{"id":24657,"date":"2019-08-19T02:24:00","date_gmt":"2019-08-19T02:24:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/19\/dobbiamo-vergognarci-del-nostro-passato-coloniale\/"},"modified":"2019-08-19T02:24:00","modified_gmt":"2019-08-19T02:24:00","slug":"dobbiamo-vergognarci-del-nostro-passato-coloniale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/08\/19\/dobbiamo-vergognarci-del-nostro-passato-coloniale\/","title":{"rendered":"Dobbiamo vergognarci del nostro passato coloniale?"},"content":{"rendered":"<p>Fra i numerosi complessi di colpa che la stessa storiografia italiana alimenta incessantemente nell&#8217;anima del nostro popolo, e che i giovani bevono facilmente a causa dell&#8217;ignoranza in cui sono tenuti circa la sua storia proprio da chi, come la scuola, li dovrebbe invece informare, c&#8217;\u00e8 quello di aver partecipato alle avventure coloniali europee e di aver condotto guerre &quot;ingiuste&quot; e sottomesso popoli di colore con la violenza. Un intero filone storiografico si \u00e8 specializzato nel rigirare il coltello in questa piaga e fare in modo che gli italiani non si scordino mai, neppure per un momento, di avere molti scheletri nel proprio armadio coloniale, per ci\u00f2 che hanno fatto in Africa (l&#8217;Asia e il Pacifico hanno molta meno importanza: in pratica si tratta solo della spedizione contro i Boxers e delle concessioni cinesi di Tientsin, Shangai e Amoy e di qualche timido tentativo verso il sultanato di Sabah e la Nuova Guinea) e di cui si devono perennemente vergognare: dalle repressioni del maresciallo Graziani nell&#8217;interno della Libia all&#8217;uso dei gas venefici da parte dell&#8217;aviazione durante la guerra d&#8217;Etiopia. Uno storico africanista molto conosciuto, Angelo Del Boca, ha fatto di questo rimprovero il filo conduttore di tutte le sue ricerche sulla nostra passata storia coloniale (cfr. il nostro articolo: <em>Angelo Del Boca e la &quot;sua&quot; Africa<\/em>, pubblicato sul sito dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 18\/11\/17). Il grado di obiettivit\u00e0 dei suoi libri \u00e8 pari a quello che si pu\u00f2 riscontrare nel film <em>Il leone del deserto<\/em>, commissionato nel 1981 dal colonnello Gheddafi, e finanziato con 35 milioni di dollari, al regista Mustafa Akkad, e interpretato da star hollywoodiane come Oliver Reed (il generale Graziani, nei panni del &quot;cattivo&quot;), Rod Steiger (Mussolini, il cattivissimo), Anthony Quinn (il protagonista, cio\u00e8 l&#8217;eroe) e l&#8217;intramontabile Irene Papas, per celebrare le gesta patriottiche di Omar al-Mukhtar, capo militare dei Senussi che contrast\u00f2 l&#8217;occupazione effettiva della Cirenaica da parte italiana e che venne infine catturato, processato e impiccato nel 1931. Sia nel film di propaganda voluto dal dittatore libico, sia nei libri di Del Boca si respira la stessa atmosfera satura di manicheismo ideologico: tutto il bene sta dalla parte dei popoli africani, tutto il male \u00e8 dalla parte dei biechi colonialisti italiani; e quanto al colonialismo in se stesso, va da s\u00e9 che \u00e8 una delle pagine pi\u00f9 brutte dalla storia mondiale.<\/p>\n<p>Tutti questi luoghi comuni dovrebbero essere rivisti uno per uno allo scopo di ristabilire un po&#8217; di equanimit\u00e0 in sede di giudizio storico; senza contare che dal giudizio storico discende anche, almeno in parte, l&#8217;idea che un popolo si forma di se stesso, del suo passato, dei suoi pregi e delle sue virt\u00f9, ma anche dei suoi difetti e delle sue colpe. E dunque, \u00e8 proprio vero che il colonialismo italiano \u00e8 stato un unico, grande errore? Noi non ne siamo cos\u00ec sicuri come lo sono Del Boca, o Walter Markov con il suo <em>Sommario di storia coloniale<\/em>, o, in genere, tutti gli storici di sinistra; e nemmeno siamo sicuri che il colonialismo italiano sia stato peggiore di quello delle altre grandi potenze, a cominciare da quella che pretese di ergersi a modello supremo e insuperabile, la Gran Bretagna (cfr. i nostro articoli: <em>C&#8217;era qualcosa di sbagliato nel colonialismo italiano?