{"id":24592,"date":"2015-07-29T12:38:00","date_gmt":"2015-07-29T12:38:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/ce-un-solo-discepolo-luomo-una-sola-verita-lessere-un-solo-maestro-dio\/"},"modified":"2015-07-29T12:38:00","modified_gmt":"2015-07-29T12:38:00","slug":"ce-un-solo-discepolo-luomo-una-sola-verita-lessere-un-solo-maestro-dio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/29\/ce-un-solo-discepolo-luomo-una-sola-verita-lessere-un-solo-maestro-dio\/","title":{"rendered":"C\u2019\u00e8 un solo discepolo: l\u2019uomo; una sola verit\u00e0: l\u2019essere; un solo maestro: Dio"},"content":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 il discepolo, chi \u00e8 il maestro, e quale dev&#8217;essere la relazione che si stabilisce fra di essi, posto ch&#8217;essa sia autentica?<\/p>\n<p>Non sono affatto domande oziose; sono fondamentali: se non mettiamo bene a fuoco, con una esigente ricerca del vero, la reale natura del discepolo, la reale natura del maestro e la reale natura della relazione che si stabilisce fra l&#8217;uno e l&#8217;altro, tutto il fatto educativo precipita nel vuoto, o, peggio, sprofonda nelle mefitiche paludi della menzogna, della falsa verit\u00e0.<\/p>\n<p>Il discepolo, per definizione, \u00e8 colui che vuole imparare; in senso spirituale, \u00e8 colui che vuole imparare l&#8217;essenziale. Ma lo vuole veramente? Oppure \u00e8 sufficiente ch&#8217;egli creda di volerlo, mentre, in realt\u00e0, non lo vuole affatto, specialmente se la cosa finisse per rivelarsi assai pi\u00f9 faticosa, assai pi\u00f9 impegnativa di quello che aveva immaginato? E come si fa, come fa egli stesso per sapere se di un vero discepolo si tratta, animato da una autentica volont\u00e0 d&#8217;imparare, a qualsiasi costo, oppure d&#8217;una banale contraffazione di quel che un discepolo dovrebbe essere?<\/p>\n<p>Passiamo al maestro. Chi pu\u00f2 dirsi tale, chi pu\u00f2 considerarsi tale, ed essere considerato tale anche dagli altri, dai possibili discepoli? Evidentemente, colui che conosce l&#8217;essenziale; non solo: ma anche colui che sa come si trasmette l&#8217;essenziale a un discepolo, ossia la condizione educativa; altrimenti, il suo sapere sarebbe sterile e inerte, n\u00e9 potrebbe giovare ad alcuno &#8212; neppure a lui stesso. Infatti, conoscere la verit\u00e0 solamente per se stessi, senza sapere o potere o volere condividerla con altri, \u00e8 ben misera cosa; vorremmo dire che \u00e8 impossibile, perch\u00e9 la verit\u00e0 trasforma colui che la possiede, e lo rende capace di trasmetterla a sua volta. La verit\u00e0 \u00e8 come l&#8217;amore: chi ne possiede il segreto, non pu\u00f2 tenerlo per se stesso; ma chi non pu\u00f2 tenerlo per se stesso, lo sa anche comunicare agli altri &#8212; diventa un conoscitore del cuore umano.<\/p>\n<p>Ecco una definizione, dunque: il vero maestro \u00e8 un conoscitore della verit\u00e0, e anche del cuore umano; le due cose vanno di pari passo, perch\u00e9 la verit\u00e0 giace nel fondo del cuore dell&#8217;uomo, e chi arriva al fondo di esso, arriva anche al segreto della verit\u00e0. Impossibile immaginare le due cose come separate e indipendenti: esse procedono di pari passo, appaiate, come due buoi aggiogati al medesimo aratro; e insieme, di comune intesa, arano la terra feconda, che \u00e8 l&#8217;anima del discepolo, rivoltandola zolla per zolla: perch\u00e9 solo a tale condizione essa potr\u00e0 dare frutto.<\/p>\n<p>Ecco, dunque, come dev&#8217;essere la relazione fra discepolo e maestro: deve essere realizzata in modo tale che il discepolo ne sia intimamente trasformato, non sia pi\u00f9 lo stesso uomo che era prima; ma non per diventare una copia o uno strumento del maestro, bens\u00ec per rinascere a se stesso, per realizzare in se stesso il proprio dover essere: in breve, per fare di s\u00e9 quel che \u00e8 giusto sia fatto, quello per cui egli, come ogni altro essere umano, \u00e8 stato chiamato alla vita.