{"id":24856,"date":"2008-02-20T10:03:00","date_gmt":"2008-02-20T10:03:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/20\/leccidio-di-porzus-del-1945-visto-da-un-osovano-e-da-un-garibaldino\/"},"modified":"2008-02-20T10:03:00","modified_gmt":"2008-02-20T10:03:00","slug":"leccidio-di-porzus-del-1945-visto-da-un-osovano-e-da-un-garibaldino","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/20\/leccidio-di-porzus-del-1945-visto-da-un-osovano-e-da-un-garibaldino\/","title":{"rendered":"L\u2019eccidio di Porz\u00fbs del 1945 visto da un \u00abosovano\u00bb e da un \u00abgaribaldino\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>La guerra partigiana nelle estreme regioni nord-orientali d&#8217;Italia presenta tratti peculiari, che la distinguono profondamente, sia sotto il profilo politico che sotto quello sociale, da ci\u00f2 che accadde nella altre regioni italiane. Se per queste ultime si \u00e8 finito per ammettere, non senza fatica e lunghe discussioni, che gli eventi del 1943-45 costituirono una vera e propria guerra civile, nel Friuli orientale e soprattutto nella Venezia Giulia il quadro si complica enormemente, per la natura etnicamente mista di quei territori e per l&#8217;intrecciarsi e il sovrapporsi dei motivi nazionalistici a quelli politici e sociali.<\/p>\n<p>Le formazioni partigiane italiane pi\u00f9 attive, inquadrate erano le brigate della divisione <em>Garibaldi<\/em>, egemonizzate dai comuniste (i &quot;fazzoletti rossi&quot;), in genere molto politicizzate e soggette, al loro interno, a una rigida disciplina di partito basata sulla teoria e sulla prassi del &quot;centralismo democratico&quot;. In pratica, per quello che riguardava le decisioni di natura politica, tutta la catena di comando era soggetta alle direttive provenienti dal vertice del P. C. I. e ai militanti veniva richiesto di sottomettervisi, evitando che eventuali discussioni spaccassero l&#8217;unit\u00e0 del partito medesimo. I rapporti con le formazioni partigiane slovene e croate titine erano di stretta collaborazione, tanto che, a un certo punto (al principio del 1945) il IX Corpus sloveno chiese e ottenne dapprima di porre la formazioni garibaldine sotto la propria direzione strategica, indi di integrarle addirittura nell&#8217;Armata di Liberazione jugoslava.<\/p>\n<p>La situazione era complicata dal fatto che numerose formazioni armate slave combattevano a fianco dei tedeschi (ustascia, domobranzi, belogardisti e cetnici) e che anche fra le diverse etnie della Iugoslavia esistevano fortissime tensioni e contrapposizioni, che a suo tempo erano state sfruttate anche dal governo fascista e che lo furono, fino all&#8217;ultimo &#8211; ossia fino ai primi di maggio del 1945 &#8212; dal <em>Gauleiter<\/em> del Reich, Friedrich Rainer, per l&#8217;Adriatische K\u00fcstenland, un territorio sottoposto dal settembre 1943 ad occupazione militare germanica (province di Gorizia, Triste, Pola e Fiume, pi\u00f9 la stessa provincia di Udine).<\/p>\n<p>Le formazioni della divisione <em>Osoppo<\/em>, di ispirazione cattolica, azionista o apartitica (i &quot;fazzoletti verdi&quot;) erano le pi\u00f9 attive dopo quelle comuniste; ma, nei territori del Friuli orientale e della Venezia Giulia, erano molto mal viste dai partigiani slavi comunisti che erano, al tempo stesso, degli ardenti nazionalisti. Questi ultimi non nascondevano le loro mire annessionistiche non solo su Zara, su tutta l&#8217;Istria con le isole del Quarnaro e sull&#8217;intera vallata dell&#8217;Isonzo, ma anche su Gorizia, Monfalcone e Trieste e, possibilmente, fino alla linea del Tagliamento. Davanti a queste assurde rivendicazioni, che i partigiani slavi consideravano come cosa di per s\u00e9 evidente e sbocco naturale della lotta contro il nazi-fascismo, i partigiani osovani erano i soli a difendere l&#8217;italianit\u00e0 di quelle terre e, pertanto, erano considerati dai titini dei potenziali avversari coi quali, in vista della fine della guerra, si sarebbero dovuti regolare i conti.<\/p>\n<p>Oggi noi sappiamo come ci\u00f2 avvenne, e cio\u00e8 mediante gli arresti arbitrari, le deportazioni, le esecuzioni sommarie e gli infoibamenti di migliaia di persone, compresi dirigenti partigiani, e perfino comunisti, che venero prelevati in Istria, a Gorizia e Trieste (entrambe queste citt\u00e0 furtono occupate, sia pure temporaneamente, al cosiddetto Esercito di Liberazione jugoslavo) e &quot;liquidati&quot; in quanto costituivano un ostacolo ai progetti annessionistici del maresciallo Tito, forte della protezione di Stalin e della volont\u00e0 punitiva del generale De Grulle nei confronti dell&#8217;Italia. Alla presa di posizione filo-jugoslava di queste due potenze, infatti &#8211; Unione Sovietica e Francia &#8211; si deve l&#8217;iniqua delimitazione del confine orientale italiano stabilita dal trattato di pace, che lasciava fuori della madrepatria citt\u00e0 italianissime, quali Capodistria, Pola, Fiume e Zara.