<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 09\/03\/10 e su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 05\/12\/17, e <em>Il confronto tra colonialismo inglese e italiano<\/em>, rispettivamente il 16\/11\/13 e il 03\/12\/17). In realt\u00e0, l&#8217;esperienza coloniale italiana in Africa \u00e8 durata poco pi\u00f9 di sessant&#8217;anni: dal 1882, con l&#8217;acquisto della baia di Assab da parte della Compagnia Rubattino, al 1943, quando l&#8217;ultima bandiera italiana venne ammainata al termine della campagna di Tunisia (Paese che peraltro non era una colonia italiana, in quanto la Francia l&#8217;aveva occupato sin dal 1881, precedendo di pochi giorni un&#8217;analoga iniziativa del governo Depretis). In quel breve periodo di tempo, non vi \u00e8 alcun dubbio che l&#8217;Italia invest\u00ec cospicue somme di denaro, avvi\u00f2 una agricoltura moderna e costru\u00ec notevolissime infrastrutture in tutte le sue colonie africane, e con ci\u00f2 diede un contributo determinante ad avviare in quelle societ\u00e0 un impulso di rinnovamento che si \u00e8 prolungato ben oltre la conquista dell&#8217;indipendenza. Nessuno storico serio ha mai potuto obiettare che l&#8217;Italia ha ricavato dalle sue colonie molto meno di ci\u00f2 che vi ha investito, a differenza di ci\u00f2 che si pu\u00f2 dire delle maggiori potenze coloniali, Gran Bretagna e Francia, ma anche delle minori, sia antiche, come l&#8217;Olanda e il Portogallo, sia recenti, come il Belgio. Certo, \u00e8 impossibile dimostrare che ci\u00f2 fu dovuto a una particolare generosit\u00e0 dei colonizzatori italiani, mentre \u00e8 sicuro che vi ebbe una parte decisiva il crollo subitaneo dell&#8217;impero, cos\u00ec come era accaduto per le colonie tedesche con la scoppio della Prima guerra mondiale. L&#8217;impero coloniale germanico, anzi, ebbe vita ancor pi\u00f9 breve: nato con Bismarck nel 1884, si chiuse ufficialmente col trattato di Versailles del 1919, sicch\u00e9 la Germania non ebbe il tempo di mettere a frutto i suoi investimenti. Per il colonialismo vale la regola dei qualsiasi altra impresa: metter su un&#8217;attivit\u00e0 economica richiede dei finanziamenti iniziali che solo in un secondo tempo potranno essere recuperati sotto forma di utili. Il caso pi\u00f9 caratteristico, per l&#8217;Italia, \u00e8 quello dell&#8217;Impero di Etiopia: in quel caso, il dominio coloniale dur\u00f2 appena cinque anni e in un tempo cos\u00ec breve \u00e8 pi\u00f9 che ovvio che i capitali investiti non poterono fruttificare; in compenso, ha del miracoloso ci\u00f2 che l&#8217;Italia riusc\u00ec a costruire in termini di strade, ponti, ferrovie, scuole, ospedali, per non parlare dello svecchiamento giuridico e amministrativo, dall&#8217;abolizione della schiavit\u00f9 alla creazione di un embrione di Stato moderno (mentre l&#8217;Impero di Hail\u00e9 Selassi\u00e9 era ancora, per molti aspetti, un residuato del feudalesimo medievale). In pratica, e contrariamente alla vulgata oggi corrente, bastarono cinque anni perch\u00e9 l&#8217;Italia aiutasse l&#8217;Etiopia a entrare nella storia moderna, facendo quello che nessun sovrano indigeno aveva mai fatto, n\u00e9 mai avrebbe fatto, neppure in cento anni; ragion per cui il popolo etiopico, e questo \u00e8 il dato realmente probante, non conserva un cattivo ricordo dell&#8217;Italia, nel complesso, nonostante pagine fosche, come la repressione sanguinosa dell&#8217;insurrezione di Addis Abeba nel febbraio 1937. Del resto, la stessa conquista dell&#8217;Etiopia, nel 1935-36, che viene sempre presentata come un&#8217;aggressione a freddo voluta da Mussolini per &quot;vendicare Adua&quot; e per dare al nostro Paese &quot;un posto al sole&quot;, forse non fu cos\u00ec studiata in anticipo come oggi si d\u00e0, quasi sempre, per scontato (cfr. il nostro articolo <em>Siamo proprio sicuri che, nel 1935, fu l&#8217;Italia ad aggredire deliberatamente l&#8217;Etiopia?