commerciali internazionali, n\u00e9 Villa n\u00e9 Zapata ebbero mai una visione realmente nazionale dei problemi e, inoltre, si dimostrarono poco abili nel gestire i successi militari a livello politico.<\/p>\n<p>Scrive ancora Edgcumb Pinchon (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 265-266):<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) il 10 dicembre 1914 il<\/em> charro <em>del Nord e il<\/em> charro <em>del Sud entrarono insieme a Citt\u00e0 del Messico in un corteo trionfale; mentre, anche se le &#8216;classi superiori&#8217; sprangavano le porte delle loro dimore simili a fortezze, una folla enorme di umile gente si accalcava lungo il Paseo de la Riforma per tutta la sua lunghezza, da Chapultepec all&#8217;Alamdea, facendo salire al cielo il risonare del loro grido di gioia: \u00abViva Villa!\u00bb, \u00abViva Zapata!\u00bb. Un momento meraviglioso &#8211; e drammatico. Dopo quattro anni di combattimenti le armate contadine del Messico, al grido di<\/em> Tierra y libertad<em>, marciavano vittoriosamente, forti di un centinaio di migliaia di uomini, dentro la capitale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ora per un istante, tra l&#8217;incessante rimbombo dei tamburi, lo squillare delle fanfare, l&#8217;urlare rauco dei corni di guerra, il Messico in parata. Dietro ai<\/em> caudillos <em>e alle loro scorte marciavano unit\u00e0 provenienti da quasi tutti gli Stati dell&#8217;Unione: i forti cavalieri di Chihuahua, non molto diversi dai<\/em> cow-boys <em>americani, con i loro<\/em> sombreros <em>del Texas e i calzoni di fustagno; i selvaggi Yaquis calzati di sandali, delle montagne di Sonora, che battevano un tam-tam indiavolato sui loro antichi tamburi di guerra; alti Tarascani di Michoac\u00e0n, vestiti di cotone, sottili, con il naso adunco, su alti ossuti cavalli; snelli, agili uomini color caff\u00e8 del Morelos e del Guerrero,, con i loro abiti bianchi simili a pigiama e con i<\/em> sombreros <em>a ruota &#8211; il nerbo della famosa cavalleria di<\/em> guerrillas <em>di Zapata; indiani Tarahumare dal viso duro e dalle magnifiche figure delle montagne del Durango, per natura i pi\u00f9 degli atleti del mondo; uomini tozzi, dall&#8217;aspetto poderoso, dei distretti minerari della Sierra Madre &#8211; i temuti<\/em> dinamiteros <em>dell&#8217;esercito di Villa; i tarchiati Oaxacano con la bella fronte e gli occhi intelligenti; i sottili, allegri, eleganti Tehuantepecanos. Passavano e passavano, uomini dell&#8217;altopiano settentrionale, battuto dai venti, uomini delle basse &#8216;terre bruciate&#8217;, uomini delle montagne, dei deserti, delle giungle &#8211; un mosaico del mezzo centinaio di razze, civilt\u00e0, lingue diverse del Messico, con volti che spesso evocano terre remote, antiche civilt\u00e0 &#8211; Mongolia, Egitto, Etiopia, Malesia &#8211; -e che erano ora, per la prima volta, un popolo solo &#8211; un popolo in armi che marciava dietro due uomini del popolo&#8230; due uomini che non sapevano pi\u00f9 che cosa fare<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ancora una vola sembrava che la rivoluzione avesse trionfato. Ma non era cos\u00ec. La poderosa armata di Obregon era ancora a Puebla. L&#8217;autonominatosi &#8216;capo del potere esecutivo&#8217;<\/em> [cio\u00e8 Carranza]<em>, ben visto alla Casa Bianca, aveva stabilito il proprio governo a Vera Cruz. Tanto Pancho Villa che Emiliano Zapata &#8211; tipici regionalisti senza alcuna esperienza egli affari di portata nazionale &#8211; non solo rifiutavano qualsiasi carica politica, ma si sentivano impreparati a qualsiasi cosa che non fosse il provvedere una temporanea difesa per la formazione di un governo rivoluzionario. Ma non apparve nessuno che avesse i requisiti richiesti per un presidente. Sopra il Palacio Nacional pendeva una malinconica insegna: \u00abCercasi uomo onesto\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Di nuovo, come a Aguascalientes, la fora della rivoluzione, divisa in due opposte potenti fazioni, restava sterile, incapace di giungere a una conclusione costruttiva.