<\/p>\n<p>Un episodio particolarmente significativo del grado di tensione esistente, durante la guerra civile del 1943-45, fra le stesse formazioni partigiane italiane del Friuli orientale, che nell&#8217;agosto del 1944 avevano creato la pi\u00f9 vasta delle &quot;repubbliche&quot; partigiane di tutta l&#8217;Italia, la &quot;zona Est&quot;, con centro ad Attimis, Nimis e Faedis e una popolazione complessiva di circa 20.000 abitanti, \u00e8 quello, ormai ben noto, dell&#8217;eccidio di Porz\u00fbs.<\/p>\n<p>In quella malga delle Prealpi Giulie, infatti, il 7 febbraio del 1945 una formazione di un centinaio di partigiani garibaldini guidata da Mario Toffanin (Giacca) e Vittorio Juri (Marco) &#8211; pi\u00f9 tardi condannati all&#8217;ergastolo, insieme ad Alfio Tambosso (Ultra), dalla Corte d&#8217;Assise di Lucca, il 6 aprile 1952 -, trucid\u00f2 a tradimento una ventina di partigiani osovani comandati da Francesco De Gregori (Bolla; lo zio del cantautore romano Francesco De Gregori), fra i quali c&#8217;era anche il fratello maggiore del poeta Per Paolo Pasolini, Guido (Ermes), nonch\u00e9 il commissario politico locale del Partito d&#8217;Azione, Gastone Valente (Enea), che si trovava l\u00ec senza appartenere al comando osovano. Nel corso del processo non emersero responsabilit\u00e0 dirette dei comandi del IX Korpus sloveno, tuttavia l&#8217;eccidio non si spiega se non nel quadro di diffidenze e rancori che si erano creati fra i vertici osovani e quelli garibaldini, proprio sulla questione della futura annessione di quelle terre alla Jugoslavia; annessione che vedeva sostanzialmente favorevoli, sia pure con diverse sfumature, i primi, e nettamente contrari i secondi.<\/p>\n<p>Si pu\u00f2 quindi affermare che il comandante &quot;Bolla&quot; vene eliminato perch\u00e9 settori del locale Partito Comunista Italiano vedevano in lui un grave ostacolo nei confronti della politica di stretta collaborazione fra Togliatti e Tito. Va aggiunto che ai comandi garibaldini erano pervenute voci insistenti circa supposti contatti fra i dirigenti osovani e i nazi-fascisti, in particolare con la <em>X Mas<\/em> del principe Junio Valerio Borghese. In effetti, oggi sembra assodato che tali contatti vi furono, per il tramite dell&#8217;arcivescovo di Udine, monsignor Nogara; ma all&#8217;invito dei fascisti, di instaurare una collaborazione militare onde fare fronte comune contro i progetti annessionistici jugoslavi, la risposta dei dirigenti della <em>Osoppo<\/em> era stata negativa. N\u00e9 questi contatti devono destare particolare scandalo, dal momento che, con l&#8217;avvicinarsi della fine della guerra, sempre pi\u00f9 appariva evidente che la prossima partita si sarebbe giocata pro o contro la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia; senza contare che analoghi approcci erano stati avviati, da parte di alcuni esponenti di spicco della Germania ormai sconfitta e agonizzante, nei confronti degli anglo-americani, in funzione antisovietica.<\/p>\n<p>Insomma, se, a livello politico generale, al principio del 1945 sempre pi\u00f9 emergevano le contraddizioni insite, fin dall&#8217;inizio, nella temporanea e innaturale alleanza fra le democrazie occidentali e l&#8217;Unione Sovietica, sul teatro di guerra italiano i partigiani che operavano presso il confine orientale erano chiamati a fare una scelta di campo fra l&#8217;ideologia comunista, che, in nome dell&#8217;internazionalismo proletario, sacrificava gli interessi nazionali, e il sentimento patriottico che, al contrario, anteponeva la difesa dell&#8217;italianit\u00e0 di quelle terre ad ogni altra considerazione.<\/p>\n<p>Tutto questo pu\u00f2 sembrare, oggi, relativamente semplice e chiaro, almeno dal punto di vista teorico; ma, allora, le cose erano enormemente complicate da un viluppo intricatissimo di motivazioni politiche, sociali, nazionali e da pure necessit\u00e0 logistiche e strategiche, per cui bisogna comprendere il dramma umano di quanti si trovarono nella bufera di quel tormentatissimo momento storico. Si aggiunga che la politica del regime fascista nei confronti dei circa 500.000 slavi della Venezia Giulia era stata inutilmente vessatoria e aveva scavato &#8211; o, per meglio dure, ulteriormente allargato &#8211; un fossato di profonda diffidenza reciproca, alimentando ed esasperando i nazionalismi sloveno e croato che, adesso, apparivano pi\u00f9 che mai desiderosi di rivincita.<\/p>\n<p>Inoltre, la politica fascista mirante alla graduale identificazione tra partito e nazione produceva ora, negli ultimi mesi della guerra, una autentica nemesi storica, consistente nel fatto che i partigiani slavi di qualunque tendenza, ma specialmente quelli comunisti, vedevano in ogni italiano un fascista e non erano propensi a fare distinzioni fra le due cose. In ci\u00f2, forse, vi era anche un calcolo ben preciso, in quanto le rappresaglie contro i fascisti potevano adesso giustificare un vero e proprio disegno di &quot;pulizia etnica&quot; mirante a eliminare la presenza italiane da quelle regioni.