{"id":24390,"date":"2007-09-29T08:48:00","date_gmt":"2007-09-29T08:48:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/29\/da-nerone-a-galba\/"},"modified":"2007-09-29T08:48:00","modified_gmt":"2007-09-29T08:48:00","slug":"da-nerone-a-galba","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/29\/da-nerone-a-galba\/","title":{"rendered":"Da Nerone a Galba"},"content":{"rendered":"<p><em>Presentiamo il primo capitolo del libro di Francesco Lamendola \u00abGalba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d. C. \u00bb, Poggibonsi (Siena), Antonio Lalli Editore, 1984, pp. 19-41. L&#8217;opera \u00e8 da tempo esaurita ma un numero limitato di copie pu\u00f2 essere richiesta direttamente all&#8217;Autore.<\/em><\/p>\n<p>I n d i c e<\/p>\n<ol>\n<li>\n<p>LE CAUSE DELLA CADUTA DI NERONE<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>IL VIAGGIO IN GRECIA E LA RIVOLTA DELL&#8217;OCCIDENTE<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>LA FINE DI NERONE<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>L&#8217;AVVENTO DI GALBA<\/p>\n<\/li>\n<li>\n<p>IL GOVERNO GALBIANO<\/p>\n<\/li>\n<\/ol>\n<p><em>LE CAUSE DELLA CADUTA DI NERONE.<\/em><\/p>\n<p>Il lungo regno di Nerone, dal 54 al 68 d. C., vide un sotterraneo accumularsi di quegli elementi di contraddizione che gi\u00e0 da tempo lavoravano e che sarebbero sfociati nella caduta della dinastia Giulio-Claudia. Quando si prendono in esame le cause della caduta di Nerone. bisogna comunque in primo luogo distinguere quelle specifiche del governo neroniano da quelle generali dell&#8217;istituzione del <em>principatus<\/em> cos\u00ec come si era venuto delineando sotto la casa giulio-claudia. Tra le prime ricorderemo almeno le tendenze monarchico-assolutistiche, la persecuzione del Senato dopo la scoperta della congiura pisoniana, il malcontento dell&#8217;elemento militare per il disinteresse del sovrano mostrato per le cose militari in genere e l&#8217;ampliamento dei confini in specie, nonch\u00e9 lo scanalo costituito per la mentalit\u00e0 latina tradizionalista dalle esibizioni teatrali e dall&#8217;ostentato gusto ellenizzante di Nerone. A ci\u00f2 si devono aggiungere i delitti di lui perpetrati nell&#8217;ambito della stessa famiglia imperiale, delitti che avevano prodotto scalpore sia fra l&#8217;aristocrazia romana che fra la plebe, gli odiosi sospetti originati dall&#8217;incendio di Roma del 64, aggravati dall&#8217;esproprio di vasti terreni pubblici sul Celio e sull&#8217;Esquilino per la costrizione della fastosissima <em>Domus Aurea<\/em>; e infine la &quot;liberazione&quot; della Grecia e il taglio del canale di Corinto, che minacciavano una riduzione della base tributaria dell&#8217;Impero proprio nel momento in cui le folli spese del sovrano per la sua politica di prestigio accentuavano le difficolt\u00e0 economiche dello Stato.<\/p>\n<p>Questo per quanto riguarda le ragioni di scontento che possono farsi risalire, direttamente o indirettamente, allo stesso Nerone. Vi erano poi altri fattori di debolezza, che egli aveva ereditati da Claudio insieme al supremo potere: la dipendenza sempre maggiore del sovrano dal favore della propria guardia personale, i pretoriani, e pi\u00f9 specificamente dal loro comandante, il prefetto del Pretorio; la scarsa base socio-economica del governo, costituita ancora essenzialmente dai ceti medio-alti della capitale e di alcuni municipi italici; l&#8217;avversione tenace del popolo e, pi\u00f9 ancora, dell&#8217;aristocrazia per una forma di governo scopertamente monarchica; le tensioni sociali e culturali dell&#8217;immenso Impero, delle quali la persecuzione anticristiana non era che un episodio, e delle quali l&#8217;asperrima guerra giudaica fu una tipica manifestazione.