{"id":24875,"date":"2022-12-04T03:31:00","date_gmt":"2022-12-04T03:31:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/12\/04\/ecco-perche-la-luce-diviene-lanima-dellarte-cristiana\/"},"modified":"2022-12-04T03:31:00","modified_gmt":"2022-12-04T03:31:00","slug":"ecco-perche-la-luce-diviene-lanima-dellarte-cristiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/12\/04\/ecco-perche-la-luce-diviene-lanima-dellarte-cristiana\/","title":{"rendered":"Ecco perch\u00e9 la luce diviene l&#8217;anima dell&#8217;arte cristiana"},"content":{"rendered":"<p>Ogni civilt\u00e0 possiede ed esprime una propria idea del bello; non esistono civilt\u00e0 che perseguano scientemente il brutto, l&#8217;orrido, il malato, il disgustoso. Se ci\u00f2 avviene, siamo in presenza di una degenerazione, che ha condotto quella civilt\u00e0 in uno stato di profonda malattia. Agli esseri umani, in tutti i tempi e sotto ogni cielo, si addice la ricerca istintiva del bello, cos\u00ec come si addice l&#8217;inclinazione al vero e al buono. Il bello (e il sorriso che l&#8217;accompagna, come espressione di una gioia interiore), il vero e il bene sono tutte manifestazioni di amore per la vita e attestano lo stato di salute di una societ\u00e0. Una societ\u00e0 che ama le cose belle, che apprezza l&#8217;arte e i poeti, che ascolta la musica e dove la gente canticchia volentieri; una societ\u00e0 che ama i bambini e la famiglia, che sopporta i piccoli inconvenienti della loro presenza talvolta esuberante; che onora e rispetta i vecchi, che li ascolta, che li obbedisce con riverenza, che evita in ogni modo di contristarli nei loro ultimi anni, \u00e8 una societ\u00e0 sana, protesa verso la vita perch\u00e9 ricca di energie vitali che hanno bisogno di esprimersi.<\/p>\n<p>Queste riflessioni, applicate alla cosiddetta arte contemporanea (e naturalmente anche alla musica), ci porterebbero piuttosto lontano, all&#8217;inseguimento di cause sempre pi\u00f9 sfuggenti e con la dura necessit\u00e0 di fare i conti con uno stato di cose profondamente innaturale, che noi sopportiamo da cos\u00ec tanto tempo come se ci fossimo ormai abituati. Se cos\u00ec fosse, ci troveremmo alle prese con una vera e propria mutazione antropologica o, come oggi va di moda esprimersi, ad una forma di transumanesimo in atto. L&#8217;uomo non sarebbe pi\u00f9 quello che abbiamo sempre conosciuto, o creduto di conoscere; sarebbe un estraneo, un intruso che si \u00e8 intrufolato fra di noi, che veste e parla pi\u00f9 o meno come noi, ma che non sogna pi\u00f9, da bambino non desidera giocare, n\u00e9 giocattoli; ma \u00e8 tutto proteso al risultato pratico delle sue azioni: e, quel che \u00e8 peggio, essendo terribilmente efficiente e determinato, nel giro di un paio di generazioni ci butter\u00e0 tutti quanti fuori dal nido, noi che non ci adatteremo, come il cuculo si sbarazza dei passeri non appena diventa abbastanza grosso e robusto per farlo.<\/p>\n<p>Bisogna anche dire che lo slancio universale dell&#8217;anima, e delle civilt\u00e0, verso la bellezza, pu\u00f2 anche assumer forme parziali, artificiose, devianti e ossessive: in altre parole, come tutte le passioni, deve essere vigilato affinch\u00e9 si esprima in maniera ordinata e costruttiva e non divenga esso stesso un fattore di confusione estetica e di corruzione morale. Nel caso della civilt\u00e0 greca classica, per fare un esempio, l&#8217;attrattiva verso la bellezza del corpo fisico, inteso come proporzione di membra giovani e atletiche e dando per scontato che ci\u00f2 rechi impresso il sigillo di un&#8217;eccellenza di tipo anche spirituale, degener\u00f2 per tempo nel culto dell&#8217;efebismo, che tanto peso ebbe poi nel deviare il normale istinto sessuale dell&#8217;uomo in direzioni impreviste, non solo verso il maschio anzich\u00e9 la donna, ma verso il giovanetto impubere, dando luogo a quella particolare forma di esperienza pseudoeducativa chiamata <em>Paideia<\/em> che a stento celava un rapporto di natura tutt&#8217;altro che platonica fra l&#8217;uomo gi\u00e0 fatto e il giovinetto.