{"id":24927,"date":"2022-04-04T06:10:00","date_gmt":"2022-04-04T06:10:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/04\/emil-cioran-o-il-triste-tristo-orgoglio-della-catastrofe\/"},"modified":"2022-04-04T06:10:00","modified_gmt":"2022-04-04T06:10:00","slug":"emil-cioran-o-il-triste-tristo-orgoglio-della-catastrofe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/04\/04\/emil-cioran-o-il-triste-tristo-orgoglio-della-catastrofe\/","title":{"rendered":"Emil Cioran o il triste\/tristo orgoglio della catastrofe"},"content":{"rendered":"<p>Emil Cioran: un maestro o uno dei tanti intellettuali confusi del XX secolo? Qual \u00e8 la sua lezione? Che cosa ha da insegnare agli uomini d&#8217;oggi e all&#8217;uomo di sempre? Perch\u00e9 questo si domanda, da che mondo \u00e8 mondo, a un vero maestro: che indichi la strada; che sappia mostrare agli uomini stanchi e disorientati la giusta direzione da seguire, e soprattutto una meta verso la quale valga la pena di avanzare. Ci eravamo gi\u00e0 confrontati pi\u00f9 volte con questo saggista e aforista che passa per un acuto filosofo (vedi i nostri articoli: <em>Santit\u00e0 e rifiuto di procreare nella riflessione tendenziosa di E. M. Cioran<\/em>, sul sito di Arianna Editrice il 10\/04\/13 e su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 12\/01\/18; <em>L&#8217;odissea del rancore, per Cioran, \u00e8 l&#8217;inferno della storia chiusa in se stessa<\/em>, rispettivamente l&#8217;11\/07\/08 e il 17\/11\/17; e <em>Il male oscuro della modernit\u00e0 \u00e8 la tentazione di non esistere<\/em>, il 10\/01\/10 e il 12\/08\/17).<\/p>\n<p>Recentemente un saggio capitatoci fra le mani, bench\u00e9 non recentissimo, ci ha offerto &#8212; sia pure involontariamente, stando alla palese intenzione dell&#8217;autore &#8212; la giusta chiave di lettura per sistemare in maniera ordinata e coerente le precedenti osservazioni. Ricche di spunti di riflessioni, anche se nella prospettiva di un&#8217;ammirazione acritica nei confronti di Cioran, ci sono parse infatti le pagine scritte da Antonio Castronuovo in <em>Ritratti critici di contemporanei. Emil Michel Cioran<\/em> (su: <em>Belfagor. Rassegna di varia umanit\u00e0<\/em>, Firenze, Casa Editrice Leo S. Olschki, n. del 30 settembre 2002, pp. 570-572):<\/p>\n<p><em>Incomprensibile \u00e8 Cioran senza abbracciare in un comune sguardo il pensiero e l&#8217;insonnia. Sullo stato di malattia egli nutre un&#8217;idea decisiva: che solo l&#8217;esperienza della sventura conferisce spessore all&#8217;esistenza, e che dunque la persona sana delude sempre. Un&#8217;idea in certo modo confermata da un assunto di natura fisiologica: \u00abChe cos&#8217;\u00e8 il dolore? Un sensazione che non vuole cancellarsi, una sensazione AMBIZIOSA\u00bb (&quot;squartamento&quot;, 93); e da uno di natura ontologica: \u00abNon \u00e8 Dio, \u00e8 il Dolore a godere dei vantaggi dell&#8217;ubiquit\u00e0\u00bb (&quot;Sillogismo del amarezza&quot;, 82). Dove appunto il dolore \u00e8 trattato con una maiuscola, perch\u00e9 fiutato come forza generativa: ogni uomo ha un punto debole, e da quello soprattutto trae le residue energie Sappiamo che Cioran soffriva sin dalla giovane et\u00e0 di una forma ribelle di insonnia: l&#8217;esistenza gli aveva fatto dono di un disturbo che lo accompagn\u00f2 gentilmente fino alla morte. E ben pi\u00f9 che energie residue, dall&#8217;insonnia egli trasse un mondo di smisurata irruenza: si trasfigur\u00f2, grazie alla malattia, in una creatura i cui attribuiti difficilmente si potrebbero elencare meglio di quanto fa lui stesso: \u00abUna idolatria del dubbio, un dubitatore in ebollizione, un dubitatore in &quot;trance&quot;, un fanatico senza culto, un eroe dell&#8217;ondeggiamento\u00bb (&quot;Squartamento&quot;, 96).