<\/p>\n<p>Non \u00e8 qui il caso n\u00e9 il luogo per analizzare singolarmente e minutamente queste molteplici cause di indebolimento del potere imperiale nella seconda met\u00e0 del I sec. d. C. E sar\u00e0 appena il caso di sottolineare come Nerone, con la sua grossolana mancanza di tatto politico, non fece nulla per correre ai ripari ma, anzi, moltiplic\u00f2 le ragioni di malcontento, specialmente da parte del Senato e degli eserciti provinciali. Ed \u00e8 piuttosto notevole come proprio tra i pochi scampati ai suoi sospetti vi fossero, quali rappresentanti di questi due gruppi, due uomini destinati a rappresentare una parte di rande rilievo negli sconvolgimenti del 68-69. Uno era Servio Sulpicio Galba, di nobilissimo casato romano, tipico rappresentante del Senato tradizionalista e di gran lunga il pi\u00f9 notevole tra gli scampati alla persecuzione antisenatoria, che nel 68 ricopriva la carica di governatore della Spagna Tarraconense. L&#8217;altro era Tito Flavio Vespasiano, generale di notevoli capacit\u00e0 personali ma di umili origini, gi\u00e0 caduto in disgrazia presso Nerone per essersi addormentato o allontanato mentre quegli cantava e messo a capo, non senza riluttanza, dell&#8217;esercito romano impegnato in Palestina. Pare oggi accertato che Nerone si risolse ad affidargli un incarico di tale importanza, che comportava, fra l&#8217;altro, il comando di tre intere legioni, proprio in considerazione delle modeste origini di Vespasiano, parendo allora quasi impensabile che un <em>homo novus<\/em> potesse nutrire ambizioni superiori a quelle di un privato cittadino. A Nerone, ormai apertamente in conflitto col Senato e con la classe aristocratica in genere, non restava che appoggiarsi sempre pi\u00f9 all&#8217;elemento pretoriano da un lato, alla plebe di Roma dall&#8217;altro: donde le spese sempre crescenti per gli spettacolosi <em>ludi<\/em> e per le frumentazioni, divenute abituali in questo periodo storico.<\/p>\n<p>Ma i pretoriani non erano che una minuscola razione dell&#8217;esercito, quantunque posta a contatto immediato coi gangli vitali dello Stato, e dunque di enorme peso politico nei riguardi dell&#8217;imperatore; e la plebe di Roma non era che una delle tante plebi municipali dell&#8217;immenso Stato, la cui passione per la politica derivava principalmente al fatto di essere &#8211; essa sola fra tutte &#8211; mantenuta gratuitamente e, dunque, tanto oziosa quanto parassitaria e turbolenta. Ma oltre ai pretoriani c&#8217;erano i numerosi e formidabili eserciti legionarie oltre alla plebe di Roma c&#8217;erano le popolazioni provinciali, gli uni e le altre desiderosi di miglioramenti economici e giuridici, gelosi dei privilegi della capitale e naturalmente maldisposti del sovrano che su quei privilegi faceva leva quasi esclusivamente per conservare il potere.<\/p>\n<p>In altri termini, al tempo del principato neroniano era giunta l&#8217;ora in cui le lancette del sistema istituzionale erano rimaste indietro sul quadrante del progresso storico; e legioni e province, ansiosi di recuperare il ritardo, spiavano l&#8217;occasione per contendere il potere a quei piccoli gruppi privilegiati che sino allora lo avevano gestito in forma esclusiva ed egoistica. \u00c8 vero che qualche tentativo di allargare la base socio-economica dell&#8217;Impero era stato fatto da alcuni membri della dinastia Giulio-Claudia, e dall&#8217;imperatoe Claudio in particolare; ma era ancora troppo poco, e la riprova palese di ci\u00f2 stava nel fatto che il Senato era composto quasi esclusivamente da membri dell&#8217;aristocrazia romana ed italica, e da pochissimi provinciali. Per quanto riguarda l&#8217;altro grande gruppo di esclusi, gli eserciti limitanei, Nerone non aveva saputo o voluto far nulla per rendersi popolare e i suoi atteggiamenti istrioneschi di cantante e attore tragico non avevano fatto altro che accrescere il disprezzo dei rudi legionari per l&#8217;\u00abimperatore greco\u00bb. Era nella tradizione stessa del principato che l&#8217;imperatore, oltre che primo cittadino dello