<\/p>\n<p>Ed \u00e8 cos\u00ec che, nelle due ondate di infoibamenti che straziarono la Venezia Giulia &#8211; la prima, pi\u00f9 breve, subito dopo l&#8217;8 settembre del 1943; e la seconda, molto pi\u00f9 sistematica e massiccia, a partire dall&#8217;aprile del 1945 &#8211; il pretesto di applicare una sommaria &quot;giustizia popolare&quot; contro gli ex oppressori fascisti forn\u00ec un comodo alibi per liquidare tutti quegli italiani che, per motivi sociali (piccoli proprietari terrieri, commercianti, impiegati statali) o politici (in quanto noti sostenitori dell&#8217;italianit\u00e0 di quelle terre) avrebbero potuto costituire un fastidioso impedimento alle mire di annessione perseguite da Tito. E a tutto questo si aggiunsero le violenze gratuite, di carattere privato, che non risparmiarono anziani, donne e ragazzi e che sono una caratteristica espressione della mentalit\u00e0 esagitata di tali congiunture storiche.<\/p>\n<p>Con tutto ci\u00f2, colui che si accinge a ricostruire quelle drammatiche vicende non deve n\u00e9 generalizzare singole situazioni, n\u00e9 strumentalizzare le vittime dell&#8217;odio etnico al fine di perseguire una tesi ideologica precostituita. Cos\u00ec, ad esempio, non \u00e8 storicamente accettabile il disegno di criminalizzare <em>in toto<\/em> le formazioni garibaldine, presentandole come miranti a perseguire un machiavellico disegno di conquista del potere in Italia, e di cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia; ma, semmai, bisogner\u00e0 sempre distinguere fra la fede politica del semplice militante comunista e del semplice partigiano garibaldino, e le responsabilit\u00e0 dei livelli superiori del partito, in particolar modo di Togliatti.<\/p>\n<p>In generale, si pu\u00f2 affermare che i militanti del P. C. I. erano animati, oltre che da un alto spirito combattivo, da una decisa volont\u00e0 di cambiamento politico-sociale; e che, mano a mano che videro deluse, nell&#8217;immediato dopoguerra, le loro speranze di una radicale trasformazione della societ\u00e0 italiana, sempre pi\u00f9 si volsero a guardare con invidia e nostalgia a quanto accadeva nella vicina Jugoslavia, ossia l&#8217;instaurazione di un regime &quot;dei lavoratori&quot;. Solo cos\u00ec si spiega il fatto che alcune migliaia di comunisti italiani, fra i quali numerosi operai dei cantieri navali di Monfalcone, varcarono il confine, dopo il 1945, in senso inverso a quello dei profughi giuliani, decisi a partecipare alla &quot;costruzione del socialismo&quot; nella nuova Repubblica Federativa jugoslava Il fatto che, nel giro di alcuni anni, molti di loro rimasero delusi e disgustati dallo sciovinismo sloveno e croato e da come le parole d&#8217;ordine internazionaliste fossero adoperate dalla Lega dei Comunisti jugoslavi in senso puramente strumentale, depone a favore della loro buona fede e del loro candore ideologico. Altrettanto, per\u00f2, non pu\u00f2 dirsi per i quadri dirigenti del partito e specialmente per Togliatti, che aveva, al contrario, una conoscenza molto precisa della situazione e per il quale non si pu\u00f2 certamente parlare di buona fede tradita.<\/p>\n<p>Tornando alla cornice storica in cui matur\u00f2 l&#8217;eccidio di Por\u00fbzs, notiamo, di sfuggita, che le formazioni osovane si erano costituite, nell&#8217;autunno del 1943, proprio per marcare una differenza nei confronti di quelle garibaldine le quali, in una riunione avvenuta nel mese di novembre, avevano rifiutato di porsi alle dirette dipendenze del Corpo Volontari della Libert\u00e0. Pertanto si comprende come l&#8217;eccidio di Porzus sia un dramma che parte da lontano e che ha complesse origini che risalgono addietro nel tempo; senza che con ci\u00f2, ovviamente, si intenda minimizzare in alcun modo le responsabilit\u00e0 di quanti idearono ed eseguirono la spietata fucilazione dei partigiani di Bolla-De Gregori.<\/p>\n<p>Va inoltre ricordato che la pena all&#8217;ergastolo nei confronti di Giacca-Toffanin, principale responsabile dell&#8217;eccidio, venne poi commutata a trent&#8217;anni di carcere e che da ultimo, durante la presidenza Pertini, egli ricevette la grazia del capo dello Stato. Ma, in realt\u00f2, non fece nemmeno un giorno di prigione, perch\u00e9 si era messo al sicuro in territorio jugoslavo e la sua condanna era stata pronunciata in contumacia. Non rientr\u00f2 in Italia neppure dopo la concessione della grazia, perch\u00e9 sul suo capo pesavano le sentenze relative ad altri reati; e si spense in Slovenia, nel 1999, senza aver pi\u00f9 rimesso piede nel nostro Paese. Il tribunale, comunque, non accolse la tesi, sostenuta allora dal P. C. I., di una azione interamente concepita da Toffanin e attuata di sua completa iniziativa, tanto \u00e8 vero che il segretario del Partito Comunista di Udine, Ostelio Modesti, venne condannato a trent&#8217;anni di carcere (di cui nove effettivamente scontati). A favore degli imputati, del resto, aveva giocato il fatto che il tribunale, sulla base delle risultanze in suo possesso, non ritenne di imputar loro l&#8217;aggravante di aver agito per fini antinazionali (leggi: per favorire la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia).