{"id":24907,"date":"2011-02-14T07:29:00","date_gmt":"2011-02-14T07:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/02\/14\/elegia-del-vecchio-bar-di-quartiere-luogo-di-socialita-e-di-profonda-umanita\/"},"modified":"2011-02-14T07:29:00","modified_gmt":"2011-02-14T07:29:00","slug":"elegia-del-vecchio-bar-di-quartiere-luogo-di-socialita-e-di-profonda-umanita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2011\/02\/14\/elegia-del-vecchio-bar-di-quartiere-luogo-di-socialita-e-di-profonda-umanita\/","title":{"rendered":"Elegia del vecchio bar di quartiere, luogo di socialit\u00e0 e di profonda umanit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Sono scomparse, nel giro di una generazione, le drogherie: gettate dalla modernit\u00e0 nel gran deposito delle cose inutili.<\/p>\n<p>Sono scomparse gran parte delle osterie dei piccoli paesi e dei quartieri cittadini; gran parte delle mercerie di paese e di periferia (in centro erano sempre state rare); scomparse gran parte delle botteghe di alimentari a carattere familiare; scomparsi gran parte dei barbieri gestititi da uomini, travolti dalla concorrenza delle acconciatrici per entrambi i sessi; chiuso bottega, la maggior parte dei calzolai.<\/p>\n<p>Molte, tantissime trattorie e ristorantini popolari sono spariti, sotto la spietata concorrenza di pizzerie, spaghetterie, paninoteche e MacDonald&#8217;s; i bazar di paese i cui si trovava un po&#8217; di tutto, dai bottoni alle calze, dai quaderni alla schiuma da barba, sono quasi ovunque un ricordo dei tempi che furono.<\/p>\n<p>In breve, il piccolo commercio \u00e8 ormai quasi relegato nell&#8217;album dei ricordi e i luoghi deputati alla socialit\u00e0 si riducono settimana dopo settimana, giorno dopo giorno, sostituiti, si fa per dire, dagli ipermercati, dai centri commerciali, tutti luoghi rumorosi, affollatissimi, standardizzati, alienanti e sommamente squallidi, ove regnano come sovrane incontrastate l&#8217;impersonalit\u00e0 pi\u00f9 rigorosa e la volgarit\u00e0 consumista.<\/p>\n<p>Che ne \u00e8 delle vecchie osterie con le sedie impagliate ed i banchi di legno dalla superficie rigata e quasi consumata dalle innumerevoli partite a carte; con le pareti fumose cariche di bottiglie e con il cortile interno ombreggiato da una pergola di vite, ove sedere al fresco nei lunghi pomeriggi d&#8217;estate, e con l&#8217;apposito spazio per il gioco delle bocce?<\/p>\n<p>Non erano locali riservati ai pensionati e agli uomini di una certa et\u00e0; li frequentavano anche i giovanotti e anche le donne, senza destare il bench\u00e9 minimo imbarazzo (almeno nel Friuli di una volta); e, cosa ancora pi\u00f9 interessante, i bambini, che vi trovavano almeno due o tre cose di loro gradimento: la spumiglia per levarsi la sete, il mandorlato conservato nelle bocce di vetro, i deliziosi lecca-lecca di colore rosso-giallo, larghi e buonissimi.<\/p>\n<p>Non era infrequente che i nonni si recassero all&#8217;osteria portandosi dietro i nipotini: gli uni a bere il &quot;taglietto&quot; di rosso o di bianco (in veneto, l&#8217;&quot;ombretta&quot;), gli altri a sgranocchiare il mandorlato o a gustare il lecca-lecca. I bambini, magari, trovavano un angolo per giocare con le biglie di vetro, coloratissime, stupende, ch&#8217;era un piacere gi\u00e0 solo stare ad ammirarne le caleidoscopiche sfaccettature.