{"id":24435,"date":"2017-08-01T05:13:00","date_gmt":"2017-08-01T05:13:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/08\/01\/e-dante-o-petrarca-il-primo-poeta-della-natura\/"},"modified":"2017-08-01T05:13:00","modified_gmt":"2017-08-01T05:13:00","slug":"e-dante-o-petrarca-il-primo-poeta-della-natura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/08\/01\/e-dante-o-petrarca-il-primo-poeta-della-natura\/","title":{"rendered":"\u00c8 Dante o Petrarca il primo poeta della natura?"},"content":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 stato il primo italiano a scoprire la bellezza della natura? Intendiamo dire: la bellezza della natura in se stessa, come un valore autonomo; non come semplice adornamento di una frase o come riflesso di qualcos&#8217;altro, per esempio della sapienza e bont\u00e0 divine. Questa precisazione ci porta automaticamente verso la fine del Medioevo e l&#8217;inizio dell&#8217;Umanesimo: perch\u00e9 la natura, nel Medioevo vero e proprio, non rappresenta mai un valore autonomo. Nessun artista, nessun pittore o scultore, e nemmeno alcun poeta, la vede e la rappresenta come tale. Anche nella pittura di Giotto, la pi\u00f9 &quot;realistica&quot;, essa \u00e8 sempre l\u00e0, sullo sfondo, a commento dell&#8217;azione umana: \u00e8 il paesaggio scabro e desolato su cui pascolano le capre, per esempio, mentre Gioacchino, il futuro sposo di Anna, la madre di Maria Vergine, \u00e8 immerso nel suo sogno soprannaturale (nel ciclo di affreschi della cappella degli Scrovegni a Padova, eseguito fra il 1303 e il 1305); con qualche stentato ciuffo d&#8217;erba che spunta fra le rocce, e un cielo blu uniforme che fa risaltare ancor di pi\u00f9 la nudit\u00e0 dei luoghi, la siccit\u00e0 di una terra arsa dal sole. E nel tanto citato <em>Cantico delle creature<\/em> di san Francesco d&#8217;Assisi, vi \u00e8 la lode, questo s\u00ec, per la bellezza della natura, lode che \u00e8 rivolta per\u00f2 al Signore; e le cose della natura sono colte nella loro magnificenza, ma slegate, per cos\u00ec dire, l&#8217;una dall&#8217;altra, e, pur con il sovrano tocco di poesia che le illumina potentemente e le rende vive e palpitanti, nondimeno esse conservano qualche cosa dell&#8217;elencazione scolastica: oltre al sole, alla luna e alle stelle, sono, dopo tutto, i quattro elementi costitutivi del mondo, propri della filosofia classica: la terra, l&#8217;aria, l&#8217;acqua e il fuoco. S\u00ec: vediamo, davanti agli occhi della mente, il fuoco che crepita allegramente (<em>bello et iocundo et robustoso et forte<\/em>), e l&#8217;acqua che scorre nella sua cristallina purezza: ma non vediamo l&#8217;insieme, non vediamo il paesaggio, non vediamo la natura in quanto tale. Vediamo bens\u00ec le parti, ma non il tutto.<\/p>\n<p>Dunque, spostiamoci senz&#8217;altro verso la fine del Medioevo, quando la nuova civilt\u00e0 urbana e comunale introduce l&#8217;elemento borghese nella visione delle cose, con la sua prospettiva mercantile e tipicamente utilitaristica. Questo tratto, del resto, si era gi\u00e0 affermato a partire da Marco Polo, il cui sguardo sulle cose \u00e8 sempre condizionato dalla mentalit\u00e0 del mercante; e dallo stesso san Francesco (figlio d&#8217;un ricco mercante), il quale, dell&#8217;acqua, rileva che essa \u00e8 umile e casta, ma anche che \u00e8 molto utile e preziosa. Il primo candidato alla scoperta della natura, dunque, \u00e8 sicuramente Dante: non certo il Dante delle opere minori, non il Dante della <em>Vita nuova<\/em> o del <em>Convito<\/em>, nel quale la natura continua ad essere qualcosa di vago e indefinito, qualcosa d&#8217;indeterminato o di scolastico, ma il Dante della <em>Commedia<\/em>, dove la sua potenza descrittiva fa un enorme salto di qualit\u00e0 e la natura \u00e8 colta, per la prima volta, come qualcosa di autonomo, di vivo e meraviglioso; qualcosa che riempie di stupore e che suscita domande, interrogativi, ai quali la mente razionale non sempre \u00e8 capace di rispondere. Ma si tratta