{"id":24586,"date":"2016-01-01T07:17:00","date_gmt":"2016-01-01T07:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/01\/01\/ci-siamo-disamorati-del-lavoro-perche-abbiamo-smarrito-lanima\/"},"modified":"2016-01-01T07:17:00","modified_gmt":"2016-01-01T07:17:00","slug":"ci-siamo-disamorati-del-lavoro-perche-abbiamo-smarrito-lanima","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/01\/01\/ci-siamo-disamorati-del-lavoro-perche-abbiamo-smarrito-lanima\/","title":{"rendered":"Ci siamo disamorati del lavoro perch\u00e9 abbiamo smarrito l\u2019anima"},"content":{"rendered":"<p>Una delle manifestazioni pi\u00f9 negative della crisi, morale e materiale, che stiamo da tempo attraversando, senza riuscire a intravedere un raggio di luce che ci indichi la giusta direzione da seguire per uscirne, \u00e8 il disamore nei confronti del lavoro. Non sapremmo trovare un termine pi\u00f9 preciso di questo: potremmo anche parlare di disaffezione, ma sarebbe riduttivo: noi non solo abbiamo smesso di voler bene al nostro lavoro, ma abbiamo anche smesso di considerarlo parte essenziale della nostra vita, del nostro percorso umano, del nostro sistema di valori.<\/p>\n<p>Proviamo a ricordare quel era l&#8217;atteggiamento nei confronti del lavoro dei nostri genitori e dei nostri nonni. Essi lo amavano istintivamente, e cercavano di svolgerlo nella maniera migliore possibile. Vi dedicavano tutte le loro risorse, vi impegnavano tutte le loro capacit\u00e0; non si davano pace se qualcosa non riusciva bene, n\u00e9 avrebbero sopportato che qualcun altro facesse notare loro degli eventuali difetti, delle imperfezioni: il loro amor proprio ne avrebbe sofferto a tal punto che essi si prodigavano per evitare che una simile eventualit\u00e0 potesse mai verificarsi. Erano, pertanto, i giudici pi\u00f9 severi di se stessi; non avevano alcuna indulgenza per le cose fatte male e non consideravano delle attenuanti, meno ancora delle giustificazioni, n\u00e9 la malattia, n\u00e9 l&#8217;avere tanti altri pensieri e preoccupazioni, anche di tipo familiare. Esigevano il massimo da se stessi: pretendevano almeno il doppio di quel che chiedevano agli altri.<\/p>\n<p>Al culto del lavoro fatto bene e nei tempi stabiliti, essi aggiungevano una puntigliosa precisione e una onest\u00e0 che non aveva bisogno di timbri, n\u00e9 di firme davanti agi avvocati: la parola data, per loro, era sacra. Se promettevano di fornire un certo lavoro entro la tale data, cascasse il mondo, cos\u00ec doveva essere. Non li fermavano la neve o la pioggia, il caldo torrido o i malanni fisici. Non facevano mai debiti, se non erano sicuri di pagarli scrupolosamente, fino all&#8217;ultimo centesimo e nei tempi fissati; per\u00f2 facevano debiti solo se era strettamente necessario. Le banche si fidavano di loro e loro delle banche: vi era una fiducia reciproca, anche perch\u00e9 vi era una conoscenza personale. Le banche si accontentavano di un interesse ragionevole; i debitori si facevano un punto d&#8217;onore di rispettare gli impegni presi. Era un circuito virtuoso. E lo Stato, da parte sua, non era ancor diventato un nemico dichiarato dell&#8217;impresa, dell&#8217;artigianato e del commercio: le tasse non erano esorbitanti, esistevamo margini di profitto che incoraggiavano l&#8217;iniziativa privata. L&#8217;usura, il male della modernit\u00e0, denunciato da tutte le grandi menti degli ultimi secoli, da Dante a Pound, non la faceva ancora da padrona.