{"id":24564,"date":"2015-07-28T05:54:00","date_gmt":"2015-07-28T05:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/a-un-dio-debole-non-puo-corrispondere-che-un-pensiero-debole-e-viceversa\/"},"modified":"2015-07-28T05:54:00","modified_gmt":"2015-07-28T05:54:00","slug":"a-un-dio-debole-non-puo-corrispondere-che-un-pensiero-debole-e-viceversa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/a-un-dio-debole-non-puo-corrispondere-che-un-pensiero-debole-e-viceversa\/","title":{"rendered":"A un \u00abDio debole\u00bb non pu\u00f2 corrispondere che un \u00abpensiero debole\u00bb; e viceversa"},"content":{"rendered":"<p>Ad un &quot;Dio debole&quot; (e &quot;sconfitto&quot;) non pu\u00f2 che corrispondere un &quot;pensiero debole&quot;; e viceversa, a un &quot;pensiero debole&quot; bisogna che corrisponda un &quot;Dio debole&quot;.<\/p>\n<p>Ecco perch\u00e9 il pensiero debole di Gianni Vattimo si incontra con quello di Pier Aldo Rovatti: il primo, che riprende la lezione anti-metafisica di Nietzsche e di Heidegger, e punta all&#8217;indebolimento dell&#8217;essere, s&#8217;incontra con il secondo, che deriva dalla fenomenologia di Enzo Paci e, in prospettiva, di Husserl, e si incentra sulla debolezza del soggetto conoscente; ed ecco perch\u00e9 quello di entrambi, ma specialmente del primo, \u00e8 fatalmente destinato a trovarsi a met\u00e0 strada con la &quot;teologia debole&quot; di Sergio Quinzio: ad un essere indebolito, non pu\u00f2 che fare da corrispettivo un Dio indebolito, e viceversa.<\/p>\n<p>Viviamo in tempi di post-modernit\u00e0, ma non si direbbe che siano tempi di &quot;superamento&quot; della modernit\u00e0, n\u00e9 di differenziazione qualitativa dalla modernit\u00e0: se il pensiero moderno aveva gettato le basi del relativismo e del nichilismo, il pensiero post-moderno non ha fatto altro che riprendere, accentuare ed assolutizzare questi temi e questi atteggiamenti, senza troppa originalit\u00e0, anzi &#8212; come abbiamo visto &#8212; rifacendosi in maniera esplicita ai pensatori della tarda modernit\u00e0, visti come dei capiscuola, e sia pure pigliando da essi quel che fa comodo al discorso post-moderno, e rifiutando quello che non piace: ed ecco le strane operazioni chirurgiche e le disinvolte manipolazioni del pensiero di filosofi come Nietzsche, voltati e rivoltati incessantemente ora in un senso, ora nell&#8217;altro, da sinistra a destra e da destra a sinistra, fino a ottenerne un distillato che, francamente, avrebbe lasciato assai perplesso il diretto interessato, se avesse potuto immaginare il destino postumo che gli era riservato.<\/p>\n<p>Ora, che ci sia una relazione diretta, organica, strutturale, fra pensiero debole dell&#8217;essere e pensiero debole di Dio, la cosa ci sembra alquanto evidente, anche se, forse, non \u00e8 stata considerata in tutte le relazioni reciproche della sua necessaria consequenzialit\u00e0. Tutto il pensiero moderno, in fondo, \u00e8 una preparazione al pensiero debole, almeno a partire da Cartesio, poi da Locke, da Kant, da Hegel: un pensiero che abbandona la metafisica e si concentra sul conoscere del soggetto, poi sul soggetto, infine arriva a dichiarare che non l&#8217;essere crea il pensiero, ma il pensiero crea l&#8217;essere: e con ci\u00f2, vale a dire con il trionfo dell&#8217;idealismo, il cerchio \u00e8 chiuso e la pazzia \u00e8 definitivamente instaurata nella