{"id":24755,"date":"2008-02-18T02:23:00","date_gmt":"2008-02-18T02:23:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/18\/il-duomo-romanico-gotico-di-udine-ha-un-cuore-in-puro-stile-settecentesco\/"},"modified":"2008-02-18T02:23:00","modified_gmt":"2008-02-18T02:23:00","slug":"il-duomo-romanico-gotico-di-udine-ha-un-cuore-in-puro-stile-settecentesco","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/02\/18\/il-duomo-romanico-gotico-di-udine-ha-un-cuore-in-puro-stile-settecentesco\/","title":{"rendered":"Il duomo romanico-gotico di Udine ha un cuore in puro stile settecentesco"},"content":{"rendered":"<p>Non \u00e8 certo un caso eccezionale, nell&#8217;architettura sacra italiana (e non solo italiana), tuttavia \u00e8 uno degli esempi pi\u00f9 eclatanti di come il lento lavorio della storia possa alterare la struttura originaria di un edificio sacro. Infatti, c&#8217;\u00e8 una sorpresa in serbo per chi, dopo aver ammirato la splendida facciata e le strutture esterne del Duomo di Udine, in un tipico esempio di stile romanico-gotico, varca il portone d&#8217;ingresso e si immerge nella penombra delle tre ampie navate. L&#8217;interno del maggior tempio friulano, infatti, ha conservato l&#8217;originario aspetto medioevale solo, nei grandiosi pilastri, nelle cappelle laterali e nel battistero, ove \u00e8 ospitata l&#8217;arca marmorea del Beato Bertrando: tutto il resto, invece &#8211; dai dipinti e gli altari delle cappelle laterali, all&#8217;altar maggiore, ai magnifici dossali dei due cori lignei del presbiterio &#8211; parla inequivocabilmente il leggero e aggraziato linguaggio artistico del XVIII secolo. Tanto che il visitatore, il quale vi giunga per la prima volta, potr\u00e0 essere quasi in dubbio se si trovi di fronte a un unico edificio, o a due edifici distinti: uno esterno ed uno interno. Pare impossibile, infatti, che, solo varcando una porta, si possa passare con tanta naturalezza da una civilt\u00e0 artistica a un&#8217;altra, da uno stile a un altro, da un&#8217;atmosfera a un&#8217;altra; eppure \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n<p>Fu il Patriarca Bertoldo di Andechs (1218-1251) a edificare la maggiore chiesa udinese, inizialmente dedicata a S. Girolamo e poi a S. Odorco, in seguito al trasferimento del capitolo di san Odorico al Tagliamento. Prima, la chiesa cittadina era quella di S. Maria di Castello, che sorgeva (e sorge tuttora) sul colle della citt\u00e0, a fianco del Castello patriarcale. La chiesa di S. Odorico venne ampliata e crebbe d&#8217;importanza sotto il patriarcato di Gregorio di Montelongo (1251-1269), che voleva fare di Udine il centro del suo Stato, che era nominalmente ad Aquileia e, di fatto, a Cividale (Forum Iullii), gi\u00e0 capitale dell&#8217;antico ducato longobardo.<\/p>\n<p>Ma fu il pi\u00f9 famoso dei Patriarchi friulani, il francese Bertrando di San Genesio (1334-1350), le cui reliquie riposano ancor oggi nel tempio, che procedette a un radicale ampliamento e rifacimento della chiesa, dedicandola a S. Maria Maggiore e dandole l&#8217;aspetto esterno che mostra ancor oggi, sul modello delle costruzioni cistercensi della Borgogna, a cominciare dalla pi\u00f9 famosa di tutte: l&#8217;abbazia di Citeaux. Infatti, la struttura architettonica complessiva rivela una unitariet\u00e0 di concezione, una purezza di forme gotiche e una coerenza stilistica che fanno subito pensare a un progetto unitario, realizzato con piglio vigoroso in breve volgere d&#8217;anni. Non si notano quelle incongruenze, quelle sovrapposizioni di linee e di forme, che tradiscono un lento procedere e un susseguirsi di disegni e di maestranze differenti. La consacrazione ebbe luogo nell&#8217;anno 1335, anche se i lavori continuarono a lungo, prima per la costruzione delle cappelle laterali, indi per l&#8217;erezione del possente campanile.<\/p>\n<p>Si tratta di una costruzione tipicamente trecentesca, con facciata in cotto a tre spioventi, portale mediano fiancheggiato da monofore e sormontato da un protiro pensile. Quest&#8217;ultimo \u00e8 stato aggiunto nel 1926; va detto, infatti, che l&#8217;intera facciata \u00e8 stata restaurata nei primi anni del XX secolo. Nella lunetta del portale mediano sono scolpite le scene dei tre momenti-cardine della religione cristiana: la <em>Nativit\u00e0<\/em>, la <em>Crocifissione<\/em> e la <em>Resurrezione.<\/em><\/p>\n<p>A fianco, il possente campanile ottagonale \u00e8 rimasto incompiuto (misura appena 48 metri) e presenta, perci\u00f2, una struttura piuttosto tozza che, tuttavia, ben si armonizza con il corpo centrale dell&#8217;edificio sacro. Fu eretto fra il 1441 e il 1450 da Bartolomeo delle Cisterne, su progetto di Cristoforo da Milano, sopra l&#8217;antico Battistero.