<\/em>, sul sito di Arianna Editrice il 07\/06\/11 e su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 20\/11\/17).<\/p>\n<p>Chi ha letto il bel libro di Franco Bandini <em>Gli italiani in Africa. Storia delle guerre coloniali, 1882-1943<\/em>, scritto da un autore che non pu\u00f2 certo essere accusato di tendenze colonialiste o di simpatie fasciste, ma che discute i fatti storici, e anche i loro retroscena, col buon senso dei numeri alla mano, delle date, degli interessi in gioco, tutte cose che, se correttamente poste, parlando gi\u00e0 da sole, sa che l&#8217;Italia, dopo l&#8217;infausta pace di Addis Abeba del 1896 e fino alla guerra del 1935-36, pi\u00f9 che a prendersi la rivincita su Adua e a sottomettere l&#8217;Etiopia, badava a proteggere le sue colonie della Somalia e dell&#8217;Eritrea, poste costantemente sotto minaccia dalla politica espansionista dei Negus. Tanto \u00e8 vero che aveva bens\u00ec dei piani difensivi approntati a tale scopo, ma non dei piani offensivi, che vennero preparati solo a partire dal 1935, dopo e non prima l&#8217;incidente ai pozzi di Ual Ual del 5 dicembre 1934; mentre le bande di alcuni ras si tenevano pronti da tempo all&#8217;invasione delle due colonie italiane, con l&#8217;obiettivo strategico di aprire all&#8217;Etiopia la via fino al mare, il Mar Rosso nel caso dell&#8217;Eritrea e l&#8217;Oceano Indiano in quello della Somalia. Per cui, alla fine, l&#8217;incidente di Ual Ual convinse Mussolini a cogliere l&#8217;occasione, non cercata, ma presentatasi per caso, di eliminare una volta per tutte la minaccia gravante su di esse, e a causa della quale l&#8217;Italia doveva tenere ad Asmara e a Mogadiscio delle forze militari sproporzionatamente grandi, e assai costose, per parare in qualsiasi momento una puntata offensiva etiopica; oppure doveva rassegnarsi, prima o poi (e anche questa possibilit\u00e0 era stata a suo tempo ventilata) ad abbandonarle, perch\u00e9 tenervi un esercito permanente era troppo costoso, ma non farlo equivaleva a rischiare di essere gettati in mare da una improvvisa offensiva etiopica.<\/p>\n<p>Osserva il giornalista e saggista Waldimaro Fiorentino nel suo libro <em>L&#8217;Italia in Africa e un Degasperi sconosciuto<\/em> (Trento, Manfrini Editori, 1991, pp. 27-32):<\/p>\n<p><em>Chiss\u00e0 perch\u00e9 Gheddafi non ha mai chiesto alla Turchia i risarcimenti che ha pi\u00f9 volte reclamato dall&#8217;Italia? La nostra campagna di Libia, in effetti, fu un episodio di colonizzazione atipica; l&#8217;Italia non priv\u00f2 la Libia della sua libert\u00e0, ma la sottrasse al dominio della Turchia, che l&#8217;aveva colonizzata per secoli, limitandosi a sfruttarla senza farla progredire assolutamente, anzi facendola vistosamente regredire, e che la colonizzava tuttora. L&#8217;Italia, al contrario, rest\u00f2 in Libia soltanto per una trentina d&#8217;anni e lasci\u00f2 opere pubbliche ed istituzioni imponenti che trasformarono letteralmente quel Paese e ne resero possibile il passaggio senza traumi al regime di indipendenza; per questo Re Idriss, che fu il primo capo dello Stato della Libia indipendente, dimostr\u00f2 amicizia e simpatia per i 25 mila italiani che rimasero in Tripolitania e Cirenaica, dopo la partenza dell&#8217;Italia dalla Libia.