<\/p>\n<p>Per tutte queste ragioni, e per molte altre ancora, il lavoro era un piacere, una passione, una ragione di vita; nessuno aspettava con impazienza il momento di andare in pensione, se non per gravi motivi personali; essere attivi e sentirsi vivi, erano un&#8217;unica cosa; e i figli e i nipoti, vedendo i genitori ed i nonni cos\u00ec dediti al lavoro, cos\u00ec innamorati del lavoro fatto bene, cos\u00ec assidui e scrupolosi, imparavano dal loro esempio e crescevano alla loro scuola, senza bisogno di tanti discorsi e senza sollecitazioni esterne: respiravano l&#8217;amore del lavoro con la stessa naturalezza con cui succhiavano il latte materno. Inoltre vedevano gli adulti sereni, e capivano che lavorare non \u00e8 una cosa brutta, una cosa riservata a chi non pu\u00f2 farne a meno, ma, al contrario, un elemento necessario per l&#8217;equilibrio interiore e per la pace dell&#8217;anima. Tanto \u00e8 vero che molte persone fischiettavano o canticchiavano durante il lavoro: da esse emanava un&#8217;atmosfera di ottimismo, di fiducia, di sana immersione nella realt\u00e0 concreta, nella vita d&#8217;ogni giorno. Per questo, e non per altro, l&#8217;abitudine di frequentare assiduamente l&#8217;osteria era considerata in maniera negativa: perch\u00e9 si accompagnava all&#8217;idea dell&#8217;ozio, della trascuratezza dei propri doveri. Non era il bicchiere di vino con gli amici, la cosa da guardare con sospetto e disapprovazione; era l&#8217;abuso del tempo di riposo, e il disordine spirituale che vi si accompagnava. Stare delle ore davanti al bicchiere era una maniera di disertare il proprio posto di combattimento: perch\u00e9 la vita \u00e8 una battaglia virtuosa, i nostri nonni lo sapevano e i bambini, guardandoli, lo capivano istintivamente. Capivano, senza tanti ragionamenti, che il benessere viene dal lavoro e che il vestito per l&#8217;inverno, le vacanze al mare (se c&#8217;erano) e i giocattoli sotto l&#8217;albero di Natale, arrivavano perch\u00e9 scaturivano dalla dedizione al lavoro e non perch\u00e9 fossero un &quot;diritto&quot; garantito a ciascuno, indipendentemente dal merito, dalla fatica e dallo spirito di sacrificio.<\/p>\n<p>Naturalmente, stiamo parlando dei lavori a misura d&#8217;uomo: i quali, fino a una o due generazioni fa, erano ancora, probabilmente, la maggioranza. Ma oggi, nel tempo in cui l&#8217;Usura ha gettato la maschera e il sistema mondiale delle banche ha ridotto l&#8217;umanit\u00e0 intera in schiavit\u00f9 (anche se una schiavit\u00f9 che si presenta, sovente, sotto l&#8217;apparenza delle catene dorate), il lavoro ha perso la sua importanza e la sua dignit\u00e0, \u00e8 diventato una mera funzione del profitto, e nemmeno del profitto derivante dal sano e meritevole lavoro personale, ma dai meccanismi speculativi del sistema finanziario globale, che operano il &quot;miracolo&quot;, osceno e blasfemo, della creazione di ricchezza (ma per pochissimi) senza creare, nel medesimo tempo, beni e servizi reali, per cui non si creano nuovi posti di lavoro, anzi, li si diminuisce incessantemente, n\u00e9 si soddisfano i veri bisogni delle persone, ma ci si ingegna di inventarne sempre di nuovi, e sempre pi\u00f9 artificiali e fasulli. Pertanto moltissimi lavori sono diventati sgradevoli in se stessi e nessuno, pur con la migliore buona volont\u00e0 di questo mondo, riuscirebbe ad amarli e a praticarli con lo spirito di serenit\u00e0 e di dedizione assoluta che animava le passate generazioni.