{"id":24472,"date":"2016-09-06T11:59:00","date_gmt":"2016-09-06T11:59:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/09\/06\/del-giudizio-e-del-giudicare\/"},"modified":"2016-09-06T11:59:00","modified_gmt":"2016-09-06T11:59:00","slug":"del-giudizio-e-del-giudicare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/09\/06\/del-giudizio-e-del-giudicare\/","title":{"rendered":"Del giudizio e del giudicare"},"content":{"rendered":"<p>I progressisti e i buonisti di professione, specialmente se cattolici, hanno istituto, silenziosamente e discretamente, com&#8217;\u00e8 loro costume, l&#8217;undicesimo comandamento: <em>Non giudicare<\/em>. E, come sempre, l&#8217;hanno scimmiottato da una lettura buonista del Vangelo: <em>Nessuno ti ha giudicato, donna?<\/em>, chiede Ges\u00f9 all&#8217;adultera che stava per essere lapidata. <em>Nessuno<\/em>, signore, risponde lei. E lui: <em>Nemmeno io ti giudico. Va&#8217;, e d&#8217;ora in poi non peccare pi\u00f9.<\/em> La lettura buonista consiste nell&#8217;isolare e assolutizzare la prima parte dell&#8217;ultima frase del Maestro: <em>Nemmeno io ti giudico; vai (pure<\/em>); e nel togliere tranquillamente la seconda parte, che conferisce un senso non solo al discorso nella sua interezza, ma a tutto ci\u00f2 che Egli ha sempre insegnato durante la Sua missione fra gli uomini, dal primo all&#8217;ultimo giorno: &#8230; <em>e d&#8217;ora in avanti, non peccare pi\u00f9.<\/em><\/p>\n<p>Se si toglie questa parte, cade tutto il resto; cade la morale; cade il Vangelo. Ecco, di ci\u00f2 accusiamo i teologi modernisti e i preti buonisti: di voler scientemente, deliberatamente, cambiare il significato del Vangelo; e di avere l&#8217;arroganza di farlo sotto gli occhi di tutti, scopertamente, come se i cattolici fossero tanti scemi che non vedono e non capiscono nulla, e come se qualunque persona di media intelligenza, purch\u00e9 intellettualmente onesta, credente o non credente, non fosse in grado di rendersi perfettamente conto dell&#8217;inganno, della mistificazione, della apostasia impliciti in questo disegno, e trarne le dovute conclusioni.<\/p>\n<p>Il cristianesimo, peraltro, non \u00e8 solo un sistema di morale; \u00e8 molto di pi\u00f9: \u00e8 una religione, o meglio, \u00e8 la sola religione che proclami con tanta franchezza il rapporto filiale tra Dio e gli uomini, spinto fino ai vertici di mistero abissale dell&#8217;Incarnazione, della Passione e della Resurrezione. Sta di fatto che anch&#8217;esso, come tutte le religioni, si regge su un proprio sistema di etica; sistema che, nel suo nocciolo essenziale, si pu\u00f2 ridurre a un solo comandamento: <em>Ama Dio sopra ogni cosa, e il prossimo come te stesso<\/em>. Il comandamento essenziale, dunque, \u00e8 l&#8217;amore; ne deriva che il rifiuto dell&#8217;amore, il pervertimento dell&#8217;amore, il rivolgere tutto l&#8217;amore verso le cose invece che verso l&#8217;Autore delle cose, ossia l&#8217;amare disordinatamente, rappresentano il rifiuto e la negazione di quel comandamento, cio\u00e8 rappresentano il peccato.<\/p>\n<p>I teologi modernisti e i preti (nonch\u00e9 i vescovi e i cardinali) buonisti, tuttavia, da qualche tempo in qua &#8211; diciamo pure dal Concilio Vaticano II &#8211; non amano pi\u00f9 parlare del peccato; se proprio ci sono costretti, preferiscono parlare di &quot;errori&quot;, di &quot;infedelt\u00e0&quot; all&#8217;amore di Dio: ma l&#8217;errore, di per s\u00e9, \u00e8 una cosa puramente umana e non tocca la sfera della vita soprannaturale, come invece lo fa il peccato; mentre l&#8217;infedelt\u00e0 all&#8217;amore di Dio \u00e8 una espressione vaga, generica, che scioglie la gravit\u00e0 del peccato in una soluzione pi\u00f9 che gradevole al palato, essendo ad alta concentrazione zuccherina. Ecco: il cristianesimo ch&#8217;essi vorrebbero instaurare, \u00e8 un cristianesimo zuccheroso e melenso, un cristianesimo alla Zeffirelli, fatto di tinte sfumate, di toni sommessi, di melodie accattivanti, di ritornelli che rassicurano e tranquillizzano come ninne-nane; un cristianesimo alla camomilla, buono come terapia per i caratteri isterici o malinconici, che poco si discosta dalle infinte sette e credenze di marca New Age, tutte pervase di cosmiche armonie e tutte amabilmente disseminate e profumate di fiorellini nei prati verdi.