{"id":24471,"date":"2018-06-19T02:35:00","date_gmt":"2018-06-19T02:35:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/19\/degradazione-volontaria-demone-della-modernita\/"},"modified":"2018-06-19T02:35:00","modified_gmt":"2018-06-19T02:35:00","slug":"degradazione-volontaria-demone-della-modernita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/06\/19\/degradazione-volontaria-demone-della-modernita\/","title":{"rendered":"Degradazione volontaria, demone della modernit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Abbiamo pi\u00f9 volte sostenuto che la civilt\u00e0 moderna \u00e8, nella sua essenza, demoniaca, e tale affermazione sar\u00e0 senza dubbio apparsa eccessiva a tutte le anime belle che vorrebbero tenere il piede in due scarpe, sentirsi moderne ma anche critiche della modernit\u00e0: e, in definitiva, tenersi in caldo i vantaggi, reali o supposti, che da essa derivano, rifiutandone per\u00f2 gli svantaggi, i rischi, i pericoli, il che \u00e8 un atteggiamento cinico e opportunistico tipicamente moderno. Queste anime belle ci domandano quali sono i segni, gli indizi che la civilt\u00e0 moderna \u00e8 la civilt\u00e0 del diavolo; e paiono voler dire che, se saremo in grado di mostrarli, allora, forse, saranno disposte ad accettare in qualche modo l&#8217;idea. Di indizi e di segni, invero, ce ne sono cos\u00ec tanti, che vi sarebbe l&#8217;imbarazzo della scelta; uno, tuttavia, ci sembra che emerga con particolare evidenza, solo che si sia disposti a guardarlo bene in faccia, per cos\u00ec dire, senza indietreggiare davanti alle logiche conclusioni che ne derivano: ci riferiamo alla smania, ora furiosa, ora tranquilla, di degradazione, e soprattutto di auto-degradazione, che emerge chiaramente da tanta parte della poesia, della letteratura, del teatro, del cinema, della musica, dell&#8217;arte, dell&#8217;architettura, dell&#8217;urbanistica, della filosofia moderne. \u00c8 una nota diffusa, capillare, onnipresente, che tende a sfuggire allo sguardo, ma solo perch\u00e9 \u00e8 divenuta praticamente il paesaggio normale della modernit\u00e0, per cui abbiamo finito per non farci pi\u00f9 caso e per considerarla qualcosa di ovvio, e della cui assenza, semmai, ci stupiremmo. Il pubblico della societ\u00e0 moderna si \u00e8 talmente assuefatto a questo particolare aspetto del paesaggio umano, che non se ne duole, non se ne lamenta, non ci trova nulla di strano, allo stesso modo che una umanit\u00e0 ridotta a vivere nelle cantine, nelle fogne, nelle discariche, non si lamenta pi\u00f9, dopo due o tre generazioni, del chiuso, della mancanza di luce e d&#8217;aria fresca, e si stupirebbe, semmai, davanti allo spettacolo di un fiore che sboccia, o del profumo portato dal vento. Ma quando, fra dieci o ventimila anni, qualcuno verr\u00e0 a frugare tra le rovine del nostro mondo, trover\u00e0 un elemento inconfondibile per orientarsi nella variet\u00e0 degli stili: trover\u00e0 che l&#8217;elemento caratterizzante della civilt\u00e0 moderna, dell&#8217;arte moderna, del pensiero moderno, \u00e8 la volutt\u00e0 di degradazione e di auto-degradazione, che distingue immediatamente i prodotti della modernit\u00e0 da quelli della civilt\u00e0 greca, o della civilt\u00e0 cristiana, o della civilt\u00e0 rinascimentale. Nella filosofia di Heidegger e di Sartre, nei romanzi di Bataille o di Genet, nel teatro di Pirandello o di Beckett, nel cinema di Pasolini o di Fassbinder, nell&#8217;<em>orinatoio<\/em> di Duchamp e nella <em>merda d&#8217;artista<\/em> di Piero Manzoni, e il tristo elenco potrebbe seguitare per pagine e pagine, e comprenderebbe i nomi di Moravia, di Gadda, di Joyce, dei fratelli Mann (quanto male ha fatto, al gusto e all&#8217;immaginario del pubblico, l&#8217;<em>Angelo azzurro<\/em> di Heinrich, con o senza le lunghe gambe di Marlene Dietrich davanti alle quali si accuccia e guaisce come un cane il povero professor Unrat), in tutta questa marea fangosa ci\u00f2 che emerge \u00e8 una volont\u00e0 diabolica di abbassare, sporcare, insozzare, degradare il pi\u00f9 possibile la creatura umana, sprofondarla nel fango, nei liquami, nel vizio e nelle turpitudini pi\u00f9 abominevoli, godere del suo avvilimento, con l&#8217;amara soddisfazione di Jonathan Swift davanti alla regressione fecale degli Yahoo, ma senza la sua vibrante moralit\u00e0 offesa, bens\u00ec per un gusto sempre pi\u00f9 esplicito e sempre pi\u00f9 satanico di trascinare nella rovina Sansone con tutti i Filistei, vale a dire, fuor di metafora, di sprofondare l&#8217;umanit\u00e0, per una forma di rivalsa, nello stesso fetido pantano nel quale gli artisti, gli scrittori, i registi, i pensatori e tutta la pletora degli intellettuali rancorosi e parassiti si sono scavati la tana, nutrendosi di sporcizia come le mosche nella sozzura escrementizia.