mente dei filosofi. Croce e Gentile sono gli epigoni di questa pazzia, di questa malattia degenerativa del pensiero, che Maritain, giustamente, si rifiut\u00f2 di chiamare ancora &quot;filosofia&quot;, perch\u00e9 aveva rimosso e cancellato quasi tutti i presupposti di ci\u00f2 che quest&#8217;ultima era stata per duemila anni, e per la quale prefer\u00ec coniare l&#8217;espressione di &quot;ideosofia&quot;. Amore dell&#8217;idea, e non pi\u00f9 amore del sapere, appunto: che, per duemila anni di tradizione speculativa europea, era stato il sapere relativo all&#8217;essere.<\/p>\n<p>Dicevamo: stretta e necessaria correlazione fra pensiero debole e teologia debole; ed \u00e8 chiaro che \u00e8 l&#8217;indebolimento dell&#8217;essere a provocare l&#8217;indebolimento del pensiero, e non viceversa. Ma perch\u00e9 l&#8217;essere si \u00e8 indebolito? Potremmo dare una risposta di tipo psicologico: perch\u00e9 si \u00e8 indebolita la fiducia in s\u00e9, e nel fatto del conoscere, da parte del soggetto pensante; e per\u00f2, abituato ormai a far coincidere se stesso con il problema dell&#8217;essere, il soggetto non ha voluto accettare il proprio indebolimento, ma ha preteso di farne una realt\u00e0 oggettiva: di avere individuato, cio\u00e8, un indebolimento dell&#8217;essere. Come dire: \u00e8 meno imbarazzante essere dei nani, se si \u00e8 in una casetta rimpicciolita alle dimensioni di un giocattolo; il proprio orgoglio personale non ne soffre, perch\u00e9 la piccolezza \u00e8 diventata universale, e, se tutto \u00e8 piccolo, non c&#8217;\u00e8 niente di strano e niente di male nell&#8217;essere diventati dei nani.<\/p>\n<p>Ma possiamo anche rispondere, in senso ontologico (e logico): se tutto procede dall&#8217;essere &#8212; checch\u00e9 ne pensino Cartesio, Locke, Kant ed Hegel -, allora \u00e8 chiaro che a un essere rimpiccolito deve corrispondere un pensiero piccolo, cio\u00e8 debole: un pensiero che non osa pi\u00f9 pensare la totalit\u00e0 dell&#8217;essere, la sua assolutezza, la sua perfezione, ma che si limita a balbettare qualche sillaba spezzata e storta (parafrasando \u00abNon chiederci la parola\u00bb di Montale: perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 anche una poesia debole, la quale, fra parentesi, va per la maggiore da circa un secolo, e ancora non si \u00e8 stancata, n\u00e9 lei, n\u00e9 il pubblico, della sua insostenibile debolezza).<\/p>\n<p>Ora, nonostante il pensiero moderno sia un pensiero che, assolutizzando progressivamente il soggetto, nega progressivamente Dio, tuttavia \u00e8 anche un pensiero in cui la morte di Dio, o, se si preferisce, il cadavere di Dio, pesa, eccome, anche se non \u00e8 molto politicamente corretto dirlo e farlo notare; un pensiero in cui la nostalgia di Dio \u00e8 fortissima, anche se raramente riconosciuta come tale, per cui diventa o &quot;scheggia impazzita&quot; di una verit\u00e0 religiosa, o, in alternativa, idolatria pagana di qualche cosa di finito, preso come sostituto dell&#8217;infinito. Ebbene: in questa nostalgia di Dio non poteva mancare l&#8217;incontro con un Dio ridotto alle misure del pensiero post-moderno, ossia di un Dio debole, che si nasconde, che \u00e8 impotente, che si sottrae, che soffre, che si sente in colpa (per tutto il male commesso dagli uomini, da lui creati), eccetera: insomma, il &quot;Dio dopo Auschwitz&quot;, che non \u00e8 pi\u00f9 il vecchio Dio, forte e sicuro di s\u00e9, ma un pallido fantasma torturato dai rimorsi e dall&#8217;impotenza, che non sa letteralmente che pesci pigliare.