{"id":24606,"date":"2012-04-30T04:57:00","date_gmt":"2012-04-30T04:57:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/04\/30\/disincanto-alienazione-solitudine-sono-il-cancro-che-ci-sta-consumando\/"},"modified":"2012-04-30T04:57:00","modified_gmt":"2012-04-30T04:57:00","slug":"disincanto-alienazione-solitudine-sono-il-cancro-che-ci-sta-consumando","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/04\/30\/disincanto-alienazione-solitudine-sono-il-cancro-che-ci-sta-consumando\/","title":{"rendered":"Disincanto, alienazione, solitudine sono il cancro che ci sta consumando"},"content":{"rendered":"<p>\u00abEccoci qui, ancora soli. C&#8217;\u00e8 un&#8217;inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza&#8230; Fra poco sar\u00f2 vecchio. E la sar\u00e0 finita, una buona volta. Gente n&#8217;\u00e8 venuta tanta, in camera mia. Tutti han detto qualcosa. Mica m&#8217;han detto gran che. Se ne sono andati. Si son fatti vecchi, miserabili e torpidi, ciascuno in un suo cantuccio di mondo.\u00bb<\/p>\n<p>Cos\u00ec incomincia \u00abMorte a credito\u00bb, il secondo romanzo-rivelazione di Louis-Ferdinand C\u00e9line, pubblicato nel 1936 (il primo, altrettanto rivoluzionario, era stato \u00abViaggio al termine della notte\u00bb, apparso nel 1932).<\/p>\n<p>La parola-chiave, nell&#8217;atmosfera descritta cos\u00ec efficacemente da C\u00e9line, ma anche da tanti altri scrittori e artisti del XX secolo, \u00e8 &quot;disincanto&quot;. Il mondo ha perso i suoi vividi colori, i suoi profumi, il suo orizzonte di speranza; e tutta la realt\u00e0 \u00e8 scivolata in una nebbia grigiastra, indistinta, vischiosa, che sembra corrodere inesorabilmente ogni cosa: emozioni, sentimenti, pensieri, aspettative, valori, certezze.<\/p>\n<p>Tristemente, lugubremente disincantato del mondo, l&#8217;uomo contemporaneo si aggira come uno spettro in un paesaggio che gli \u00e8 divenuto estraneo ed ostile, un paesaggio irreale che ha qualcosa di dantesco, come nella \u00abTerra desolata\u00bb di Eliot; un paesaggio artificiale, parcellizzato, inaridito, prosciugato della sua naturalit\u00e0 cos\u00ec come della sua luce interiore e, pertanto, divenuto opaco, straniante, indecifrabile e irriconoscibile.<\/p>\n<p>In questo paesaggio si muove una folla di individui solitari, che corrono di qua e di l\u00e0, si agitano scompostamente, si sentono protagonisti solo perch\u00e9 sui loro cartelli e suoi loro striscioni \u00e8 scritta la parola &quot;popolo&quot;; ma popolo non sono, sono piuttosto un gregge, un gregge impazzito che viene tosato spietatamente da forze apparentemente imperscrutabili, sospinto a piacere, manipolato, strumentalizzato, contraffatto.<\/p>\n<p>Questo \u00e8, appunto, quel che C\u00e9line odiava nel &quot;popolo&quot; ebreo: non il dato biologico e razziale e nemmeno l&#8217;identit\u00e0 religiosa, ma la pretesa di essere una stirpe eletta, una stirpe separata e &quot;pura&quot;, una entit\u00e0 oppositiva compiaciuta della propria differenza e resa arrogante dal proprio potere economico; cos\u00ec come, ha osservato il poeta Pasquale Panella, ce l&#8217;aveva anche con il &quot;popolo&quot; comunista e cos\u00ec come oggi, probabilmente, ce l&#8217;avrebbe con il &quot;popolo&quot; di Internet o con il &quot;popolo&quot; globale.<\/p>\n<p>Il popolo, dunque, \u00e8 il grande, ingannevole mito del XIX e del XX secolo: frutto avvelenato della Rivoluzione francese, ma anche punto d&#8217;arrivo di un percorso storico che parte dalla costituzione dello Stato-nazione nella forma delle monarchie nazionali del Medioevo, allorch\u00e9 erano tramontati i due grandi poteri universali del Papato e dell&#8217;Impero.