{"id":24780,"date":"2019-04-01T10:13:00","date_gmt":"2019-04-01T10:13:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/04\/01\/e-questo-sarebbe-fare-storia\/"},"modified":"2019-04-01T10:13:00","modified_gmt":"2019-04-01T10:13:00","slug":"e-questo-sarebbe-fare-storia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/04\/01\/e-questo-sarebbe-fare-storia\/","title":{"rendered":"E questo sarebbe fare storia?"},"content":{"rendered":"<p>La storia viene scritta dai vincitori: questa \u00e8 una cosa che si sa. Logico, quindi, che dopo il 1945 la storia dei fascismi e quella del comunismo, la storia delle due guerre mondiali e specialmente della seconda, fosse scritta in un certo modo: separando in modo manicheo i Buoni dai Cattivi, e mostrando tutti i meriti dei primi e tutte le iniquit\u00e0 dei secondi. Dove i Buoni erano gli anglosassoni e il sistema capitalista, ma anche, paradossalmente, i sovietici e il totalitarismo staliniano; mentre i Cattivi erano stati dapprima i monarchi degli Imperi Centrali, nel 1914, poi il fascismo e il nazismo, con Hitler e Mussolini nel ruolo di super-cattivi, accanto ai militaristi e agli imperialisti giapponesi. Chiaro anche che, in un tale schema, non ci fosse spazio per l&#8217;imperialismo dei Buoni, quello britannico, quello americano e quello sovietico; n\u00e9 per altri dettagli di minore importanza, come le atrocit\u00e0 da quei tre regimi attuate prima, durante e dopo la Seconda guerra mondiale. In Italia, comunque, la cultura era stata ceduta in comodato dal partito cattolico alla sinistra, per cui il vero Buono era lui, Josif Stalin, e l&#8217;ideologia che egli rappresentava; gli altri due, lo Zio Sam e Sua Maest\u00e0 britannica, impersonavano un sistema che hegelianamente doveva essere &quot;superato&quot; e dialetticamente risolto nella sintesi finale: il comunismo mondiale. Cos\u00ec ce l&#8217;hanno raccontata, e cos\u00ec ci hanno raccontato anche la nostra stessa storia, la storia d&#8217;Italia; lasciando intatta la mitologia del Risorgimento Buono e negando sdegnosamente ogni connessione fra questo il Fascismo cattivo (con buona pace di Giovanni Gentile che vedeva una perfetta continuit\u00e0 fra le due cose); e costruendo una ulteriore mitologia, quella della Resistenza, che avrebbe dovuto completare, ammiccando decisamente a sinistra, la prima, quella del Risorgimento, la cui opera, ossia la costruzione della coscienza nazionale, era rimasta palesemente incompiuta. Ed \u00e8 cos\u00ec che, rovesciando letteralmente i fatti, la logica e il buon senso, l&#8217;8 settembre del 1943 era stato riscattato e &quot;superato&quot; secondo la dialettica storica hegeliana e marxista: da <em>morte della Patria<\/em>, quale effettivamente \u00e8 stato, a <em>rinascita dalla Patria<\/em> e, nello stesso tempo, nascita di una nuova coscienza civile, naturalmente orientata a sinistra. Tanto \u00e8 vero che il nome di Garibaldi era stato abusivamente accaparrato dalle brigate e dalle divisioni partigiane comuniste durante la guerra civile del 1943-45 e la sanguinosa mattanza finale, quella dell&#8217;aprile, del maggio e del giugno 1945, a guerra cio\u00e8 ormai finita, quando &quot;sparirono&quot; alcune decine di migliaia di cittadini italiani, generalmente nelle foibe e in altre cavit\u00e0 carsiche, non solo al di l\u00e0 ma anche decisamente al di qua dell&#8217;Isonzo; per\u00f2, secondo la narrazione <em>politically correct<\/em>, non mancanti affatto all&#8217;appello, e quindi, chiss\u00e0, rapiti forse in cielo su un carro di fuoco, come il profeta Elia.