<\/p>\n<p>Come ha osservato lo storico dell&#8217;arte arteino Barna Occhini (1905-1978), fiera e indipendente figura d&#8217;intellettuale a tutto campo, nella sua opera in tre volumi <em>L&#8217;arte classica e l&#8217;arte italiana<\/em>, Milano, Paravia, vol. 1, <em>Dalle origini a tutto il Trecento<\/em>, p. 41):<\/p>\n<p><em>Il tipo di umanit\u00e0 che predilessero gli artisti del quinto secolo fu una creatura giovine, nel primo fiore della maturit\u00e0, dal corpo intatto e rigoglioso, forte e asciutto, ma senza l&#8217;asprezza dei contorni che \u00e8 nell&#8217;adolescente. Apollo, il dio della giovinezza e della bellezza, fu l&#8217;invisibile archetipo di quell&#8217;epoca. Scacciarono i gobbi, gli storpi, i rachitici, i malati, i neonati, i fanciulli, i vecchi. Ed \u00e8 curioso notare che quando, per la necessit\u00e0 del soggetto, non poterono fare a meno di raffigurare un fanciullo o un cittadino di molta et\u00e0, lo schiavo deformato dalla fatica o l&#8217;uomo del basso popolo, rude e grossolano per non aver mai frequentato la palestra, cancellarono l&#8217;agrore della puerizia, il raggrinzimento senile e ogni deturpazione e bruttezza e volgarit\u00e0, onde riaccostarsi all&#8217;ideale efebico, solo indicando per accenni discreti le discrepanze fisiche e psicologiche. Il medesimo avvenne quando ebbero da raffigurare non Apollo, Ma l&#8217;annoso Zeus, lo zoppo Efesto, il barbuto Poseidon, Dioniso il turbolento. E mascolinizzarono la donna, conferendole una forte complessione e virile compostezza di atti.<\/em><\/p>\n<p><em>La donna comincia ad esser veramente tale sul finire del 400. Nella Nike di Peonio (c.4209, che \u00e8 un originale, e nelle Nike scolpite a bassorilievo sulla balaustra del tempietto di Athena Nike, sull&#8217;Acropoli di Atene (c. 408), magistralmente drappeggiate, la tunica aderisce in pi\u00f9 parti cos\u00ec intimamente, che le forme traspaiono come in nudit\u00e0; e sono come molli, tondeggianti, che fluiscono per via di morbide flessioni in curve dolci. La donna \u00e8 entrata nell&#8217;arte della pienezza della sua femminilit\u00e0 agli onori e ai trionfi dei secoli successivi<\/em>.<\/p>\n<p>Questo, per\u00f2, non prima di tutto il quinto secolo, quando le ragazze erano ancora rappresentate come degli agili ragazzi, con le spalle larghe, le gambe lunghe e i fianchi stretti, e alle quali fossero stati aggiunti sul petto un paio di seni. A tal punto era giunta l&#8217;ossessione greca per la bellezza efebica del corpo umano! Ed \u00e8 logico: per apprezzare e valorizzare al giusto grado la donna nella sua autentica femminilit\u00e0, \u00e8 necessario non solo amarla, ma apprezzarla, considerarla e stimarla, cosa che la societ\u00e0 greca &#8212; la spartana pi\u00f9 di tutte, ma anche l&#8217;ateniese e le altre <em>poleis<\/em> &#8212; era ben lontana dall&#8217;aver raggiunto.<\/p>\n<p>\u00c8 pur vero che se la scultura e la pittura ci danno l&#8217;orientamento estetico pi\u00f9 particolareggiato di una civilt\u00e0 artistica, l&#8217;elemento centrale, che d\u00e0 la nota a tutto il resto, \u00e8 l&#8217;architettura: ed \u00e8 appunto nella smaterializzazione dell&#8217;architettura, nella riduzione dei volumi a masse di luce o chiaroscuro, insomma nel massimo sforzo di purificare il lato fisico della bellezza per sfiorare le altezze inesprimibili dell&#8217;anima soprannaturale, l&#8217;arte paleocristiana si \u00e8 impegnata con la massima coerenza e con perfetta padronanza dei mezzi stilistici e prospettici. Ci\u00f2 appare particolarmente evidente nelle chiese a struttura basilicale, ispirate, a loro volta, alle basiliche civili romane, ma straordinariamente alleggerite, addolcite e trasfigurate dalle linee morbide create dai giochi