<\/p>\n<p>Ed eccoci a Sergio Quinzio, tipico esponente di questo tipo di &quot;teologia&quot;: una teologia ridotta alle misure del &quot;dopo Auschwitz&quot;, che mesta e rimesta fra le ceneri del vecchio Dio, lo rimpiange, e tuttavia non sa fare a meno d&#8217;indulgere all&#8217;auto-compassione. Da un lato, Quinzio giunge alla conclusione estrema che il compito dell&#8217;uomo, forse, \u00e8 proprio quello di prendere su di s\u00e9 la croce di questo Dio impotente, sacrificarsi per Lui (capovolgendo il rapporto di redenzione fra noi e Lui) e ridargli, cos\u00ec, vita e splendore; dall&#8217;altro, l&#8217;uomo post-moderno di Quinzio \u00e8 ormai troppo stanco, troppo amareggiato, troppo sofferente per continuare a credere ancora in Dio, e la colpa di ci\u00f2 risiede proprio in Dio stesso: per cui non sa dire egli medesimo (Quinzio) che cosa l&#8217;uomo debba fare e in che cosa possa ancora credere.<\/p>\n<p>Riportiamo un passaggio centrale del suo libro &quot;La sconfitta di Dio&quot; (Milano, Adelphi, 1992, pp. 39-49):<\/p>\n<p>\u00ab&#8230; Ma la storia di io \u00e8, fin dalla prima pagina della Bibbia, una storia di sconfitte. Secondo la Kabbalah di Itzchaq Luria &#8211; siamo nel sedicesimo secolo &#8211; la creazione del mondo \u00e8 rea possibile dallo &quot;tzimtzum&quot;, il &quot;contrarsi&quot; di Dio. nella sua totalit\u00e0 infinita e perfetta, che non lascia nulla all&#8217;infuori di s\u00e9, non avrebbe potuto altrimenti trovare posto ci\u00f2 che \u00e8 altro da lui. Il contrarsi cabalistico di Dio non consiste nella concentrazione della sua potenza in un luogo, come nel tempio di Gerusalemme, ma nel ritrarsi dal luogo: il luogo esiste dal momento in cui Dio si ritrae.<\/p>\n<p>S&#8217;instaura, nel momento stesso della creazione, una situazione di estrema precariet\u00e0. La giustizia di Dio \u00e8 incompatibile, in realt\u00e0, con l&#8217;esistenza degli uomini e del mondo. A rigore, Dio, essendo giusto, dovrebbe impedire l&#8217;giustizia, annientare coloro che compiono il male, come quando,\u00e8 scritto nel libro dell&#8217;Esodo, di fronte alle colpe degli ebrei usciti dall&#8217;Egitto rifiuta di accompagnare il suo popolo: &quot;Se vi accompagnassi, non fosse che per un momento, vi sterminerei&quot; (33, 3 e 5). Dio non pu\u00f2 dunque esercitare la sua giustizia nel mondo.\u00a0 Si deve stabilire cos\u00ec un meccanismo compensatorio, che si manifester\u00e0 sempre pi\u00f9 insufficiente e manchevole, ma che nelle Scritture, sia ebraiche che cristiane,\u00a0 ha un ruolo assolutamente fondamentale, anche se a noi moderni appare assurdo e inconcepibile. Il mondo, essendo ingiusto &#8211; e dovendo permanere, se permane, al cospetto della giustizia divina &#8211; , si sostiene su atti sacrificali che hanno anzitutto il potere di evitare ogni volta la colpa, di &quot;compensare&quot; l&#8217;ingiustizia, di ripristinare l&#8217;equilibrio continuamente rotto. La teoria sacrificale sembra del resto appartenere a tutte le culture umaneche ci hanno preceduto, ed essere scomparsa soltanto dopo aver toccato il culmine nell&#8217;uccisione dell&#8217;unica vittima perfetta, Ges\u00f9 Cristo, il quale, dice la Lettera agli ebrei, &quot;adesso, una volta per tutte, alla fine dei tempi, si \u00e8 manifestato per abolire il peccato per mezzo del suo sacrificio (9, 26). [&#8230;]<\/p>\n<p>Ma neanche la creazione, con tutti i suoi orrori, \u00e8 l prima sconfitta di Dio. C&#8217;\u00e8 &quot;qualcosa&quot; di logicamente, se non cronologicamente, antecedente, che consiste, secondo il linguaggio dei filosofi, nell&#8217;atto di libert\u00e0 originaria con il quale Dio pone se stesso.