<\/p>\n<p>A semplice titolo di esempio, ma potremmo scegliere altri cento o mille nomi, prendiamo i romanzi di Cesare Pavese, uno scrittore nel quale, almeno, vi \u00e8 una tensione morale verso l&#8217;esterno del pantano della modernit\u00e0, tensione che non c&#8217;\u00e8 in Gadda o in Moravia, e la cui stessa vita testimonia la fatica di muoversi e scrivere entro un orizzonte spirituale cos\u00ec asfittico, come quello che la cultura dominante (e i compagni comunisti, in quel caso) volevamo cucirgli addosso, etichettandolo come neorealista, per poterlo arruolare a forza nelle loro file. Ecco cosa scriveva, su questo particolare aspetto della sua narrativa, il critico Roberto Cantini, con speciale riferimento alla trilogia de <em>La bella estate<\/em>, e specialmente all&#8217;ultimo dei tre romanzi, <em>Tra donne sole<\/em> (da: C. Pavese, <em>La bella estate<\/em>, Torino, Einaudi, 1949, e Milano, Mondadori, 1969, pp. 20-22):<\/p>\n<p><em>Sembra che Pavese, in questi tre romanzi, e particolarmente nell&#8217;ultimo, abbia provato un gusto segreto nel degradare i suoi personaggi, e in definitiva se stesso, per padroneggiarli meglio, per imprimervi il fuoco della sua ira, della sua solitudine e disperazione. Non c&#8217;\u00e8 nulla di pi\u00f9 assoluto e nudo dello squallore: e ogni pagina di questo libro ne \u00e8 compenetrata, fino ad arrivare nel terzo romanzo, &quot;Tra donne sole&quot;, a una raffigurazione quasi grafica di codesto squallore nell&#8217;atelier di moda che la protagonista Clelia monta a fatica, tra le rovine di una Torino dopoguerra e le torture morali che affliggono tutti i personaggi. Clelia compresa, con la sua aria di finta superiorit\u00e0. N\u00e9 si ha mai, o quasi mai, una delimitazione completa di cose, personaggi, paesi, ambienti interni; la maniera di Pavese si mota qui fatta di contrazioni, di ammicchi, di illuminazioni violente: come un faro che penetri istantaneamente nella notte &#8212; in quella che doveva essere poi la sua tragica notte &#8212; e dopo aver rivelato per un momento un viso, una mano, un caseggiato, un cieco buco nel cielo, subito si spegne assurdamente, lasciando al lettore di immaginare il resto, o di non immaginarlo seguendo semplicemente la mimica delle parole. In questo modo egli contribuisce a ingigantire la disperazione e la noia dei singoli personaggi che immerge in un gelido orrore. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La bella estate&quot; &#8212; che al suo apparire suscit\u00f2 commenti e critiche contrastanti &#8212; \u00e8 parte cospicua della produzione di Pavese. In essa affiora il complesso dello scrittore verso le donne, la sua paura di vivere, il suo terrore del sesso: e (come si \u00e8 accennato) c&#8217;\u00e8 una qualit\u00e0 &quot;grafica&quot; di scrittura difficilmente raggiungibile. Lo attestano la strana amicizia di Amelia e di Ginia, col conseguente apporto sessuale reciproco, nel primo dei tre romanzi; Poli &quot;debosciato mitico&quot; (G. Manacorda), come \u00e8 stato giustamente osservato &#8212; che si porta donne e uomini nella sua villa in collina, sofisticando all&#8217;infinito lui e gli altri, sul senso della vita (nel &quot;Diavolo sulle colline&quot;, il secondo romanzo), e infine Clelia, personaggio solo in apparenza &quot;positivo&quot;, in realt\u00e0 stravagante e ossessivo, che smaschera la propria personalit\u00e0 in una affermazione sconcertante: &quot;Io se non dovessi lavorare avrei vizi terribili&quot;. Clelia \u00e8 la protagonista dell&#8217;ultimo dei tre romanzi, che si chiude col suicidio di Rosetta e nel quale Pavese scrive: &quot;Una volta almeno i suicidi li seppellivano di nascosto&quot;. Tutti questi personaggi sono il punto focale della follia di Pavese, sono i grandi vermi che abitavano nel suo cervello e a cui ha saputo dare la forma pi\u00f9 sapiente. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Abbiamo prima parlato di una volontaria &quot;degradazione&quot; di Pavese ne &quot;La bella estate&quot;. Non si deve per\u00f2 credere che questo termine venga usato materialmente, o, per meglio dire, con un pesante significato materiale. Questa degradazione \u00e8 il risultato della tecnica di Pavese, nonch\u00e9 evidentemente della sua esperienza interiore. Non si dimentichi il celebre motto di Flaubert sul suo romanzo &quot;Madame Bovary&quot;: &quot;M.me Bovary c&#8217;est moi&quot; e neppure quegli altri grossi vermi che avevano un sicuro e provvidenziale alloggio nella testa di Charles Baudelaire.<\/em><\/p>\n<p><em>In ogni modo Cesare Pavese deve essere letto soprattutto per quel che \u00e8, per quell&#8217;unico &quot;ismo&quot; che gli appartiene. Egli \u00e8 uno scrittore realista, neorealista&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Questa pagina di prosa, con le sue contorsioni e perversioni intellettuali, \u00e8 un buon esempio della strana maniera con cui la critica si pone di fronte al fenomeno della degradazione artistica e umana, anche nei casi in cui lo vede e lo riconosce perfettamente. A parte la conclusione, agghiacciante, che vuole appioppare al povero Pavese l&#8217;unico &quot;ismo&quot; che <em>non<\/em> gli appartiene, quello di neorealista, del resto in linea con la pressione ideologica da sempre esercitata dai &quot;compagni&quot; sull&#8217;opera e sulla stessa personalit\u00e0 dello scrittore piemontese, fin dai banchi del liceo, con l&#8217;esiziale influenza del professor Augusto Monti; a parte questo, si noti con quanta disinvoltura viene indicata la volont\u00e0 di degradazione dei personaggi pavesiani, e di Pavese stesso, salvo poi esorcizzare la portata di tale affermazione in due maniere. La prima consiste nell&#8217;asserire che tale degradazione, culminante nella solitudine, nella disperazione e nel desiderio di morte, \u00e8 necessaria allo scrittore per poter meglio <em>padroneggiare<\/em> i suoi personaggi: il che \u00e8 tanto logico quanto sarebbe asserire che Manzoni, poniamo, per poter meglio padroneggiare Renzo e Lucia, ha la necessit\u00e0 di spingerli verso l&#8217;estrema degradazione. Una cosa del genere potrebbe anche avere senso, se sia ammettere, contestualmente, che, per uno scrittore, &quot;padroneggiare&quot; i suoi personaggi significa vendicarsi, su di essi e attraverso di essi, delle proprie amarezze e frustrazioni esistenziali, ovvero far assaporare ad essi quel gusto amaro dell&#8217;umiliazione, della disfatta e della perdita di dignit\u00e0, che egli ritiene di aver dovuto subire ad opera della vita. Un tale atteggiamento, in effetti, \u00e8 tipico della letteratura moderna; \u00e8 tipico, ad esempio, di Pirandello; e, in questo senso, si pu\u00f2 dedurre che Manzoni, grazie al Cielo, non \u00e8 ancora uno scrittore moderno, mentre Leopardi, negli stessi anni, certamente lo \u00e8. Il caso dei russi, Pu\u0161kin, Gogol&#8217; e Dostoevskij, \u00e8 ancora diverso; in essi vi \u00e8, certamente, la degradazione dei personaggi (lasciamo stare Tolstoj, troppo scopertamente moralista), ma la cosa ha, specialmente in Dostoevskij, una finalit\u00e0 catartica. Degradandosi, i personaggi scoprono la verit\u00e0 e cominciano la risalita verso la luce &#8212; oppure scivolano nelle tenebre della pazzia. La seconda strategia per esorcizzare la degradazione dei personaggi e del loro autore consiste nello sdrammatizzare il termine, dopo averlo ulteriormente rafforzato: se anche nella testa di Baudelaire, oltre che in quella di Flaubert, c&#8217;erano i grossi vermi di quella stessa pazzia che abitava nel cervello di Pavese, ne consegue logicamente che tali vermi, nella testa di uno scrittore moderno, non possono essere che &quot;provvidenziali&quot;: guarda un po&#8217; dove va a finire il concetto della Provvidenza, nelle mani dei critici letterari tutti impegnati a celebrare le virt\u00f9 infuse della modernit\u00e0. E pazienza se Pavese avrebbe fatto volentieri a meno di quel tipo di provvidenzialit\u00e0, visto dove lo ha portato: sanno essere anche orribilmente cinici, codesti critici al passo coi tempi moderni!