Stato, fosse anche duce di eserciti e godesse fra questi di una sentita popolarit\u00e0 personalit\u00e0. ricordiamo per tutti il caso di Tiberio, del cui valoroso contegno quale comandante degli eserciti germanici \u00e8 traccia commovente l&#8217;ammirazione di un ex legionario come lo storico Velleio Patercolo e che pure, con l&#8217;atto stesso di salire al trono, si trov\u00f2 a dover fronteggiare due gravissime insurrezioni militari: quella degli eserciti del Reno, che volevano proclamare imperatore suo nipote Germanico, e quella degli eserciti del Danubio superiore, che venne fronteggiata dal figlio stesso di Tiberio, Druso. Con tutto ci\u00f2, non sarebbe esatto affermare che il disinteresse e l&#8217;incompetenza di Nerone per gli affari militari dovevano necessariamente condannare alla rovina il suo governo, nella cornice di uno Stato militarista per eccellenza. Imperatori altrettanto &#8216;borghesi&#8217; , come Claudio, furono in grado di conservare il potere con il favore dell&#8217;esercito, n\u00e9 mai furono minacciati da movimenti militari. Ma Claudio aveva personalmente partecipato alla spedizione in Britannia, guadagnandosi la simpatia dei legionari per una doppia ragione: la ripresa della politica aggressiva di ampliamento dei confini, tanto cara agli ufficiali, e la partecipazione diretta alle operazioni di guerra, appezzata specialmente dai soldati.<\/p>\n<p>Nerone non seppe mai fare n\u00e9 una cosa n\u00e9 l&#8217;altra. Risolse pi\u00f9 con la diplomazia che con la forza delle armi l&#8217;intricata questione dell&#8217;Armenia, facendosi tenere a lungo in scacco dalle modeste forze avversarie e quantunque disponesse di un ottimo comandante nella persona di Corbulone; e, con la rivolta della regina Boudicca in Britannia, repressa <em>in extremis<\/em> dal generale Svetonio Paolino, fu addirittura sul punto di perdere anche l&#8217;unico guadagno territoriale fatto dal suo predecessore. Verso la fine del suo regno accarezz\u00f2 il progetto di una fantastica campagna alle Porte Caspie o addirittura in Etiopia, atteggiandosi a continuatore di Alessandro Magno in un momento in cui le province e gli eserciti occidentali erano gi\u00e0 abbastanza disgustati dal suo esasperato filo-ellenismo. A tutto questo si aggiunga che Nerone si mosse due sole volte da Roma: una volta per un viaggio nella greca Napoli, ove per la prima volta si esib\u00ec in pubblico; la seconda per il fatale soggiorno in Grecia, che si pu\u00f2 considerare la causa occasionale della sua caduta. Altri imperatori avevano viaggiato ben poco al di fuori della capitale, ma Nerone compromise ulteriormente la propria popolarit\u00e0 con le sue preferenze ostentate per l&#8217;Ellade e per l&#8217;Oriente in genere.<\/p>\n<p>Infine tra le cause della sua caduta non si pu\u00f2 passare sotto silenzio il fatto che egli si priv\u00f2 deliberatamente dei pi\u00f9 validi collaboratori per sostituirli con personalit\u00e0 grigie, i cui unici o principali titoli di merito consistevano nell&#8217;applaudire con calore le sue esibizioni di attore e di auriga e di farsi compagni di tutte le sue dissolutezze. \u00c8 noto come i primi cinque anni di governo neroniano, trascorsi sotto la guida del prefetto del Pretorio, Burro, e del maestro dell&#8217;imperatore, Seneca, passassero nostalgicamente alla memoria dei sudditi e dello stesso Senato come il felice <em>quinquennium Neronis.