<\/p>\n<p>Sulla cima del campanile avrebbe dovuto svettare la statua della Vergine annunziata, facendo cos\u00ec da <em>pendant<\/em> all&#8217;Arcangelo Gabriele che si libra, singolare statua segnavento, sul campanile della vicina Santa Maria di castello, e che costituisce il simbolo della citt\u00e0 di Udine. Sul basamento del campanile sono poste due notevoli sculture di un maestro tedesco del XIV secolo, che raffigurano, ancora, l&#8217;arcangelo Gabriele e l&#8217;Annunziata.<\/p>\n<p>Scrive Carlo Someda de Marco (<em>Guida del Duomo di Udine<\/em>, Udine, Tipografia. G. B. Doretti, 1960, pp. 24-27:<\/p>\n<p><em>&quot;Un guaio ha subito l&#8217;estetica del monumento nel 1953 quando, per esigenza della sistemazione del piano stradale, \u00e8 stato abbassato il mantello della piazza antistante la facciata con la conseguenza di dover creare una gradinata, che nell&#8217;intento avrebbe dovuto recare decoro alla costruzione: ma fece difetto lo studio del problema del collegare il vecchio con il nuovo cosicch\u00e9 ne risult\u00f2 che i gradini oggi figurano quasi addossati a caso innanzi al vetusto muro. I muri poi greggi rimasti scoperti dal nuovo livello del terreno furono rivestiti da una zoccolatura in lastre di pietra verticali che contrastano vivacemente con ogni buona regola costruttiva.&quot;<\/em><\/p>\n<p>E tuttavia, nonostante tali inconvenienti, si pu\u00f2 affermare che l&#8217;estetica dell&#8217;insieme non ha sofferto troppo di questi recenti interventi e che il disegno complessivo della facciata conserva la solennit\u00e0 e dignit\u00e0 che possedeva in origine: tale era stata la purezza di concezione che aveva presieduto al progetto originario di essa.<\/p>\n<p>Il grandioso interno a croce latina, a tre navate divise da pilastri, \u00e8, come dicevamo all&#8217;inizio, di fattura squisitamente barocca; inoltre, le cappelle laterali (realizzate fra l&#8217;inizio del 1400 e il 1500) sono intercomunicanti, sicch\u00e9 la loro fuga prospettiva simula una quarta e una quinta navata, che conferiscono ancora pi\u00f9 ampiezza all&#8217;insieme. La luce piove discreta dai tre grandi oculi della facciata e dalle finestre laterali, avvolgendo le superfici in una atmosfera sognante e rarefatta, che favorisce la concentrazione e, tuttavia, consente di ammirare agevolmente ogni particolare dell&#8217;interno.<\/p>\n<p>Questo adattamento delle originarie forme gotiche al gusto del XVIII secolo \u00e8 dovuto al fatto che, nel 1706, le autorit\u00e0 cittadine avevano deciso la riforma del coro; ma, ben presto, ci si rese conto che ci\u00f2 sarebbe stato impossibile, senza por mano a una riforma di tutto l&#8217;interno dell&#8217;edificio, perch\u00e9, diversamente, il nuovo coro avrebbe contrastato irrimediabilmente con il resto della chiesa. Si trattava, pertanto, di procedere a un radicale rifacimento (e non, si badi, a un semplice ampliamento) di tutta la struttura gotica dell&#8217;interno: lavoro gigantesco e audacissimo, da <em>far tremar le vene e i polsi<\/em> a qualunque architetto.<\/p>\n<p>Si decise di affidare l&#8217;opera al valente Domenico Rossi di Venezia (11678-1742), il quale esegu\u00ec un progetto e lo sottopose all&#8217;esame di due stimate autorit\u00e0 <em>super partes<\/em>: il pittore Luca Carlevaris e l&#8217;architetto Giuseppe Pozzo. Entrambi espressero un giudizio estremamente favorevole, e i lavori furono iniziati, con piglio energico, nel 1713.<\/p>\n<p>Scrive ancora il Someda de Marco (<em>Op. cit.,<\/em> p. 19):<\/p>\n<p><em>&quot;Il Rossi pose mano alla riforma della fabbrica vincendo tutte le enormi difficolt\u00e0 che gli si presentavano date dalla trasformazione di un organismo di stile gotico in quello dell&#8217;arte barocca che imperava in quel tempo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Cambi\u00f2 egli la struttura del vasto edificio sviluppando architettonicamente le cappelle laterali alle navi dandoci l&#8217;illusione di trovarci in una chiesa di cinque navate.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Rivest\u00ec gli antichi pilastri, abbass\u00f2 il soffitto della nave centrale, alz\u00f2 quello delle navi laterali, fece sparire ogni linea che potesse ricordare l&#8217;arte gotica: concaten\u00f2 le membrature con il vasto presbiterio chiudendo in chiave con il coro la larga articolazione architettonica che non \u00e8 pi\u00f9 del barocco ma \u00e8 ormai di linguaggio del settecento veneto.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si cre\u00f2 cos\u00ec un ambiente ove non si sono masse inerti ma tutto coerenza di linee e senso di misura che derivano da una geniale visione prospettica spaziale.