<\/p>\n<p>Possiamo anche dire che, oggi, non si vedono pi\u00f9 gli effetti benefici del lavoro: si lavora per pagare mutui, e ci\u00f2 vale sia per gli individui che per le imprese e per gli stessi stati; viene cos\u00ec a mancare uno degli stimoli fondamentali alla gioia del lavoro, la soddisfazione che deriva dalla visibilit\u00e0 immediata dei suoi benefici. Lavorare per portare altri soldi nelle casse delle banche non \u00e8 cosa che possa riempire di entusiasmo nemmeno il pi\u00f9 stoico stakanovista: ciascuno di noi ha bisogno di vedere, o almeno di sapere, che il proprio lavoro si traduce in cose e situazioni che rendono migliore, e non peggiore, la nostra vita: che diminuiscono l&#8217;angoscia, l&#8217;incertezza e l&#8217;insicurezza, e che rafforzano la nostra fiducia in noi stessi e la sensazione di poter agire concretamente sulle cose che ci stanno intorno. Di conseguenza, i lavori in se stessi sgradevoli, come quello dell&#8217;operaio alla catena di montaggio, si sommano all&#8217;effetto sgradevole di non vedere gli effetti positivi del fatto di lavorare, qualunque mestiere o professione si eserciti, e alla molesta impressione che si lavora non per s\u00e9 e per la propria famiglia, ma per finanziare le banche e lo Stato sanguisuga.<\/p>\n<p>A monte di tutti questi fattori, comunque, ce n&#8217;\u00e8 uno pi\u00f9 importante di tutti, che \u00e8 intrecciato ad essi, ma che deriva anche da altre cause: la nostra perdita di anima. L&#8217;anima di una persona non \u00e8 qualcosa di statico e di inossidabile: si espande o si restringe, diventa luminosa oppure oscura, a seconda della direzione che quella tale persona d\u00e0 alla propria vita, delle esperienze che fa, e, pi\u00f9 importante di tutto, del modo in cui le vive. Salute o malattia, benessere o malessere, partire o restare, sono esperienze che non hanno valore in se stesse, ma secondo la modalit\u00e0 con cui vengono vissute; e da tale modalit\u00e0 deriva un tono generale dell&#8217;anima, una progressiva sedimentazione, un continuo rimodellamento, che fanno di essa lo specchio di ci\u00f2 che \u00e8 la nostra consapevolezza. Vi sono, pertanto, anime piccole e oscure, e vi sono anime grandi e splendenti. Queste ultime non possono avere un rapporto negativo con il proprio lavoro, perch\u00e9 un&#8217;anima grande vive ogni esperienza come un dono, come una grazia e come una possibilit\u00e0 di arricchimento e di ulteriore chiarificazione; mentre per un&#8217;anima meschina nessun lavoro sar\u00e0 abbastanza degno di amore, se non, forse, nella misura in cui assicura consistenti guadagni, che consentano di sbandierare un elevato stato sociale.<\/p>\n<p>Ci piace a questo punto riportare alcune osservazione di David Whyte, tratte dal suo libro \u00abIl risveglio del cuore in azienda. Poesia e preservazione dell&#8217;anima sul luogo di lavoro\u00bb (titolo originale: \u00abThe Heart Aroused. Poetry and the Preservation of the Soul at Work\u00bb, London, The Industrial Society, 1997; traduzione di Beatrice e Cristina Galgano, Firenze, Guerini e Associati, 1997, pp. 37-38):<\/p>\n<p><em>\u00abIL LAVORO E L&#8217;ANIMA.<\/em><\/p>\n<p><em>Il lavoro ha a che fare con il mettere alle strette e controllare la vita cosciente. Esso mira a obiettivi concreti. Ama ci\u00f2 che \u00e8 lineare e definito. Mentre l&#8217;anima scopre la propria esistenza attraverso la perdita di controllo nei confronti di quei poteri superiori all&#8217;esperienza umana.<\/em><\/p>\n<p><em>Il lavoro ci aiuta a sentirci sicuri. L&#8217;anima \u00c8 gi\u00e0 sicura. Sicura nella propria esperienza del mondo. Il lavoro \u00e8 delimitato dal tempo. L&#8217;anima di una persona giace fuori dal tempo e appartiene all&#8217;ignoto, \u00e8 il sacro ALTRO dell&#8217;esistenza. Il lavoro appartiene alla personalit\u00e0, ma l&#8217;anima non appartiene a nessuno, neanche alla personalit\u00e0 formata intorno a essa. Per il nostro continuo stupore, la personalit\u00e0 bacer\u00e0 qualsiasi parte anatomica necessaria a far carriera nel mondo. L&#8217;anima rifiuta di baciare altro che non sia la vita stessa, ma, come dice Blake, SOLO MENTRE QUESTA \u00c8 IN VOLO.