<\/p>\n<p>Quando la massa, quando il gregge vogliono sentirsi qualcosa, quando vogliono credersi protagonisti della storia, adoperano la parola &quot;popolo&quot;: tale \u00e8 l&#8217;inganno, tale la grande ipocrisia della modernit\u00e0, sulla quale fondano la loro presa i veri poteri forti: quelli dell&#8217;industria, della finanza, della speculazione internazionale.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, all&#8217;interno di questo paesaggio straniante e di questa entit\u00e0 evanescente e velleitaria chiamata &quot;popolo&quot;, \u00e8 sempre pi\u00f9 solo, pi\u00f9 alienato, pi\u00f9 disincantato; \u00e8 sempre pi\u00f9 passivo, impotente, incatenato; sempre meno capace di prendere in pugno la propria vita e sempre pi\u00f9 etero- diretto, dal modo in cui si veste a quello in cui si cura nelle malattie, a quello in cui trascorre il proprio tempo libero.<\/p>\n<p>E il risultato del disincanto, dell&#8217;alienazione, della solitudine, \u00e8 il frutto amaro dell&#8217;angoscia, della rabbia, dell&#8217;incattivirsi. L&#8217;uomo contemporaneo \u00e8 pieno di amarezza riguardo al presente e pieno di paura riguardo al domani: e ci\u00f2 lo rende cinico, distruttivo, sarcastico, spietato. Un uomo intrappolato in un ingorgo stradale pu\u00f2 accumulare abbastanza rabbia e istinto di morte da trasformarsi in un ordigno a orologeria, pronto ad esplodere e a spazzar via chiunque abbia la sfortuna di attraversargli la strada in quel momento.<\/p>\n<p>Si osservi un qualsiasi ritratto di C\u00e9line: la piega amara della bocca, il vuoto abissale dello sguardo, l&#8217;aria stranita e quasi sconvolta dell&#8217;espressione: \u00e8 il volto di una persona infelice e amareggiata, sconfitta dalla vita, che ha perso i suoi sogni e che tuttavia non riesce ad arrendersi, se non aggrappandosi con rabbia al suo rancore, al suo desiderio di rivalsa. La sprezzante ironia che lo contraddistingue, il sorriso beffardo simile a un ghigno, non offrono una maschera sufficiente a coprire il suo segreto.<\/p>\n<p>In questa solitudine carica di angoscia, ciascuno sa di poter contare unicamente su se stesso: non si chiede aiuto, perch\u00e9 si pensa che non vi sia alcuno disposto a darlo; si resta sulla barricata finch\u00e9 le forze bastano &#8211; sul lavoro, in famiglia, nella societ\u00e0; poi si crolla di schianto. Allora si va dallo psichiatra e si cerca la salvezza nei farmaci: solo a quel punto la maschera cade, e appare il volto spaventato e sbigottito di un pover&#8217;uomo o di una povera donna.<\/p>\n<p>Come i membri di un branco di erbivori restano passivi ad aspettare l&#8217;attacco del leone, e mentre uno soccombe, gli altri si limitano a trotterellare un poco pi\u00f9 in l\u00e0, cos\u00ec nella societ\u00e0 contemporanea ciascuno continua a brucare l&#8217;erba del proprio angolino, con stolida meticolosit\u00e0, fino a quando gli artigli della depressione avranno afferrato la prossima vittima, senza che nessuno degli altri si desti dal torpore e faccia qualcosa per prevenire il pericolo.<\/p>\n<p>Una sorta di cupo fatalismo \u00e8 calato sulle masse intente a brucare l&#8217;erba del consumismo: si sa che, presto o tardi, altre vittime verranno trascinate nell&#8217;abisso, ma si resta l\u00ec, come niente fosse, quasi aspettando il proprio turno; e, nel frattempo, ci si stordisce con mille cose inessenziali, ci si frastorna con mille rumori inutili e con mille parole d&#8217;ordine, tutte ugualmente vuote, bench\u00e9 roboanti.