<\/p>\n<p>Da parte sua, le accuse che Toffanin aveva rivolto a De Gregori e agli altri partigiani osovani passati per le armi, erano state, in sostanza, tre: 1) aver intrattenuto rapporti col nemico, ossia con i tedeschi e con i fascisti della <em>X Mas<\/em>; 2) aver trattenuto arbitrariamente la quota di materiale bellico, paracadutato dagli angolo-americani, destinata alle formazioni garibaldine; 3) aver dato asilo e rifugio a una donna, nota spia dei tedeschi, tale Elsa Turchetti.<\/p>\n<p>Del primo capo d&#8217;accusa abbiamo gi\u00e0 detto. Il secondo si inscrive in una lunga serie di polemiche relative ai &quot;lanci&quot; di materiale da parte degli anglo-americani, polemiche che ebbero luogo anche in altre parti d&#8217;Italia e che nascevano dalla convinzione delle formazioni comuniste di essere discriminate nella distribuzione di viveri, armi e materiali, per ragioni di diffidenza o di animosit\u00e0 politica. Quanto al terzo, va osservato che la Turchetti si trovava presso il comando di Bolla, al quale si era presentata spontaneamente proprio per chiarire la sua posizione; e che, dopo averla esaminata il 1\u00b0 febbraio, gli uomini della <em>Osoppo<\/em> avevano creduto alla sua innocenza.. Pertanto si trovava l\u00ec non come una prigioniera, ma come un&#8217;ospite volontaria; e si sentiva tanto sicura della propria innocenza che, certo, non si sarebbe recata fin lass\u00f9, se avesse avuto qualcosa da nascondere. \u00c8 vero che Radio Londra l&#8217;aveva indicata come spia dei tedeschi, ma allora poteva accadere benissimo che persone, costrette ad avere rapporti con l&#8217;occupante per ragioni di pura sopravvivenza, venissero erroneamente identificate come spie. Anche in questo caso, pertanto, come in quello della supposta intelligenza di Bolla col nemico nazifascista, ci troviamo nel campo delle congetture gratuite, originate da un preconcetto ideologico, proprio di una mentalit\u00e0 estremista e propensa a ricorrere con notevole disinvoltura a metodi di giustizia sommaria.<\/p>\n<p>Crediamo di fare cosa utile per il lettore mettendo a confronto, qui di seguito, la versione dei fatti di Porz\u00fbs fornita da due dirigenti di primo piano della <em>Osoppo<\/em> e della <em>Garibaldi<\/em>, rispettivamente Primo Cresta e Giovanni Padoan (Vanni).<\/p>\n<p>Nel suo libro di memorie <em>Un partigiano dell&#8217;Osoppo al confine orientale<\/em> (Udine, Del Bianco Editore, 1969, pp. 123-125), Cresta &#8211; che era stato al quartier generale di &quot;Bolla&quot; solo pochi giorni prima dell&#8217;eccidio &#8211; cos\u00ec scrive:<\/p>\n<p><em>&quot;Quando quei poveri corpi massacrati, legati a delle scale di legno e portati a spalla dai giovani paesani, passarono per Porz\u00fbs, vidi molte lacrime negli occhi di quella semplice gente di montagna<\/em><\/p>\n<p><em>che nutriva grande affetto per &#8216;Bolla&#8217; ed anche per la causa degli osovani. Provvisoriamente, i tre morti<\/em> [cio\u00e8 Bolla, Enea e la Turchetti] <em>furono tumulati nel cimitero di Racchiuso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Poich\u00e9 pareva sicuro che i responsabili fossero dei reparti fascisti travestiti, tutto il nostro servizio informazioni fu messo in allarme nel tentativo di saperne qualcosa. Nemmeno il clero, che normalmente aveva le maggiori possibilit\u00e0 di conoscere i fatti, poteva dirci dove fossero andati a finire gli altri uomini che erano con &#8216;Bolla&#8217;. A Udine, n\u00e9 i comandi tedeschi n\u00e9 i comandi fascisti sapevano qualcosa. Passarono diversi giorni; poi, sempre pi\u00f9 insistente, si diffuse la incredibile voce sulla responsabilit\u00e0 di elementi garibaldini.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Circa lo svolgersi degli avvenimenti in quella tragica giornata alle baite, credo si possa dare tranquillamente credito alla descrizione che ne fa &#8216;Vanni&#8217; nel suo libro e che trova conferma nella sentenza di Lucca. \u00c8 una descrizione che pur fra attenuazioni e giustificazioni suona condanna verso i responsabili del fatto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dice il &#8216;Vanni&#8217; che passato l&#8217;abitato di Porz\u00fbs la colonna garibaldina arriv\u00f2 presto in vista della zona i cui risiedeva il comando di &#8216;Bolla&#8217;. I garibaldini &#8211; e mi fa male dover usare questo nome, non solo per il rispetto che nutro per Garibaldi ma anche per quello che porto verso i partigiani che