<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;esperienza della malattia fu qualcosa di immane: \u00abPrima di conoscere l&#8217;insonnia ero una persona quasi normale. Per me \u00e8 stata una rivelazione&#8230; Quando ho perduto il sonno mi sono reso conto di come esso sia una cosa straordinaria. Perch\u00e9 la vita \u00e8 sopportabile solo grazie al sonno. Ogni mattina inizi una nuova avventura o la stessa avventura, ma con un&#8217;interruzione. L&#8217;insonnia \u00e8 una rivelazione straordinaria perch\u00e9 sopprime l&#8217;incoscienza. Passi ventiquattro ore al giorno in uno stato di lucidit\u00e0, cosa che eccede la capacit\u00e0 di sopportazione dell&#8217;essere umano [&#8230;]. Ora, questo esige sia un sacrificio sia una forza aggressiva, perch\u00e9 sei in conflitto con tutto il mondo, con tutto il mondo che dorme. E non puoi pi\u00f9 considerarti come un uomo, dal momento che gli altri vivono nell&#8217;incoscienza. E da qui l&#8217;orgoglio, l&#8217;orgoglio della catastrofe: non avere il destino degli altri (&quot;Luoghi ritrovati&quot;, 4-5).<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;orgoglio della lotta perduta sul nascere e tutto l&#8217;immenso carico della catastrofe annunciata: ecco ci\u00f2 che l&#8217;insonnia gli don\u00f2; e se un dono pu\u00f2 riempire di s\u00e9 l&#8217;esistenza di un uomo, alla fine non lascia tanto spazio ai tentativi di felicit\u00e0 e fa di lui uno scettico radicale, di quelli in cui il vuoto e il nulla si palpano come fossero creta molle. Soffrire seriamente d&#8217;insonnia equivale all&#8217;obbligo di passare un&#8217;intera giornata di lucidit\u00e0 ininterrotta, e ci\u00f2 si riflette inevitabilmente sulle pagine di Cioran, nelle quali non si trova via di scampo dalla furia. Il doversi inesorabilmente porre di continuo domande \u00e8 infatti un buon modo per conquistare &#8212; dopo quello assoluto di se stessi &#8212; il disprezzo di tutto il resto.<\/em><\/p>\n<p><em>Furia e lucidit\u00e0: da cosa possono scaturire in una prosa questi caratteri se non da una personale &quot;epopea dell&#8217;insonne&quot;? Insonnia equivale a perenne coscienza, a veglia senza fine, nella quale le cose scorrono come sul filo di un rasoio e inevitabilmente si dissanguano. \u00c8 imbarazzante notare che in Cioran \u00e8 una precisa patologia a condurre alla massima lucidit\u00e0, e &#8212; una volta intriso di cultura francese &#8212; come egli abbia coltivato l&#8217;illuminazione nel suo pertinente significato: qualcosa che rischiara la mente e nel contempo la devasta, proprio come per i Lumi di settecentesca memoria, idonei a scatenare sogni e malumori. Le sue preferenze sono dichiarate: l&#8217;et\u00e0 delle caverne e il secolo dei Lumi, la prima sfociata nella storia e il secondo nella ghigliottina. La lucidit\u00e0 donata dall&#8217;insonnia \u00e8 solo il primo gradino di una serie ascendente, che sale all&#8217;ironia, allo scetticismo e infine all&#8217;anatema: ecco a cosa pu\u00f2 giungere una condizione di chiarezza. Come anche pu\u00f2 giungere a far emergere una contraddizione insanabile: sebbene l&#8217;opera di Cioran sia una frenetica requisitoria contro la forma della civilt\u00e0 di quella forma egli accoglie l&#8217;irrimediabilit\u00e0: \u00e8 inevitabile che l&#8217;uomo &#8212; lucidamente &#8211; convenga sulla bassezza sua e del mondo in cui vive.