<\/em><\/p>\n<p><em>Il lavoro si domina lentamente. La vita dell&#8217;anima di una persona \u00e8 sempre pi\u00f9 ampia e pi\u00f9 vasta quanto pi\u00f9 ne prendiamo conoscenza. Noi CI RECHIAMO al lavoro. Ma \u00e8 la nostra ANIMA che ci mettiamo dentro. Il lavoro \u00e8 una serie di eventi. L&#8217;anima, come dice James Hillman, trasforma quegli eventi quotidiani di lavoro in ESPERIENZA.<\/em><\/p>\n<p><em>La nostra mancanza di anima corrisponde al nostro rifiuto di aprirci a una piena esperienza del mondo. Il lavoro, paradossalmente. Non pretende abbastanza da noi, nonostante ci\u00f2 esaurisce le ristrette parti di noi che portiamo sulla sua soglia. Le vecchie nozioni riguardo alla virt\u00f9 del lavoro in quanto tale sono ormai in discussione; in qualche modo il mondo sta morendo proprio a causa della nostra volont\u00e0 di lavorare, a ogni costo. Di fronte al degrado della terra, del mare e dell&#8217;atmosfera causato dai nostri sforzi virtuosi, adesso abbiamo sufficienti prove per supporre che il lavoro in se stesso pu\u00f2 significare un ulteriore strappo al tessuto della vita. L&#8217;anima deve spesso vivere e lavorare in luoghi che abbiamo reso sempre pi\u00f9 ostili ai suoi desideri.<\/em><\/p>\n<p><em>Il nocciolo delle difficolt\u00e0, al centro della vita lavorativa, sta proprio dal suo allontanarsi da molti degli antichi cicli dell&#8217;esistenza che rendevano possibile i silenzio e davanti tempo perch\u00e9 apprezzamento ed esperienza potessero realmente accade. Il bambino frettoloso diventa lo studente pressati e infine il manager tormentato. Il processo viene avviato fin da quando si \u00e8 molto giovani e pu\u00f2 penetrare cos\u00ec tanto nelle nostre ossa, a seconda della pressione ricevuta durante la nostra educazione, che l&#8217;incapacit\u00e0 di prestare vera attenzione al nostro mondo pu\u00f2 risultare difficile da riconoscere.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>Ciascuna di queste affermazioni, tutte stimolanti, ma non tutte, a nostro avviso, veritiere, meriterebbe una apposita riflessione. Ne lasciamo l&#8217;onere, o il piacere, al lettore; da parte nostra, ci soffermeremo brevemente solo su quella secondo cui il lavoro non \u00e8 una pi\u00f9 una virt\u00f9, perch\u00e9 la nostra &quot;volont\u00e0 di lavorare a ogni costo&quot; provoca l&#8217;inquinamento e contribuisce a &quot;strappare il tessuto della vita&quot;. Sono concetti molto New Age, e quindi molto graditi alle orecchie di coloro i quali vorrebbero il massimo della disponibilit\u00e0 di risorse materiali, per poter nutrire la sfera spirituale, ma anche criticare ferocemente, disprezzare e rifiutare (a parole) il tipo di struttura economica e sociale che rende possibile tutto questo: insomma, la moglie ubriaca e la botte piena. A nostro modo di vedere, non si pu\u00f2 criticare il consumismo, n\u00e9 deplorare l&#8217;inquinamento, se non si ha chiaro il concetto che la consapevolezza spirituale non ha bisogno di condizioni materiali di esistenza che garantiscano, in anticipo, contro qualunque preoccupazione, avversit\u00e0 o incertezza: la vera consapevolezza scaturisce dalla accettazione integrale della vita, con i suoi rischi e le sue zone d&#8217;ombra.