<\/em> Morto Burro, l&#8217;imperatore allontan\u00f2 anche Seneca che di poi fece assassinare, e pose al comando dei pretoriani un siciliano di Agrigento, Ofonio Tigellino, uomo straordinariamente perfido e crudele che divenne tristemente famoso per la sanguinaria espressione della congiura pisoniana, per la quale ebbe in premio da Nerone gli onori trionfali. Ma Tigellino era, personalmente, un uomo di scarso valore e di nessuna fedelt\u00e0; devoto all&#8217;imperatore nella buona fortuna, non esiter\u00e0 ad abbandonarlo nell&#8217;ora del pericolo. Le principali ragioni del suo straordinario potere sembrano essere state la debolezza di Nerone, la propria inesauribile piaggeria nei confronti del sovrano megalomane e, soprattutto, la sua estrema determinazione e mancanza di scrupoli nello stroncar sul nascere qualunque tentativo di fargli concorrenza nel favore di Nerone. Fu cos\u00ec che trov\u00f2 la morte quel Petronio di cui parla Tacito, raffinato maestro di dissolutezza a corte e che da tanto tempo gli studiosi si arrovellano per identificare con l&#8217;autore del <em>Satyricon<\/em>, voluminoso romanzo che rispecchia fedelmente &#8211; e forse esagera &#8211; la corruzione morale e materiale per cui questa et\u00e0 divenne famosa.<\/p>\n<p>Tra gli altri compagni di Nerone troviamo pure i futuri protagonisti della guerra civile del 69. In primo luogo Salvio Otone, marito della bellissima Poppea Sabina, che il sovrano gli tolse mandandolo quale governatore nella lontana Lusitania; e Aulo Vitellio, guidatore di cocchi fin dal tempo di Caligola e particolarmente caro a Nerone per averlo supplicato in pubblico di recitare i suoi versi. In tali condizioni, fu una vera fortuna che gli eserciti posti a difesa degli estesissimi confini avessero dei capoi abili e professionalmente competenti: Corbulone in Armenia, Paolino in Britannia, Vespasiano in Giudea; perch\u00e9 l&#8217;Impero, in apparenza cos\u00ec formidabile, era in verit\u00e0 divenuto un colosso dai piedi d&#8217;argilla, con un governo centrale demagogico e inefficiente, talvolta addirittura irresponsabile.<\/p>\n<p><em>2. IL VIAGGIO IN GRECIA E LA RIVOLTA DELL&#8217;OCCIDENTE.<\/em><\/p>\n<p>Nerone part\u00ec per il suo agognato viaggio in Grecia nell&#8217;autunno del 66. Lo accompagnavano il prefetto Tigellino, ministro di tutte le sue crudelt\u00e0 e di tutti i suoi piaceri, uno stuolo di artisti, piaggiatori e parassiti, e i fantasmi di suo fratello Britannico, di sua madre Agrippina, delle sue mogli Ottavia e Poppea e del suo maestro Seneca, tutti da lui personalmente uccisi o fatti assassinare. Scopo principale del viaggio era raccogliere un ricco bottino di preziose opere d&#8217;arte e mietere facili successi esibendosi come cantante e attore, ci\u00f2 che non aveva mai osato fare in pubblico a Roma, a parte i <em>ludi quinquennales.<\/em> Cos\u00ec, mentre i suoi agenti saccheggiavano con barbarica avidit\u00e0 le vestigia del grande passato artistico dell&#8217;Ellade, Nerone nel mezzo dei Giochi Istmici, a Corinto, il 28 novembre del 66 proclam\u00f2 con pompa solenne la libert\u00e0 dei Greci. Lo fece da istrione, qual era, nel luogo medesimo ove analoga dichiarazione era stata fatta da T. Quinzio Flaminino, quando l&#8217;entusiasmo dei Greci per l&#8217;imperatore filelleno era giunto al colmo nell&#8217;atmosfera frivola ed eccitata dei giochi. Ma il tripudio dei Greci,, bench\u00e9 giustificato dall&#8217;evidente soggezione di Nerone nei confronti della loro civilt\u00e0 superiore, era politicamente era del tutto fuori luogo: quell&#8217;annunzio solenne non significava in alcun modo che la Grecia riacquistasse la sua antica indipendenza, perduta senza rimedio sui campi di Cheronea sotto i colpi della falange macedone. Significava semplicemente che, d&#8217;ora innanzi, la provincia di Acaia sarebbe stata esentata dal pagamento delle imposte al fisco romano e che le singole comunit\u00e0 municipali avrebbero goduto della giurisdizione di magistrati propri, <em>status<\/em> che, del resto, sia Atene che Sparta godevano gi\u00e0 per l&#8217;innanzi e che Vespasiano, al termine della sua vittoria dopo la guerra civile del 69, si affretter\u00e0 a revocare per tutta la provincia. Pur entro questa pi\u00f9 modesta cornice, per\u00f2, rimane il fatto che la teatrale dichiarazione contribu\u00ec ad aggravare le condizioni del tesoro, gi\u00e0 dissestato dalle sue demagogiche prodigalit\u00e0, e soprattutto dest\u00f2 non poco risentimento fra le altre popolazioni provinciali, consce di rappresentare nel tessuto economico-sociale dell&#8217;Impero una parte ben pi\u00f9 vitale degl&#8217;imbelli ed altezzosi Greci, il cui maggior vanto risiedeva ormai nella gloria del passato, ma Nerone, che solo in Grecia si sentiva capito e apprezzato nella sua vanit\u00e0 di artista, spensieratamente prolungava quel pericoloso soggiorno, continuando a mietere tutti i successi che volle.