<\/em>_3C/p>\n<p><em>Ora, se in assoluto non \u00e8 imputabile a un uomo la colpa di non amare il mondo cos\u00ec com&#8217;\u00e8, a Cioran lo \u00e8 ancor meno, data la necessit\u00e0 di contemplarlo sotto il punto di vista della persona che soffre. Chi a suo modo \u00e8 fisicamente limitato ha infatti un vantaggio rispetto a chi \u00e8 sano: possiede un diritto di ascolto. E il modello dell&#8217;umanesimo di Cioran &#8211; nutrire una repulsione ed esprimerla &#8212; diventa cos\u00ec qualcosa di tetragono. Non basta: nella lucidit\u00e0 dell&#8217;insonne \u00e8 implicita l&#8217;inutilit\u00e0 di guarire, per cui Cioran applica un&#8217;arte della diagnosi pi\u00f9 che della terapia. Ma l&#8217;insonnia fa ancor di pi\u00f9 ed egli, nell&#8217;eccesso di coscienza, giunge ad affermare che anche la condizione di essere nati \u00e8 revocabile in dubbio. L&#8217;insonnia gli dona la qualit\u00e0 di rilevare il nulla, e di accorgersi che \u00e8 nulla anche la coscienza del nulla. E se ci\u00f2 \u00e8 vero, allora nemmeno vale la pena che qualcosa sia pensato: Cioran \u00e8 nel vicolo cieco di dover per forza vedere il nulla, averne coscienza e moltiplicarne in questo modo l&#8217;evidenza.<\/em><\/p>\n<p><em>Ancora qualcosa deriva dalla pratica della lucidit\u00e0: il rovesciamento della diffusa idea che la follia contenga un sapere arcano. Cioran dimostra invece che a dare la vera vertigine \u00e8 la massima lucidit\u00e0, la pratica costante dell&#8217;attenzione, l&#8217;assenza di follia, la chiarezza dello sguardo. Tutto questo solamente se al fondo c&#8217;\u00e8 l&#8217;ironia, la costante disgregazione dei dogmi, della loro apologia, la dimostrazione della loro inconsistenza mediante una parola negativa che ne sveli la fragilit\u00e0. L&#8217;enfasi si allontana dalla frase di Cioran quando se ne coglie la sottostante ironia, grazie alla quale viene svelato anche un altro timbro: la certezza che dalle sue pagine non ci si salva, che bisogna entrarvi con la duplice disposizione del discepolo che desidera apprendere e di colui che sa di uscirne contuso.<\/em><\/p>\n<p>Questo brano di prosa ci \u00e8 parso utilissimo per penetrare nel mondo di Cioran con la giusta chiave di lettura, a condizione che si capovolga la prospettiva e si considerino le cose dal punto di vista diametralmente opposto a quello adottato da Castronuovo, il quale evidentemente considera Cioran un maestro, di pi\u00f9, un vate il cui merito superlativo consiste nell&#8217;aver gettato uno sguardo lucido e disincantato sul nulla della condizione umana. Il che \u00e8 tipico della prospettiva gnostica, per la quale il mondo \u00e8 cattivo, e delle sue inevitabili conclusioni nichiliste: meglio sarebbe non esser mai nati (Leopardi e Schopenhauer), ma, posto che ci si trovi in mezzo, meglio affidarsi a una guida che ce ne mostri tutta la vacuit\u00e0, distruggendo ogni residua illusione. Ma &#8212; questa \u00e8 la domanda che importa &#8211; davvero noi abbiamo bisogno di simili maestri? Davvero l&#8217;uomo contemporaneo, gi\u00e0 confuso, angosciato e disperato, ha bisogno di farsi indicare la strada da codesti rabdomanti del nulla, da codesti acrobati e funamboli dell&#8217;assurdo, come lo \u00e8 anche Jean-Paul Sartre e come lo sono tutti gli esistenzialisti?