proprio di una intuizione della natura, o di singoli aspetti di essa? Nelle stupende similitudini tratte dalle cose della natura &#8212; la neve che si scioglie al sole, le foglie che cadono dall&#8217;albero in autunno, gli uccelli che migrano in lunga fila, le pecore che vanno l&#8217;una dietro all&#8217;altra, tenendo il muso basso e facendo quel che fanno le prime: sono lampi di poesia ricalcati dal modello di Omero, e &#8212; senza dubbio &#8212; anche da quello di Lucrezio, oppure vi \u00e8 gi\u00e0, in essi, una coscienza unitaria, una percezione della natura come una sola realt\u00e0 vivente, degna di ammirazione in se stessa e non solo per le similitudini che offre con la dimensione dell&#8217;anima umana? Insomma: Dante vede la natura come la vede un uomo moderno, o continua a vederla, in tutto e per tutto, da medievale?<\/p>\n<p>Questi interrogativi rimandano alla controversia, ormai decantata, su Dante &quot;primo umanista&quot; o, quanto meno, &quot;pre-umanista&quot;; e il riferimento d&#8217;obbligo, ovviamente, \u00e8 all&#8217;episodio del viaggio di Ulisse, nel XXVI canto dell&#8217;<em>Inferno<\/em>. Ci si \u00e8 chiesti se Ulisse-Dante (perch\u00e9 Ulisse, <em>quell<\/em>&#8216;Ulisse, \u00e8, senza dubbio, un riflesso di Dante stesso, e non certo una riproposizione dell&#8217;eroe omerico &quot;originario&quot;), con la sua sete di conoscenza, con la sua febbre <em>a<\/em> <em>divenir del mondo esperto<\/em>, sia gi\u00e0, almeno in parte, proiettato sul terreno della modernit\u00e0: vale a dire, se sia gi\u00e0 slegato, emancipato, reso autonomo, e sia pure in forma di vago presentimento, da una coscienza teocentrica, quale, in genere, traspare da ogni riga, da ogni verso della sua opera. E la risposta, almeno per la stragrande maggioranza dei critici, e anche la nostra, \u00e8: no; Dante \u00e8 un uomo del Medioevo e non un pre-umanista, perch\u00e9 l&#8217;uomo, per lui, pur essendo creatura privilegiata e simile a Dio, non \u00e8 mai il centro di tutto, non occupa mai il cuore dell&#8217;azione, ma \u00e8 concepito sempre come creatura inseparabile dal suo Creatore, il quale \u00e8 e rimane il vero protagonista, il vero centro dell&#8217;universo e di ogni pensiero, di ogni sentimento. Una conclusione, questa, che pu\u00f2 lasciare un certo qual senso di delusione solo in chi non abbia compreso che il Medioevo, lungi dall&#8217;essere quell&#8217;et\u00e0 oscura e barbarica descritta dagli illuministi, \u00e8 stato il periodo storico in cui l&#8217;uomo si \u00e8 maggiormente avvicinato a se stesso, \u00e8 stato maggiormente in armonia con se stesso (senza con ci\u00f2 escludere dal quadro la paura dell&#8217;Inferno e la speranza del Paradiso; al contrario!), proprio perch\u00e9 \u00e8 stato quello in cui si \u00e8 tenuto maggiormente unito a Dio, in cui ha compreso che il bisogno di Dio \u00e8 il suo naturale completamento; che la dimensione terrena non potr\u00e0 mai realizzarlo interamente, ma che sempre egli sar\u00e0 un misero mutilato se smarrir\u00e0 il legame che lo unisce con Dio, se non unir\u00e0 pienamente e fiduciosamente la sua volont\u00e0 a quella di Dio, dal quale tutta la sua vita riceve il suo significato e che la trasfigura, nonostante, o proprio per, le sofferenze che v&#8217;incontra, proprio per la croce che egli soffre, proiettandola verso la sua vera e luminosa patria ultraterrena. Va da s\u00e9 che questo atteggiamento dell&#8217;anima porta in se stesso il senso del limite umano: senso del limite che &#8212; ed \u00e8 questa la radicale differenza con gli umanisti &#8211; non \u00e8 sentito con dolore, come una lacerazione, come una sorta di umiliazione della condizione umana, ma come qualcosa di assolutamente giusto e naturale, allo stesso modo in cui \u00e8 naturale, per l&#8217;uomo veramente innamorato, non pensare a nessun&#8217;altra donna che alla sua, e non sentire ci\u00f2 come una limitazione, ma come il solo possibile modo di essere.