<\/p>\n<p>Ges\u00f9, invece, giudicava: giudicava eccome. Giudicava gli scribi e i farisei ipocriti; giudicava i seminatori di scandali; giudicava i ricchi egoisti; giudicava i profanatori del tempio; giudicava i servi infedeli, le vergini stolte, i vignaioli omicidi, i lupi travestiti da agnelli, i pastori che non si curano delle pecore, i formalisti che puliscono l&#8217;orlo della tazza e bevono tutte le sozzure che essa contiene. Eccome se giudicava: giudicava i peccati, <em>e anche i peccatori<\/em>. Per l&#8217;adultera, ha fatto un&#8217;eccezione: voleva salvarle la vita e, nello stesso tempo, instradarla sulla via della redenzione. Ma non ha mai predicato una morale lassista, non ha mai chiuso un occhio davanti al peccato, o finto di non vedere il male. Al contrario, \u00e8 stato di un rigore estremo: <em>Se il tuo occhio ti d\u00e0 scandalo, cavatelo e gettalo via; se il tuo piede di d\u00e0 scandalo, taglialo e gettalo via: \u00e8 meglio per te entrare orbo e zoppo nel regno dei cieli, che andare nella Geenna con entrambi gli occhi e con entrambi i piedi<\/em>. Pi\u00f9 chiaro di cos\u00ec&#8230;<\/p>\n<p>Del resto, che cosa significa: <em>Non bisogna giudicare?<\/em> Da che cosa nasce una espressione come: <em>Chi sono io per giudicare?<\/em> Siamo sicuri che non nasca da finta modestia, cio\u00e8, al contrario di quel che sembrerebbe, da un ego sconfinato, debordante, ansioso di <em>apparire<\/em> infinitamente misericordioso agli occhi di tutti? Se non vogliamo essere ipocriti, emettere giudizi \u00e8 una cosa che facciamo tutti i giorni; e guai se non la facessimo: la vita diverrebbe impossibile, diverrebbe un manicomio e un inferno quotidiano. Quando diciamo che la pastasciutta \u00e8 troppo cotta, o troppo poco; che \u00e8 troppo salata, o troppo poco; che colui che l&#8217;ha preparata \u00e8 stato bravo, oppure no, ebbene, emettiamo altrettanti giudizi. Anche dire che, per fare una certa azione, \u00e8 troppo presto o troppo tardi; che, per compiere quell&#8217;altra, ci vuole pi\u00f9 tempo o meno tempo, e che \u00e8 pi\u00f9 impegnativa o meno di quell&#8217;altra, che essa richiede pi\u00f9 costanza oppure la stessa; ogni volta che diciamo o anche solo pensiamo queste frasi, noi formuliamo dei giudizi. Se andiamo a bere un bicchiere di vino al bar tal dei tali, invece che in quell&#8217;altro, perch\u00e9 l&#8217;oste ci \u00e8 pi\u00f9 simpatico, o perch\u00e9 c&#8217;\u00e8 un pergolato fresco per sedere all&#8217;ombra, o perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 comodo e pi\u00f9 vicino a casa nostra, noi formuliamo dei giudizi. Tutte le scelte della vita, piccole e grandi, da quella del barbiere da cui andare, o del vestito da indossare, o degli amici con i quali accompagnarsi, o della donna o dell&#8217;uomo con cui si vorrebbe vivere, ogni volta noi formuliamo dei giudizi, facciamo dei confronti, istituiamo dei paragoni, valutiamo in termini di pi\u00f9 e meno, di meglio e peggio, di bene e male.<\/p>\n<p>Pertanto, non ha senso dire che non bisogna giudicare, e che noi non abbiamo l&#8217;autorit\u00e0 per farlo. Certo che l&#8217;abbiamo, quand&#8217;anche fossimo i pi\u00f9 umili esseri umani sulla faccia della terra, quelli posti nel gradino pi\u00f9 basso della scala sociale. Possiamo e <em>dobbiamo<\/em> giudicare. E lo facciamo, eccome se lo facciamo. Quale padre, quale madre non dicono ai loro figli: <em>Questa cosa che stai facendo, \u00e8 sbagliata; non fare cos\u00ec, ma col\u00e0; smettila di comportarti in questo modo, ripensaci, ravvediti<\/em>? E, se per caso non lo fanno, sono dei pessimi genitori: i quali, per incoscienza o per vilt\u00e0, hanno deciso di abdicare alle loro responsabilit\u00e0 di genitori. Perch\u00e9 diciamo