<\/p>\n<p>Il perfetto compendio del pensiero di Cioran e l&#8217;analisi delle sue motivazioni ci permettono di entrare subito <em>in medias res<\/em>. Si parte da una duplice affermazione, per met\u00e0 vera e per met\u00e0 falsa: <em>solo l&#8217;esperienza della sventura conferisce spessore all&#8217;esistenza, e dunque la persona sana delude sempre.<\/em> Il primo enunciato \u00e8 vero e condivisibile: chi non soffre non ha capito nulla della vita (ma si dovrebbe aggiungere: poich\u00e9 tutti soffrono, il vero discrimine non \u00e8 fra chi soffre e chi non soffre, ma fra chi mediante la sofferenza ha maturato l&#8217;autocoscienza e chi no). Per cui sarebbe pi\u00f9 esatto dire: chi ha capito qualcosa della vita \u00e8 passato attraverso la matura esperienza del soffrire; ma ci\u00f2 non implica che tutti quelli che soffrono ne hanno tratto un valido insegnamento e hanno capito pi\u00f9 cose degli altri. Il secondo enunciato invece \u00e8 decisamente falso: che la persona sana delude sempre. Bisogna vedere cosa s&#8217;intende per &#8216;sano&#8217; e cosa s&#8217;intende per &#8216;delusione&#8217;. Abbiamo l&#8217;impressione che Cioran, da cattivo filosofo, tenda effettivamente a far confusione fra salute (fisica) e sanit\u00e0 (mentale e spirituale). La persona sana, nel senso di esser capace di vivere nella giusta relazione con se stessa, con il prossimo e con Dio, non delude affatto, anzi incontrarla \u00e8, per gli altri, una benedizione. Qui c&#8217;\u00e8 un residuo del mito romantico del grande infelice come grande iniziato al mistero del reale. La persona malata, che non sa uscire dalla propria malattia n\u00e9 sa trovare un equilibrio a dispetto, o appunto grazie, alla sofferenza, cosa che evidentemente non \u00e8 la stessa cosa di &#8216;malattia&#8217;, non \u00e8 una persona che ha capito pi\u00f9 cose degli altri e che pertanto pu\u00f2 insegnare un sapere superiore: \u00e8 un poveraccio che non ha saputo neppure servirsi della propria esperienza per innalzarsi al di sopra della sofferenza\/malattia e almeno sforzarsi d&#8217;intravedere il cielo azzurro che si spalanca al di sopra delle nuvole basse. La malattia \u00e8 l&#8217;equivalente di un cielo chiuso, basso e nuvoloso: il passare attraverso di essa e vincere la sfida che ci pone \u00e8 l&#8217;equivalente d&#8217;innalzarsi sopra le nubi e scorgere il sole.<\/p>\n<p>\u00c8 un movimento che perfino Nietzsche, con tutti suoi pregiudizi illuministi e antimetafisici, ha saputo vedere ben chiaro; ragion per cui Nietzsche s\u00ec, se usato con intelligenza, \u00e8 un maestro che ha molto da insegnare, anche al di l\u00e0 di quelle che sono le sue intenzioni; mentre Cioran non si eleva d&#8217;un millimetro al i sopra dell&#8217;umanit\u00e0 comune, che giace al fondo della propria malattia e recita l&#8217;eterna parte del malato incurabile e inconsolabile. S\u00ec, c&#8217;\u00e8 molta enfasi, molto melodramma e molto vittimismo nell&#8217;atteggiamento di Cioran; \u00e8 come se dicesse: vedete? Io che ho molto sofferto, e soffro costantemente, ho imparato; e ora voi mi dovete ascoltare. Proprio cos\u00ec: mi dovete ascoltare. E dice benissimo Castronuovo, allorch\u00e9 scrive testualmente: <em>Chi a suo modo \u00e8 fisicamente limitato ha infatti un vantaggio rispetto a chi \u00e8 sano: possiede un diritto di ascolto.