<\/p>\n<p>Le cose stavano a questo punto quando, negli anni &#8217;60 del Novecento, a dieci, quindici anni dalla fine della Seconda guerra mondiale (e della nostra guerra civile, come di altre guerre civili), si \u00e8 levato un fortissimo vento da sinistra, ancor pi\u00f9 impetuoso di quello del 1945, anche perch\u00e9 non pi\u00f9 centrato sulle attese messianiche dei carri armati sovietici e dei cavalli dei cosacchi che avrebbero dovuto abbeverarsi nelle fontane di Piazza San Pietro (anche perch\u00e9 in Piazza San Pietro non ci sono fontane), ma su nuovi miti neo-marxisti, in particolare sul Buon Selvaggio latino-americano &#8212; tipica manifestazione: Ernesto &quot;Che&quot; Guevara, riedizione di Ges\u00f9 Cristo in salsa guerrigliera, col sigaro e il basco, e senza trascurare le suggestioni cinematografiche dello <em>spaghetti western<\/em> di ambientazione messicana, tipo <em>Vamos a matar compa\u00f1eros<\/em> di Sergio Corbucci o <em>Gi\u00f9 la testa<\/em> di Sergio Leone &#8212; e sul Buon Studente Rivoluzionario &#8212; in particolare l&#8217;ebreo tedesco Daniel Cohn Bendit: gli uni e gli altri, freudianamente pi\u00f9 che stalinianamente, erano in rivolta contro il Padre (effettivamente, il buon Josif sembrava troppo un Grande Pap\u00e0 e quindi era ormai giunto agli sgoccioli della sua spendibilit\u00e0 ideologica, almeno in Occidente) e l&#8217;abietta tirannia da lui esercitata in quella orribile galera, in quella fetida sentina che si chiama Famiglia basata sull&#8217;unione di un uomo e di una donna e aperta alla procreazione naturale dei bambini. Stiamo parlando, naturalmente del &#8217;68, ma anche dell&#8217;evento che lo ha preparato, reso possibile e alimentato per diversi e copiosi rivoli: il Concilio Vaticano II, che \u00e8 stato una rivoluzione nella Chiesa, tanto quanto il &#8217;68 \u00e8 stato una rivoluzione nella societ\u00e0 profana, cominciando appunto dalla scuola\/universit\u00e0 e dalla famiglia, le due istituzioni maggiormente dileggiate, detestate e prese a bersaglio. Che cos&#8217;\u00e8 infatti una rivoluzione, se non un cambiamento radicale, pressoch\u00e9 totale, che investe tutti gli aspetti della vita, e dal quale non sar\u00e0 pi\u00f9 possibile tornare indietro, neppure se la rivoluzione stessa dovesse venire soffocata? Tale \u00e8 stato il Vaticano II per la vita della Chiesa, cos\u00ec come lo \u00e8 stato il &#8217;68 per la societ\u00e0, la politica, la cultura, l&#8217;immaginario della societ\u00e0 profana.<\/p>\n<p>Ebbene, le due rivoluzioni degli anni Sessanta, quella ecclesiastica e quella civile, che sono poi confluite in una sola (nel senso che tutti i cattolici di sinistra e tutti i preti di sinistra sono confluiti nell&#8217;alveo del &#8217;68, alcuni fino agli esiti estremi, cio\u00e8 fino alle aberrazioni culturali e sessuali del Forteto e fino alla scelta della lotta armata, nelle <em>Brigate Rosse<\/em> o in altri gruppi terroristici dell&#8217;ultrasinistra) hanno portato nuova linfa alla gi\u00e0 stanca e declinante mitologia resistenziale-repubblicana; le hanno impresso quello slancio nuovo, quel bagno di giovinezza che i vecchi partigiani, anche per ragioni anagrafiche, non potevano pi\u00f9 darle (e infatti l&#8217;insurrezione di Genova, nel 1960, si ricollegava al mito dell&#8217;antifascismo del 1944-45, e intanto apriva la strada a ulteriori sviluppi in chiave pi\u00f9 aggiornata e moderna). Anche perch\u00e9 il <em>boom<\/em> rivoluzionario degli anni &#8217;60 ha definitivamente accreditato l&#8217;idea di un Fascismo eterno, che non passa, che non passer\u00e0 mai, perch\u00e9 \u00e8 una categoria del Male Assoluto; per cui il capitalismo, il colonialismo, il neocolonialismo, ma anche la figura del Padre autoritario e della Madre possessiva, e naturalmente quella del Prete reazionario e del Professore burocrate e insensibile (quanto male ha fatto la <em>Lettera a una professoressa<\/em> dei ragazzi di don Lorenzo Milani: pi\u00f9 male, avrebbe detto il buon Metternich, di una battaglia perduta) erano tutti volti e incarnazioni di questo &quot;nuovo&quot; Fascismo, che non era pi\u00f9 quello storico, creato da Mussolini e morto con lui, ma un nuovo Fascismo, onnipresente, capillare, indistruttibile, al quale si potevano e si dovevano ricondurre tutte le ingiustizie, tutte le cattiverie, tutte le insensatezze, perch\u00e9 il Fascista non \u00e8 pi\u00f9 un uomo, ma un demone, un agente della distruzione, l&#8217;esatta