lottarono in suo nome &#8211; mandarono avanti &#8216;Dinamite&#8217; (Fortunato Pagnutti) il quale, essendo conosciuto dagli osovani doveva far la parte di Giuda. Arrivati che furono al posto di guardia dell&#8217;Osoppo, essi dichiararono di essere in parte dei partigiani sbandati da un rastrellamento ed in parte dei deportati fuggiti, in seguito ad un attacco aereo alleato, da un treno che li portava in Germania. Purtroppo le sentinelle osovane non avevano motivo di dubitarne tanto pi\u00f9 che fu loro assicurato che fra gli sbandati c&#8217;erano molti gi\u00e0 appartenenti a reparti osovani della Carnia. Un uomo fu mandato ad avvisare &#8216;Bolla&#8217;, ed egli mand\u00f2 &#8216;Enea&#8217; a controllare. &#8216;Enea&#8217; cominci\u00f2 subito con il separare i garibaldini dai finti osovani in quanto intendeva mandare i primi presso un reparto garibaldino che si trovava poco distante, a Canebola, e di cui i comunisti non si servirono affatto per accertare la lealt\u00e0 degli osovani come sarebbe stato logico e facile: forse perch\u00e9 non di accertamenti si aveva bisogno, ma dell&#8217;esecuzione di una iniqua sentenza di morte gi\u00e0 decretata, per la quale occorrevano dei giustizieri non conosciuti e che a loro volta non conoscessero la vera natura delle vittime.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quando la separazione fra &#8216;garibaldini&#8217; e finti osovani ebbe termine, salt\u00f2 fuori &#8216;Giacca&#8217;, che nel frattempo si era tenuto in disparte, temendo che &#8216;Enea&#8217; vedendolo e conoscendolo da lunga data per quel che valeva, si allarmasse e che il piano criminale cos\u00ec naufragasse. &#8216;Giacca&#8217; fece arrestare dai suoi uomini tutti gli osovani, compreso &#8216;Enea&#8217; e li rinchiuse. &#8216;Bolla&#8217; intanto, che si trovava presso l&#8217;altra baita, ad una certa distanza, venne mandato a chiamare. Quando egli giunse, lontano da qualsiasi sospetto, venne a sua volta arrestato, mentre Aldo Bricco &#8216;Centina&#8217; che era con lui, da piemontese par suo, tutto nervi ed intelligenza, con uno scatto repentino, riusciva a svincolarsi ed a fuggire gettandosi gi\u00f9 per la montagna innevata nonostante le molte ferite riportate per i colpi sparatigli. Si trascin\u00f2 fino al lontano paese di Robedischis dove fu curato dal medico sloveno di quel battaglione. Lo rividi dopo diverso giorni a Porz\u00fbs con un braccio fasciato quando noi lo davamo ormai per disperso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In seguito &#8216;Giacca&#8217; fece arrestare anche gli osovani che si trovavano nell&#8217;altra baita e, mentre un gruppo al comando di Vittorio Juri &#8216;Marco&#8217; si preoccupava di asportare tutto il materiale ivi giacente, egli si dava al massacro delle tre vittime, prima colpendole con il calcio del mitra, eppoi, quando caddero rantolando, infierendo sui corpi con i tacchi degli scarponi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Agli altri invece era stato ingiunto di togliersi le scarpe per evitare che fuggissero e in quelle condizioni, contrariamente a quanto dice &#8216;Vanni&#8217;, essi furono portati fino al bosco Romagno e col\u00e0 uccisi due giorni dopo, al fine di sopprimere pericolosi testimoni. \u00c8 dubbio che per la loro fine, freddamente decisa e calcolata, quando i i prigionieri erano stati gi\u00e0 smistati nei vari battaglioni, si possa chiamare in causa solo la furia sanguinaria e settaria di &#8216;Giacca&#8217;, un sicario di mestiere.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gli osovani caduti per mano fratricida a Porz\u00fbs nel febbraio 1945, furono:<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Francesco De Gregori (Bolla), Gastone Valente (Enea), Giovanni Comin (Gruaro), Guido Pasolini (Ermes), Antonio Previtti (Guidone), Antonio Cammarata (Toni), Pasquale Mazzeo (Cariddi), Franco Celledoni (Atteone), Angelo Augello (Massimo), Salvatore Saba (Cagliari), Giuseppe Urso (Aragona), Enzo d&#8217;Orlando (Roberto), Primo targato (Rapido), Gualtiero Michelon (Porthos), Erasmo Speraccino (Flavio), Giuseppe Sfregola (Barletta). Fra i caduti va menzionata anche Elsa Turchetti.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Ed ecco la versione di Giovanni Padoan (Vanni), un comandante garibaldino onesto e serio, tratta dal suo libro <em>Abbiamo lottato insieme. Partigiani italiani e sloveni al confine orientale<\/em> (Udine, Del Bianco Editore, 1965, pp. 324-326).<\/p>\n<p>Padoan era commissario politico della Divisione <em>Garibaldi-Natsione<\/em> e, come tale, persona bene informata del clima esistente fra osovani e garibaldini; anche se, all&#8217;epoca dell&#8217;eccidio, si trovava con le sue formazioni ben addentro nel territorio jugoslavo, in ottemperanza alle disposizioni impartite dal IX Korpus sloveno, nel quale esse erano state inquadrate. Oggi \u00e8 abbastanza evidente che il trasferimento oltre l&#8217;alto Isonzo, varcato nei pressi di Tolmino, della Garibaldi, per avviarla nel cuore della Slovenia, non rispondeva tanto a esigenze di carattere strategico e militare, quanto al disegno politico di allontanare dalla Venezia Giulia la maggiore formazione partigiana italiana, al fine di facilitare i progetti di annessione jugoslavi.