<\/p>\n<p>Oppure trovavano da guardare e completare l&#8217;inseparabile album delle figurine, specie nelle osterie dove si vendevano anche i giornali (e, quindi, pure le bustine con le figurine da collezione). Cos\u00ec imparavano, piacevolmente fantasticando, un bel po&#8217; di storia, di geografia, di scienze naturali e cento altre cose. Certo era sempre meglio dell&#8217;asilo, dove oggi tormentano le povere creature con l&#8217;inglese e l&#8217;informatica, sin dai pi\u00f9 verdi anni.<\/p>\n<p>I bar resistono ancora, anche se non sempre e anche se non brillantemente; ma i bar, per definizione, appartengono gi\u00e0 ad un altro universo sociale e concettuale; non sono locai tradizionali, ma all&#8217;americana, arredati in modo pi\u00f9 o meno uniforme, moderno e funzionale: luoghi per una rapida bevuta e due chiacchiere veloci e poi subito via, di corsa, in ufficio o al negozio, al massimo un tramezzino con le uova o qualche oliva trangugiata in fretta.<\/p>\n<p>Il vocabolario dice che il bar \u00e8 un locale pubblico dove si consumano bevande, sia alcoliche che analcoliche, e dove si pu\u00f2 fare uno spuntino; e informa che l&#8217;etimologia deriva, probabilmente, dalla contrazione della parola inglese &quot;barrier&quot;: perch\u00e9, nei Paesi anglofoni, l&#8217;angolino riservato alla vendita degli alcolici era separato dal resto del locale, appunto per mezzo di una sbarra, una sorta di barriera simbolica.<\/p>\n<p>Una volta erano anche sede di posti telefonici pubblici: chi non \u00e8 troppo giovane ricorda ancora le grandi cabine insonorizzate, dalle pareti interne imbottite e dai grandi apparecchi telefonici a gettone, che parevano monumentali residui di un&#8217;altra epoca, con qualcosa di vagamente esotico, che faceva venire in mente, chiss\u00e0 perch\u00e9, un transatlantico sul punto di salpare.<\/p>\n<p>Nelle osterie e nei bar che non avevano la cabina, invece, bisognava gridare per farsi sentire all&#8217;altro capo del filo, tentando vanamente di sovrastare le voci ed i rumori del locale; quanto a sentire le parole dell&#8217;invisibile interlocutore, poi, quella era un&#8217;impresa veramente disperata, anche tendendo gli orecchi al massimo della loro facolt\u00e0 uditiva.<\/p>\n<p>Presso l&#8217;apparecchio, in genere situato in prossimit\u00e0 dei servizi igienici o di qualche sottoscala, si accumulavano poi su un tavolino gli squadernati volumi delle guide telefoniche, a formare una pila imponente, spesso precariamente in equilibrio, unta e bisunta per il continuo sfogliare e risfogliare delle pagine, alla ricerca dei numeri desiderati.<\/p>\n<p>Fino a non pi\u00f9 di una quarantina d&#8217;anni fa, i telefoni privati erano ancora relativamente pochi, per cui erano numerosi gli avventori che entravano al bar per acquistare una manciata di gettoni e farsi, di quella strada, due o tre bicchierini di quello buono; e, anche da quel punto di vista, si trattava di un momento di socialit\u00e0.<\/p>\n<p>Oggi il telefonino cellulare ce l&#8217;hanno proprio tutti, anche i bambini (anzi soprattutto loro), e perfino le cabine sulla pubblica via sono quasi sparite dal paesaggio urbano; perci\u00f2 non sono molti i bar che offrono ancora questo servizio.<\/p>\n<p>Un altro momento di socialit\u00e0 era dato dal televisore, piazzato in alto, su qualche mensola in posizione eminente, che, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta, fungeva quasi da piccolo cinema familiare: era l\u00ec che si seguiva la partita di calcio, ma anche il variet\u00e0 del sabato sera, i giochi a quiz e i film in bianco e nero.<\/p>\n<p>Un altro ancora di tali momenti di socialit\u00e0 era dato dal biliardo, presente in molti bar, magari in una stanza a parte o in un seminterrato; e, naturalmente, dal buon vecchio mazzo di carte per giocare a briscola, che era e resta il modo migliore per ammazzare il tempo in compagnia.