<\/p>\n<p>Non si pu\u00f2 voler mettere tutto &quot;in sicurezza&quot;, avere ogni cosa &quot;sotto controllo&quot;, e poi predicare o praticare la meditazione, la ricerca della libert\u00e0 interiore e dell&#8217;illuminazione spirituale. Sono cose contraddittorie, e onest\u00e0 vuole che lo si riconosca. L&#8217;errore parte dalla impostazione di base: Whyte afferma, all&#8217;inizio, che il lavoro ha a che fare con il &quot;mettere alle strette e controllare la vita cosciente&quot;. Ma \u00e8 proprio vero? L&#8217;espressione <em>avere a che fare con<\/em> \u00e8 furbesca, perch\u00e9 gioca sul vago: che significa, esattamente? Che &quot;mettere alle strette e controllare la vita cosciente&quot; \u00e8 lo scopo del lavoro? Se \u00e8 cos\u00ec, lo neghiamo recisamente: vi \u00e8 anche questo aspetto, ma non \u00e8 quello essenziale. Lo scopo del lavoro \u00e8 offrire un banco di attivit\u00e0 per l&#8217;anima. Vi sono anime cos\u00ec evolute, cos\u00ec vicine alla perfezione, che non ne hanno bisogno: ma sono eccezioni rarissime. Perfino i monaci e le monache di clausura, di regola, si dedicano al lavoro, manuale e intellettuale, perch\u00e9 anche loro hanno bisogno di evolvere e perfezionarsi attraverso l&#8217;impegno quotidiano e le responsabilit\u00e0 che il lavoro comporta. Ma il fine del lavoro non \u00e8 il lavoro stesso; tanto meno lo \u00e8 il guadagno economico. Il fine del lavoro, come il fine di ogni altra cosa, \u00e8 l&#8217;avvicinamento alla verit\u00e0 (che \u00e8 anche giustizia), alla bellezza e all&#8217;amore. Pertanto, il lavoro ben fatto e bene intenzionato non potr\u00e0 mai risultare dannoso, n\u00e9 all&#8217;ambiente, n\u00e9 ai nostri simili. Se ci\u00f2 accade, non si tratta di lavoro, ma di una vera e propria malattia, consistente nella frenetica e disordinata ricerca del profitto ad ogni costo.<\/p>\n<p>In altre parole: l&#8217;uomo moderno sta male, perch\u00e9 si \u00e8 allontanato da Dio, e, con ci\u00f2, ha incominciato a perdere la propria anima; il suo rapporto con il lavoro, che si \u00e8 rovesciato e trasformato in un rapporto morboso di odio\/amore &#8211; odio perch\u00e9 se ne sente limitato, amore perch\u00e9 ne avverte oscuramente il valore etico &#8211; non pu\u00f2 non riflettere la malattia di fondo dell&#8217;uomo moderno: il rifiuto di Dio e la pretesa di farsi dio al suo posto.<\/p>\n<p>Dobbiamo tornare ad amare il nostro lavoro, per tornare a voler bene a noi stessi, per\u00f2 nella maniera giusta, non narcisista, e cio\u00e8 in unione con Dio e in armonia con la parte superiore della nostra anima; ma dobbiamo ritrovare la nostra anima, svilupparla, illuminarla, per tornare ad amare il nostro lavoro.<\/p>\n<p>Coraggio, dunque: siamo tutti chiamati a questo nobile impegno. La messe \u00e8 molta, ma gli operai sono pochi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una delle manifestazioni pi\u00f9 negative della crisi, morale e materiale, che stiamo da tempo attraversando, senza riuscire a intravedere un raggio di luce che ci indichi<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[99],"class_list":["post-24586","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-banche"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24586","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24586"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24586\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24586"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24586"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24586"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}