<\/em> Chiaro, no? Chi soffre, ha diritto a una tribuna privilegiata, e gli altri devono considerarsi suoi devoti e fortunatissimi discepoli: cosa sarebbero mai, senza di lui? Ci\u00f2 ricorda qualcosa: ricorda chi, nella storia, rivendica una posizione privilegiata, uno speciale diritto di tribuna, in virt\u00f9 del fatto che lui stesso, o i suoi genitori, o i suoi avi, o il suo gruppo, o i suoi correligionari, hanno sofferto. Gli altri, le persone comuni, sono colpevoli: quanto meno di non aver sofferto in egual misura, e forse di qualcosa di ancor peggiore: di essere arcanamente responsabili della sofferenza delle vittime, se non altro per la loro indifferenza (vera o presunta) verso di essa. Ed ecco il perfetto rovesciamento del normale stato di cose: il sofferente, carico di rancore verso il mondo, pretende un posto sul pulpito dal quale ammaestrare l&#8217;umanit\u00e0; i sani, invece, vile plebe inconsapevole, se non glielo riconoscono senz&#8217;altro e non si prostrano dinanzi alle sue &#8216;verit\u00e0&#8217;, sono degl&#8217;ingrati, degl&#8217;imbecilli e, forse, dei colpevoli veri e propri.<\/p>\n<p>Da dove viene fuori il rancore? Dalla delusione verso la vita. Lo gnostico \u00e8 un sognatore che \u00e8 rimasto deluso dalla realt\u00e0; il nichilista \u00e8 un rancoroso che prende il fucile per fare giustizia di chi gli ha sottratto i suoi bellissimi sogni. Non ha capito che i sogni pi\u00f9 belli sono quelli che vivono per sempre, che ci accompagnano fino alla tomba e che nessuna forza al mondo ci potr\u00e0 mai strappare, se noi non vi acconsentiamo. <em>Furia e lucidit\u00e0: da cosa possono scaturire in una prosa questi caratteri se non da una personale &quot;epopea dell&#8217;insonne&quot;?<\/em>, si chiede il nostro. Se non che la furia non \u00e8 il marchio del genio che ha compreso tutto, ma il segno dell&#8217;uomo debole che ha imparato solamente a odiare la realt\u00e0 che non gli piace; e quanto all&#8217;epopea dell&#8217;insonne, non \u00e8 una definizione un po&#8217; ridicola? Va bene che da Cervantes in poi siamo abituati a vedere l&#8217;eroe moderno come una figura ridicola: e Dostoevskij aveva colto benissimo questo aspetto della modernit\u00e0 (si veda <em>L&#8217;idiota<\/em> in particolare, ma anche <em>Il sogno di un uomo ridicolo<\/em>; e si vedano molti personaggi di Gogol&#8217;). E tuttavia, c&#8217;\u00e8 pure un limite a tutto: in cosa consisterebbe l&#8217;epos dell&#8217;insonne? Nel fatto di non riuscire a dormire? San Paolo, afflitto da un malanno fisico imprecisato, ma di certo non meno grave, si \u00e8 tenuto la sua spina nella carne e ne ha fatto un trampolino verso le altezze, verso Dio: vedi la <em>Seconda lettera ai<\/em> <em>Corinzi<\/em>, 7-10):<\/p>\n<p>7 <em>Perch\u00e9 non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi \u00e8 stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perch\u00e9 io non vada in superbia. 8 A causa di questo per ben tre volte ho pregato il Signore che l&#8217;allontanasse da me. 9 Ed egli mi ha detto: \u00abTi basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza\u00bb. Mi vanter\u00f2 quindi ben volentieri delle mie debolezze, perch\u00e9 dimori in me la potenza di Cristo. 10 Perci\u00f2 mi compiaccio nelle mie infermit\u00e0, negli oltraggi, nelle necessit\u00e0, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: quando sono debole, \u00e8 allora che sono forte.<\/em><\/p>\n<p>Ma san Paolo appartiene alla razza dei giganti, Cioran alla razza dei nani: uomini piccoli che scambiano i loro casi particolari per il centro dell&#8217;universo e che giudicano che l&#8217;essere fa schifo perch\u00e9 la loro vita li ha delusi. Come Leopardi, come Schopenhauer, come tanti personaggi di Pirandello, di Svevo, di Kafka, di Becket, eccetera.