<\/p>\n<p>Proprio in tale contesto, che vide le sparute formazioni della <em>Osoppo<\/em> rimaste praticamente sole in tutto il teatro delle Prealpi Giulie, circondate da numerose e agguerrite formazioni comuniste slave, maturava il senso di isolamento e quasi di abbandono del comandante De Gregori, di cui sono testimonianza evidente le lettere che egli scrisse al proprio comando di divisione, per far presente il pericolo costituito dal nazionalismo slavo. Ed \u00e8 in tale contesto che pu\u00f2 essersi verificata una convergenza oggettiva di obiettivi fra la <em>Osoppo<\/em> e settori della struttura militare della Repubblica Sociale Italiana; senza che ci\u00f2 abbia dato luogo a una effettiva collaborazione, di cui non esiste alcuna prova documentata.<\/p>\n<p><em>&quot;A mio parere sostenere ancora oggi che ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 avvenuto a Porz\u00fbs \u00e8 solo un colpo di testa di Giacca, \u00e8 assurdo e controproducente. Giacca non avrebbe mai osato fare questo se non avesse avuto un ordine; ci\u00f2 che del resto egli afferm\u00f2 pi\u00f9 volte, e non solo lui, di aver ricevuto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;A mio parere, se al processo, invece di sostenere che i compagni Franco e Ultra non c&#8217;entravano per niente, si fosse ammessa la loro parte di responsabilit\u00e0 e cio\u00e8 che essi avevano dato l&#8217; ordine di arrestare il gruppo di Bolla per verificare quanto c&#8217;era di vero nei fatti e nelle voci che correvano sul loro conto e che l&#8217;iniziativa di Giacca era avvenuta, trasgredendo gli ordini, le raccomandazioni e le disposizioni precise che gli erano state date, gi\u00e0 al processo di Lucca si sarebbero fatto crollare anche la montatura contro la federazione del PCI di Udine.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Dopo aver voluto salvare i compagni anche dalla responsabilit\u00e0 indiretta del fatto, non si salv\u00f2 nulla perch\u00e9 essi furono condannati ed il dubbio rimase anche nei confronti della federazione come tale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;iniziativa di andare a Porz\u00fbs non era partita dunque da Giacca, ma l&#8217;eccidio era stato anche una sua iniziativa, perch\u00e9 egli considerava fascisti e traditori tutti coloro che erano nel gruppo Bolla, come lo dimostra il fatto che se Marco non si fosse opposto, gi\u00e0 la sera stessa del fatto, egli avrebbe fatto fucilare tutti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Una iniziativa del genere non meraviglia se si pensa che Giacca considerava dei semifascisti persino i membri del comando della divisione &#8216;Natisone&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quello che invece meraviglia \u00e8 che un uomo come Franco possa aver dato un compito cos\u00ec delicato ad un uomo come Giacca. Fu un errore grave. E pi\u00f9 grave fu il non averlo riconosciuto subito.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Infatti il non averlo riconosciuto subito, non salv\u00f2 nessuno dalle condanne e permise agli avversari di sfruttare al massimo il caso. Oggi a mio parere bisogna riconoscere anzitutto che fu un errore non l&#8217;ordine di arrestare i capi osovani sospetti, ma di affidare tale compito a Giacca; e poi che fu un errore il non destituire ed arrestare Giacca dopo il fatto e non denunziarlo al CLNP; indi: che fu un errore il non accettare la parte di colpa indiretta che Franco ed Ultra avevano nel fatto successo; ed infine che in questi stessi errori caddero poi anche i compagni Andrea e Ninci e poi anch&#8217;io che, come tutti gli altri, accettai una tale impostazione. Non per attenuare le responsabilit\u00e0 specifiche che ciascuno di noi ha avuto in questa triste vicenda ,ma per una maggiore comprensione del come si sono svolti i fatti, a mio parere non si pu\u00f2 non aggiungere ancora una cosa, che si \u00e8 gi\u00e0 visto cio\u00e8 come fosse difficile condurre un&#8217;inchiesta nelle condizioni della lotta partigiana, particolarmente contro un vecchio comandante gapista, mentre il nemico incalzava.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;&quot;Le esitazioni Franco, Ultra, Andrea e Ninci sono spiegabilissime, tenendo conto della situazione in cui dovevamo operare.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Oggi, ragionando freddamente, si potrebbe pensare che le accuse fatte agli osovani non erano sufficienti per autorizzare Giacca a far giustizia sommaria. Si tenga per\u00f2 presente il clima della guerra imposta dai nazisti e l&#8217;estremismo di certi stati d&#8217;animo provocati dalle quotidiane notizie delle esecuzioni e torture che colpivano decine e centinaia di compagni.