{"id":24438,"date":"2012-01-13T06:14:00","date_gmt":"2012-01-13T06:14:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/01\/13\/dare-e-avere\/"},"modified":"2012-01-13T06:14:00","modified_gmt":"2012-01-13T06:14:00","slug":"dare-e-avere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2012\/01\/13\/dare-e-avere\/","title":{"rendered":"Dare e avere"},"content":{"rendered":"<p>La vita, si dice, \u00e8 un continuo dare e avere: oggi a te, domani a me.<\/p>\n<p>Pure, \u00e8 evidente che moltissime persone ignorano questa semplice verit\u00e0, ossia l&#8217;indispensabile reciprocit\u00e0 fra gli esseri umani; e cercano, pi\u00f9 o meno sfacciatamente, di ricavare dagli altri pi\u00f9 di quanto esse siano disposte ad offrire di s\u00e9.<\/p>\n<p>Altre, e non sono meno inconsapevoli delle prime, sono, s\u00ec, disposte a dare, anzi, non chiedono di meglio che poter dare molto, moltissimo; ma poi, consciamente o meno, quando viene un certo momento, si aspettano di ricevere altrettanto, vale a dire fuor di misura: creando pesanti obblighi, ricatti morali e sensi di colpa nei loro cari e nei loro amici.<\/p>\n<p>E allora bisogna comprendere che la regola del dare e dell&#8217;avere ha senso e funziona se viene intesa con naturalezza, con misura, con spontaneit\u00e0: non pu\u00f2 e non deve corrispondere a una forma di contabilit\u00e0 affettiva, n\u00e9, meno ancora, a una sorta di investimento preventivo.<\/p>\n<p>Uno dei problemi pi\u00f9 grandi nelle relazioni interpersonali \u00e8 che, quando il disagio di un essere umano oltrepassa una certa soglia, egli si chiude completamente ai problemi, alle difficolt\u00e0 e alla fatica degli altri: non li vede neppure, ma \u00e8 interamente preso in ostaggio dalla propria sofferenza, dalla propria angoscia e dalla propria paura.<\/p>\n<p>Questo accade con frequenza nei malati terminali e in certe patologie legate alla vecchiaia, cos\u00ec come si pu\u00f2 dire che sia la regola nel caso dei bambini; tuttavia \u00e8 abbastanza diffuso anche fra le persone giovani e adulte, ed \u00e8 un fattore tanto pi\u00f9 subdolo e insidioso, quanto pi\u00f9 il disagio in questione pu\u00f2 essere di natura puramente psicologica e, perci\u00f2, non sempre interamente percepibile dall&#8217;esterno.<\/p>\n<p>Mentre una malattia fortemente invalidante, per esempio, \u00e8 evidente a chiunque e aiuta gli altri a rendersi conto del perch\u00e9 il paziente si chiuda cos\u00ec tanto nella propria sofferenza, fino al punto da non avere pi\u00f9 occhi e orecchi per vedere e udire quella che colpisce le altre persone, una sofferenza di tipo psicologico non \u00e8 altrettanto evidente e pu\u00f2 anche essere fraintesa e scambiata per qualcos&#8217;altro, per semplice egoismo o per mancanza di comprensione e sensibilit\u00e0.<\/p>\n<p>Certo, vi sono anche numerose situazioni nelle quali si tratta proprio di questo: nelle quali, cio\u00e8, uomini o donne immaturi, viziati, egoisti, vorrebbero che il mondo intero fosse perennemente a disposizione dei loro bisogni e avesse sempre orecchi per ascoltare le loro interminabili lamentele e recriminazioni; uomini e donne i quali, non appena qualcuno si azzarda ad accennare alla propria stanchezza, alle proprie difficolt\u00e0, riescono, nel giro di pochi istanti, a rivolgere nuovamente il discorso su se stessi e sui loro problemi, veri o presunti.<\/p>\n<p>Ma qual \u00e8 il confine tra un problema vero ed uno fasullo? Chi pu\u00f2 stabilire quando una sofferenza \u00e8 reale e quando nasce sostanzialmente, o viene enormemente ingigantita, dalla sensibilit\u00e0 patologica del soggetto? Il malato immaginario non \u00e8 forse un malato vero e proprio, la cui malattia si chiama ipocondria?