<\/p>\n<p>La cosa peggiore \u00e8 stata l&#8217;invasione dei giochi elettronici e, da ultimo, delle macchinette per giocare a soldi: da allora \u00e8 finito anche quel po&#8217; di pace che la musica, spesso a volume troppo alto, concedeva ancora ai clienti, per sbaglio, nelle ore meno frequentate. \u00c8 diventata tutta una baraonda, un frastuono incessante, un implacabile clangore metallico.<\/p>\n<p>Impossibile trattenersi a parlare con calma con un amico; meglio andare in strada, se non fa troppo freddo e sempre che il traffico automobilistico conosca almeno qualche attimo di tregua, per non parlare dei martelli pneumatici dei lavori in corso, delle gru de cantieri edili, delle autoambulanze o dei furgoni dei vigili del fuoco che sfrecciano a sirene spiegate.<\/p>\n<p>Peccato, comunque.<\/p>\n<p>Pur nella loro scarsa originalit\u00e0, c&#8217;erano e ci sono ancora dei locali carini, simpatici, caratteristici; se non hanno pi\u00f9 l&#8217;aquila impagliata, le padelle di rame appese al muro o le foto storiche e ingiallite del quartiere di sessant&#8217;anni prima, almeno simulano una dignitosa imitazione dell&#8217;arredamento rustico di un tempo e, resistendo coraggiosamente alle lusinghe dei giochi elettronici, conservano una o due salette in cui si pu\u00f2 sedere tranquilli e parlare un po&#8217; di tutto con gli amici, tra un bicchiere di vino e una sgranocchiata di arachidi salate, senza che il padrone ti guardi storto perch\u00e9 sei rimasto seduto troppo a lungo.<\/p>\n<p>\u00abSplendida, splendida Copenaghen, dolce regina del Nord\u00bb, diceva Kierkegaard della sua amata-odiata &quot;cittaduzza&quot;, mentre ammirava le facciate delle case dai tetti spioventi, stando seduto dietro i vetri dei caff\u00e8, sui tavoli dei quali non disdegnava affatto di mettersi a lavorare, assorto come fosse stato a casa sua. E possiamo immaginarcelo, strana figura di avventore, mezzo dandy e mezzo asceta, mentre riempie i fogli con la sua calligrafia svolazzante, dopo aver scostato con il braccio le tazze ed i bicchieri per fare posto al calamaio.<\/p>\n<p>Chiss\u00e0 se qualche bella cameriera gli avr\u00e0 fatto alzare la testa dalle pagine, interrompendo per qualche istante, con la penna a mezz&#8217;aria carica d&#8217;inchiostro, la stesura di un pensiero, di un aforisma, di una parabola morale.<\/p>\n<p>Civilt\u00e0 delle osterie, dei caff\u00e8, dei bar di quartiere: civilt\u00e0 del saper vivere la vita, del saper comunicare con il prossimo, del saper essere anche soli in mezzo a tutti gli altri: questa \u00e8 davvero una forma nobilmente raffinata di stare al mondo.<\/p>\n<p>Di solito si dice, fra intellettuali, con una punta di disprezzo: \u00abQuello \u00e8 un tipo da bar\u00bb, per indicare qualcuno che non combina mai nulla di buono, un perdigiorno, un fannullone dalla punta del naso di un colore rosso alquanto sospetto.<\/p>\n<p>Gi\u00e0, gli intellettuali hanno sempre la puzza sotto il naso: non amano i bar, non li frequentano per niente; semmai le pasticcerie, dove si accosta la tazzina a fior di labbra, tenendo il mignolo alzato come la vela tesa di uno yacht.