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I patteggiamenti e i compromessi compiuti da Bolla e paolo all&#8217;insaputa dei comandi superiori, anche se erano fatti a fin di bene, in quel momento non potevano essere considerati &#8211; alla stregua delle direttive in materia del CLNAI e del CVL &#8211; che inammissibili e l&#8217;azione di coloro che li perseguiva doveva essere bloccata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;L&#8217;ordine dato dai compagni Franco e Ultra di arrestare Bolla per verificare quello che si sospettava, fu un&#8217;azione che si ispirava alle stesse direttive del CLNAI e del CVL che condannavano ogni politica di compromesso.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;\u00c8 vero, in questo triste episodio perirono degli innocenti, ma io sono sicuro che senza la guerra fredda scatenata dopo, il fatto sarebbe rimasto nel quadro della cronaca triste e dolorosa che ogni guerra si trascina dietro.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Bisogna poi dire che Vanni, coinvolto egli stesso, sia pure in posizione marginale, nel processo per l&#8217;eccidio di Porzus, ne \u00e8 uscito pienamente scagionato.<\/p>\n<p>Ad ogni modo, egli ha ritenuto di dover tornare sull&#8217;argomento, con un libro interamente dedicato a quel tragico episodio, dal cui titolo gi\u00e0 si evince chiaramente l&#8217;impostazione che lo ha ispirato: <em>Porz\u00fbs. Strumentalizzazione e realt\u00e0 storica<\/em> (Monfalcone, Edizioni della Laguna, 2000), con una favorevole presentazione dello storico friulano Tito Maniacco.<\/p>\n<p>Da tale opera traiamo alcuni passaggi significativi, dai quali si evince l&#8217;intento sostanzialmente autogiustificatorio che ha guidato l&#8217;Autore (p. 103). Dispiace che una persona schietta e leale come Padoan non abbia elaborato, nel corso di ben cinquantacinque anni (due generazioni!), una visione maggiormente critica dei fatti dai quali, come egli aveva onestamente riconosciuto nel libro precedente, una sola cosa risulta assolutamente certa e incontrovertibile: che a Porz\u00fbs erano stati uccisi degli innocenti.<\/p>\n<p><em>&quot;Affermare che l&#8217;eccidio di &#8216;Bolla&#8217; \u00e8 dovuto al fatto che il comando dell&#8217;Est del gruppo brigate della &#8216;Osoppo&#8217;, composto da circa una ventina di uomini comandati da &#8216;Bolla&#8217;, avrebbero rappresentato un ostacolo per i partigiani di Tito, \u00e8 semplicemente ridicolo. Questo \u00e8 per\u00f2 il giudizio che a suo tempo aveva espresso la corte di Lucca. Come ridicola \u00e8 altres\u00ec la tesi che la Natisone avrebbe voluto, con la eliminazione della Osoppo, lasciare un vuoto necessario per facilitare l&#8217;invasione dei partigiani sloveni, cosa che, com&#8217;\u00e8 dimostrato dai fatti, non si \u00e8 verificata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Per quel che riguarda la prima tesi, credo non ci sia bisogno di altri commenti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In merito alla seconda, vorrei osservare che, ammesso e non concesso che la divisione<\/em> Garibaldi-Natisone <em>avesse voluto lasciare un varco libero per facilitare l&#8217;invasione titina c&#8217;\u00e8 da chiedersi perch\u00e9 la &#8216;Osoppo&#8217; e soprattutto il comando di &#8216;Bolla&#8217; non abbia approfittato di tale situazione per mobilitare i reparti del suo gruppo brigate. Era questa un&#8217;occasione unica per dimostrare veramente l&#8217;interesse concreto e non ciarliero di difendere gli interessi dello Stato italiano che nasceva nel fuoco della lotta di liberazione.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Gi\u00e0, ma allora &#8216;Bolla&#8217; avrebbe dovuto operare sul serio e non limitarsi a scrivere sino a dieci lettere al giorno come grida di manzoniana memoria.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Non ci sembra una bella pagina e, dopo le parole abbastanza equilibrate del libro del 1965, francamente il lettore si sarebbe aspettato qualche cosa di meglio. Infatti, non possiamo fare a meno di osservare alcune cose che stridono sia con il senso storico pi\u00f9 elementare, sia con una equa valutazione morale di quanto accaduto.<\/p>\n<p>In primo luogo, \u00e8 vero che l&#8217;esiguo numero di partigiani del gruppo di Bolla &#8211; il quale comprendeva, in quel momento, solo una ventina di uomini della <em>Osoppo<\/em> &#8211; non costituiva di certo una efficace difesa contro le ambizioni territoriali dei partigiani comunisti jugoslavi. Bisogna per\u00f2 tener presente che De Gregori rappresentava un punto di riferimento ideale per tutti quei Friulani e Giuliani, partigiani e non, che non intendevano assistere inerti all&#8217;ammainare del tricolore su quelle terre, riunite alla Patria prezzo di tanti sacrifici nella prima guerra mondiale.