<\/p>\n<p>Ma il passaggio veramente decisivo nella psicologia (o nella pseudo epopea) dell&#8217;insonne \u00e8 quello evidenziato da Cioran in prima persona: <em>Ora, questo esige sia un sacrificio sia una forza aggressiva, perch\u00e9 sei in conflitto con tutto il mondo, con tutto il mondo che dorme. E non puoi pi\u00f9 considerarti come un uomo, dal momento che gli altri vivono nell&#8217;incoscienza. E da qui l&#8217;orgoglio, l&#8217;orgoglio della catastrofe: non avere il destino degli altri.<\/em> Ma perch\u00e9 mai l&#8217;insonnia dovrebbe esigere, di per s\u00e9, un sacrificio? Come tutte le sofferenze, non esige un bel nulla: offre la possibilit\u00e0, a colui che la patisce, di maledirla o di servirsene come di una scala per salire verso il cielo, per trascendere se stesso, per giungere a un&#8217;autentica empatia con il prossimo. E invece che uso ne fa Cioran? La morale che egli trae dalla sofferenza \u00e8 che il sofferente non pu\u00f2 non essere in confitto con tutto il mondo, &quot;colpevole&quot;, quest&#8217;ultimo, di dormire la notte, e dunque di non soffrire quanto lui. Qui l&#8217;autoreferenzialit\u00e0 tocca il vertice sublime del radicale solipsismo: <em>soffro dunque sono, e il mondo si deve inginocchiare davanti a me.<\/em> Esito sconcertante, ma in fondo logico e consequenziale, del soggettivismo cartesiano: se la realt\u00e0 \u00e8 ordinata a partire dalla mia mente, dalla mia mente che dubita e che soffre nelle angustie del dubbio, allora \u00e8 logico e necessario che si arrivi ad una tale conclusione. Chi \u00e8 infatti Cioran, secondo la sua stessa definizione? Un idolatra del dubbio; <em>un dubitatore in ebollizione, un dubitatore in &quot;trance&quot;, un fanatico senza culto, un eroe dell&#8217;ondeggiamento.<\/em> Un eroe dell&#8217;ondeggiamento? Via, basta coi paradossi e i giochi di parole: colui che ondeggia sempre \u00e8 un ubriaco, non un eroe. Riportiamo il discorso coi piedi per terra e restituiamo alle cose le loro giuste proporzioni. E finiamola con la retorica della sofferenza che dona automaticamente lucidit\u00e0 e una vista pi\u00f9 acuta sul reale. Tutto dipende dalla prospettiva da cui ci si pone. Se la prospettiva \u00e8 quella del mondo moderno, cio\u00e8 di un mondo pazzo e malato, allora non c&#8217;\u00e8 dubbio che quelli come Cioran sono dei preziosi maestri. Ma se la prospettiva \u00e8 quella della salute, o per meglio dire della sanit\u00e0, vista come la condizione cui l&#8217;uomo tende naturalmente e che egli pu\u00f2 raggiungere, a meno che non vi siano in lui dei vizi organici del corpo o degli errori reiterati della ragione, la cosa \u00e8 diversa. L&#8217;uomo \u00e8 fatto per la verit\u00e0 e per la felicit\u00e0, non per il caos e l&#8217;impotenza. \u00c8 fatto per un fine, e ci\u00f2 gli viene indicato dalla sana ragione naturale: purch\u00e9 sia disposto ad apprendere qualcosa dall&#8217;esperienza e non la usi per affinare armi inutili e nocive a lui stesso, dichiarando che tutto \u00e8 assurdo, inutile e doloroso. Cioran non \u00e8 un caso filosofico, ma patologico: uno dei tanti. La cattiva influenza dell&#8217;illuminismo francese, col mito di una bont\u00e0 e di una felicit\u00e0 originarie, cui l&#8217;uomo ha &#8216;diritto&#8217;, ha fatto il resto. Non lo seguite: vi porter\u00e0 fuori strada.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Emil Cioran: un maestro o uno dei tanti intellettuali confusi del XX secolo? Qual \u00e8 la sua lezione? 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