<\/p>\n<p>L&#8217;altro candidato alla primogenitura \u00e8, naturalmente, Francesco Petrarca, il poeta di <em>chiare, fresche e dolci acque<\/em>; il poeta, \u00e8 stato detto, che vede per primo la natura con gli occhi di un uomo moderno. Petrarca \u00e8 noto anche per essere stato il primo poeta a scalare una montagna per il semplice gusto di farlo e non per necessit\u00e0, quasi un precursore del moderno alpinismo, per via della sua ascensione al Monte Ventoso (<em>Mont Ventoux<\/em>), in Provenza, compiuta con il fratello Gherardo dal 24 al 26 aprile 1336 e narrata in una delle sue pi\u00f9 famose epistole (<em>Familiares<\/em>, IV, 1), indirizzata all&#8217;amico monaco Dionigi da Borgo San Sepolcro; ma che alcuni studiosi, fra i quali il critico e filologo padovano Giuseppe Billanovich (1913-2000), datano al 1352 o 1353: vale a dire ben sedici o diciassette anni dopo che l&#8217;impresa era stata effettivamente condotta a termine. Ma ci \u00e8 salito, poi, al Monte Ventoso, il nostro bravo Petrarca? Secondo il professor Billanovich (<em>Petrarca e il primo umanesimo<\/em>, Padova, Antenore, 1996), uno dei massimi esperti dello scrittore fiorentino, i riferimenti contenuti nella famosa lettera rimandano a fatti della biografia petrarchesca che arrivano fino alla met\u00e0 del secolo e oltre: assolutamente impossibile, quindi, che egli l&#8217;abbia scritta di getto, la sera stessa del ritorno, in una osteria situata ai piedi della montagna. Un procedimento non certo inusuale per Petrarca: si pu\u00f2 dire che tutte le sue lettere sono state scritte, e sovente concepite, cos\u00ec: a distanza di tempo, modificando liberamente i dati reali per far emergere un&#8217;immagine idealizzata del loro autore, secondo i canoni del modello e del mito che egli voleva impersonificare, quello del petrarchismo. Un monumento narcisistico alla sua immensa, insaziabile vanit\u00e0 e alla sua sete di gloria, presente e postuma; un&#8217;opera che simula immediatezza, spontaneit\u00e0, sincerit\u00e0, mentre invece \u00e8 pensata, voluta, studiata, programmata e curata, fino nei pi\u00f9 piccoli dettagli, affinch\u00e9 tutto vi appaia perfetto, affinch\u00e9 tutto sia cos\u00ec come doveva essere: perfino il curioso particolare di Petrarca che, giunto esausto e spossato in cima al monte, invece di bere o mangiare qualcosa per rimettersi in forze, tira fuori dal sacco <em>Le confessioni<\/em> di Sant&#8217;Agostino &#8212; libro, dice, dal quale non si separa mai, tanto pi\u00f9 che \u00e8 un regalo dell&#8217;amico Dionigi &#8212; e, apertolo a caso, guarda un po&#8217;, gli capita proprio la pagina in cui si dice che l&#8217;uomo va a scalare le pi\u00f9 alte montagne o a esplorare gli abissi del mare, e della sua anima non si prende cura.<\/p>\n<p>Scriveva, a questo proposito, Jakob Burckhardt, nel suo celeberrimo <em>La civilt\u00e0 del Rinascimento in Italia<\/em> (titolo originale: <em>Die Kultur der Renaissance in Italien<\/em>, 1867; traduzione dal tedesco di Domenico Valbusa, Roma, Newton &amp; Compton, 1994, pp. 254-255):<\/p>\n<p><em>\u00c8 evidente che per gli Italiani [del XII secolo] \u00e8 gi\u00e0 da lungo tempo monda e purificata da ogni influsso di potenze soprannaturali. S. Francesco d&#8217;Assisi nel suo inno al sole loda il Signore non per altro, che per la creazione delle luci del cielo e dei quattro elementi.<\/em><\/p>\n<p><em>Ma le prove pi\u00f9 convincenti della profonda impressione esercitata dalla natura sull&#8217;animo dell&#8217;uomo cominciarono con Dante. Egli ci ritrae al vivo in poche linee non solo il sorgere dell&#8217;aurora e il tremolar della marina sotto la brezza mattinale o la tempesta che fa tremare le selve e i pastori, ma sale pure sulle cime dei monti con l&#8217;unico intento di godere grandiose prospettive, uno dei primi o il primo forse, dopo i poeti antichi, che abbia sentito la bellezza di tali spettacoli. [N. d. t.: Difficilmente s&#8217;indovinerebbe che cosa altrimenti fosse andato a fare sulla vetta del mote Bismantova nella provincia di Reggio; &quot;Purgatorio&quot;, IV, 26. Anche la precisione, con la quale egli cerca di mettere in evidenza tutte le parti del suo mondo soprannaturale, mostra in lui un profondo sentimento del bello, che risulta dalla natura e dalle forme. Che poi sulla cima dei monti si sognasse l&#8217;esistenza di tesori nascosti e al tempo stesso vi si guardasse con una specie di superstizioso terrore, si rileva apertamente dal &quot;Chron. Novaliciense&quot;, II, 5, in Pertz, &quot;Script.