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una settimana o due e il realistico Zapata, rattristato sia dal modo turbolento e disordinato con cui Pancho Villa dirigeva le cose, sia dall&#8217;evidente impossibilit\u00e0 di formare un governo genuinamente rivoluzionario da opporre all&#8217;esercito di Obregon, decise che il suo posto era sul campo di battaglia. Attaccata e presa Puebla, la presidi\u00f2 solidamente e si ritir\u00f2 nel Morelos ad aspettare la piega che gli avvenimenti avrebbero preso. Una volta ancora, era stato un tragico trionfo&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Nella primavera-estate del 1915, mentre Villa stenta a varare efficaci riforme che gli consentano di concretizzare sul piano del consenso interno i successi militari conseguiti, le forze costituzionaliste organizzano metodicamente e sferrano, con notevole abilit\u00e0 strategica, una serie di poderose controffensive, che spezzano la superiorit\u00e0 della mitica cavalleria villista. Alvaro Obregon, generale di gran classe, ha studiato e fatto proprie le nuove tecniche della guerra di trincea che proprio in quei mesi, sui fronti della prima guerra mondiale, hanno impresso un carattere nuovo e sorprendente alle operazioni militari in Europa. In particolare, egli ha compreso la terribile efficacia del binomio filo spinato-mitragliatrice; e, inoltre, quella di una efficacia preparazione di artiglieria. Spirito freddo, metodico, calcolatore, Obregon \u00e8 un uomo che sa attendere, mentre l&#8217;impetuoso Villa preferisce giocarsi la partita in un grande assalto di cavalleria &quot;vecchio stile&quot;.<\/p>\n<p>E perde.<\/p>\n<p>Le operazioni che culminano nella battaglia di Celaya, fra il 6 e il 15 aprile del 1915, costituiscono, da parte dell&#8217;esercito di Obregon, una autentica manovra da manuale. Dapprima esso avanz\u00f2 verso Citt\u00e0 del Messico, tenuta dai villisti; era solo una finta, ma Villa la prese sul serio e usc\u00ec con tutte le sue truppe dalla capitale, temendo di restare intrappolato dentro le sue mura, dove i suoi famosi cavalieri non avrebbero avuto alcuna libert\u00e0 di manovra. Attiratolo cos\u00ec in campo aperto, Obregon lo segu\u00ec per qualche tempo, giocando a rimpiattino a ovest della capitale; finch\u00e9 Villa, ansioso di venire a una decisione e ignorando i saggi consigli del generale Felipe Angeles, decise di dare battaglia il pi\u00f9 presto possibile, lanciando la famosa cavalleria dei suoi <em>dorados<\/em> alla carica delle posizioni nemiche organizzate a difesa, una ondata dietro l&#8217;altra.<\/p>\n<p>Ecco come lo storico Manuel Plana ha ricostruito quelle drammatiche giornate di aprile 1915, nel suo libro <em>Pancho Villa e la rivoluzione messicana<\/em> (Firenze, Gruppo Editoriale Giunti, 1993, 1994, pp. 84-85:<\/p>\n<p><em>&quot;Il primo grave colpo al dominio di Villa sul piano militare avviene nella primavera-estate del 1915; alla sconfitta militare segue il crollo dell&#8217;amministrazione di Chihuahua a causa della rapida svalutazione della moneta e delle difficolt\u00e0 incontrate per attuare un programma di riforme maturato troppo tardivamente; infine, sul piano internazionale, la decisione del presidente degli Stati Uniti Wilson di riconoscere de facto, il 19 ottobre dello steso anno, il governo provvisorio di Carranza, apre la strada alla definitiva sconfitta politica di Villa.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Lo scontro decisivo tra i due principali schieramenti rivoluzionari, quello cio\u00e8 di Pancho Villa e quello dei costituzionalisti volger\u00e0 a favore dei secondi soprattutto per l&#8217;abilit\u00e0 dimostrata da colui che guida la macchina militare di Carranza: Alvaro Obregon.