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Potremmo, a questo punto, soffermarci a riflettere sui pregi e sui limiti di un tal genere di operazioni architettoniche, le quali, per quanto condotte con somma perizia e con vivissimo senso dell&#8217;arte, come \u00e8 il nostro caso, alterano e snaturano in modo radicale la struttura originaria di un determinato edificio. \u00c8 certo, infatti, che, agli occhi dei contemporanei, siffatte riforme provocano, almeno inizialmente, disorientamento e sconcerto; e la stessa considerazione vale per gli spazi architettonici urbani: nel caso di Udine, ad esempio, la copertura delle numerose rogge cittadine, realizzata negli anni Cinquanta del secolo scorso, che permise bens\u00ec di allargare le strade, adeguandole alle esigenze del traffico automobilistico, ma provoc\u00f2 anche la scomparsa di un elemento estremamente caratteristico dell&#8217;ambiente cittadino.<\/p>\n<p>Tuttavia, \u00e8 facile osservare che un edificio, quanto pi\u00f9 \u00e8 antico, tanto pi\u00f9 \u00e8 soggetto alla necessit\u00e0 di periodiche ristrutturazioni (e ci\u00f2 vale, a maggior ragione, per gli spazi urbani); e che, se la riforma del Rossi alter\u00f2 drasticamente le forme dell&#8217;interno del Duomo, qualcosa di analogo era gi\u00e0 stato fatto, secoli prima, allorch\u00e9 la primitiva chiesa di S. Odorico era stata trasformata nella chiesa di Santa Maria Maggiore.<\/p>\n<p>In architettura, i cambiamenti sono inevitabili e necessari, specialmente se si tratta di edifici fruiti dalla comunit\u00e0 anche per motivi pratici; si pensi, per fare un esempio di attualit\u00e0, alle discussioni che stanno accompagnando, proprio in questi giorni, il progetto di realizzare una tranvia nel centro storico di Firenze. Altro discorso vale per i ruderi di un passato ridotto a pura archeologia, come il Colosseo o il Foro Romano; o per gli edifici pubblici trasformati in semplici musei; come, nel caso di Udine, l&#8217;antica chiesa di San Francesco. Solo la scultura e, pi\u00f9 ancora, la pittura godono il privilegio di una relativa stabilit\u00e0 (restauri a parte), perch\u00e9 i loro prodotti sono unicamente da <em>contemplare<\/em> e non da <em>vivere<\/em>; e l&#8217;occhio, si sa, non consuma la pietra n\u00e9 la tela (tutt&#8217;al pi\u00f9, i lampi delle macchine fotografiche o, nel caso delle sculture poste all&#8217;aria aperta, gli agenti atmosferici e&#8230; i piccioni); mentre la frequentazione quotidiana di folle numerose &quot;consuma&quot; lentamente anche l&#8217;edificio pi\u00f9 robusto; per non parlare dei problemi statici, della deperibilit\u00e0 dei materiali, degli eventuali smottamenti del terreno, dei terremoti, e cos\u00ec via.<\/p>\n<p>Ci\u00f2 detto, chiudiamo questa parentesi e riprendiamo la visita al Duomo di Udine.<\/p>\n<p>Entriamo dal portone della facciata che guarda a sud-ovest (altri due portoni laterali si aprono sul lato a nord-ovest e su quello a sud-est, di fronte all&#8217;Oratorio della Purit\u00e0). L&#8217;accentuata verticalit\u00e0 dell&#8217;interno, non del tutto smorzata dalla riforma settecentesca; l&#8217;ampiezza delle navate laterali e la loro altezza, di poco inferiore a quella della navata centrale; la possanza dei pilastri che sorreggono le arcate: tutto parla un linguaggio maestoso e solenne. E sempre pi\u00f9 ci sentiamo ammirati dalla straordinaria bravura dell&#8217;architetto Domenico Rossi che, in pieno Settecento, ebbe l&#8217;incarico di ristrutturare l&#8217;interno del tempio, senza poter alterare l&#8217;originario impianto gotico; e vi riusc\u00ec con tale maestria che, come si \u00e8 detto, il visitatore non avverte un brusco e traumatico passaggio da uno stile all&#8217;altro, bens\u00ec quasi uno scivolare naturale e armonioso del pi\u00f9 antico nel pi\u00f9 recente.<\/p>\n<p>La prima cappella laterale che incontriamo, entrando, alla nostra sinistra, \u00e8 quella dedicata a San Marco e ospita, fra l&#8217;altro, la pregevolissima pala dell&#8217;altare raffigurante <em>San Marco e santi<\/em>, opera di Giovanni Martini; sull&#8217;altare, opera dell&#8217;architetto Giorgio Massari, la <em>Madonna della salute<\/em> (rifacimento pittorico del XIX secolo); e, alla parete, due dipinti di Maffeo da Verona: lo <em>Sposalizio della Vergine<\/em> ed il <em>Transito di san Giuseppe.<\/em><\/p>\n<p>La seconda cappella a sinistra \u00e8 dedicata a san Giuseppe; le opera pi\u00f9 notevoli in essa contenute sono la pala dell&#8217;altare, dell&#8217;artista friulano noto come Pellegrino da San Daniele (ma il cui nome originario, in realt\u00e0, era Martino da Udine), raffigurante, appunto, <em>San Giuseppe col bambino Ges\u00f9<\/em>, su un grandioso sfondo di architetture rinascimentali; e la sontuosa, ricchissima volta, adornata con stucchi e dipinti, opera di Andrea Urbani.