<\/p>\n<p>A Olimpia organizz\u00f2 un concorso di musica, e al principio del 67 fece iniziare i lavori per il taglio dell&#8217;Istmo di Corinto, che avrebbe abbreviato enormemente la navigazione fra l&#8217;Egeo e l&#8217;Adriatico e consentito una traversata rapidissima da Brindisi al Pireo e viceversa. Per tutto il 67 Nerone continu\u00f2 a folleggiare per la Grecia, facendo anche ripetere i Giochi Istmici e ricevendo ovunque imponenti manifestazioni di popolarit\u00e0 e simpatia. Tigellino lo assecondava e lodava il suo canto e la sua interpretazione di Euripide, mentre da Roma il liberto Elio, lasciato a rappresentare gli interessi del principe, cominciava a inviare allarmati messaggi affinch\u00e9 Nerone ponesse fine al soggiorno in Grecia e facesse ritorno nella capitale. Questo avveniva verso la fine del 67, dapprima in base a semplici indizi di diffuso malumore contro l&#8217;imperatore, indi con tono sempre pi\u00f9 allarmato, tanto che alla fine Elio ritenne di venire personalmente in Grecia per convincere Nerone a tornare.<\/p>\n<p>Non conosciamo gli elementi precisi che indussero Elio a sollecitare con tanta insistenza il rientro immediato dell&#8217;imperatore; \u00e8 certo, comunque, che nessuna notizia del movimento di Vindice pot\u00e9 giungere a Roma o in Grecia mentre Nerone si trovava ancora fuori della capitale. Molto probabilmente le vere ragioni dell&#8217;ansia di Elio vanno ricercate nel clima politico generale e nella malcelata insofferenza che sempre pi\u00f9 ingigantiva in Occidente per l&#8217;imperatore matricida e istrione, che con tanta inopportuna ostentazione manifestava i suoi estremistici sentimenti di filoellenismo. Ma poich\u00e9 la superficie era tuttora tranquilla in tutto l&#8217;Impero, con la sola eccezione della guerra giudaica (della quale ben poco si preoccupava), Nerone, con la sua caratteristica incoscienza politica e mancanza di buon gusto non seppe trattenersi dal dare al suo viaggio di ritorno una grottesca impronta trionfalistica. Fece il viaggio con tutta calma, come se nell&#8217;Impero regnasse la pace pi\u00f9 profonda, e sost\u00f2 lungamente a Napoli, ov&#8217;era entrato su di un carro tirato da magnifici cavalli bianchi. Di l\u00ec, avanzando lungo la Via Appia a piccole tappe, entr\u00f2 a Roma su di un carro trionfale di Augusto, tra due ali di immensa folla che lo osannava come in delirio.<\/p>\n<p>Traversato il Circo Massimo, il Velabro e il Foro, and\u00f2 al tempio di Apollo Palatino, indi al Palazzo imperiale, ove depose le 1.808 corone guadagnate in Grecia. Per farci un&#8217;idea dello sfarzo e dell&#8217;imponenza del folle corteo, baster\u00e0 ricordare che Nerone, vestito di porpora, la fronte cinta della corona olimpica e la corona pitica in mano, era preceduto dalla processione delle sue quasi duemila corone, ciascuna delle quali accompagnata da un servo che reggeva un cartello con scritto il luogo, le circostanze e il titolo della canzone o della recita che lo avevano portato alla vittoria; e che un&#8217;arcata del Circo Massimo e, forse, le stesse mura di Roma erano state abbattute davanti al suo passaggio.