<\/p>\n<p>S\u00f6ren Kierkegaard, in quel bellissimo libro di filosofia che in pochi, tutto sommato, anche fra i suoi ammiratori, si son presi la briga di leggere, intitolato \u00abBriciole di filosofia\u00bb &#8211; e che, insieme al suo seguito ideale, la monumentale \u00abPostilla conclusiva non scientifica alle &quot;Briciole di filosofia&quot;\u00bb, entrambi formati con lo pseudonimo di Johannes Climacus, fa del pensatore danese un maestro del pensiero dialettico, pur essendo egli il massimo critico della dialettica idealista -, ha svolto forse le pi\u00f9 profonde riflessioni sul rapporto fra il discepolo e il maestro di verit\u00e0 (da: S. Kierkegaard, \u00abOpere\u00bb, a cura di Cornelio Fabro, Firenze, Sansoni Editore, 1993, pp. 207-209):<\/p>\n<p>\u00abSe il maestro dev&#8217;essere occasione che ha il compito di far ricordare al discepolo, allora non \u00e8 affatto in grado di ricordargli ch&#8217;egli in fondo conosce la verit\u00e0, perch\u00e9 il discepolo \u00e8 precisamente la non-verit\u00e0. Ci\u00f2 per cui il maestro pu\u00f2 essere per lui l&#8217;occasione per ricordare, \u00e8 ch&#8217;egli \u00e8 la non-verit\u00e0. Ma con questa consapevolezza il discepolo viene a trovarsi escluso dalla verit\u00e0, pi\u00f9 che se egli non sapesse di essere la non-verit\u00e0. A questo modo, appunto col risvegliare il ricordo nel discepolo, il maestro allontana da s\u00e9 il discepolo; soltanto che il discepolo col ritornare in se stesso non scopre ch&#8217;egli prima sapeva la verit\u00e0, ma scopre la sua non-verit\u00e0 Rispetto a questo atto di coscienza vale il principio socratico che il maestro \u00e8 soltanto occasione, chiunque egli sia, fosse pure un Dio; poich\u00e9 la mia non-verit\u00e0 io non la posso scoprire che da me stesso, perch\u00e9 essa non \u00e8 scoperta se non quando sono IO a scoprirla (con il presupposto sopra indicato circa il momento, questa \u00e8 l&#8217;unica analogia al metodo socratico).<\/p>\n<p>Se ora il discepolo deve ricevere la verit\u00e0, allora bisogna che il maestro gliela porti; non solo, ma bisogna che gli dia anche la condizione per comprenderla; perch\u00e9 se lo stesso discepolo fosse per se stesso la condizione per comprendere la verit\u00e0, egli non avrebbe bisogno che di ricordare; giacch\u00e9 la condizione per comprendere la verit\u00e0 e come il poter interrogare sulla medesima: condizione e questione contengono il condizionato e la risposta (altrimenti, se cos\u00ec non fosse, il momento non dovrebbe essere inteso che in senso socratico).<\/p>\n<p>Ma colui che d\u00e0 al discepolo non soltanto la verit\u00e0 ma anche la condizione, non \u00e8 un maestro. Ogni insegnamento riposa in ultima analisi su questo, che la condizione \u00e8 presente: se questa manca, il maestro non pu\u00f2 nulla, perch\u00e9 in caso diverso egli non dovrebbe formare ma creare il discepolo, prima d&#8217;incominciare a istruirlo. Ma questo non \u00e8 possibile ad alcun uomo: se ci\u00f2 si potesse fare, dovrebbe essere opera di Dio stesso.<\/p>\n<p>In quanto ora il discepolo esiste, egli \u00e8 certamente creato e quindi Dio deve avergli dato la condizione per comprendere la verit\u00e0 (perch\u00e9 altrimenti prima egli sarebbe soltanto un bruto, e sarebbe stato il maestro ad avergli dato la condizione per comprendere la verit\u00e0, a farlo per la prima volta uomo); ma in quanto il momento deve avere un&#8217;importanza decisiva (se non si assume questo, noi stiamo ancora nella situazione socratica), il discepolo dev&#8217;essere senza condizione, quindi deve esserne spogliato. Questo non pu\u00f2 accadere con l&#8217;intervento di Dio (sarebbe una contraddizione), e neppure per un puro caso (sarebbe una contraddizione che ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 pi\u00f9 basso possa superare ci\u00f2 ch&#8217;\u00e8 pi\u00f9 alto); bisogna quindi che ci\u00f2 