<\/p>\n<p>Dunque, ricapitoliamo. Abbiamo preso il caso di Pavese, ma potevamo prendere quello di tantissimi altri scrittori, artisti, pensatori degli ultimi due secoli, specialmente quelli che la cultura dominante ha promosso al rango di &quot;maestri&quot; (di nichilismo, evidentemente). Abbiamo visto che egli si compiace di degradare i suoi personaggi, di mostrare quanto di umiliante c&#8217;\u00e8 nella loro povera esistenza, le loro delusioni, le loro miserie, le loro ambizioni naufragate, i loro vizi segreti, i loro patetici ripieghi. Abbiamo visto che egli ama descrivere il momento del disincanto, e mostrarci dei giovani e delle giovani andare incontro alla pi\u00f9 cocente delusione nel momento in cui, carichi d&#8217;ingenue speranze, bussano alla porta della vita adulta. Abbiamo anche intuito che, cos\u00ec facendo, egli si prende una (misera, a nostra credere) rivalsa sulla sua stessa vita e sulle sue stesse sconfitte, amarezze e frustrazioni; nel caso specifico, sulla sua paura e odio segreto nei confronti della donne, che non seppe mai rappresentare con un po&#8217; di dolcezza e comprensione, semplicemente perch\u00e9 le temeva pi\u00f9 di quanto non ne fosse attratto, e comunque non seppe mai vederle per ci\u00f2 che esse sono. Questo \u00e8 gi\u00e0 un atteggiamento altamente distruttivo e auto-distruttivo: invece di cercare una soluzione, si trascina nel fango ci\u00f2 che si desidera, ma che non si osa affrontare. E quel che si \u00e8 detto per le donne, vale per la vita in generale: \u00e8 pi\u00f9 facile, ma totalmente sterile, denigrare la vita, descriverla come una macabra assurdit\u00e0 (come <em>un vizio assurdo<\/em>, per usare le parole di Pavese) invece che cercare di comprenderla, con pazienza, umilt\u00e0 e amore. Ora, quando si constata che tale \u00e8 l&#8217;atteggiamento normale, si fa per dire, degli scrittori, degli artisti e dei pensatori della modernit\u00e0: una sistematica, rancorosa, vendicativa denigrazione della vita (<em>quando si comprende che cos&#8217;\u00e8 la vita, si sogna la vedetta<\/em>, diceva il pittore Paul Gauguin), si vede anche con chiarezza che l&#8217;orizzonte intellettuale e spirituale nel quale ci muoviamo abitualmente \u00e8 quello di una feroce, fredda, spietata follia, testimonianza di una umanit\u00e0 che non si vuole pi\u00f9 bene, ma che odia se stessa; e che, per rendere pi\u00f9 sopportabile a se medesima il proprio odio, proietta <em>il fuoco della sua ira<\/em> (termine adoperato da Roberto Cantini per Pavese) verso l&#8217;esterno: che sia la natura, come fa Leopardi, o la volont\u00e0, come fa Schopenhauer, o che siano gli altri, come fa Sartre, o il mondo, come fa Cioran. Se l&#8217;uomo moderno arrivasse a capire qual \u00e8 il vero oggetto del suo odio, e cio\u00e8 se stesso, forse ne avrebbe paura e comincerebbe a chiedersi dove ha cominciato a sbagliare, a smarrire la diritta via. E forse si accorgerebbe che ci\u00f2 \u00e8 avvenuto quando ha deciso di voltare per sempre le spalle a Dio, a quell&#8217;Amore che, solo, pu\u00f2 riscattare tutte le sue sconfitte e le sue delusioni. Ma, per fare questo, ci vuole molto pi\u00f9 coraggio di quanto ne basta per umiliare, sporcare e degradare se stesso e gli altri&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Abbiamo pi\u00f9 volte sostenuto che la civilt\u00e0 moderna \u00e8, nella sua essenza, demoniaca, e tale affermazione sar\u00e0 senza dubbio apparsa eccessiva a tutte le anime belle<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30163,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[25],"tags":[89,106,108,202],"class_list":["post-24471","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-letteratura","tag-alberto-moravia","tag-carlo-emilio-gadda","tag-cesare-pavese","tag-modernita"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-letteratura.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24471","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24471"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24471\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30163"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24471"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24471"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24471"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}