&quot;, VII, e &quot;Monumm. Hist. Patriae Script.&quot;, III.] Boccaccio lascia indovinare, pi\u00f9 che non descriva egli stesso, quanta sia l&#8217;impressione che fanno su lui le sene della natura; tuttavia nei suoi romanzi pastorali non si pu\u00f2 disconoscere qualche tratto di squisito e delicato paesaggio, che, se non altro, sar\u00e0 esistito nella sua fantasia. Con coscienza poi ancora pi\u00f9 compiuta Petrarca, uno dei primi uomini perfettamente moderni, mostra l&#8217;importanza delle grandi sene della natura per un&#8217;anima sensibile. Quel lucidissimo spirito, che per primo cerc\u00f2 in tutte le letterature le origini e i progressi del sentimento pittoresco della natura, e che ha dato lui stesso nei suoi &quot;Tableaux de la nature&quot; i quadri descrittivi pi\u00f9 perfetti che esistano, Alessandro Humboldt, non s&#8217;\u00e8 dimostrato de tutto giusto riguardo a Petrarca, ed \u00e8 perci\u00f2 che, anche dopo quanto egli ne scrisse, a noi pure rimane qualche cosa da aggiungere.<\/em><\/p>\n<p><em>Petrarca non fu soltanto un valente geografo (si vuole che a lui si debba la primissima carta d&#8217;Italia) e nemmeno ripet\u00e9 semplicemente quanto avevamo detto gli antichi, ma il vero aspetto della natura trov\u00f2 nel suo spirito un&#8217;eco immediata. Il godimento degli spettacoli naturali gli risultava gradito in qualsiasi occupazione mentale: associando l&#8217;una cosa con l&#8217;altra, si intende assai facilmente quel desiderio di solitudine erudita, che lo incatena a Valchiusa e altrove, e le sue fughe periodiche dal suo secolo e dal mondo. Gli si farebbe un gran torto, se dalla sua ancor debole e scarsa potenza descrittiva della natura si volesse inferire in lui una erta mancanza di sentimento. La descrizione del meraviglioso golfo della Spezia e di Porto Venere, per esempio, che egli innesta sulla fine del sesto canto dell&#8217;&quot;Africa&quot;, e che non fu mai fatta da nessuno n\u00e9 degli antichi n\u00e9 dei moderni, non \u00e8, a dir il vero, niente pi\u00f9 che una semplice enumerazione. Ma egli conosce ormai la bellezza, che risulta dal contrasto delle rupi , e sa in generale separare l&#8217;importanza pittoresca di un luogo dalla sua utilit\u00e0. In occasione della sua dimora nei boschi di Reggio, l&#8217;improvviso spettacolo di un grandioso paesaggio agisce talmente su lui, che egli continua una poesia da lunghissimo tempo interrotta. Dove per\u00f2 il suo entusiasmo raggiunge il colmo, \u00e8 nell&#8217;ascesa che egli fece al monte Ventoux, non lontano da Avignone. Un vago desiderio di vedere un ampio orizzonte s&#8217;esalta in lui sino al puti di una vera passione alla lettura accidentale di quel passo di Livio, dove \u00e8 narrata la ascensione al monte Emo di Filippo di Macedonia, l&#8217;eterno avversario di Roma. Egli pensa fra s\u00e9: come non sar\u00e0 da scusare in un giovane di condizione privata ci\u00f2 che non si biasima nemmeno n un vecchio re? Infatti il salire alle come di un monte senza uno scopo prestabilito pareva stranezza inaudita a quanti lo circondavano, n\u00e9 certo era il caso di pensare a trovare amici o conoscenti che lo accompagnassero&#8230;<\/em><\/p>\n<p>Burckhardt, senza porre alcuna distanza critica fra i propri entusiasmi umanistici e l&#8217;oggetto del suo studio (come gi\u00e0 aveva fatto, ma in senso negativo, nel precedente <em>L&#8217;et\u00e0 di Costantino il Grande<\/em>), leva fino alle stelle i meriti di Petrarca come primo scopritore del paesaggio e della natura in generale, pur