\u00a0 Dio, secondo la tradizione ebraica, non \u00e8 l&#8217;Essere, ma piuttosto il &quot;go&#8217;el&quot;, il &quot;vendicatore&quot;, il redentore delle ingiustizie dell&#8217;essere. Gi\u00e0 Lutero aveva alzato la voce contro l&#8217;idolatria aristotelica alla quale, da sempre si pu\u00f2 dire, si sono asserviti i teologi cattolico, e non solo cattolici. Il Dio-&quot;Essere&quot;, il Dio &quot;motore immobile&quot; dell&#8217;universo \u00e8 stato chiamato &#8211; da Paolo De Benedetti &#8211; un &quot;mito metafisico&quot;. Catturato dal&#8217;orizzonte dell&#8217;essere, il Dio biblico\u00a0 acquista le connotazioni, mitologiche appunto, dell&#8217;assoluta immutabilit\u00e0, dell&#8217;infinit\u00e0, dell&#8217;eternit\u00e0, dell&#8217;onnipotenza, che la Scrittura non afferma, almeno non in modo diretto ed esplicito. Scholem ha notato che la concezione biblica di un Dio vivente non \u00e8 compatibile con il principio dell&#8217;immutabilit\u00e0 di Dio. Un altro pensatore ebreo contemporaneo, Hans Jonas, usa l&#8217;immagine di un Dio diveniente, un Dio cio\u00e8 che diviene nel tempo anzich\u00e9 possedere\u00a0 un essere completo, sempre identico a se stesso, nell&#8217;eternit\u00e0. [&#8230;]<\/p>\n<p>Da parte ebraica si incontra spesso, in modi diversi e in tensione con l&#8217;opposta polarit\u00e0, l&#8217;affermazione della finitezza, dell&#8217;impotenza, della sofferenza di Dio, che \u00e8 in definitiva quella stessa della sua cabbalistica autolimitazione.\u00a0 La si incontra, per venire poi ad autori contemporanei,\u00a0 e sotto la terribile spinta di Auschwitz, in Neher, in Wiesel, in Jonas., Secondo Jonas, se Dio \u00e8 buono e comprensibile (nel senso in cui ne parla la Bibbia)\u00a0 allora non pou\u00f2 essere onnipotente; e se \u00e8 onnipotente\u00a0 e buono insieme, non \u00e8 comprensibile (soprattutto, non \u00e8 comprensibile dopo Auschwitz).\u00a0 I tre attributi non possono stare insieme [&#8230;].<\/p>\n<p>Le Scritture offrono invece, secondo me, un quadro diverso da questo, in cui la scelta originaria di Dio non \u00e8 il bene; e Dio stesso, in definitiva, non mi pare troppo diverso dall&#8217;essere, se la scelta, da sempre, del proprio essere Dio, della propria vittoria sul male, in una parola della propria onnipotenza, \u00e8 necessariamente destinata, per quante vicende di ribellione gli uomini possano tentare, a trionfare, imponendo alla fine il castigo degli empi. Dio \u00e8 allora nell&#8217;eternit\u00e0, e nell&#8217;eternit\u00e0, che \u00e8 il luogo della verit\u00e0, gi\u00e0 da sempre trionfa, sebbene gli occhi di chi vive nel tempo non possano vederlo.<\/p>\n<p>[Dopo aver considerato la Lettera ai Filippesi, 2, 5-9, l&#8217;A. afferma:] \u00e8 Dio stesso che, in Cristo, percepisce come una preda, e cio\u00e8 come se fosse il frutto di una rapina, il proprio essere Dio.\u00a0 Secondo l&#8217;eterna necessit\u00e0 dell&#8217;Essere, Dio \u00e8 Dio e l&#8217;uomo \u00e8 uomo, debole e pieno di dolorose limitazioni: che giustizia c&#8217;\u00e8 in questo?