<\/p>\n<p>In secondo luogo, un ben strano ragionamento quello di chi si chiede come mai, se veramente l&#8217;obiettivo della <em>Garibaldi<\/em> fosse stato quello di aprire un varco sulla frontiera orientale per favorire un&#8217;irruzione delle formazioni partigiane slave, gli osovani non abbiano <em>&quot;approfittato di tale situazione&quot;<\/em> per mobilitare tutte le loro forze. &quot;Approfittare della situazione&quot;, infatti, \u00e8 un concetto che implica il presentarsi di una occasione favorevole: ma Padoan aveva appena sostenuto che <em>&quot;\u00e8 semplicemente ridicolo&quot;<\/em> pensare che quei venti uomini di Bolla costituissero un serio ostacolo per i partigiani di Tito!<\/p>\n<p>In terzo luogo, parlare del comandante De Gregori come di un vuoto parolaio che, invece di difendere la Patria, sa soltanto scrivere lettere, non \u00e8 soltanto una caduta di stile, che tende a rovesciare il giudizio morale sui responsabili e sulle vittime dell&#8217;eccidio, scambiandone i rispettivi ruoli; \u00e8 anche un voluto travisamento storico. Le lettere di Bolla dimostrano che egli aveva perfettamente compreso quali fossero i fini di espansione territoriale perseguiti dai titini, e la storia gli ha dato ragione.<\/p>\n<p>Infatti, e questa \u00e8 la quarta osservazione, come pu\u00f2 scrivere, Padoan, che <em>&quot;l&#8217;invasione dei partigiani<\/em> <em>sloveni (&#8230;), com&#8217;\u00e8 dimostrato dai fatti, non si \u00e8 verificata&quot;<\/em>? Al contrario: le formazioni partigiane di Tito, all&#8217;inizio di maggio del 1945, piombarono sia su Gorizia che su Trieste, occupandole, prima ancora di aver liberato Lubiana e Zagabria; ed \u00e8 noto quel che dovettero soffrire le due citt\u00e0 giuliane, prima che l&#8217;incubo di una tale occupazione avesse termine. In entrambi i casi, i partigiani di Tito cercarono di mettere sia gli anglo-americani, sia le popolazioni, davanti al fatto compiuto della annessione territoriale. Se ci\u00f2 non accadde, non fu certo per merito dei garibaldini o del P.C.I. Tutto quello che Togliatti seppe fare, in quella drammatica congiuntura, fu di proporre che l&#8217;Italia, per riavere Trieste, rinunciasse spontaneamente a Gorizia, come \u00e8 documentato nel libro, gi\u00e0 citato, di Primo Cresta.<\/p>../../../../n_3Cp>E allora, comandante Padoan, perch\u00e9 non riconoscere, a oltre mezzo secoli di stanza, che De Gregori aveva visto giusto, e che questa fu la sua &quot;colpa&quot;; mentre i dirigenti garibaldini, sia pure in buona fede, erano stati terribilmente miopi?<\/p>\n<p>Ma esiste una spiegazione anche per questo. \u00c8 solo da pochissimi anni che, in Italia, si \u00e8 potuto finalmente parlare <em>apertis verbis<\/em> del dramma delle foibe, in tutta la sua cruda dimensione di pulizia etnica; e tuttavia, perfino adesso, c&#8217;\u00e8 qualcuno che, infastidito, parla di strumentalizzazioni politiche. Occorre ricordare le roventi polemiche scatenate da alcuni giornalisti contro il film per la televisione <em>Il cuore nel pozzo<\/em>, e come l&#8217;attore Leo Gullotta, che lo aveva interpretato, \u00e8 stato sommerso da un coro di fischi e insulti da parte dei suoi compagni di partito di Rifondazione Comunista, in una pubblica presentazione del film stesso, al grido di &quot;fascista&quot; e &quot;venduto&quot;?<\/p>\n<p>In simili condizioni, non pu\u00f2 certo destare meraviglia che, ancora otto anni fa, si potesse scrivere un libro come <em>Porz\u00fbs. Strumentalizzazione e realt\u00e0 storica<\/em>, dove le vittime sono fatte quasi passare per responsabili della propria sorte.<\/p>\n<p>L&#8217;Italia fatica a trovare una memoria condivisa.<\/p>\n<p>Speriamo che sia giunto infine il tempo in cui, <em>sine ira et studio<\/em>, sia possibile ricostruire storicamente le complesse vicende dell&#8217;Italia nella seconda guerra mondiale e nella guerra civile del 1943-45, anche in quel delicatissimo settore che fu, ed \u00e8 sempre stato, il confine orientale del nostro Paese.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La guerra partigiana nelle estreme regioni nord-orientali d&#8217;Italia presenta tratti peculiari, che la distinguono profondamente, sia sotto il profilo politico che sotto quello sociale, da ci\u00f2<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[149],"class_list":["post-24856","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-friuli-venezia-giulia"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24856","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24856"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24856\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24856"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24856"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24856"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}