riconoscendo anche i meriti di Dante e quelli di Boccaccio (questi ultimi, per\u00f2, assai maggiori di quanto qui non appaia: basta leggere le descrizioni del giardino nella &quot;cornice&quot; del <em>Decameron<\/em>, e specialmente nell&#8217;introduzione di alcune delle dieci giornate, per rendersene conto). Da parte nostra, non abbiamo nulla da aggiungere a questo giudizio, se non che Petrarca merita il riconoscimento di primo poeta della natura nella sua autonoma bellezza, proprio perch\u00e9 egli \u00e8 il primo poeta moderno: il primo, cio\u00e8, a vivere in una condizione di stabile e disarmonico sdoppiamento (<em>quel doppio uomo che \u00e8 in me<\/em>, dir\u00e0 proprio nella lettera dell&#8217;ascensione al Monte Ventoso), che gli permette di porsi in maniera autonoma e autosufficiente rispetto alla realt\u00e0 esterna. Il poeta moderno, e l&#8217;uomo moderno in genere, \u00e8 un personaggio che va alla deriva, avendo rotto gli argini che lo tenevamo unito all&#8217;Essere: e questo andare alla deriva, incapace e impotente a controllare la direzione del viaggio, viene scambiato per &quot;libert\u00e0&quot;, ossia per una scelta coraggiosa di auto-determinazione, mentre non \u00e8 che l&#8217;agonia dell&#8217;ente che ha reciso i suoi legami ontologici con ci\u00f2 da cui deriva, e che guarda le cose senza pi\u00f9 coglierne l&#8217;intimo e necessario legame con il tutto e con se stesso. Del resto, in questa prospettiva, ogni cosa viene riferita all&#8217;ego, ogni cosa diventa una finzione dell&#8217;ego: le cose esistono e sono significative nella misura in cui si prestano a evidenziare l&#8217;ego, la sua eccellenza, anche se, a parole, questo si confessa debole e diviso (<em>ahi, me, lasso!<\/em>, ripete Petrarca, come un disco rotto: <em>spero trovar piet\u00e0, non che perdono<\/em>), esibendo in maniera quasi indecente le sue miserie, ma non per un vero atto di umilt\u00e0, bens\u00ec per cercare, nell&#8217;auto-umiliazione, una sorta di patologica, delirante rivincita sulle sue sconfitte e sulle sue inconfessabili frustrazioni (perch\u00e9 quelle che confessa, e le ripete sino alla noia, non sono le peggiori, quelle che lo fanno pi\u00f9 soffrire). Incredibile mistificazione di Petrarca come <em>forma mentis<\/em> inveterata: mente per abitudine, per principio, per volutt\u00e0, proprio l\u00ec dove confessa di voler essere maggiormente sincero, esibendo quale prova il fatto che parla di cose per lui mortificanti.<\/p>\n<p>Ma chi ha l&#8217;anima soffocata dall&#8217;ego, non sa vedere le cose nella loro limpidezza: le vede come in un filtro, come in una finzione scenica. La natura, in Petrarca, a dispetto della modernit\u00e0 del suo sguardo, o forse proprio per quello, non \u00e8 mai se stessa, non \u00e8 mai quale dovrebbe essere: \u00e8 sempre quale lui la vuole e la predispone come sfondo alla messa in scena, incessante, monotona, ossessiva, del proprio ego. Il paesaggio diventa, in lui, una funzione dell&#8217;ego; la natura, un serbatoio senza fondo, cui attingere per evidenziare, abbellire, incorniciare il mito del proprio ego. Non cos\u00ec Dante, non cos\u00ec l&#8217;uomo medievale: il quale, s\u00ec, vede nella natura i segni del proprio destino soprannaturale, e non gi\u00e0 una serie di specchi nei quali riflettere, da mille diverse angolature, la commedia, o la tragedia, del proprio ego insaziabile. Eppure, proprio per questo, forse l&#8217;uomo medievale riusciva a vedere la natura meglio di quanto non la sappiamo vedere noi. Perch\u00e9 l&#8217;uomo medievale, impregnato di spirito cristiano e di mentalit\u00e0 cristiana, vedeva in ogni cosa il riflesso di Dio; mentre l&#8217;uomo moderno vede ovunque il riflesso del proprio io, scisso e infelice. E allora, dei due, chi vede le cose con maggiore verit\u00e0: il primo o il secondo?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Chi \u00e8 stato il primo italiano a scoprire la bellezza della natura? 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