antitesi del Buon Selvaggio e del Buon Rivoluzionario, quindi un personaggio non solo indegno di godere di alcun diritto, ma anche, in ultima analisi, indegno di continuare a vivere. L&#8217;unico Fascista Buono \u00e8 quello morto: tale era il <em>mantra<\/em>, inconscio e tuttavia fortissimo, che rimbombava nella mente di tutti i ragazzi &quot;impegnati&quot; e &quot;progressisti&quot;, dal 1960 in poi, per almeno una trentina d&#8217;anni. Ora, tutti questi giovani rivoluzionari, o, pi\u00f9 spesso, tutti questo giovani borghesi e figli di pap\u00e0 i quali s&#8217;immaginavano (nei loro sogni tardo-adolescenziali) di essere dei rivoluzionari e che giocavano a fare i rivoluzionari, costituivano, per il loro supremo ed ebete conformismo (dell&#8217;anticonformismo: ma poco importa) un eccezionale serbatoio di mercato. Come subito videro sia la grande industria, sia la grande finanza, da cui dipendono i capitali per il cinema di massa, per l&#8217;abbigliamento, per la musica leggera e per tutto ci\u00f2 che fa tendenza. Pertanto, essere rivoluzionari e di sinistra, che gi\u00e0 era una moda, divenne anche un <em>business<\/em>; e un capitolo non secondario di tale <em>business<\/em> fu quello editoriale. Le case editrici si affannarono a tradurre e pubblicare libri di sinistra, romanzi <em>on the road<\/em>, saggi di filosofia e di politica marxista, leninista, gramsciana, situazionista, trotzkista, terzomondista, maoista, castrista, sandinista, e chi pi\u00f9 ne ha, pi\u00f9 ne metta. Le grandi case editrici non meno delle piccole; quelle blasonate e <em>radical-chic<\/em>, come la Einaudi, e quelle nuove, agili e militanti, come la Feltrinelli. Quanto ai cosiddetti intellettuali, quello \u00e8 stato il momento d&#8217;oro degli storici, dei saggisti, dei pensatori (o sedicenti tali), non meno dei cantautori e dei registi cinematografici e teatrali, che hanno potuto riprendere, sviluppare e assolutizzare la cultura democratico-resistenziale che gi\u00e0 era stata posta a fondamento (mitologico) della Repubblica di Pulcinella, cio\u00e8 la Repubblica <em>antifascista e fondata sul lavoro<\/em> che era uscita dalle urne (forse) con il voto del 2 giugno 1946. In quegli anni, fra i &#8217;60 e i primi &#8217;80, sono andati a ruba, fra gli altri, i saggi storici &#8212; ma bisognerebbe scrivere <em>storici<\/em> fra virgolette &#8212; dedicati al fascismo, al nazismo, alla Seconda guerra mondiale, nonch\u00e9 le biografie di Hitler e Mussolini, nei quali il pubblico dei neo-conformisti e pseudo rivoluzionari trovava esattamente quel che desiderava: dei movimenti politici e dei personaggi della storia recente sui quali riversare tutto il proprio sdegno, tutto il proprio disprezzo, tutta la propria nobilissima indignazione, tanto pi\u00f9 che erano culminati nell&#8217;Olocausto, antefatto della nascente Religione dei Sei Milioni, vale a dire del distillato del <em>politically correct<\/em>, da cui tutte le altre forme di politicamente corretto discendono, e da cui ricevono la loro legittimazione (e senza la quale non sono nulla).<\/p>\n<p>Come tipico esempio di quella sottocultura progressista e antifascista, citiamo il giudizio conclusivo sulla figura e l&#8217;opera politica di Mussolini da parte di William L. Shirer (Chicago, 1904-Boston, 1993), giornalista e sedicente storico dalle altissime tirature, nella sua fortunatissima <em>Storia del Terzo Reich<\/em> (titolo originale: <em>The Rise and Fall the the Third Reich<\/em>, Simon &amp; Schuster, New York, 1960; tradizione dall&#8217;americano di Gustavo Glaesser, Torino, Einaudi, 1962, vol. 2, pp. 1512-1513):<\/p>\n<p><em>Cos\u00ec cadde, in modo ignominioso [cio\u00e8 con i fatti del 25 luglio 1943 il moderno cesare romano, il capo dalle frasi bellicose che aveva saputo approfittare della confusione e della disperazione del XX secolo, ma che dietro le pompose apparenze era fatto di cartapesta. Come uomo non mancava d&#8217;intelligenza. Libri di storia, ne aveva letti molti e pensava di averne