<\/p>\n<p>La terza cappella a sinistra \u00e8 dedicata alla Madonna della Divina Provvidenza. L&#8217;altare \u00e8 di Giorgio Massari, mentre i bassorilievi raffiguranti <em>San Nicol\u00f2<\/em> e <em>San Girolamo<\/em> sono dovuti alla mano del valente scultore veneziano Giuseppe Torretto (o Torretti, 1682-1743).<\/p>\n<p>La quarta e ultima cappella di sinistra \u00e8 denominata delle Reliquie, perch\u00e9, dopo la soppressione del patriarcato di Aquileia, vi furono traslate, nel 1754, parte delle reliquie conservate in quella antica basilica. Sulla destra dell&#8217;altare vi \u00e8 un bel crocifisso di Maestro Bartolomeo, che risente di un duplice influsso stilistico: toscano e germanico (per la precisione, renano). L&#8217;altare \u00e8 abbellito, fra l&#8217;altro, da due rilievi del Torretto: l&#8217;<em>Annunciazione<\/em> e la <em>Visita di Maria a Santa Elisabetta<\/em>, dalle linee particolarmente vivaci e quasi tintorettiane nel loro sciolto dinamismo. Le due statue laterali, di <em>San Gregorio<\/em> e <em>San Quirino<\/em>, sono opera di Giovanni Bonazza. Il catino della cappella (che \u00e8 rientrante, rispetto alle prime tre) \u00e8 opera, assai suggestiva, di Pietro Antonio Novelli. Infine, il trittico del <em>Sacro cuore di Ges\u00f9<\/em>, di <em>Santa Teresa del Bambin Ges\u00f9<\/em> e della <em>Beata Elena Valentinis<\/em> \u00e8 opera dell&#8217;artista udinese Fred Pittino, che lo dipinse nel 1940, per volont\u00e0 dell&#8217;arciprete monsignor Achille Benedetti.<\/p>\n<p>Passiamo ora sul lato destro della chiesa e iniziamo dalla prima cappella laterale, denominata della Trinit\u00e0. Sull&#8217;altare \u00e8 collocata la splendida pala di Giovanni Battista Tiepolo raffigurante la <em>Trinit\u00e0<\/em>, una delle opere pi\u00f9 giustamente celebri del grande maestro veneziano, dipinta nel 1738. Al centro, il crocifisso, sullo sfondo di un cielo tempestoso, senza alcuna figura di santi ai piedi della croce e due soli angioletti, stilizzati, che si librano in aria, uno a destra e uno a sinistra; in alto Dio Padre, che si affaccia alla sommit\u00e0 della croce, come per accogliere e abbracciare l&#8217;anima del Figlio morente; al centro, presso la scritta I.N.R.I., la Colomba dello Spirito Santo. \u00c8 un&#8217;opera dalla concezione compositiva straordinariamente semplice ed efficace, tutta avvolta in una atmosfera disadorna e antiretorica, resa pi\u00f9 drammatica dalle vibranti tonalit\u00e0 del rosso. Il volto del Cristo in agonia \u00e8 uno dei pi\u00f9 intensi e sofferti e, al tempo stesso, uno dei pi\u00f9 umani che siano stati raffigurati nella storia dell&#8217;arte moderna. Alla parete, due dipinti di Pomponio Amalteo: la <em>Resurrezione di Lazzaro<\/em> e la <em>Probatica piscina.<\/em><\/p>\n<p>La seconda cappella di destra \u00e8 quella dei santi Ermacora e Fortunato, patroni della citt\u00e0 di Udine. Sopra l&#8217;altare settecentesco, voluto dal cardinale Delfino (1734-1762), ultimo patriarca di Aquileia, si trova la pala raffigurante i <em>Santi Ermacora e Fortunato<\/em>, sempre di Giovanni Battista Tiepolo, anch&#8217;essa estremamente sobria nella composizione e caratterizzata dalla leggendaria leggerezza di tocco e vaporosit\u00e0 di forme, per le quali \u00e8 celebre il maestro veneziano; l&#8217;opera \u00e8 stata realizzata nel 1737. Straordinario, poi, \u00e8 l&#8217;effetto prospettico e scenografico della volta, opera di Andrea Urbani, con un angelo recante la corona per i santi martiri, che sembra letteralmente planare gi\u00f9 da una apertura sul cielo azzurro, lungo una chiostra di false architetture.<\/p>\n<p>La terza cappella di destra \u00e8 dedicata ai santi Giovanni Battista ed Eustachio. L&#8217;altare, di squisita fattura, semplice ed elegante al tempo stesso, \u00e8 impreziosito da una pala di Francesco Salvatore Fontebasso e rappresenta i due santi dedicatari, <em>Giovanni Battista ed Eustachio<\/em>: piace per la solidit\u00e0 e l&#8217;originalit\u00e0 dell&#8217;impianto compositivo, per l&#8217;armonioso classicismo dei volumi e, soprattutto, per il gioioso cromatismo che la trasfigura. Anche la volta di questa cappella \u00e8 opera di Andrea Urbani, che vi dispiega la consueta bravura, al limite del virtuosismo.