<\/p>\n<p>Lo abbiamo detto pi\u00f9 volte e lo torniamo a ripetere: nessun paradigma pu\u00f2 giudicare un altro paradigma, perch\u00e9 ciascuno di essi si basa su presupposti radicalmente differenti da quelli di qualsiasi altro. Il paradigma moderno non pu\u00f2 comprendere e giudicare il paradigma medievale, e tanto meno il paradigma dell&#8217;uomo antico. Ebbene, per la stessa ragione il paradigma della persona sana non pu\u00f2 comprendere, n\u00e9 giudicare, quello della persona malata, fosse pure della persona malata di quella speciale malattia che consiste nel credersi malati.<\/p>\n<p>Sia come sia, quando si supera una certa soglia del disagio, si finisce per rimanere murati all&#8217;interno del proprio inferno privato, e ci\u00f2 rende praticamente impossibile un rapporto equilibrato con il prossimo: perch\u00e9, nella vita, le relazioni umane armoniose, o quanto meno accettabili, si basano sempre sulla reciprocit\u00e0 e, dunque, sulla regola del dare e dell&#8217;avere di entrambe le parti, non mai del dare o dell&#8217;avere a senso unico.<\/p>\n<p>Questo non significa che gli squilibri e gli scompensi nelle relazioni affettive siano dovuti unicamente al fatto che una delle due parti \u00e8 afflitta da un disagio che abbia oltrepassato una determinata soglia di sopportabilit\u00e0; molto pi\u00f9 spesso sono dovuti, puramente e semplicemente, al fatto che una elle due parti, o magari entrambe, non hanno elaborato neppure quel minimo di consapevolezza da aver compreso che, nella vita, vige la norma della reciprocit\u00e0.<\/p>\n<p>In particolare, se una delle due parti commette l&#8217;errore di mostrarsi, fin dall&#8217;inizio, eccessivamente disponibile e servizievole; se abitua il proprio amico, il proprio coniuge, il proprio figlio o il proprio genitore a non aver neanche bisogno di manifestare un desiderio, che gi\u00e0 si precipita a soddisfarlo, \u00e8 molto probabile che, poco alla volta, verr\u00e0 a stabilirsi una relazione affettiva a senso unico, con uno schiavetto sempre pronto a correre per soddisfare le esigenze del proprio padrone, il quale, da parte sua, considerer\u00e0 dovuto e scontato tutto quanto venga fatto per lui, fino al punto di non vedere pi\u00f9 le attenzioni che continuamente riceve.<\/p>\n<p>Vi possono essere svariate ragioni perch\u00e9 si instauri questo genere di servit\u00f9 volontaria, ma, sostanzialmente, sono tutte riconducibili, crediamo, a due tipologie fondamentali: quella della paura della perdita e quella del senso di colpa. Quando si ha una paura patologica di essere lasciati e quando si ha una disposizione patologica al fatto di sentirsi in colpa, si tende a esagerare nella disponibilit\u00e0 e nello spirito di servizio verso l&#8217;altro, con il risultato di forgiare da s\u00e9 le catene della propria schiavit\u00f9, la quale, pur essendo volontaria, nondimeno finir\u00e0 per diventare, alla lunga, spossante e degradante quanto quella che viene imposta dall&#8217;esterno.<\/p>\n<p>Solo il santo o l&#8217;idealista che decidono di spendersi gratuitamente per il prossimo possono sopportare con animo lieto e saldo la schiavit\u00f9 volontaria, per\u00f2 indirizzandola indifferentemente verso tutti gli esseri umani; la persona comune, nella sua relazione con gli amici e i parenti, non potr\u00e0 mai essere animata dalla medesima serenit\u00e0, perch\u00e9 essa, nell&#8217;altro, cerca comunque un riscontro, un segno di apprezzamento e, possibilmente, un sentimento personale di affetto o di amore.