appreso le lezioni. Ma, come dittatore egli cadde nel fatale errore di voler trasformare in una grande potenza guerriera e imperiale un paese che mancava delle risorse industriali necessarie per questo scopo e il cui popolo, a differenza dei tedeschi, era troppo civilizzato, troppo smaliziato, troppo realista per lasciarsi sedurre da tali vuote ambizioni. In fondo, il popolo italiano, sempre a differenza dei tedeschi, non aveva mai accettato il fascismo. Lo aveva semplicemente sopportato, sapendo che esso rappresentava una fase transitoria. Di ci\u00f2 Mussolini, verso la fine, sembra che se ne rendesse conto. Al pari di tutti i dittatori egli fu trasportato dalla sete di potere, che come accade inevitabilmente, lo corruppe, gli corrose la mente e gli avvelen\u00f2 il discernimento. Di qui il suo secondo fatale errore, quello di legare le fortune sue e dell&#8217;Italia al Terzo Reich. Quando la campana cominci\u00f2 a suonare a morte [sic] per l Germania di Hitler, ci\u00f2 vale anche per l&#8217;Italia di Mussolini, e sopraggiunta l&#8217;estate del 1943, il capo italiano la ud\u00ec. Ma non poteva far pi\u00f9 nulla per sfuggire al proprio destino. Era ormai prigioniero di Hitler<\/em>.<\/p>\n<p>Si resta imbarazzati davanti a tanta faziosit\u00e0, a tale assoluto disprezzo per le regole elementari della obiettivit\u00e0 storica; ci si chiede se autori come Shirer non provassero, almeno in privato, un po&#8217; di vergogna a fare &quot;storia&quot; a questo modo: ma la risposta, senza dubbio, deve essere negativa. Perch\u00e9 avrebbero dovuto? Avevano dalla loro il vento di sinistra che soffiava sul mondo intero; erano forti dell&#8217;onda rivoluzionaria degli anni &#8217;60; nessuno avrebbe guardato per il sottile, nessuno avrebbe cercato il pelo nell&#8217;uovo. L&#8217;importante era demonizzare, ridicolizzare, immiserire quei personaggi, quei movimenti (che qui non stiamo difendendo; stiamo solo facendo una riflessione sull&#8217;onest\u00e0 intellettuale: del resto, abbiamo scritto decine di volte quale distanza siderale ci sia tra il fascismo il nazismo, fra Mussolini e Hitler). Mussolini, <em>il capo dalle frasi bellicose,<\/em> <em>aveva saputo approfittare della confusione e della disperazione del XX secolo<\/em>? Ma questa non \u00e8 storia: questa \u00e8 ideologia allo stato puro. Il vero storico si chiede, semmai, se Mussolini, oltre ad approfittare di quelle circostanze non ne era stato, e in quale misura, il prodotto. Oppure il fascismo nasce dal niente, e Mussolini era solo un abile prestigiatore? Suvvia, cerchiamo di essere seri. L&#8217;affermazione poi, che Mussolini <em>dietro le pompose apparenze era fatto di cartapesta<\/em>, \u00e8 semplicemente gratuita e volgare, indegna di un autentico studioso. Di cartapesta \u00e8 questo modo di studiare la storia: senza indagare le cause dei fenomeni, ma scegliendo frasi ad effetto, cariche di <em>pathos<\/em> e di moralismo da quattro soldi. Davvero Shirer, che rimprovera Mussolini di essere stato solo un leader parolaio e sbruffone, non si accorge che frasi come: <em>Cos\u00ec cadde, in modo ignominioso il moderno cesare romano<\/em>, sono solo aria fritta e letteratura di cattiva qualit\u00e0? Si noti che il sottinteso di Shirer \u00e8 che non vi \u00e8 nulla di male, se si \u00e8 anglosassoni, a voler costruire un impero che si regge sullo sfruttamento dei popoli africani e asiatici; il problema sorge se \u00e8 un dittatore italiano a volerne costruire uno. \u00c8 la stessa linea che verr\u00e0 seguita dai vari Denis Mack Smith e Richard Bosworth, che tanto piace ai lettori anglosassoni, ma anche agl&#8217;italiani progressisti e antifascisti, incurabilmente esterofili e antinazionali. Il giudizio di Shirer sugli italiani? Parrebbe elogiativo, in confronto a quello sui tedeschi; ma lo \u00e8 poi davvero?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La storia viene scritta dai vincitori: questa \u00e8 una cosa che si sa. 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