<\/p>\n<p>Era il marzo del 68 e Nerone, tornato a Napoli, giaceva ancora immerso nel suo sogno voluttuoso, allorch\u00e9 gravissime notizie provenienti dalle province occidentali, in un crescendo allarmante, vennero a riscuoterlo bruscamente alla realt\u00e0. La prima riguardava l&#8217;insurrezione del governatore della Gallia Lugdunense, Caio Giulio Vindice, che aveva preso le armi in nome del Senato e del popolo romano e aveva lanciato proclami ingiuriosi contro Nerone e sollecitato l&#8217;adesione al suo movimento degli altri governatori provinciali. L&#8217;imperatore, in verit\u00e0, sulle prime commise il fatale errore di sottovalutare il pericolo; poi, impressionati dalle notizie sempre pi\u00f9 gravi provenienti dalla Gallia, e umiliato dai proclami di Vindice che lo additavano al pubblico disprezzo, chiamandolo attivo citaredo ed Enobarbo, si riscosse e prese qualche misura militare. Ordin\u00f2 di costituire una nuova legione coi marinai di Miseno, la <em>I Adiutrix<\/em>, e convoc\u00f2 ad Aquileia le legioni danubiane; le truppe ammassate in Oriente per l&#8217;improbabile spedizione alle Porte Caspie vennero, del pari, richiamate indietro. Provvedimenti tardivi, perch\u00e9 ormai la situazione stava precipitando e neppure una di quelle unit\u00e0 sarebbe giunta in tempo per salvare lo sciagurato imperatore.<\/p>\n<p>Il governatore della Spagna Tarraconense, Servio Sulpicio Galba, aveva accolto l&#8217;invito di Vindice, mobilitando le sue forze militari e, con l&#8217;appoggio di tutta la provincia, dichiarava di voler vendicare il Senato e il popolo di Roma contro il principe degenerato. Subito il governatore della Lusitania, Marco Salvio Otone, l&#8217;ex amico di Nerone ed ex marito di Poppea, aveva messo le sue forze ele sue sostanze a disposizione di Galba. E non bastava. Nella Betica il questore Alieno Cecina e, nell&#8217;Africa Proconsolare, Clodio Macro, armavano a loro volta delle truppe con scopi non molto chiari, ma diretti evidentemente contro Nerone.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, nel giro di poche settimane, nell&#8217;aprile del68 la pi\u00f9 gran parte dell&#8217;Occidente transalpino era insorta contro il governo irresponsabile dell&#8217;imperatore.<\/p>\n<ol start=\"3\">\n<li><em>LA FINE DI NERONE<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Pure, per un attimo, la situazione di Nerone sembr\u00f2 rischiararsi quasi miracolosamente. Il governatore della Germania Superiore, Verginio Rufo, si era messo in movimento con le sue legioni, piombando sui cantoni gallici insorti e mettendoli a ferro e fuoco. Vindice non aveva potuto mettere insieme che un esercito raccogliticcio, formato in massima parte di Galli male armati e male addestrati, col quale assediava Lugdunum (Lione). Tuttavia, quando seppe che le legioni di Rufo assediavano Vesontim (Besancon), ritenne che, se non fosse accorso in aiuto della citt\u00e0 ma avesse assistito inattivo alla sua distruzione, il movimento insurrezionale si sarebbe in breve disgregato. Perci\u00f2 mosse a sua volta su Vesontium con tutte le sue forze e accett\u00f2 la battaglia campale, nel quale le provate truppe del Reno annientarono l&#8217;improvvisato esercito dei Galli. Allora Vindice non volle sopravvivere a quel disastro irreparabile e si tolse la vita. Subito dopo anche Vesontium fu presa e distrutta.<\/p>\n<p>Si \u00e8 a lungo discusso, fra gli storici moderni, se il movimento di Giulio Vindice debba considerarsi un sussulto d separatismo celtico ovvero un movimento antineroniano perfettamente &quot;romano&quot;; cio\u00e8 se il gallo romanizzato Vindice intendesse staccare le Galle da Roma oppure farsi campione della romanit\u00e0 oltraggiata dal tiranno orientalizzante. Tuttavia, se si scorrono anche velocemente le fonti antiche, bisogner\u00e0 ammettere che un tale dubbio non ha ragione d&#8217;essere e che il movimento di Vindice fu diretto contro la persona di Nerone e non contro l&#8217;Impero come istituzione; ma un esame pi\u00f9 approfondito richiederebbe uno studio a parte.