d&#8217;ombra e di luce, specialmente nella scansione dei volumi e nelle corrispondenze fra l&#8217;ampio respiro della navata centrale, in genere molto pi\u00f9 alta, e quello pi\u00f9 angusto delle due o quattro navate laterali; oltre che dall&#8217;effetto prospettico delle linee di colonne in fuga, che non di rado sono impreziosite, come nell&#8217;esempio forse pi\u00f9 puro di basilica paleocristiana, quello di Santa Sabina sull&#8217;Esquilino, dal riutilizzo di colonne scanalate tratte da templi pagani recentemente abbattuti o chiusi al pubblico (in questo caso, provenienti da un monumento tardo-antico forse mai posto in opera), e inserite con mirabile effetto d&#8217;insieme nel nuovo ambiente religioso. Meraviglioso esempio della capacit\u00e0 d&#8217;innestare il vecchio nel nuovo, facendo dialogare costruttivamente le due civilt\u00e0 (un esperimento che verr\u00e0 ripetuto, con esiti splendidi e duraturi, nel campo delle lettere e in quello della filosofia).<\/p>\n<p>Scrive Giulio Carlo Argan nella sua <em>Storia dell&#8217;arte italiana<\/em> (Firenze, Sansoni, 1977, vol. 1, pp. 192-194):<\/p>\n<p><em>Il fatto saliente, nelle prime basiliche cristiane, \u00e8 il ritorno a una spazialit\u00e0 prospettica e rettilinea, impostata sull&#8217;asse ingresso-altare-abside. Da qualsiasi punto dell&#8217;interno lo sguardo va sempre, in linea retta, all&#8217;altare: soltanto al di l\u00e0 di esso, le linee rette che definiscono lo spazio per esatti piani prospettici si allentano, si flettono, convergono nel chiaroscuro che si gradua sulla curva della conce absidale. Il Vano luminoso della navata si espande per\u00f2 lateralmente, nelle navate minori meno illuminate, e, in alto, nel vuoto ombroso della copertura a tetto, tra le strutture nude delle capriate. Tra la navata mediana e le laterali il rapporto \u00e8, essenzialmente, di volumi e piani luminosi: i fusti delle colonne, al limite tra il grande spazio fortemente illuminato e gli spazi minori meno luminosi, graduano il trapasso e stabiliscono una relazione proporzionale tra i valori di ampiezza e di luce. La decorazione si riduce a pochi, semplici elementi con una loro ragione funzionale e simbolica: i capitelli, le cornici, le transenne che isolano, nello spazio della chiesa, la zona specialmente sacra del PRESBITERIO intorno all&#8217;altare.<\/em><\/p>\n<p><em>Il processo di riduzione della spazialit\u00e0 articolata e avvolgente del tardo-antico alla spazialit\u00e0 per piani giustapposti dell&#8217;architettura paleocristiana appare chiaro nella chiesa di SAN SALVATORE di Spoleto, del IV secolo, e nella basilica romana di SANTA SABINA, del principio del V. In Santa Sabina la luminosit\u00e0 delle pareti nude, la mancanza di membrature aggettanti, la sobriet\u00e0 della decorazione rispondono certamente ad un programma. La chiesa esprime con sobriet\u00e0 e schiettezza la propria funzione: \u00e8 il sito ideale dove all&#8217;armonia spirituale della comunit\u00e0 adunata corrisponde l&#8217;armonia e la chiarezza delle forme che definiscono lo spazio. Le distanze e i volumi non sono pi\u00f9 determinasti dalla capacit\u00e0 portante degli elementi o dal peso delle masse murarie, ma dal loro equilibrio proporzionale, dal corrispondere delle parti a una verit\u00e0 metafisica. Si ritrova cos\u00ec, su tutt&#8217;altro piano, la purezza del tempio greco: l&#8217;architettura \u00e8 misura, costruzione dello spazio, ma lo spazio non \u00e8 altro che luce, naturale e soprannaturale. Con trasparente polemica verso l&#8217;architettura &quot;imperiale&quot; si contrappone la forma alla forza, la sottile dottrina delle proporzioni alla brutale rettorica delle dimensioni, l&#8217;eternit\u00e0 dello spirito alla stabilit\u00e0 della potenza. Un&#8217;idea cristiana del BELLO, naturale e spirituale ad un tempo, \u00e8 gi\u00e0 nata: dal germe remoto dell&#8217;idea platonica, attraverso il pensiero plotiniano e cristiano e del superamento della MATERIA, intesa come opacit\u00e0 o mancanza di luce, nella LUMINOSIT\u00c0 PURA, intesa come spazio universale.