<\/p>\n<p>La quarta e ultima cappella di destra, forse la pi\u00f9 splendida di tutte, \u00e8 quella del Santissimo Sacramento. Tutto l&#8217;insieme \u00e8 straordinariamente armonioso, raffinato, sapientemente scenografico, secondo il gusto del moderato barocco veneto settecentesco, che non risulta mai pesante o eccessivo. Gli affreschi del Tiepolo, alle pareti e sul catino; la pala di Pomponio Amalteo con <em>Ges\u00f9 che scaccia i mercanti dal<\/em> Tempio; l&#8217;altare con le belle sculture di Giuseppe Torretto, e cio\u00e9 due <em>angeli<\/em> ai lati, e i bassorilievi raffiguranti la <em>Consegna delle chiavi a San Pietro<\/em> e la <em>Cena di Emmaus,<\/em> questi ultimi veramente splendidi nella loro sobria e commossa essenzialit\u00e0; il bassorilievo con <em>Ges\u00f9 morente ai piedi della croce<\/em> sulla porticina del tabernacolo, in rame sbalzato, fiancheggiata da due angeli in preghiera: tutte queste meraviglie fanno da cornice alla gemma preziosa di questa cappella, ossia la pala dell&#8217;altare con la <em>Resurrezione<\/em> di Giovanni Battista Tiepolo, capolavoro assoluto dell&#8217;artista.<\/p>\n<p>Si tratta di un&#8217;opera di modeste dimensioni (m. 1,28 x 0,66) e di cui non si conosce la data esatta di composizione, che dovrebbe essere di poco anteriore alla consacrazione dell&#8217;altare, avvenuta nel 1754. \u00c8 uno dei dipinti pi\u00f9 freschi, vivi e perfetti di questo grandissimo artista, sia per la purezza della linea e il senso del movimento, con un Cristo vittorioso che si libra al di sopra del sepolcro scoperchiato, sia per lo straordinario senso del colore, che gli conferisce un fascino assolutamente unico e straordinario.<\/p>\n<p>Se, poi, ci volgiamo ad osservare i principali monumenti della navata centrale, dobbiamo in primo luogo ammirare la grande ed elegantissima <em>acquasantiera<\/em> in pietra, scolpita dall&#8217;artista lombardo Bernardino da Bissone, nel 1497. Indi, alziamo lo sguardo al di sopra del portone d&#8217;ingresso, verso il ligneo <em>monumento equestre del conte Daniele Antonini<\/em>, dagli echi donatelliani e verrocchieschi, opera, probabilmente, dello scultore Girolamo Paliario (attivo tra la fine del Cinquecento e il 1622). Questo monumento fu voluto dal Senato della Repubblica di Venezia a ricordo del geniale patrizio Daniele Antonini, matematico e letterato, nato nel 1589 e ucciso da una cannonata austriaca, a soli ventisette anni, sotto le mura di Gradisca (durante la guerra omonima), nel 1616. Infine osserviamo, a destra dell&#8217;ingresso del lato di sud-est, il bel <em>monumento a Zaccaria Bricito<\/em> (il benemerito arcivescovo di Udine che salv\u00f2 la citt\u00e0, nel 1848, dal bombardamento austriaco), di Luigi Minisini, del 1858.<\/p>\n<p>Ma l&#8217;opera di gran lunga pi\u00f9 notevole ed elegante di tutta l&#8217;aula \u00e8, senza dubbio, il pulpito in legno del XVIII secolo, poggiante su pilastri marmorei, che si trova addossato al pilastro fra la cappella dei Santi Battista ed Eustachio e quella del Santissimo; poich\u00e9 la parte lignea \u00e8 dipinta, anch&#8217;essa, in finto marmo, sembra che tutto l&#8217;insieme sia marmoreo. Ignoriamo il nome dell&#8217;artista che, nel 1737, esegu\u00ec questo piccolo capolavoro; ma i notevoli bassorilievi sui tre lati del corpo centrale, raffiguranti la <em>Predica di Sant&#8217;Ermacora, Sant&#8217;Ermacora battezza le vergini aquileiesi<\/em> e la <em>Decollazione dei Santi Ermacora e Fortunato<\/em> fanno pensare alla mano di un allievo particolarmente dotato di Giuseppe Torretto, che probabilmente lavor\u00f2 su disegni o, almeno, su indicazioni del maestro.<\/p>\n<p>In alto sulle pareti, sopra i due portali laterali, spiccano i due grandiosi organi. Quello di sinistra (<em>in cornu epistulae<\/em>) \u00e8 opera di Pietro Nachini, del 1745; quello di destra (<em>in cornu evangelii<\/em>) fu realizzato di Vincenzo De Columbi di Casale Monferrato, nel 1549, e poi rifatto da Francesco Dacci nel 1758. Le portelle originarie del primo, di Andrea Bellunello, sono andate perdute; le attuali figurazioni del parapetto sono di Giovanni Antonio Pordenone e rappresentano scene della <em>vita di Sant&#8217;Ermacora<\/em>. Le portelle dell&#8217;organo <em>in cornu evangelii<\/em> erano dipinte da Pellegrino da San Daniele, ma ora si trovano presso i Musei Civici; attualmente rimangono i dipinti di Francesco Floreani e Giovanni Battista Grassi, del 1556.<\/p>\n<p>Siamo giunti cos\u00ec al presbiterio, la parte pi\u00f9 imponente del duomo e quella ove le trasformazioni apportate dell&#8217;architetto Domenico Rossi sono state pi\u00f9 profonde e radicali. Il presbiterio non \u00e8 molto sopraelevato rispetto all&#8217;aula, poich\u00e9 vi si accede mediante tre soli gradini; ma \u00e8 stato realizzato con tale ampiezza di concezione e con cos\u00ec vivo senso scenografico, che sembra dominare d molto lo spazio sottostante.<\/p>\n<p>La cosa che maggiormente balza all&#8217;occhio, in quanto tutte le linee prospettiche delle navate corrono verso di essa, \u00e8 il grandioso altare maggiore, sotto il quale si adagia la statua del <em>Patriarca Bertrando<\/em> (che fu assassinato, come \u00e8 noto, da un gruppo di feudatari ribelli, presso il fiume Richinvelda, vicino a Spilimbergo, nel 1350).