a nostro figlio, o a un amico, di non fare quella tale cosa, se non perch\u00e9 l&#8217;abbiamo giudicata, e abbiamo visto che essa \u00e8 male, e che possono derivarne cattive conseguenze? Solo il naturalismo integrale pensa che le cose siano tutte buone in qualunque circostanza; per la maggior parte, invece, esse sono buone o cattive in relazione a noi: ed \u00e8 appunto l\u00ec che non solo possiamo, ma dobbiamo giudicare. La medicina che fa bene al malato, farebbe male a colui che \u00e8 sano; e un peso da sollevare, che costituisce un utile esercizio per l&#8217;atleta che si sta allenando, spezzerebbe la schiena di colui che non \u00e8 preparato. Opinare diversamente, significa non accettare il ruolo che la vita ci ha assegnato: operare delle scelte e assumerci le responsabilit\u00e0 che ne derivano.<\/p>../../../../n_3Cp><em>Chi sono io per giudicare?<\/em>, dunque, \u00e8 una frase senza senso, che nasce da buonismo deleterio e da demagogia faziosa. Per il solo fatto di essere creature umane, per il solo fatto di essere al mondo, noi abbiamo tutto il diritto e tutto il dovere di giudicare. Certo, dobbiamo evitare i giudizi gratuiti e sbrigativi; dobbiamo astenerci dai giudizi maligni e distruttivi: il nostro scopo deve essere sempre propositivo, deve sempre tendere al bene. Tendere al bene, per\u00f2 &#8212; ribadiamo il concetto, e, se occorre, lo faremo sino alla noia &#8211; non equivale a negare che esista il male. Il male esiste, che ci piaccia o no; che piaccia o no ai tanti, ai troppi, agli eterni nipotini di Jean-Jacques Rousseau. E non solo esiste, ma \u00e8 una cosa estremamente seria: da come noi ci poniamo di fronte ad esso, ne va del nostro destino, sia in questa vita, che nell&#8217;altra.<\/p>\n<p>E tuttavia, si dir\u00e0, giudicare se la pastasciutta \u00e8 salata \u00e8 un atto essenzialmente diverso dal giudicare se una certa azione \u00e8 moralmente buona o cattiva. Rispondiamo che no, che non \u00e8 <em>essenzialmente<\/em> diverso: sempre se non vogliamo nasconderci dietro l&#8217;ipocrisia. Giudicare \u00e8 giudicare, c&#8217;\u00e8 poco da fare: vuol dire affermare il valore di una cosa. Certo, parliamo sempre &#8212; in quanto esseri umani &#8211; di un valore relativo, e non assoluto. Giudicare che la puntura di una zanzara \u00e8 male, e munirsi di un insetticida per prevenirla, \u00e8 emettere un giudizio relativo, perch\u00e9 \u00e8 chiaro che, per la zanzara, l&#8217;atto di pungere le sue vittime \u00e8 una funzione necessaria a mantenersi in vita.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo, per\u00f2, \u00e8 una creatura anfibia: sprofondata nella dimensione del relativo, del materiale, del contingente, \u00e8 rivolta con lo sguardo verso l&#8217;assoluto, il necessario, l&#8217;eterno. Pertanto noi siamo costretti a giudicare nell&#8217;ambito del relativo, ma dobbiamo farlo tenendo sempre un occhio rivolto all&#8217;assoluto: o cos\u00ec, almeno, dovremmo fare. Ogni volta che ce ne scordiamo, dobbiamo pagarne il prezzo: ed \u00e8 un prezzo salato. Ci\u00f2 avviene quando scambiamo le cose futili per quelle essenziali, le cose contingenti per quelle eterne; quando adoriamo le creature e ci dimentichiamo del Creatore. Lo facciamo spesso, e questa \u00e8 la ragione per cui, generalmente parlando, siamo cos\u00ec infelici. Non fermiamoci alle apparenze: dietro tutto l&#8217;edonismo, il giovanilismo, il narcisismo e il salutismo oggi imperanti e imperversanti, ci sono strati e strati di sofferenza, di profonda infelicit\u00e0. Solo che, il pi\u00f9 delle volte, non sappiamo riconoscerne la vera causa, non ne vediamo l&#8217;origine; non di rado siamo diventati cos\u00ec analfabeti di noi stessi, da non capire neppure che siamo infelici. A tal punto siamo sprofondati nella pi\u00f9 crassa, nella pi\u00f9 inverosimile ignoranza riguardo a noi stessi, mentre sappiamo molto bene quali siano le tinte pi\u00f9 adatte da abbinare quando ci vestiamo, e conosciamo a memoria i nomi dei partecipanti a qualche <em>reality show<\/em>, nelle cui vicende c&#8217;immedesimiamo come se fossero la cosa pi\u00f9 importante al mondo.