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Nei primi mesi del 1915 Obregon riesce, nonostante gli uomini di Zapata operino nei distretti attorno alla capitale, a mantenere il controllo della linea ferroviaria che congiunge Veracruz al centro del Paese e, contando sull&#8217;appoggio logistico delle retrovie, decide di sferrare l&#8217;attacco contro Villa nelle zone pianeggianti dello Stato di Guanajuato. Lo scontro dura tre mesi. Si svolgono due battaglie nei dintorni di Celaya in aprile, mentre per tutto il mese di maggio si combatte a Leon; la battaglia finale ha luogo ad Aguascalientes ai rimi di luglio.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dinanzi all&#8217;imminente apertura di questo fronte di guerra, alla fine di marzo Villa aveva ordinato il ritiro delle sue brigate che minacciavano la zona petrolifera attorno a Tampico, lasciando via libera in questa regione alle forze di Carranza.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Le operazioni militari si possono brevemente riassumere ricordando che Obregon si attesa nella citt\u00e0 di Celaya con circa 11.000 uomini, assicurandosi in tal modo la linea di rifornimenti da sud. Il generale Felipe Angeles, da parte sua, consiglia di attendere che Obregon avanzi verso nord, ma Villa, che si trova a Torreon, preferisce andargli incontro, sicuro di sconfiggerlo vista la sua indiscussa superiorit\u00e0 numerica. Negli scontri che hanno luogo intorno a Celaya le cariche della cavalleria di Villa si rivelano poco efficaci e nelle due battaglie combattute a distanza di pochi giorni i feriti si contano a migliaia.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A Celaya nel 1915 gli eserciti di Villa e quelli di Obregon si affrontano una prima volta il 6 e il 7 aprile e una seconda dal 13 al 15 dello stesso mese. Gravi furono le perdite subite dall&#8217;esercito di Villa: circa 4.000 morti tra cui almeno cinque generali e oltre cento ufficiali, pi\u00f9 di 5.000 feriti e 6.000 prigionieri. Nelle mani dei costituzionalisti caddero anche un migliaio di cavalli e una trentina di cannoni di grosso calibro.<\/em><\/p>\n<p><em>Al di l\u00e0 dell&#8217;arido bilancio di morti e feriti, l&#8217;importanza dello scontro, gli aspetti psicologici dei due contendenti e le rispettive tattiche sono efficacemente sintetizzate dalle parole dello scrittore Martin Luis Guzman, tratte dal romanzo<\/em> L&#8217;aquila e il serpente <em>(1928).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abLa tattica di Obregon &#8211; scrive Guzman &#8211; consisteva soprattutto nell&#8217;attirare in una zona il nemico, obbligandolo ad attaccare, per fargli perdere coraggio e forza, per dominarlo e annientarlo nel momento in cui la sua superiorit\u00e0 materiale e morale escludeva il rischio della sconfitta. Forse Obregon non sarebbe mai riuscito a compiere nessuna delle sue brillanti imprese che avevano reso famoso Villa: non aveva l&#8217;audacia e la genialit\u00e0 di quest&#8217;ultimo. (&#8230;) Ma Obregon sapeva accumulare mezzi e aspettare, sapeva scegliere il terreno dive il nemico si sarebbe trovato in posizione svantaggiosa, e sapeva assestare il colpo di grazia agi eserciti quando erano irreparabilmente compromessi. Prendeva sempre l&#8217;offensiva; ma la prendeva con metodi difensivi\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;impatto psicologico della sconfitta \u00e8 enorme, al punto che alcune brigate delle zone circostanti abbandonano lo schieramento di Villa. Gli scontri proseguono e Obregon, che nel frattempo perde un braccio &#8211; di qui il soprannome di &#8216;monco di Celaya &#8211; , il 10 luglio attacca Aguascalientes obbligando Villa a ritirarsi verso nord. Alla fine di settembre, questi \u00e8 costretto ad abbandonare il Nordest e Torreon. Questa citt\u00e0 diventa cos\u00ec un caposaldo per l&#8217;attacco finale che i costituzionalisti di Carranza si apprestano a sferrare su Chihuahua.