\u00a0 La scelta originaria di Dio non \u00e8 perci\u00f2 la scelta di ci\u00f2 che \u00e8 nei confronti di ci\u00f2 che non \u00e8, di ci\u00f2 che ha valore nei confronti di ci\u00f2 che non ha valore, della vita nei confronti della morte, della gloria e della libert\u00e0 nei confronti dell&#8217;umiliazione e della schiavit\u00f9, ma \u00e8 proprio la scelta opposta.<\/p>\n<p>Come ha detto Paolo, &quot;Dio ha scelto ci\u00f2 che non \u00e8&quot; (1 Cor., 1, 28). Dio ama, nella vita, non ci\u00f2 che \u00e8 forte e necessario, ma ci\u00f2 che \u00e8 debole e mortale, bisognoso di consolazione. [&#8230;]<\/p>\n<p>Tutto questo affannoso discorso pi\u00f9 o meno mitologico teta di dire l&#8217;intima dimensione di debolezza, di finitezza, di limite, di sofferenza nella quale ci \u00e8 rivelato, e ci \u00e8 dato in quel limite di comprendere, Dio: una dimensione biblica, una dimensione presente sempre nella tradizione del giudaismo, una dimensione che dovrebbe essere soprattutto cristiana &#8211; perch\u00e9 la fede in Ges\u00f9 Cristo \u00e8 l&#8217;affermazione della croce di Dio &#8211; ma che i secoli cristiani hanno invece dissolto in categorie filosofiche astratte e incompatibili, affermando proprio ci\u00f2 che la croce frontalmente nega, e cio\u00e8 la struttura garantita e necessaria dell&#8217;&quot;Essere&quot; e quella, corrispondente, della &quot;Ragione&quot;. Il Dio che sceglie la debolezza, ci\u00f2 che non \u00e8 nei confronti di ci\u00f2 che \u00e8, \u00e8 un Dio separato nei confronti di se stesso, lacerato da ci\u00f2 che costituisce la pienezza della propria divinit\u00e0: e questa originaria lacerazione in Dio, che solo alla fine conquister\u00e0 il trono della sua potenza e della sua gloria, \u00e8 il &quot;mistero&quot; (ossia, nel linguaggio del nuovo Testamento, la verit\u00e0 svelata e rivelata, nell&#8217;attesa del suo perfetto compimento escatologico) della Trinit\u00e0 divina.\u00bb<\/p>\n<p>La cosa, in fondo, \u00e8 abbastanza chiara. Se Dio \u00e8 amorevole, allora \u00e8 impotente; se \u00e8 onnipotente, non \u00e8 amorevole; oppure &#8212; terza possibilit\u00e0 &#8212; \u00e8 incomprensibile; in ciascuno di questi tre casi, \u00e8 l&#8217;uomo che deve prendere l&#8217;iniziativa. L&#8217;iniziativa di che cosa? Di credere ancora in Dio, sacrificandosi per lui e resuscitandolo; oppure di recitare definitivamente il suo elogio funebre e andarsene per la propria strada, dopo averlo sepolto una volta per tutte.<\/p>\n<p>Il guaio \u00e8 che, delle due alternative, non sa quale pigliare. Nel frattempo (nell&#8217;attesa, cio\u00e8, di decidere), si attiene a una terza soluzione, scomoda, ma provvisoria: marciare sul posto, fare finta di avanzare e non staccare i piedi da terra, oppure fare un passo avanti e uno indietro: lodare Dio e maledirlo, averne piet\u00e0 e tirarci sopra un rigo, meditando di disfarsene per sempre. Dio non sa che pesci pigliare; l&#8217;uomo non sa che pesci pigliare. Nessuno sa che cosa si debba fare, che cosa vada fatto: tutto \u00e8 sospeso, perch\u00e9 l&#8217;essere non \u00e8 pi\u00f9 il fondamento del tutto, \u00e8 divenuto parte del divenire, \u00e8 stato catturato dalla teologia antropomorfica del giudaismo.