<\/p>\n<p>Ai lati dell&#8217;altare, su due pilastri, le dure meravigliose statue, piene di forza e di movimento, dell&#8217;<em>arcangelo Gabriele<\/em> (sulla sinistra) e della <em>Vergina annunziata<\/em> (sulla destra), il cui silenzioso, mistico colloquio riempie tutto lo spazio circostante e crea una straordinaria suggestione in colui che si avvicina dalla navata centrale o da quelle laterali, misurando con un solo colpo d&#8217;occhio la tenue luminosit\u00e0 del presbiterio.<\/p>\n<p>Scrive efficacemente Giuseppe Bergamini in <em>Udine e la sua provincia<\/em> (Roma, Gruppo editoriale L&#8217;Espresso, 1980, p. 22):<\/p>\n<p><em>&quot;La parte che pi\u00f9 ha risentito della riforma settecentesca \u00e8 il presbiterio dominato dal monumentale complesso dell&#8217;altar maggiore del Torretti (1718) che perfettamente si inserisce nello scenografico ambiente. L&#8217;altare si presenta come un insieme architettonico costituito dall&#8217;urna in cui giace la figura del beato Bertrando nell&#8217;atto di risvegliarsi dal sonno della morte e da due pilastri quadrangolari che lo fiancheggiano e su cui poggiano le statue dell&#8217;arcangelo Gabriele e della Vergine; figure corpose dall&#8217;ampio panneggio dove elemento primario diventa la linea nervosa ed incisiva che crea una serie di piani sui quali scivola dolcemente la luce.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Magniloquenti sono anche i due altari del<\/em> Nome di Ges\u00f9 <em>e del<\/em> Nome di Maria<em>, con colonne tortili, progettati da Giuseppe Pozzo; i<\/em> Mausolei Manin, <em>con gruppi statuari di Giuseppe Torretti, Antonio Corradini, Pietro Baratta, Tommaso Bonazza.&quot;<\/em><\/p>\n<p>I due altari laterali, del <em>Nome di Ges\u00f9<\/em> (a destra) e del <em>Nome di Maria<\/em> (a sinistra), sono opera dell&#8217;architetto Giuseppe Pozzo, un laico carmelitano scalzo, attivo tra la fine del 1600 e la prima met\u00e0 del 1700. Alle estremit\u00e0 dei bracci, i due colossali <em>Monumenti Manin<\/em>, che si innalzano vertiginosamente verso la cupola, riempiono il visitatore di ammirato stupore. Le statue, gli stucchi, la decorazione pittorica formano un complesso cos\u00ec suggestivo e solenne, e, al tempo stesso, cos\u00ec sapientemente dosato nel gioco dei pieni e dei vuoti, delle luci e delle ombre, quale raramente ci \u00e8 dato ammirare nell&#8217;arte del XVIII secolo.<\/p>\n<p>Scrive ancora il Someda De Marco (<em>Op. cit.<\/em>, pp. 84-89):<\/p>\n<p><em>&quot;Il presbiterio con il coro rappresenta un vero trionfo artistico; l&#8217;architettura, le sculture, i dipinti, le decorazioni si completano a vicenda in una superba orchestrazione in tono maggiore.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Domenico Rossi trova in Abondio Stazio (1675-1757) un valido collaboratore e magico stilizzatore dell&#8217;ornamentazione floreale: lo Stazio, esperto nei valori chiaroscurali, sa dare agli ornati grazia e grandiosit\u00e0; stilizza fiori, foglie, gira con eleganti movimenti sagome e cartocci dai quali nascono conchiglie e s&#8217;aprono cieli ove spaziano le composizioni di Luigi<\/em> [in realt\u00e0, Lodovico] <em>Dorigny (1662-1742). A rendere pi\u00f9 vivace l&#8217;estetica di questo insieme troviamo aggruppati angeli e putti librantisi nel vuoto a sostenere giocondamente festoni e drappi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I monumentali altari con i mausolei e i grandi dossali lignei fanno da colossale basamento alle fastose e festose volte ove gli spazi reali e i dipinti si fondono in un armonioso assieme di chiaroscuro di colori e di oro.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;In corrispondenza alla nave centrale si apre la cupola ovoidale, qui gli angeli si fondono con le nubi che salgono sopra la calotta a formare altre nubi sopra le quali schiere gloriose d&#8217;angeli osannanti salgono con esse, escono dal cupolino ove in un mare di luce stava dipinto il Padre Eterno.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Questo complesso nella sua parte centrale \u00e8 andato in parte distrutto dall&#8217;incendio provocato dal bombardamento aereo del 7 marzo 1945<\/em> [si faccia attenzione alla data: la guerra era quasi finita, ma i cosiddetti Alleati (di chi?) continuavano a imperversare con il terrore aereo sulle stremate citt\u00e0 italiane del Nord]<em>: in tale disastrosa occasione una ventina di spezzoni incendiari cadde sul duomo: per vero miracolo si \u00e8 salvato questo interessante monumento.