<\/em><\/p>\n<p><em>L&#8217;Italia, sin dai primi giorni della campagna di Libia, soppresse il commercio degli schiavi, che aveva il suo mercato principale a Bengasi, realizzando cos\u00ec un&#8217;opera di liberazione civile e di umanit\u00e0, prima ancora che un&#8217;occupazione militare. Di questo provvedimento ci fu grata, per un interesse egoistico, anche la Francia, che vedeva ostacolata la sua penetrazione nella regione del lago Tchad dai guerriglieri, armati con le armi acquistate attraverso la vendita degli schiavi operata, appunto, a Bengasi. Ne dava notizia il quotidiano parigino &quot;Le Matin&quot;, scrivendo: &quot;Finora i trafficanti di schiavi andavano ad esitare a Bengasi la loro triste merce ed a comprarvi armi e munizioni, delle quali si servivano contro le nostre truppe. Ora che l&#8217;occupazione dell&#8217;Italia chiuse la porta dalla quale operavasi questo abominevole commercio, sventando cos\u00ec le fosche manovre contro la nostra occupazione nell&#8217;Africa centrale, il nostro compito sar\u00e0 facilitato singolarmente&quot;. (&#8230;) Ma di quel provvedimento si dimostr\u00f2 soddisfatta soprattutto la popolazione locale pi\u00f9 povera esposta ai rischi della schiavit\u00f9 (&#8230;).<\/em><\/p>\n<p><em>Le motivazioni diplomatiche che determinarono il nostro intervento contro l&#8217;Impero ottomano in Libia vennero riassunte in una nota che &quot;Il Trentino&quot;, quotidiano diretto da Alcide Degasperi, pubblic\u00f2 nel n. 224 di luned\u00ec 2 ottobre 1911; essa assicura che &quot;La misura era colma&quot;, poich\u00e9 negli ultimi anni della dominazione turca si erano verificate numerose &quot;sopraffazioni di cui furono oggetto gl&#8217;italiani fino ai massacri di Adana e al saccheggio dell&#8217;agenzia di navigazione generale italiana di Santi Quaranta e dei reclami eternamente insoluti. Il nuovo regime [ossia quello dei Giovani Turchi, nota nostra] peggior\u00f2 la situazione ed \u00e8 noto fra le infamie il ratto di Giulia Franzoni, la sedicenne figlia di onesti operai delle ferrovie di Adana, alla quale fu imposto con la violenza l&#8217;islamismo. \u00c8 pure nota la lunga storia delle piraterie ottomane nel Mar Rosso. Brevemente accennato il fatto del 5 giugno 1909 quando la cannoniera &quot;Nurakad&quot; a 40 chilometri dalla costa turca si impossess\u00f2 con atti di violenza della somma di 2340 talleri del sambuco italiano &quot;Selima&quot;; vero atto di pirateria senza attenuanti. Il Governo ottomano si \u00e8 reso pure complice di fatti delittuosi; si ricorda ancora Pade Giustino caduto a Derna sotto il ferro assassino e Gastone Terrini assassinato a Tripoli. Questi ed altri fatti rimasti impuniti, malgrado i reclami dei consoli.<\/em><\/p>\n<p><em>E vale anche la pena ricordare che, tra i pi\u00f9 accaniti sostenitori dell&#8217;intervento dell&#8217;Itala in quel Paese vi era anche Hassuna Pasci\u00e0, all&#8217;epoca sindaco di Tripoli e discendente della Dinastia dei Caramanli, che aveva regnato sulla Libia dal 1711 al 1835, per essere rovesciati proprio dai turchi, i quali avevano gi\u00e0 privato i libici della loro volont\u00e0 nei secoli precedenti, cos\u00ec come fatto dal 1835 sino al 1911, prima dello sbarco dell&#8217;Italia. Di quella occupazione, Hassuna pasci\u00e0, come del resto la parte prevalente della popolazione libica, fu sempre molto grato all&#8217;Italia, con la quale collabor\u00f2 attivamente, assumendo anche l&#8217;incarico di vicegovernatore della Libia. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Taher Bey [uno dei suoi figli] frequent\u00f2 l&#8217;Accademia militare di Modena, uscendone con il grado di sottotenente, appena in tempo per prendere parte alla seconda guerra mondiale, distaccato ai servizi logistici nell&#8217;area nordafricana; in questo compito, si distinse per fedelt\u00e0 e perizia. Catturato dagli inglesi, venne internato in un campo di concentramento in India sino al termine delle ostilit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>La sua fedelt\u00e0 all&#8217;Italia non gli venne rimproverata dai suoi compatrioti, i quali, evidentemente condividendone i sentimenti, lo elessero dopo il conflitto, sindaco di Tripoli, incarico che era gi\u00e0 stato di suo padre.