sia accaduto a causa di lui stesso. Se l&#8217;uomo avesse potuto perdere la condizione non a causa di lui stesso e si trovasse nello stato di perdita senza che ci\u00f2 accada a causa di lui stesso, allora egli sarebbe in possesso della condizione soltanto in modo casuale, il che \u00e8 contraddittorio, poich\u00e9 la condizione per la verit\u00e0 \u00e8 una condizione essenziale. La non-verit\u00e0 non \u00e8 quindi soltanto essere fuori della verit\u00e0, ma \u00e8 essere polemicamente contro la verit\u00e0, vale a dire &#8212; in altri termini &#8212; ch&#8217;egli ha sprecato e spreca la condizione.<\/p>\n<p>Il Maestro \u00e8 allora Dio stesso, il quale agendo come condizione fa s\u00ec che il discepolo si ricordi ch&#8217;egli \u00e8 non-verit\u00e0 e che lo \u00e8 per propria colpa. Ma questo stato di essere la non-verit\u00e0 e di esserlo per propria colpa, come lo potremo chiamare? Chiamiamolo il PECCATO.<\/p>\n<p>Quindi il Maestro \u00e8 Dio che d\u00e0 la condizione e d\u00e0 la verit\u00e0. Come dobbiamo ora chiamare un simile maestro? [&#8230;] Chiamiamolo un SALVATORE, poich\u00e9 egli salva il discepolo dalla non-libert\u00e0, lo libera da se stesso; un REDENTORE, poich\u00e9 libera colui che s&#8217;era fatto prigioniero da se stesso, e nessuno \u00e8 cos\u00ec tremendamente prigioniero, e nessuna prigionia \u00e8 cos\u00ec difficile a spezzare come quella in cui l&#8217;individuo tiene se stesso! E non si \u00e8 detto ancora abbastanza; poich\u00e9 mediante la non-libert\u00e0 il singolo si \u00e8 reso colpevole di qualche cosa: e se quel Maestro gli d\u00e0 la condizione e la verit\u00e0, allora Egli \u00e8 anche un RICONCILIATORE il quale toglie l&#8217;ira che grava sulla sua colpa.<\/p>\n<p>Un Maestro simile il discepolo non lo potr\u00e0 mai dimenticare, perch\u00e9 nello stesso momento egli ricadrebbe in se stesso, come colui che, un tempo in possesso della condizione, dimenticando ch&#8217;esiste Dio, sprofond\u00f2 nella non-libert\u00e0. Se essi s&#8217;incontrano in un&#8217;altra vita, allora quel Maestro potr\u00e0 dare la condizione a colui che non l&#8217;avesse ricevuta, per lui Egli apparir\u00e0 un altro. La condizione \u00e8 in verit\u00e0 un deposito, di cui il fiduciario deve sempre dare conto. Ma un Maestro simile, come lo chiameremo? Un Maestro pu\u00f2 di certo giudicare se il discepolo fa qualche progresso o non; ma giudicarlo non lo pu\u00f2, perch\u00e9 dev&#8217;essere abbastanza socratico da vedere ch&#8217;egli non d\u00e0 al discepolo la cosa essenziale. Quel maestro allora in fondo non \u00e8 maestro ma Giudice.\u00bb<\/p>\n<p>Tirando un po&#8217; le somme del discorso, e servendoci del pensiero di Kierkegaard come d&#8217;una strada gi\u00e0 tracciata, per proseguire, eventualmente, per la nostra via: il maestro \u00e8 colui che sa, il discepolo colui che non sa, e che sa di non sapere; inoltre, che desidera imparare. Ma la scelta del discepolo sar\u00e0 fatta dal maestro, e non viceversa; perch\u00e9, fra chi sa e chi non sa, a scegliere dev&#8217;essere il primo, non il secondo; altrimenti, come farebbe a scegliere, quest&#8217;ultimo? Il maestro, dunque, si sceglie il proprio discepolo, e lo pone nella condizione di poter imparare: ch\u00e9, altrimenti, tutta la sua scienza sarebbe vana, e il suo insegnamento, velleitario e inutile.