<\/p>\n<p>Qualunque persona normale, alla fin fine, soffre di vedersi perennemente sfruttata, disprezzata e trattata come un semplice strumento; e ci\u00f2 non tanto per il sentimento istintivo della propria dignit\u00e0, che effettivamente non tutti possiedono in grado sufficientemente sviluppato, quanto per il semplice fatto che la fatica dello schiavo, se non viene mai apprezzata e se \u00e8 accompagnata non da atti di gratitudine, ma da atteggiamenti sprezzanti e persino derisori, finisce per rivelarsi insopportabile, per minare la stabilit\u00e0 psicologica e per spingere o alla rivolta o a quella particolare forma di rivolta che consiste nel rivolgere l&#8217;aggressivit\u00e0 contro se stessi.<\/p>\n<p>Questo \u00e8 un pericolo reale: chi non si vuole abbastanza bene da pretendere la reciprocit\u00e0 nei rapporti con l&#8217;altro, non se ne vuole abbastanza nemmeno per sopportare, sul lungo periodo, il disagio e la sofferenza che le continue umiliazioni gli provocano, e pu\u00f2 essere tentato di interrompere la catena infernale, non gi\u00e0 interrompendo quella relazione affettiva e cercando di costruirsene un&#8217;altra, pi\u00f9 equilibrata, ma danneggiando intenzionalmente se stesso.<\/p>\n<p>\u00c8 sempre pi\u00f9 facile gettare per terra il giocattolo che non funziona, invece di cercare di ripararlo con pazienza; in fondo, \u00e8 quello che tante persone tendono a fare con solo con se stesse, ma anche con gli altri, gettandoli via ogni volta che insorge una difficolt\u00e0 tra esse e loro e pensando, ogni volta, che non sar\u00e0 difficile sostituire la perdita con qualcun altro.<\/p>\n<p>In questo senso, si pu\u00f2 dire che la lebbra del consumismo ci ha contagiati un po&#8217; tutti e si \u00e8 riversata dalla sfera dei comportamenti esteriori, riguardanti le cose e le situazioni estrinseche, in quella pi\u00f9 intima dell&#8217;affettivit\u00e0, spingendoci a &quot;usare&quot; gli altri proprio come si farebbe con degli oggetti; salvo sbarazzarcene senza tanti problemi quando non ci servono pi\u00f9 o quando sarebbe necessario un salto di qualit\u00e0, da parte di entrambi, per conservare le ragioni dello stare insieme o del frequentarsi con piacere.<\/p>\n<p>Siamo diventati un po&#8217; tutti analfabeti dei sentimenti: analfabeti di ritorno, perch\u00e9 certe cose le sapevano e le abbiamo dimenticate, per incuria e negligenza.<\/p>\n<p>Del resto chi, se non un bambino viziato o un analfabeta dei sentimenti, pu\u00f2 aspettarsi di ricevere, nella vita, pi\u00f9 di quanto egli sia disposto a dare agli altri? La cosa \u00e8 talmente evidente, talmente intuitiva, da non aver bisogno di alcuna spiegazione; e chi non la comprende, vuol dire che non ha intenzione di capirla.<\/p>\n<p>Addirittura, si nota spesso che proprio le persone pi\u00f9 egoiste, pi\u00f9 avare di se stesse, pi\u00f9 chiuse e corazzate nel proprio ego, sono precisamente quelle che nutrono le maggiori aspettative nei confronti della vita; sono proprio quelle si aspettano di attirare l&#8217;interesse, l&#8217;amicizia o l&#8217;amore delle persone pi\u00f9 belle, pi\u00f9 intelligenti, pi\u00f9 ricche di fascino&#8230;<\/p>\n<p>Che altro dire?<\/p>\n<p>\u00c8 evidente che, se vogliamo incontrare l&#8217;interesse e riscuotere la simpatia dei migliori, dovremmo sforzarci noi stessi di divenire un po&#8217; migliori; se riteniamo davvero di meritare cose belle dalla vita, dovremmo fare in modo di essere delle persone un po&#8217; pi\u00f9 belle, incominciando a lavorare su noi stessi e imparando a guardarci in faccia, senza veli e senza ipocrisie.<\/p>\n<p>Gira e rigira, si torna sempre l\u00ec: al conosci te stesso.