<\/em><\/p>\n<p>Scommettiamo che moltissime di queste cose lo studente italiano, anche di livello universitario, raramente le viene a conoscere. La maggior parte degli storci, degli intellettuali e degli uomini di cultura ha troppa paura d&#8217;esser tacciato di neocolonialismo, per dirle. Eppure la verit\u00e0 \u00e8 questa: in Libia ci andammo, nel 1911, per delle buone ragioni; una bella fetta della popolazione araba accolse con gratitudine l&#8217;occupazione italiana, ricordandola poi con affetto e persino con qualche nostalgia: valga per tutti l&#8217;episodio del sindaco di Tripoli, Hassuna Pasdci\u00e0, e della sua famiglia) Eppure, non pago d&#8217;aver cacciato i nostri laboriosi coloni, nel 1970, il presidente Gheddafi chiese cospicui &quot;risarcimenti&quot; per la dominazione italiana e sostanzialmente li ottenne, dal governo Berlusconi, col Trattato di Bengasi del 2008. Ma perch\u00e9 non chiese alcun risarcimento alla Turchia? Forse per non ricordare al mondo che il colonialismo non \u00e8 stato un&#8217;invenzione europea, n\u00e9 una &quot;vergogna&quot; tutta italiana? O per far dimenticare che se i turchi lo praticavano da secoli, gli arabi, per parte loro, da secoli praticavano il commercio degli schiavi? E che la prima iniziativa giuridica importante dell&#8217;Italia in Libia fu la sua abolizione, cos\u00ec come lo sarebbe stata, nel 1936, l&#8217;abolizione della schiavit\u00f9 nell&#8217;Impero di Etiopia?<\/p>\n<p>No: non di tutto il nostro passato coloniale abbiamo motivo di vergognarci; ed \u00e8 sospetta la fretta con cui si \u00e8 voluta porre una pietra tombale anche sul ricordo di quella esperienza nazionale. Eppure, anche in letteratura essa non \u00e8 scivolata via senza lasciare alcuna tracia: dalla quadrilogia di Guglielmo Ferrero <em>La terza Roma<\/em>, formata dai romanzi <em>Le due verit\u00e0<\/em> (1926), <em>La rivolta del figlio<\/em> (1927), <em>Sudore e sangue<\/em> (1930) e <em>Liberazione<\/em> (1936), fino a <em>Tempo di uccidere<\/em> (1947) di Ennio Flaiano, dal quale \u00e8 stato tratto un film di Giuliano Montaldo (1989) interpretato da Nicolas Cage: ma quanti studenti sanno della loro esistenza? E quanti italiani delle ultime due generazioni li hanno mai letti? Possibile che dopo pi\u00f9 di settant&#8217;anni dalla chiusura di quella pagina della nostra storia, essa rappresenti ancora un nervo scoperto, che bisogna far di tutto per tenere nascosto al grosso pubblico?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fra i numerosi complessi di colpa che la stessa storiografia italiana alimenta incessantemente nell&#8217;anima del nostro popolo, e che i giovani bevono facilmente a causa dell&#8217;ignoranza<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30184,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[10],"tags":[178,231],"class_list":["post-24657","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-storia-contemporanea","tag-italia","tag-regno-unito"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-storia-contemporanea.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24657","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24657"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24657\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30184"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24657"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24657"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24657"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}