<\/p>\n<p>E adesso, vediamo di capre perch\u00e9 sembra esistere un consenso cos\u00ec diffuso nella rivolta contro il giudizio e il giudicare. Fino a qualche decennio fa, non era cos\u00ec: le persone giudicavano; soprattutto i genitori, i vecchi, gli insegnanti, i preti, per non parlare dei giudici di professione, quelli dei tribunali: tutti costoro esercitavano senza imbarazzo e senza complessi la facolt\u00e0 giudicante; anzi, lo ritenevano un loro dovere ben preciso. Ma poi sono venuti i pedagogisti moderni, gli psicologi moderni, gli antropologi moderni, i sociologi moderni, e hanno incominciato dapprima a sussurrare, poi a dire a voce alta, infine a gridare dai tetti, in maniera sempre pi\u00f9 insistente ed aggressiva: <em>Oh, ma che brutta cosa \u00e8 il giudicare! \u00c8 un atto di autoritarismo, di fascismo, d&#8217;intolleranza! \u00c8 una cosa incivile, insopportabile, indegna! Basta, per carit\u00e0: al mondo si \u00e8 giudicato anche troppo; \u00e8 venuto il tempo di accogliere la vita senza giudicarla, di osservarla spassionatamente, con animo aperto, benevolo, comprensivo!<\/em> E cos\u00ec i genitori hanno smesso di rimproverare i figli quando li vedono sbagliare; i nonni hanno girato la testa dall&#8217;altra parte, davanti ai nipoti che si comportano male (o, peggio, li premiamo sommergendoli di regali, sempre pi\u00f9 costosi e sempre pi\u00f9 immeritati); le maestre hanno smesso di far notare agli alunni l&#8217;entrata in ritardo, i compiti mal fatti, la scrittura trasandata; i preti hanno smesso di parlare del peccato, di ammonire i peccatori, di metterli in guardia contro le inevitabili conseguenze del male; perfino i giudici, anzi, soprattutto i giudici, si sono ribellati all&#8217;idea e alla pratica del giudizio. Siamo arrivati all&#8217;assurdo che un ladro, colto in flagranza di reato, \u00e8 stato immediatamente rimesso in libert\u00e0 dal magistrato, perch\u00e9, essendo stato arrestato subito dopo il fatto, non aveva ancora potuto &quot;entrare nel godimento del bene trafugato&quot; (una bicicletta del valore di alcune migliaia di euro): ed \u00e8 cronaca di tutti i giorni. Il mestiere di molti magistrati \u00e8 diventato quello di scarcerare, o di rilasciare senza neanche un giorno di prigione, i delinquenti che si sono macchiati di violenza, di percosse, di furto, di spaccio di droga, di esercizio della prostituzione, e che le forze dell&#8217;ordine hanno bloccato ed arrestato con fatica e con pericolo quotidiani. Specialmente se si tratta di stranieri, poi, <em>pardon<\/em>, di clandestini, <em>padron<\/em> di nuovo, di migranti, anzi, di profughi: perch\u00e9, poverini, essendo dei &quot;disperati&quot; in fuga da guerra e fame (anche se provengono al 95% da Paesi in cui non vi sono n\u00e9 guerre, n\u00e9 particolari calamit\u00e0 naturali): come si fa ad infierire contro costoro? No, giammai: in nome del buonismo e del cattoprogressismo, bisogna chiudere un occhio, e magari tutti e due, anche davanti agli atti di delinquenza pi\u00f9 plateali e pi\u00f9 gratuiti, come quelli commessi impunemente da sedicenti profughi ancora in attesa di sapere se verr\u00e0 accolta la loro domanda di asilo, e ospitati presso i centri di accoglienza. Profughi in attesa di riconoscimento di giorno, spacciatori e rapinatori alla sera.<\/p>\n<p>Come si viene fuori da questo vicolo cieco? Innanzitutto, riconoscendo il problema per quello che \u00e8: un ricatto morale e una crisi di valori. Se si accetta il ricatto, se si scivola nel relativismo, tutto diviene lecito; e giudicare, ossia denunciare il male, si trasforma in un atto di esecrabile arroganza&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I progressisti e i buonisti di professione, specialmente se cattolici, hanno istituto, silenziosamente e discretamente, com&#8217;\u00e8 loro costume, l&#8217;undicesimo comandamento: Non giudicare. 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