<\/p>\n<p>Ma, pi\u00f9 spesso, amano i locali privati, i club riservati, i Rotary e i ristoranti a cinque stelle: nei quali si parlano addosso fra di loro, magari sentenziando a nome del &quot;popolo&quot;, di quel che sarebbe bene per il popolo, di quel che si dovrebbe fare per il popolo&#8230; proprio loro, che non hanno mai preso l&#8217;autobus in vita loro, che non si sono mai destreggiati in bicicletta in mezzo al traffico cittadino; che si vergognano a parlare in dialetto nei luoghi pubblici; oppure, il che \u00e8 lo stesso, che lo fanno con la massima ostentazione, per far vedere a tutti che anche loro, come i comuni mortali, sono &quot;figli del popolo&quot;, insomma che sanno meglio di chiunque altro quel che ci vuole per mandare avanti la baracca.<\/p>\n<p>Poveri noi, che il Cielo ce la mandi buona quando gli intellettuali si prendono a cuore i destini della Patria.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 da aspettarsi qualunque sproposito, da queste zitelle inacidite che credono di sapere tutto e di aver capito tutto, e che non si trattengono dal sentenziare e sproloquiare sull&#8217;universo mondo, dall&#8217;alto della loro infinta e inarrivabile saggezza&#8230;<\/p>\n<p>Meglio, piuttosto, gli sproloqui da bar, da parte dei clienti gi\u00e0 un po&#8217; alticci, nell&#8217;ora ormai prossima alla chiusura, quando fin troppi viaggi hanno gi\u00e0 fatto i bicchieri dal bancone ai tavolini, e da questi alle bocche dalla lingua un tantino incespicante.<\/p>\n<p>Sono pi\u00f9 onesti, loro: non pretendono di essere pi\u00f9 di quel che sono.<\/p>\n<p>Anch&#8217;essi straparlano e sproloquiano parecchio; ma, almeno, non si credono di essere altrettanti salvatori della patria; n\u00e9 vanno fieri di una laurea risicata chiss\u00e0 come e chiss\u00e0 quando: a loro, \u00e8 solo il vino che finisce per dare alla testa, e non la sciocca presunzione dei libri che hanno letto e, sovente, assai mal digerito.<\/p>\n<p>No, il vecchio bar di quartiere non fa per loro; per fortuna.<\/p>\n<p>Se proprio si degnano di andare al bar, vanno in quelli del centro, quelli per fighetti, a sfoggiare la giacca all&#8217;ultima moda che fa tanto intellettuale &quot;esistenzialista&quot; del Quartiere Latino (magari fuori tempo massimo) o il taglio dei capelli cotonati, che sembrano quelli di un&#8217;attrice hollywoodiana.<\/p>\n<p>Si sta meglio, al bar, senza di loro: si respira aria pi\u00f9 pulita.<\/p>\n<p>Almeno, per infilzare banalit\u00e0 e stupidaggini a ripetizione, non c&#8217;\u00e8 bisogno di una laurea o di un master negli Stati Uniti: bastano e avanzano quattro pensionati, come dice Fabrizio De Andr\u00e9 nella memorabile canzone \u00abLa citt\u00e0 vecchia\u00bb, mezzo avvelenati, gonfi di vino, a stratracannare, a stramaledire le donne, il tempo ed il governo.<\/p>\n<p>Caro, vecchio bar di quartiere.<\/p>\n<p>Ci veniva anche la povera Alice, sempre pi\u00f9 miope, sempre pi\u00f9 curva, con le mani sempre pi\u00f9 rosse e screpolate dal lavoro: ci veniva a bere il suo bicchier di vino, ad affogare i dispiaceri di una nuora che la maltrattava, dopo una giornata passata a lavar piatti in qualche pizzeria o in qualche ristorantino a prezzo fisso, per portare quattro soldi al figlio e non dover dipendere dalla sua carit\u00e0 pelosa.<\/p>\n<p>Si soffiava il naso, con gli occhi lucidi di un pianto trattenuto; e, mandando gi\u00f9 un altro bicchiere, per un momento, dietro quelle lenti spesse come fondi di bottiglia, il suo viso stanco si apriva in un dolcissimo sorriso; e, forse, si sentiva, se non proprio felice, almeno un poco in pace con il mondo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono scomparse, nel giro di una generazione, le drogherie: gettate dalla modernit\u00e0 nel gran deposito delle cose inutili. 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