<\/p>\n<p>\u00c8 venuta a mancare la solidariet\u00e0, perch\u00e9 \u00e8 venuto a mancare il calore umano: freddi, efficienti, gli uomini e le donne moderni somigliano sempre pi\u00f9 a delle macchine, delle quali non si ha maggior cura di quanta se ne avrebbe per una lavatrice o un&#8217;automobile; quando, poi, sono usurati, si lasciano condurre alla discarica, in attesa della rottamazione.<\/p>\n<p>Eppure bisogna reagire a un tale stato di cose, perch\u00e9 a nulla serve indulgere nel vittimismo e nella compassione di s\u00e9, cos\u00ec come attardarsi nella sterile lamentela o nell&#8217;altrettanto sterile vagheggiamento di un passato felice che, forse, non \u00e8 mai esistito, se non nella immaginazione, quando pi\u00f9 vuoto e triste sembra essersi fatto il presente.<\/p>\n<p>Dopo tanto distruggere, dopo tanto sospettare, dopo tanto corrodere, \u00e8 venuto il tempo di ricostruire, di sperare, di riconquistare l&#8217;incanto del mondo: perch\u00e9 senza di esso la vita diventa un fardello gravoso e, alla lunga, insopportabile.<\/p>\n<p>\u00c8 venuto il tempo di spianare quella piega amara dalle labbra, di restituire calore e profondit\u00e0 allo sguardo, di ritrovare gioia nei piccoli gesti di ogni giorno, nelle piccole cose semplici che rendono amabile la vita ed esaltante l&#8217;attesa del domani.<\/p>\n<p>Dobbiamo far tesoro delle nostre sconfitte, delle nostre debolezze, delle nostre colpevoli ingenuit\u00e0; dobbiamo spogliarci della nostra cattiva coscienza e ritrovare una coscienza autentica, che nasce dalla capacit\u00e0 di guardare onestamente e francamente entro se stessi.<\/p>\n<p>Quando capiremo di aver commesso un errore imperdonabile dando pi\u00f9 importanza alle cose che alle persone, pi\u00f9 importanza all&#8217;apparire che all&#8217;essere, allora ritroveremo la saggezza per riprendere i sentieri interrotti e per riguadagnare la strada di casa, lasciandoci guidare dal richiamo dell&#8217;Essere. La porta \u00e8 soltanto socchiusa, nessuno ci impedisce di entrare, se noi fermamente lo vogliamo.<\/p>\n<p>Durante la nostra assenza, certo, sono cresciute le erbacce: ebbene, ci metteremo di buona lena e inizieremo a strapparle, un cespuglio dopo l&#8217;altro, fino a quando il giardino sar\u00e0 tornato bello e accogliente e potremo sentirci di nuovo a nostro agio, non pi\u00f9 stranieri abbandonati dal caso in una landa sconosciuta.<\/p>\n<p>Dobbiamo ritrovare il sentimento che il mondo \u00e8 la nostra dimora accogliente e, insieme, alla nostra, quella di tutte le altre specie viventi che con noi la condividono.<\/p>\n<p>Il percorso sar\u00e0 lungo e faticoso, perch\u00e9 molto ci siamo allontanati dalla retta via e troppo a lungo abbiamo corteggiato i nostri peggiori difetti: la pigrizia, la furbizia da quattro soldi, l&#8217;infedelt\u00e0 a noi stessi e la vigliaccheria.<\/p>\n<p>Non sar\u00e0 una cosa facile; non sar\u00e0 una passeggiata. Il nostro percorso sar\u00e0 reso difficile dalle piante spinose cresciute a dismisura; dovremo ferirci i piedi e macchiare di sangue i nostri passi. C&#8217;\u00e8 un prezzo da pagare per tutti gli errori, e stavolta sar\u00e0 un prezzo alto.<\/p>\n<p>Saremo anche sviati e confusi da fantasmi ghignanti, da ombre mostruose: i nostri rimorsi, i nostri sensi di colpa verranno a turbarci, a offuscarci la vista; udremo voci nel buio, voci di pianto che ci sembrer\u00e0 di riconoscere: quelle dei nostri sogni pi\u00f9 puri, che noi stessi abbiamo strozzato nella culla, come una madre snaturata che sopprima i suoi figli.