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Sbarazzatosi di Villa grazie alle strepitose vittorie militari di Obregon, Carranza pot\u00e9 concentrare tutte le sue forze nel Sud, contro l&#8217;armata contadina di Emiliano Zapata. Al comando di essa mise il generale Pablo Gonzalez, il quale, nonostante la schiacciante superiorit\u00e0 numerica e tecnica di cui disponeva, riusc\u00ec a occupare gran parte del Morelos, ma non a spezzare la resistenza zapatista n\u00e9 a indebolire la volont\u00e0 di lotta dei contadini poveri del Messico meridionale. Per altri quattro anni le operazioni si trascinarono senza portare ad alcun risultato decisivo: Zapata aveva perso l&#8217;iniziativa strategica e non era pi\u00f9 in grado di minacciare la capitale, ma neppure le forze di Carranza erano in grado di aver ragione dell&#8217;armata contadina del Morelos.<\/p>\n<p>Nell&#8217;esercito di Gonzalez militava un ufficiale di cavalleria noto per la sua abilit\u00e0 e il suo coraggio, ma anche per le sue sregolatezze: il colonnello Jes\u00f9s Guajardo, comandante del 50\u00b0 Reggimento. Nel marzo del 1919 vi era stato un grave incidente fra i due, allorch\u00e9 Guajardo era stato arrestato e gettato in prigione dal suo superiore, con l&#8217;accusa di insubordinazione. La cosa era seria, anche perch\u00e9 Guajardo doveva comparire, oltre anche davanti alla corte marziale, anche davanti a un tribunale civile, sotto l&#8217;imputazione di aver violentato una ragazza sedicenne di buona famiglia. Umiliato nel suo orgoglio di ufficiale di carriera, disperato all&#8217;idea di venire condannato per insubordinazione e, forse, tradimento, oltre che per stupro, Guajardo era in uno stato d&#8217;animo di estrema fragilit\u00e0 allorch\u00e9 il suo superiore, Pablo Gonzalez, gli lasci\u00f2 intendere che esisteva un&#8217;alternativa alla probabile condanna al plotone d&#8217;esecuzione: catturare l&#8217;inafferrabile Zapata, rendendo cos\u00ec un servigio inestimabile al governo di Carranza. Un servigio che gli avrebbe fatto intascare la taglia che pendeva sul capo del rivoluzionario e che avrebbe risolto in un colpo solo tutti i suoi problemi con la giustizia, sia militare che civile.<\/p>\n<p>La cosa era nata cos\u00ec.<\/p>\n<p>Dopo aver saputo dell&#8217;arresto e della carcerazione di Guajardo, Zapata, che era a corto di munizioni e che gi\u00e0 altre volte aveva potuto ingrossare il suo piccolo esercito grazie alla defezione di alcuni ufficiali dell&#8217;esercito federale, disgustati a vario titolo dei propri superiori, aveva scritto un biglietto, in data 21 marzo, invitandolo a passare dalla sua parte. Ma la missiva non venne recapitata a Guajardo, bens\u00ec direttamente a Gonzalez, il quale ebbe l&#8217;idea di sfruttare la circostanza per servirsi di Guajardo come di un sicario che avrebbe potuto liberarlo per sempre di Zapata, sfruttando l&#8217;occasione favorevole.<\/p>\n<p>Scrive lo storico americano John Womack junior nel suo libro <em>Morire per gli indios. Storia di Emiliano Zapata<\/em> (titolo originale: <em>Zapata and the Mexican Revolution<\/em>, 1968; traduzione italiana di Margherita De Donato, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1973, 1977, pp. 305-309):<\/p>\n<p><em>&quot;Alla fine di marzo a Cuautla, con in mano la lettera di Zapata inviata a Guajardo, Gonzalez diede il via al suo piano. Per prima cosa cerc\u00f2 di sondare Carranza, poi, quando ebbe ottenuto la sua autorizzazione, ordin\u00f2 che Guajardo fosse liberato e rimandato al quartier generale di Cuautla dove nel corso di una scena umiliante avvenuta nella sala da pranzo degli ufficiali, gli impart\u00ec le sue istruzioni. Quella sera, dopo averlo fatto aspettare fuori della porta per tutta la durata del pranzo, al momento di prendere il caff\u00e8 ordin\u00f2 che fosse fatto entrare; chiese agli altri ufficiali e agli ospiti di lasciarli soli, poi, con molta calma accus\u00f2 il suo