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;I dossali lignei predisposti per le sedi Patriarcale e Pretoria con i sedili del Capitolo e del Magistrato sono fra i migliori esempi che vanti la scultura lignea del settecento veneto.&quot;<\/em><\/p>\n<p>Fino a qualche decennio fa si riteneva che questi meravigliosi bassorilievi in legno, raffiguranti storie dell&#8217;Antico Testamento, fossero opera di Francesco Picchi, mentre i putti e le parti decorative sarebbero stati eseguiti da Matteo Calderoli. Di questa opinione era anche il Someda de Marco, nell&#8217;opera citata; ma poi, alla luce di nuovi studi, egli (nel suo monumentale <em>Il Duomo di Udine<\/em>, del 1970), e con lui, via via, gli altri studiosi, giunsero alla conclusione che il Picchi e il Calderoli lavorarono su disegno, se non addirittura sotto la diretta supervisione, del bellunese Andrea Brustolon, che si deve considerare il vero autore dell&#8217;opera.<\/p>\n<p>Si tratta di un complesso davvero imponente, che colpisce per la sicurezza del disegno, per l&#8217;eleganza della linea, per l&#8217;effetto prospettico realizzato mediante i primi, secondi e terzi piani, nonch\u00e9 per l&#8217;ampiezza della concezione architettonica e scenografica. Ciascuno dei due dossali \u00e8 diviso in sei riquadri, separati da telamoni, le cui scene rimandano ai doveri e alle responsabilit\u00e0 che sono necessari ai rappresentanti del governo ecclesiastico e civile.<\/p>\n<p>Sui dossali di destra (destinati al luogotenente della Serenissima e al suo seguito) , cominciando dal fondo, sono raffigurati la <em>Madre del Verbo, sede della Sapienza<\/em>; l&#8217;episodio di <em>Giuditta e Oloferne<\/em>; <em>Lia e Rachele<\/em>; <em>Ester e Assuero;<\/em> la <em>Sapienza<\/em> (o, forse, una <em>Profetessa<\/em>); la <em>Follia che svia i sentimenti di Salomone.<\/em> Sono tutte scene che vedono protagoniste delle figure femminili, perch\u00e9 la Sapienza, tema dominante del complesso, \u00e8 una virt\u00f9 muliebre. La fattura \u00e8 mirabile e rivela una padronanza tecnica del legno assolutamente sbalorditiva. La cura dei particolari \u00e8 estrema: nella scena della <em>Sapienza<\/em>, ad esempio, le arcate spezzate e le altre architetture dello sfondo sono cesellate, mattone per mattone, con una minuzia estremamente realistica.<\/p>\n<p>Nelle scene di pi\u00f9 ampio respiro, poi, come in <em>Giuditta e Oloferne<\/em>, un notevole effetto di profondit\u00e0 \u00e8 creato dalla successione dei tre piani prospettici: il primo piano con la tenda aperta, Giuditta e la sua serva che escono recandola testa di Oloferne, il corpo decapitato sul giaciglio, e i soldati addormentati pi\u00f9 vicini; in secondo piano i cavalli impastoiati e altri soldati dormienti; in terzo piano la fuga, verso lo sfondo, degli altri padiglioni.<\/p>\n<p>Nel dossale di sinistra, riservato al capitolo del duomo, sono raffigurati il <em>Profeta Isaia<\/em>; <em>Mos\u00e9 che fa scaturire l&#8217;acqua nel deserto<\/em>; <em>Davide che suona l&#8217;arpa<\/em>; <em>Mos\u00e9 in preghiera e il roveto ardente<\/em>; l&#8217;<em>Arca dell&#8217;Alleanza trasportata a Gerusalemme<\/em>; <em>Elia svegliato dall&#8217;arcangelo<\/em>. In questo dossale prevalgono, invece, le figure virili, quasi a fare da contrappunto a quello posto di fronte; il tema dominante delle scene \u00e8 il patto fra Dio e il popolo dell&#8217;Antico Testamento.<\/p>\n<p>Se si pu\u00f2 dire che vi sia una sfumatura di differenza fra i due dossali, anche a livello stilistico, questa consiste in una maggiore vivacit\u00e0 e in un maggior dinamismo del dossale di sinistra rispetto a quello di destra; il che non \u00e8 necessariamente un elemento di superiorit\u00e0. Infatti, nelle scene pi\u00f9 affollate di personaggi, come quelle di <em>Mos\u00e9 che fa scaturire l&#8217;acqua dalla roccia<\/em> o del <em>Trasporto a Gerusalemme dell&#8217;arca dell&#8217;Alleanza<\/em>, pur bellissime, si nota una maggiore dispersivit\u00e0 e un linguaggio figurativo meno sobrio e meno incisivo. Anche l&#8217;atmosfera si direbbe meno rarefatta, ma ci\u00f2 dipende, almeno in parte, dalla diversit\u00e0 dei soggetti, poich\u00e9 nel dossale di sinistra prevalgono situazioni collettive e festose; in quello di destra, invece, situazioni di solitudine psicologica, se non fisica, e una maggiore tensione drammatica.