<\/p>\n<p>Quinzio se la prende con la metafisica greca e l&#8217;accusa di avere stravolto il cuore del pensiero cristiano, cio\u00e8 l&#8217;incarnazione del Verbo; a noi pare che questo sia un falso problema: la metafisica greca ha effettuato la migliore mediazione possibile fra il pensiero dell&#8217;essere impersonale di Aristotele e il pensiero del Dio personale del giudaismo; perch\u00e9 le radici del cristianesimo, che piaccia o che non piaccia a certi teologi moderni, sono duplici: quelle giudaiche e quelle greche. Il vero problema \u00e8 un altro: questo Dio che si fa uomo, non smette, per\u00f2, di essere anche Dio, e non smette neppure di donarsi incessantemente a tutti gli uomini: ecco il mistero della Trinit\u00e0. E questo non \u00e8 un pensiero schiettamente giudaico, ma un pensiero dialettico: che assume una intuizione giudaica (Dio che crea dal nulla tutte le cose, e le crea per amore) e che la sviluppa secondo le categorie del pensiero greco (Dio che non cessa di essere Dio e che non cessa di creare, ma che, creando, resta comunque Dio, cio\u00e8 il fondamento del tutto).<\/p>\n<p>Non \u00e8 vero che un Dio &quot;forte&quot; non mostrerebbe sufficiente commozione per i drammi della storia, per il male morale presente nel mondo; non \u00e8 vero che sarebbe un Dio indifferente nei confronti di Auschwitz. Dio \u00e8 sempre Dio, l&#8217;essere \u00e8 sempre l&#8217;essere. Siamo noi che abbiamo perso coraggio e fiducia, non in noi stessi (ne abbiamo anche troppa, fino alla superbia metafisica, fino all&#8217;orgoglio satanico), ma nella realt\u00e0 ultima che sta fuori di noi: e, non volendo riconoscere n\u00e9 il nostro peccato di superbia, n\u00e9 il nostro senso di scoraggiamento e di sconforto, ne abbiamo ricavato, ma con perfetta cattiva coscienza, una nuova,stranissima filosofia: quella del pensiero debole, dell&#8217;essere debole, del Dio debole. Per non voler confessare che ad essersi indebolita \u00e8 la facolt\u00e0 conoscitiva dell&#8217;uomo, dopo le ubriacature del razionalismo, dell&#8217;illuminismo e dello scientismo. E si \u00e8 indebolita perch\u00e9 non ha pi\u00f9 un terreno solido sul quale posare i piedi (la metafisica) e perch\u00e9 ha fatto del divenire la legge fondamentale di ogni cosa (relativismo), mascherando questa involuzione per un progresso e, magari, per un eccesso di salute (vitalismo: da Nietzsche in avanti, fino&#8230; a Vattimo).<\/p>\n<p>Ma quante storie per non voler guardare le cose come stanno; quanti contorcimenti, quante fumisterie, per non voler guardare in faccia il vero problema: la nostra umana inadeguatezza, in tempi di delirante superbia intellettuale. Piuttosto che riconoscere d&#8217;essere impazziti, abbiamo preferito dichiarare che il mondo \u00e8 il regno della follia. Abbiamo fatto di un nostro problema, il problema dell&#8217;essere.<\/p>\n<p>Stando cos\u00ec le cose, dove, quando e come troveremo la forza per risalire la china? Evidentemente, solo al prezzo di un fondamentale atto di umilt\u00e0. Ma l&#8217;umilt\u00e0 richiede coraggio; e il coraggio richiede un animo forte, un pensiero forte, un essere forte: non debole.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ad un &quot;Dio debole&quot; (e &quot;sconfitto&quot;) non pu\u00f2 che corrispondere un &quot;pensiero debole&quot;; e viceversa, a un &quot;pensiero debole&quot; bisogna che corrisponda un &quot;Dio debole&quot;. 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