collaboratore di essere non solo uno sporco ubriacone, ma anche un traditore! Come prova gli mostr\u00f2 la lettera di Zapata! Ancora venticinque ani dopo Gonzalez ricordava ridendo lo sbalordimento di Guajardo. In quel momento egli dovette certo egli dovette aver visto non solo tutta la sua carriera, ma la sua vita stessa ingiustamente finita. Guajardo era stato sempre orgoglioso delle sue doti militari; andare in prigione lo aveva veramente molto addolorato, e la disgrazia e l&#8217;accusa che lo colpirono in quel momento furono un dolore insopportabile. Gonzalez lo ridusse in lacrime prima d&#8217;impietosirsi e di spiegargli il suo piano. Ridotto all&#8217;impotenza, Guajardo accett\u00f2 e rispose alla lettera di Zapata. Se Zapata gli avesse promesso delle garanzie, egli lo avrebbe raggiunto con i suoi uomini e i rifornimenti al momento giusto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cominciarono gli approcci. Il 1\u00b0 aprile Zapata scrisse di nuovo, gradevolmente sorpreso dalla rapida adesione di Guajardo. La stima che egli esprimeva per le &#8216;convinzioni&#8217; e i &#8216;fermi propositi&#8217; di Gaujardo andava al di l\u00e0 della rituale adulazione. Vi era qualcosa di energico e una sfumatura temeraria nell&#8217;ufficiale nazionalista, e ci\u00f2 attrasse la simpatia di Zapata. Propose a Guajardo di preparare la sua rivolta per il venerd\u00ec successivo, 4 aprile. La prima cosa che gli chiedeva era di arrestare e di tenere a disposizione di una corte marziale rivoluzionaria quegli undici zapatisti amnistiati che avevano aiutato i nazionalisti a sopprimere i loro ex camerati, Victoriano Barcenas e la sua banda che in quel momento si trovavano a Jonacatepec. Guajardo gli risposte immediatamente, promettendo di fare onore alla sua riputazione, ma avanzando una scusa plausibile per un ritardo di qualche giorno. Un carico di ventimila cartucce delle quali aveva bisogno per ribellarsi doveva arrivare a Cuautla fra il 6 e il 10 aprile. Non disse, per\u00f2, che Gonzalez, in quel momento a colloquio con Carranza nella capitale, sarebbe arrivato insieme alle munizioni: Guajardo probabilmente aveva paura di agire in assenza del suo capo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Zapata rispose a sua volta cortesemente, ma insistendo che era meglio non aspettare cos\u00ec tanto. Mand\u00f2 un suo aiutante, Feliciano Palacios, di Chiinameca, al quartier generale di Guajardo, per fargli un rapporto generale sui progressi delle trattative. Palacios non riscontr\u00f2 nulla di sospetto, e assicur\u00f2 Zapata di aver trovato Guajardo \u00abeuforico e deciso\u00bb. Aveva ai suoi ordini pi\u00f9 di cinquecento uomini, rifer\u00ec l&#8217;aiutante,, e ben provvisti e, appoggiati, non doveva essere difficile per loro far cadere Jonacaptepec. Zapata era sempre pi\u00f9 impaziente, accett\u00f2 per\u00f2 i differimenti di Guajardo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Finalmente il luned\u00ec 7 aprile tutto fu pronto. Le munizioni erano arrivate, Gonzalez era di ritorno. Zapata aveva ottenuto la promessa di altre defezioni nazionaliste e specificato i suoi ordini di battaglia contro Jonacatepec, Tlaltizapan e Jojutla. Per distogliere l&#8217;attenzione dal Morelos, gli zapatisti attaccarono in giornata Cholula, nel Puebla. Quella notte stessa a Cuautla Guajardo ultim\u00f2 i preparativi e l&#8217;indomani mattina si dichiar\u00f2 in rivolta contro il governo. Mentre lasciava Cuautla, un prigioniero zapatista liberata sulla parola, Eusbeio Jauregui, invi\u00f2 a Zapata un&#8217;altra raccomandazione a suo favore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Guajardo marci\u00f2 direttamente su Jonacatepec, come ordinatogli da Zapata. In quel punto altri nazionalisti si unirono alla sua finta ribellione, e tutti insieme, la mattina del 9 aprile, occuparono la citt\u00e0 in nome di Zapata. Fedele al suo accordo con Zapata, Guajardo