<\/p>\n<p>Alzando, poi, lo sguardo al di sopra dei dossali, verso i due <em>Mausolei<\/em> in onore dei Manin, destinati a celebrare il buon governo della Serenissima, si rimane stupiti e ammirati per la profusione di statue allegoriche, come i begli angeli di Francesco Penso detto Cabianca; le virt\u00f9 personificate dello Stato di Venezia: la <em>Tranquillit\u00e0 della Repubblica<\/em> e la sua <em>Equit\u00e0<\/em> di Tommaso Bonazza, <em>L&#8217;opulenza della Repubblica veneta e delle sue terre<\/em>, la <em>Forza militare della Repubblica e la sua amministrazione<\/em> di Giuseppe Torretto; la <em>Magnanimit\u00e0 della Repubblica con i popoli vinti<\/em> e la <em>Corrispondenza dei commerci della Repubblica<\/em> del Torretto insieme a Pietro Baratta; la <em>Fama<\/em> di Abondio Stazio. Fra tutte, spicca per\u00f2 la <em>Fede cristiana della Repubblica<\/em> del virtuoso Antonio Corradini, un artista capace di rappresentare le figure velate come se non avesse a che fare con il marmo, ma con lo stucco o con la cera; un autentico mago dello scalpello, forse in possesso &#8211; come \u00e8 stato da alcuni ipotizzato &#8211; di qualche misterioso segreto tecnico, che gli consentiva di raggiungere effetti di tale trasparenza, da lasciare senza parole.<\/p>\n<p>Molte altre cose ci sarebbero da dire: sugli affreschi del Dorigny (1654-1742), che adornano le volte del presbiterio e del coro (e, in parte, rifatti dal Pittino dopo il bombardamento del 1945); sulla cappella di San Nicol\u00f2, dietro il coro, decorata dal pi\u00f9 importante ciclo pittorico trecentesco dell&#8217;intero Friuli, opera di Vitale da Bologna; sull&#8217;urna marmorea del Beato Bertrando, sorretta da cinque leggiadre figure oranti, posta nel battistero (che si apre in fondo al presbiterio, a sinistra); sugli stalli intarsiati del coro; sulle sacrestie, anch&#8217;esse ricche di pitture, intagli, stucchi e arredi preziosi.<\/p>\n<p>E, poi, moltissime cose ci sarebbero da dire sull&#8217;oratorio della Purit\u00e0, posto di fronte al portale di sud-est: anch&#8217;esso ricchissimo di opere d&#8217;arte e specialmente di pitture di Giambattista e Giandomenico Tiepolo.<\/p>\n<p>Ma \u00e8 tempo di affrettarci a concludere, perch\u00e9 ci siamo trattenuti gi\u00e0 pi\u00f9 del previsto.<\/p>\n<p>Una cosa \u00e8 certa: nessuna parola potr\u00e0 mai rendere adeguatamente l&#8217;incanto di un cos\u00ec nobile edificio sacro, carico d&#8217;arte e di storia; e neanche delle semplici riproduzioni fotografiche potrebbero riuscirvi. Persino un filmato a colori non potrebbe restituire tutto l&#8217;incanto dell&#8217;originale: perch\u00e9, oltre ad alterare inevitabilmente l&#8217;intensit\u00e0 della luce, che \u00e8 la vera, impalpabile protagonista dell&#8217;interno, l&#8217;occhio della telecamera costituir\u00e0 sempre un diaframma destinato ad escludere la parte pi\u00f9 intima del godimento estetico.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 che una cosa da fare, per apprezzare a pieno tutte le bellezze di un edificio come quello che abbiamo cercato di descrivere: prendere il treno e recarsi a visitarlo di persona. Solo cos\u00ec, passeggiando lungo le navate, sostando davanti alle cappelle o levando lo sguardo verso le volte affrescate, sar\u00e0 possibile lasciarsi prendere dal ritmo, dall&#8217;armonia e dalla musica di questa grande preghiera costruita dalla fede degli uomini nel corso dei secoli; la quale, bench\u00e9 fatta di pietra e di marmo, appare pi\u00f9 lieve di un sogno e pi\u00f9 delicata di un sospiro.<\/p>\n<p><em>BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE<\/em><\/p>\n<p>&#8211; Someda de Marco, Carlo, <em>Guida del Duomo di Udine,<\/em> Udine, Tipografia G. B: Doretti, 1960.<\/p>\n<p>&#8211; Idem, <em>Il Duomo di Udine,<\/em> Udine, Arti Grafiche Friulane, 1970.<\/p>\n<p>&#8211; Buora, Maurizio, <em>Guida di Udine. 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Mondadori Editore, 1986.<\/p>\n<p>&#8211; Autori vari, <em>Friuli-Venezia Giulia<\/em>, Bergamo, Istituto Italiano Edizioni Atlas, 1983.<\/p>\n<p>&#8211; Autori vari, <em>Friuli-Venezia Giulia<\/em>, Milano, Edizioni Aristea, s. d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non \u00e8 certo un caso eccezionale, nell&#8217;architettura sacra italiana (e non solo italiana), tuttavia \u00e8 uno degli esempi pi\u00f9 eclatanti di come il lento lavorio della<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30139,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[28],"tags":[109],"class_list":["post-24755","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-architettura","tag-chiesa-cattolica"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-architettura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24755","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24755"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24755\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30139"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24755"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24755"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24755"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}