<\/p>\n<p>Eppure dovremo andare avanti e bere l&#8217;amaro calice sino alla feccia: solo cos\u00ec potremo farcela, solo cos\u00ec potremo, forse, ritrovare la nostra pare migliore e dimenticata. \u00c8 sulle nostre gambe che dobbiamo imparare a rimetterci in piedi e non sfruttando qualche ricetta miracolosa, qualche altra piccola, miseria furberia.<\/p>\n<p>Non ci sono scorciatoie e non si fanno sconti, nella vita: quel che \u00e8 stato disperso deve essere nuovamente raccolto e quel che \u00e8 stato rotto, deve essere aggiustato o sostituito: con pazienza, con umilt\u00e0, con spirito di sacrificio. Aggrapparsi a vuote speranze, imboccare improbabili scorciatoie non servir\u00e0 a niente, anzi, non farebbe che aggravare le cose. Dobbiamo pur imparare che non tutto \u00e8 in vendita e che l&#8217;essenziale non lo possiamo comprare: dobbiamo diventare capaci di estrarlo da noi stessi.<\/p>\n<p>Solo quando avremo capito queste cose, il nostro viaggio al termine del notte ci porter\u00e0 in vista di una nuova alba; altrimenti resteremo a mezza strada, ancora immersi nelle tenebre profonde, e invano udremo risuonare, da lontano, il canto del gallo. Il gallo canta solo per chi possiede la ferma volont\u00e0 di risvegliarsi e di affrontare con coraggio il nuovo giorno.<\/p>\n<p>C&#8217;\u00e8 ancora molto, moltissimo giorno che aspetta di sorgere per noi; c&#8217;\u00e8 tutto un mondo di bellezza che attende di udire, nel silenzio dell&#8217;alba, i nostri passi.<\/p>\n<p>Saranno come i passi di Adamo ed Eva, quando risuonarono per la prima volta nel Giardino terrestre: perch\u00e9 l&#8217;anima che ritrova in s\u00e9 l&#8217;incanto del mondo, \u00e8 come se vedesse ogni cosa per la prima volta.<\/p>\n<p>Dobbiamo risvegliarci dai nostri tristi sogni, pieni di angoscia e di amarezza, e destarci nella freschezza del mattino che sorge.<\/p>\n<p>E, per poterlo fare, dobbiamo diventare pi\u00f9 leggeri: ne abbiamo, di zavorra, di cui possiamo e dobbiamo sbarazzarci. Le nostre tasche sono piene di cose inutili, di paccottiglia che credevamo merce preziosa e indispensabile; ma non lo era.<\/p>\n<p>Quando saremo diventati pi\u00f9 leggeri, cominceremo anche a camminare con passo leggero: sfiorando la terra, senza premerla; cos\u00ec come si sfiora la fronte di un bambino.<\/p>\n<p>\u00c8 in noi stessi il bambino di cui dobbiamo prenderci cura: un bambino solo e spaventato, che, tuttavia, \u00e8 ancora capace di sognare, di amare, di credere. Se non ci occuperemo di lui, periremo: perch\u00e9, senza di lui, siamo come morti.<\/p>\n<p>Non \u00e8 troppo tardi; c&#8217;\u00e8 ancora tempo. C&#8217;\u00e8 sempre tempo, purch\u00e9 si sia disposti a riconoscere gli sbagli e ad imparare qualcosa da essi.<\/p>\n<p>Gli sbagli rendono migliori, quando sono riconosciuti come tali: hanno in se stessi il balsamo per lenire le ferite di cui sono stati la causa.<\/p>\n<p>Ci vuole umilt\u00e0: l&#8217;umilt\u00e0 di riconoscere che, da soli, non possiamo fare niente; mentre se ci apriamo allo splendore dell&#8217;Essere, allora tutto diviene possibile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abEccoci qui, ancora soli. C&#8217;\u00e8 un&#8217;inerzia, in tutto questo, una pesantezza, una tristezza&#8230; Fra poco sar\u00f2 vecchio. E la sar\u00e0 finita, una buona volta. 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