arrest\u00f2 Barcenas e i suoi voltagabbana. Ma appena li ebbe presi, li fece fucilare. Zapata era giunto con la sua scorta alla stazione di Pastor, minuscola fermata ferroviaria sulla linea transoceanica, a sud di Jonacatepec, per attendervi Guajardo. Le sue spie gli riferirono che avevano sentito parlare di tradimento, ma Zapata cerc\u00f2 di soffocare i suoi sospetti. Dopo le notizie di Jonacatepec, diede istruzioni a Guajardo perch\u00e9 lo raggiungesse. Le loro scorte dovevano essere di trenta uomini per parte. Quel pomeriggio i due s&#8217;incontrarono a Pastor verso le 16,30: Zapata con i suoi trenta uomini, Guajardo con una colonna di seicento soldati e una mitragliatrice. Ciononostante Zapata fu cordiale, abbracci\u00f2 Guajardo, si congratul\u00f2 con lui e accett\u00f2 il dono che questi gli offriva: un cavallo premiato., un sauro conosciuto con il nome di<\/em> Golden Ace. <em>Viaggiarono verso sud insieme per un paio di chilometri , e giunsero a Tepalcingo. Personalmente Zapata nutriva ancora qualche dubbio e per sondare Guajardo e fare pressioni su di lui, durante la serata cerc\u00f2 di convincerlo pi\u00f9 volte a raggiungerlo nel suo accampamento invitandolo a pranzare con lui e altri capi del Morelos. Ma gli inviti furono vani. Guajardo prese la scusa di un mal di stomaco, e alla fine chiese di poter tornare quella sera a Chinameca per assicurarsi, disse, che Gonzalez non avesse catturato i suoi rifornimenti di munizioni. Zapata acconsent\u00ec. Si misero d&#8217;accordo per incontrarsi la mattina dopo a Chinameca e discutere la mossa successiva. Guajardo si accomiat\u00f2 e Zapata pass\u00f2 la notte accampato in collina sulla strada per Chinameca. Lo accompagnavano ora dei rinforzi, 150 uomini tutto: troppi perch\u00e9 Guajardo cercasse di catturarlo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Poco dopo l&#8217;alba il 10 aprile Zapata e la sua scorta erano gi\u00e0 in sella e cavalcavano verso la loro meta. Quella era una terra familiare a Zapata. L&#8217;<\/em>hacienda <em>di Chinameca si estendeva lungo il fiume Cuautla, un trentacinque miglia a sud di Villa de Ayala. Era uno dei primi posti da lui conquistati dopo essersi uniti a Madero nel 1911. E, come ricord\u00f2 pi\u00f9 tardi nella giornata, proprio da quelle parti era stato quasi preso in trappola e ucciso durante quella lontana crisi estiva. Quante volte aveva cavalcato lungo piste di campagna, prima da giovanotto, quando andava alle fiere o alle aste di bestiame, poi, negli ultimi otto anni, da ribelle, rivoluzionario e fuorilegge, nascondendosi e andando a caccia. Conosceva ogni sentiero, cala e siepe. La campagna era fresca e dolce nell&#8217;alba di quel giorno di aprile. Le piogge e le semine erano gi\u00e0 cominciate. In agosto egli avrebbe compiuto quarant&#8217;anni. Dei suoi figli, ne conosceva uno solo, il maggiore, Nicolas, che aveva ora tredici anni e che, si pu\u00f2 dire, non aveva neppure allevato. La giornata, un gioved\u00ec feriale, non era di malaugurio; le trattative con Guajardo avevano acuito la tensione, ma il sentimento naturale ch&#8217;egli provava, un misto di fiducia, paura e speranza, era quello vecchio e consueto. Alle 8,30 circa di quella mattina Zapata e i suoi amici calarono a valle ed entrarono a Chinameca.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Fuori dell&#8217;<\/em>hacienda<em>, addossati ai muri frontali c&#8217;erano diversi negozi: fu in uno di quelli che Zapata e Guajardo ebbero il loro colloquio. All&#8217;interno delle mura gli uomini di Zapata riposavano. Ma le discussioni sugli attacchi e le munizioni furono presto interrotte dalla notizia che i soldati nazionalisti si trovavano nella zona. Zapata rapidamente dette delle istruzioni a Guajardo per la difesa dell&#8217;<\/em>hacienda <em>e con i propri uomini organizz\u00f2 delle pattuglie che mand\u00f2 in ricognizione. Egli stesso guid\u00f2 una pattuglia. Bench\u00e9 