<\/p>\n<p>Chi non conosce se stesso, non pu\u00f2 fare una stima ragionevole di quel che vale e di quello a cui pu\u00f2 aspirare nella vita; tanto meno pu\u00f2 aspettarsi che gli altri vedano in lui delle qualit\u00e0 inesistenti, che apprezzino in lui quelle cose che egli solo s&#8217;illude di possedere, ma che gli altri non gli riconoscono affatto.<\/p>\n<p>Dobbiamo imparare ad essere dei giudici pi\u00f9 severi nei confronti di noi stessi e, se possibile, pi\u00f9 indulgenti nei riguardi del prossimo; mentre, per l&#8217;ordinario, noi tendiamo a fare esattamente l&#8217;opposto: a essere indulgenti con noi stessi e a giudicare con severit\u00e0 gli altri.<\/p>\n<p>I nostri difetti, i nostri limiti, le nostre meschinit\u00e0, ci sembrano trascurabili; quelli del prossimo, invece, anche se meno gravi, ci appaiono intollerabili: usiamo due pesi e due misure, ma sempre a nostro vantaggio, come dei commercianti disonesti.<\/p>\n<p>Oppure cadiamo nell&#8217;eccesso opposto: ci deprezziamo al massimo, ci sentiamo gli ultimi di tutti, i pi\u00f9 miseri, i pi\u00f9 indegni; ci sembra che chiunque sia altro sia migliore di noi, che chiunque altro ci sorpassi in tutto, e di molto; ci sembra di essere insignificanti, stupidi, ignoranti, immeritevoli della minima attenzione da parte del prossimo&#8230;<\/p>\n<p>Naturalmente, anche questa \u00e8 una strategia dell&#8217;ego: una strategia inconscia, quasi certamente; ma pur sempre una strategia. Svalutandoci, disprezzandoci, umiliandoci, ci sembra quasi di prevenire ogni critica che gli altri possano muoverci: non c&#8217;\u00e8 bisogno che alcuno ci faccia notare le nostre miserie, noi per primi ce le siamo fatte, ci siamo accusati e condannati senza alcuna piet\u00e0, nella maniera pi\u00f9 severa.<\/p>\n<p>Ma cosa si cela dietro questa strategia? Ancora la profonda ignoranza di noi stessi; ancora l&#8217;incapacit\u00e0 di guardare onestamente gli altri; ancora l&#8217;istinto di metterci al centro di tutto: mediante le critiche, se non \u00e8 possibile che siano le lodi. L&#8217;importante \u00e8 che noi siano al centro del discorso, che si parli comunque di noi: nel bene, se \u00e8 possibile; e se no, nel male.<\/p>\n<p>Ora, tutte queste cattive abitudini, tutti questi giochetti con la nostra coscienza, tutte queste menzogne e tutte queste mezze verit\u00e0 devono aver fine, se vogliamo ritrovare noi stessi e, nello stesso tempo, se vogliamo ristabilire un sano rapporto con gli altri: perch\u00e9 sull&#8217;ignoranza e sulla menzogna non si costruisce nulla, n\u00e9 dentro n\u00e9 fuori di s\u00e9.<\/p>\n<p>Dunque: si pu\u00f2 ricevere, quando si \u00e8 pronti a dare; e si \u00e8 capaci di dare, quando si \u00e8 anche capaci di ricevere.<\/p>\n<p>Non \u00e8 vero che il ricevere sia cosa pi\u00f9 facile che il dare: il ricevere nel modo giusto, naturalmente. Ricevere l&#8217;amicizia degli altri, l&#8217;affetto degli altri, l&#8217;amore degli altri: il riceverli nel modo giusto, non \u00e8 cosa facile; richiede maturit\u00e0, richiede consapevolezza, richiede conoscenza di se stessi; richiede essere dei veri uomini e delle vere donne, non burattini a un tanto il chilo.<\/p>\n<p>Il mondo \u00e8 pieno di burattini vestiti da uomini e da donne, che si lamentano continuamente perch\u00e9 non ricevono dalla vita quanto meriterebbero; oppure che si auto-flagellano per potersi compatire e commiserare e, magari, per essere compatti e commiserati dagli altri.<\/p>\n<p>Eppure, nella vita, ci sarebbero soddisfazioni e gioie per tutti, a patto di essere leali con se stessi&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La vita, si dice, \u00e8 un continuo dare e avere: oggi a te, domani a me. 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