<\/p>\n<p>Dove trovare, per\u00f2, un maestro che non solamente conosca la verit\u00e0, e tutta la verit\u00e0 (perch\u00e9 conoscerne solo una parte, o alcune parti, equivale a non conoscerla affatto: con l&#8217;aggravante di credersi sapienti, quando si \u00e8 sommamente ignoranti), ma sia anche in grado di porre il discepolo nella condizione di poterla apprendere? Qual \u00e8 il maestro che ha un potere sulla condizione? Nessun maestro umano risponde ad un tale requisito: nessun maestro umano conosce la verit\u00e0 tutta intera; e nessuno \u00e8 capace di porre il discepolo nella giusta condizione, per il semplice fatto che la condizione non dipende tanto dalle circostanze esterne (che gi\u00e0 sono difficili da controllare e dominare, per qualsiasi maestro), ma anche e soprattutto dal livello di consapevolezza del discepolo medesimo, che dipende da lui e da lui solo. Nessun maestro umano, infatti, sar\u00e0 mai capace di creare tale consapevolezza, se il discepolo non lo vuole realmente; e, per volerlo realmente, deve essere consapevole della realt\u00e0 del proprio livello di consapevolezza: ma ci\u00f2 non dipende da nessun altri che lui. Il maestro pu\u00f2 lavorare su ci\u00f2 che gi\u00e0 esiste, e sia pure in potenza, aiutandolo a svilupparsi; ma non pu\u00f2 creare, di bel nuovo, quello che non esiste.<\/p>\n<p>Eppure, c&#8217;\u00e8 un maestro che pu\u00f2 fare tutto questo, e, inoltre, che lo vuole, alla sola condizione che il discepolo si lasci scegliere, si lasci illuminare, e che si abbandoni totalmente a lui. Non \u00e8 un maestro umano: \u00e8 il Maestro per eccellenza, Dio; e non un Dio qualunque, creato dalla mente e dai desideri degli uomini, ma il Dio che si \u00e8 fatto uomo, ossia che si \u00e8 messo, da se stesso, come le sue creature, nella condizione: la condizione dell&#8217;uomo che cerca la verit\u00e0, che anela alla verit\u00e0, che vive solamente per la verit\u00e0. La condizione del perfetto discepolo; un discepolo che, umanamente parlando, e solo umanamente parlando, non esiste; e che, appunto, \u00e8 propria di un unico discepolo fra milioni e milioni: il discepolo che si fa maestro di se stesso, che trova la verit\u00e0 in se stesso, che diviene cos\u00ec Maestro con la maiuscola: il Dio che si fa uomo e che condivide la vita degli uomini, sino al punto pi\u00f9 basso: il tradimento e l&#8217;abbandono dei discepoli (ch&#8217;egli aveva innalzato alla dignit\u00e0 di amici), la tortura, una morte pubblica e socialmente vergognosa. Per poi risorgere, di nuovo Maestro, e Maestro per sempre e per ciascuno di noi.<\/p>\n<p>Il Maestro divino sceglie i suoi discepoli, ma non esclude nessuno: di fatto, tutti sono da lui scelti, ma pochi sono quelli che rispondono. Il perch\u00e9 di questo apparente paradosso, non dipende da Lui: per amare la verit\u00e0, bisogna essere in due; e l&#8217;uomo \u00e8 libero di amare o non amare, dunque anche di amare la verit\u00e0, o di non amarla. Eppure, tutti sono scelti, tutti sono chiamati: e, anche questo, \u00e8 un attributo del solo Maestro divino: nessun maestro umano lo potrebbe fare, neanche il pi\u00f9 grande. E questo perch\u00e9 il maestro umano non pu\u00f2 porre la condizione; se lo potesse, allora non avrebbe pi\u00f9 bisogno di scegliere questo o quel discepolo: potrebbe sceglierli tutti, chiamarli tutti. Ed \u00e8 appunto quel che fa il divino Maestro, nella sua sapienza e bont\u00e0 infinite. Se tutti gli uomini rispondessero, non vi sarebbe libert\u00e0: perch\u00e9 vi sia libert\u00e0, bisogna che vi sia qualcuno che non la vuole, che la rifiuta, in nome della sicurezza, del &quot;pane&quot;, dell&#8217;ordine assicurato da qualcun altro.<\/p>\n<p>In conclusione, possiamo dire che esiste un solo discepolo, l&#8217;uomo di buona volont\u00e0, che sia leale con se stesso e con ciascun altro; che esiste una sola verit\u00e0, l&#8217;essere, al di fuori del quale non vi sono che le lande desolate del nulla, della disperazione e della follia; e che esiste un unico maestro, Dio, il Dio che si fa uomo: tutti gli altri non sono che impostori, impegnati a recitare una commedia assai mediocre; tutto il resto non \u00e8 che vanit\u00e0, disordine e finzione. Dunque, a ciascuno di noi la scelta&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 il discepolo, chi \u00e8 il maestro, e quale dev&#8217;essere la relazione che si stabilisce fra di essi, posto ch&#8217;essa sia autentica? 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