non ci fosse alcun segno del nemico, Zapata colloc\u00f2 delle sentinelle si ritir\u00f2 nelle vicinanze dell&#8217;<\/em>hacienda. <em>Erano le 13,30. Sol i soldati di Guajardo erano rimasti entro le mura, a eccezione dell&#8217;aiutante Palacios, che stava discutendo con Guajardo circa il ritiro di 12.000 cartucce dal suo nascondiglio di munizioni. Zapata aspettava. Invitato a unirsi a Guajardo per il pranzo e per concludere l&#8217;accordo, egli prefer\u00ec aspettare ancora. Ma dato che gli ufficiali di Guajardo continuavano a ripetergli l&#8217;invito, Zapata cominci\u00f2 a pensare che un po&#8217; di<\/em> tacos <em>e della birra non gli avrebbero fatto male. La giornata era cominciata assai presto, la cavalcata era stata faticosa, Verso le quattordici Zapata si era fatto molto impaziente; infine, alle 14,10, accett\u00f2 l&#8217;invito. In sella al sauro che Guajardo gli aveva donato il giorno prima, ordin\u00f2 a dieci uomini di seguirlo oltre il cancello dell&#8217;<\/em>hacienda.<\/p>\n<p><em>\u00abDieci di noi lo seguirono secondo i suoi ordini\u00bb, rifer\u00ec quella sera stessa a Maga\u00f1a un giovane aiutante, presente al fatto. \u00abGli altri dei nostro rimasero fuori, sotto gli alberi, riposandosi fiduciosi all&#8217;ombra, le carabine accatastate. Disposte in fila, le guardie [di Guajardo] sembravano pronte a rendergli gli onori. Le trombe risuonarono tre volte per il saluto d&#8217;onore, e mentre si spegneva il suono dell&#8217;ultima nota, mentre il nostro Capo si affacciava alla soglia&#8230; a bruciapelo, senza nemmeno concedergli il tempo di afferrare le sue postole, i soldati che stavano presentando le armi spararono due raffiche e il nostro indimenticabile Zapata cadde, per pi\u00f9 non rialzarsi.\u00bb<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00abLa sorpresa fu terribile &#8211; continu\u00f2 l&#8217;aiutante nel suo rapporto. &#8211; I soldati del traditore Guajardo erano collocati dovunque&#8230; Circa mille uomini ci sparavano contro. Ben presto la resistenza divent\u00f2 inutile. Da una parte eravamo noi, un gruppo d&#8217;uomini costernati per la perdita del nostro Capo; dall&#8217;altro, un migliaio di nemici. Approfittavano del vantaggio della nostra inevitabile confusione, per attaccarci furiosamente&#8230; Ecco come avvenne la tragedia\u00bb. Anche Palacios cadde nell&#8217;imboscata &#8211; quando le raffiche crepitarono al cancello, gli uomini all&#8217;interno lo fucilarono &#8211; e altre due guardie che cavalcavano con l&#8217;ultima scorta di Zapata, morirono con lui. I superstiti fuggirono a Sauces, un accampamento qualche miglio a sud.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non ebbero nessuna possibilit\u00e0 di recuperare il corpo di Zapata. Appena egli cadde, i soldati di Guajardo, dietro suo ordine, uscirono di corsa e lo trascinarono entro le mura dell&#8217;<\/em>hacienda. <em>Due ore dopo Guajardo fece caricare il corpo su un mulo e a capo della sua colonna riprese nervosamente la via del ritorno per Cuautla. Alle 19,30 circa, mentre la sera cominciava a scurire le colline circostanti, la colonna attravers\u00f2 Villa de Ayala , e qualcuno telefon\u00f2 e trasmise a Cuautla la notizia. Al quartier generale Gonzalez non poteva quasi crederci, gli pareva quasi una notizia troppo buona. Zapata forse era riuscito a ribaltare la situazione e stava riportando il corpo di Guajardo e a balzar all&#8217;attacco dei suoi mancati assassini. Forse Guajardo aveva tradito lui, Gonzalez, e Gonzalez prepar\u00f2 i suoi soldati. Ma poco dopo le 21 la colonna di Guajardo giunse a Cuautla senza incidenti: emerse da sud nell&#8217;oscurit\u00e0 e s&#8217;inoltr\u00f2 nella citt\u00e0, sollevando un rumore di zoccoli e un tinnire di sonagli; oltrepass\u00f2 il cimitero e la chiesa del Se\u00f1or del Pueblo, poi i primi ranghi si fermarono in via Galeana, davanti a un magazzino che fronteggiava