<\/em><\/p>\n<p>S\u00ec, come osserva Barna Occhini, a prima vista si direbbe che la smaterializzazione dei volumi e delle superfici e l&#8217;aver reso la luce il vero elemento architettonico portante denoti la persistenza di un elemento filosofico di origine platonica, plotiniana e agostiniana. D&#8217;altra parte &#8212; e lasciando da parte, in questa sede, i futuri sviluppi della filosofia della luce di Roberto Grossatesta &#8211; bisogna notare che il percorso seguito dagli scalpellini e dagli architetti dell&#8217;et\u00e0 paleocristiana, bizantina e altomedievale, se da un lato appare conforme alla teoria platonica del graduale e naturale processo d&#8217;innalzamento dell&#8217;anima dal bello sensibile al bello ideale, dall&#8217;altro rischia di cadere in una contraddizione altamente drammatica, di celebrare con tale fervore il bello corporeo da non poterlo poi separare dalla concupiscenza sensibile e di restarvi impigliato, scambiando il mezzo per il fine, senza lo slancio d&#8217;innalzarsi ai livelli superiori. A ci\u00f2 crediamo sia legato proprio l&#8217;ideale tipicamente greco dell&#8217;efebismo, che si pu\u00f2 accostare al mito platonico dell&#8217;ermafroditismo originario (narrato nel <em>Simposio<\/em>). <em>In nuce<\/em>, infatti, che altro \u00e8 l&#8217;ideale di una bellezza vigorosa ma gentile, eternamente giovane, che non \u00e8 del tutto virile ma neppure femminile, se non una reminiscenza o un inconscio tentativo di replicare quello che Platone aveva descritto come il pi\u00f9 perfetto e felice stato originario degli esseri umani, traendone occasione per celebrare altissime lodi dell&#8217;eros omosessuale, quale tentativo di ricostruire la magica unit\u00e0 perduta?<\/p>\n<p>Con infallibile intuito, gli artisti cristiani hanno visto la trappola e si son guardati bene dal cadervi. L&#8217;arte deve essere, s\u00ec, sublimazione delle passioni e aspirazione alla pura essenza originaria: ma per fare questo \u00e8 necessario che l&#8217;anima si spogli di ogni desiderio carnale e si abbandoni alla guida sicura di Dio, grazie al quale la bellezza si rivela nella sua luce trasparente e liberatrice, ove ogni cosa \u00e8 pura perch\u00e9 ogni cosa \u00e8 un bene voluto da Dio.<\/p>\n<p>Come osserva il filosofo siciliano Pietro Mignosi (1895-19379, un pensatore cattolico che meriterebbe di essere riscoperto e studiato con attenzione, <em>la filosofia \u00e8 la vita dell&#8217;indagine sulla vita, mentre l&#8217;arte \u00e8 l&#8217;espressione della vita stessa<\/em>: tra le due vi \u00e8 quindi un nesso inseparabile. La vita \u00e8 spirito e materia, cos\u00ec come l&#8217;arte \u00e8 contenuto e forma; l&#8217;errore consiste nel voler materializzare lo spirito o nel voler materializzare la vita. L&#8217;essere umano \u00e8 armonica fusione di carne e spirito: tale, e non altra, \u00e8 la sua vita. Non lo si pu\u00f2 separare dal corpo, come se questo fosse un elemento meramente estrinseco; e neppure si deve disprezzare la sua fisicit\u00e0. Iddio, che ha fatto con amore e sapienza ogni cosa, ha dato all&#8217;uomo un corpo ammirevole sotto ogni punto di vista, ma guai a dimenticarsi che \u00e8 solo l&#8217;involucro temporaneo, il veicolo per tornare alla patria celeste. Se ci\u00f2 accade, si diventa schiavi di brame disordinate che non avvicinano, ma allontanano la meta; e quel corpo, che doveva diventare il corpo di vita della resurrezione, diviene invece un corpo di morte.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ogni civilt\u00e0 possiede ed esprime una propria idea del bello; non esistono civilt\u00e0 che perseguano scientemente il brutto, l&#8217;orrido, il malato, il disgustoso. 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