la piazza principale. Gonzalez e i suoi ufficiali uscirono per vedere, e Guajardo fece cadere il cadavere sul selciato. Gonzalez accese una torcia elettrica per guardare la faccia del morto. Era proprio Zapata. Gonzalez si rec\u00f2 immediatamente nel suo ufficio e \u00abcon la pi\u00f9 grande soddisfazione\u00bb telegraf\u00f2 a Carranza che Guajardo aveva portato a termine<\/em> \u00abmovimiento preparado\u00bb <em>e gli raccomand\u00f2 di promuover Guajardo brigadiere generale per il servizio reso. Intanto il corpo di Zapata veniva portato alla stazone di polizia, fra la curiosit\u00e0 e il rumore della folla. Qui il corpo venne formalmente identificato. Eusebio Jauregui fu uno dei testimoni. Furono scattate fotografie.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Questa fu la fine di Emiliano Zapata, il capo carismatico degli <em>indios<\/em> del Morelos e di tutto il Messico meridionale.<\/p>\n<p>O meglio, questa fu la fine dell&#8217;uomo Zapata.<\/p>\n<p>Adesso nasceva il mito.<\/p>\n<p>Se Carranza aveva pensato, eliminando Zapata con l&#8217;assassinio, di soffocare la rivolta dei contadini del Sud, aveva fatto male i suoi conti. Il movimento aveva radici cos\u00ec solide che, nonostante il trauma iniziale, esso prosegu\u00ec la lotta guidata, fino a quel momento, da Zapata. Non accadde quel che era accaduto nel Nord, dove la sconfitta di Pancho Villa aveva segnato anche la fine del processo rivoluzionario.<\/p>\n<p>Ma per i poveri <em>campesinos<\/em>, Zapata non era morto.<\/p>\n<p>Chi diceva che si fosse messo in salvo con una delle sue acrobatiche fughe, chi si diceva sicuro d&#8217;averlo visto per le campagne, in sella ad un magnifico cavallo. Zapata, sostenevano tutti i contadini della regione, era troppo furbo per cadere cos\u00ec in una trappola. Certamente si era messo in salvo sulle montagne, e presto sarebbe tornato, rimettendosi alla testa dei suoi.<\/p>\n<p>Ma anche quando, poco a poco, la verit\u00e0 si fece strada e la notizia della sua morte divenne certezza, i contadini del Morelos e degli altri Stati meridionali non cessarono per questo di credere e di lottare per affermare i loro ideali di terra e libert\u00e0, gli ideali fissati nel Plan de Ayala. Ad essi Zapata, morendo, aveva fatto l&#8217;estremo dono: quello di trasformarsi in un simbolo di vittoria, in una bandiera di speranza per tutti loro.<\/p>\n<p>Nel marzo 1919, poco prima di morire, Zapata &#8211; che aveva rifiutato una <em>hacienda<\/em> e una somma di denaro, offertegli da Carranza in cambio della cessazione della lotta -, aveva indirizzato a quest&#8217;ultimo una lettera aperta, in cui, fra l&#8217;altro, scriveva (citata in Gianfranco Dellacasa, <em>Il Messico tra rivoluzione ed oppressione<\/em>, Milano, Marzorati Editore, 1976, pp. 162-163):<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) voi avete tradito la riforma agraria; avete preso delle<\/em> haciendas <em>per darne la propriet\u00e0 o la rendita ai vostri generali preferiti&#8230; le speranze del popolo sono state derise&#8230; gli eijdos non sono tornati al paese, le terre non sono state distribuite ai lavoratori, ai poveri contadini e a quelli che sono veramente in miseria&#8230;&quot;.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi non ricorda l&#8217;ultima, drammatica sequenza del film, girato nel 1952, Viva Zapata!, girato nel 1952 dal regista americano Elia Kazan e interpretato da un giovane<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[92],"class_list":["post-24928","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24928","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24928"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24928\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24928"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24928"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24928"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}