<\/p>\n<p>Subito dopo la vittoria di Vesontium i legionari offrirono l&#8217;Impero al loro comandate, Verginio Rufo, ma questi rifiut\u00f2 e ribad\u00ec la sua fedelt\u00e0 incondizionata al Senato, senza peraltro assumere una posizione ben chiara nei confronti di Nerone. \u00c8 certo che la sconfitta e la morte di Vindice fecero scricchiolare per un istante tutto il vasto movimento insurrezionale dell&#8217;Occidente e che un imperatore dai nervi pi\u00f9 saldi e dalla visione politica pi\u00f9 netta di Nerone avrebbe potuto sfruttare il momento favorevole con buone prospettive di successo. Invece, mentre gi\u00e0 Galba meditava il suicidio, Nerone ondeggiava paurosamente dall&#8217;estremo ottimismo al fondo della scoramento, senza saper fare nulla di concreto e tempestivo. Col Senato era gi\u00e0 silenziosamente in rotta, tanto che, nell&#8217;imperversare della rivolta di Vindice, non aveva osato convocarlo personalmente, ma si era ridicolmente ridotto a pregarlo per lettera di vendicare il proprio onore offeso contro il ribelle. Adesso perfino la fedelt\u00e0 dei pretoriani vacillava, mentre il prefetto Ninfidio Sabino si accingeva al tradimento e l&#8217;altro prefetto, il crudele Tigellino, altra volta cos\u00ec pronto ed energico a intervenire, non faceva nulla e sembrava spiare il risultato finale di cos\u00ec incalzanti avvenimenti. Nerone sprecava le sue ultime carte e il tempo prezioso che ancora gli restava ora inviando sicari per far assassinare Galba, ora facendo armare le sue concubine per farle combattere in sua difesa come Amazzoni; ora meditava di supplicare il Senato che gli lasciasse almeno il governo dell&#8217;Egitto, ora avrebbe voluto far massacrare l&#8217;intero ordine curule, incendiare la citt\u00e0 e far liberare le bestie feroci per rendere impossibile lo spegnimento delle fiamme.<\/p>\n<p>Ai primi di giugno del 68 la popolazione di Roma apprese con stupore e indignazione che l&#8217;imperatore era fuggito, non si sapeva dove, e che il Senato lo aveva dichiarato <em>hostis publicus.<\/em> Nerone, infatti, dopo aver presieduto un&#8217;ultima volta l&#8217;assemblea ed essersi reso conto dei suoi reali sentimenti e, soprattutto, sentendo venirgli meno la fedelt\u00e0 dei pretoriani, aveva lasciato precipitosamente il palazzo sul Palatino. Con un piccolo seguito di centurioni e soldati and\u00f2 a rifugiarsi dapprima negli <em>Horea Galbiana,<\/em> sull&#8217;Aventino; poi, abbandonato anche da quegli ultimi partigiani, and\u00f2 a supplicare rifugio, casa per casa, agli amici dei tempi della buona fortuna, ma solo per vedersi chiudere tutte le porte in faccia. Forse, presentandosi di persona ai pretoriani e promettendo un cospicuo donativo, avrebbe avuto ancora qualche possibilit\u00e0 di stornare la catastrofe; invece fugg\u00ec nuovamente dagli <em>Horrea Galbiana<\/em>, la notte fra l&#8217;8 e il 9 giugno, avendo finalmente ricevuto un&#8217;offerta di ospitalit\u00e0 dal liberto Faone. Indossando un semplice mantello, accompagnato dal suo amante Sporo e da altre tre persone, senza alcuna sporta militare si avvi\u00f2 a cavallo verso il suoi nuovo, estremo rifugio :una villa situata tra le vie Salaria e Nomentana, a quattro miglia da Roma.<\/p>\n<p>Mentre la comitiva passava al galoppo nei pressi dei <em>castra Praetoria,<\/em> vicino alla Porta Collina, pot\u00e9 udire distintamente nel silenzio della notte le grida dei suoi soldati, i fedelissimi del giorno innanzi, che lanciavano insulti contro Nerone e acclamavano Galba imperatore. Era accaduto infatti che il prefetto Nifidio Sabino, profittando della fuga dell&#8217;imperatore e della passivit\u00e0 del collega Tigellino, aveva promesso ai pretoriani un donativo di 30.000 sesterzi per ciascuno, se riconoscevano Galba al posto di Nerone. Quest&#8217;ultimo raggiunse la notte stessa la villa di Faone e si nascose dapprima in uno scantinato, dove, dopo molte insistenze da parte dei suoi compagni, e molte esitazioni, appreso che il Senato l&#8217;aveva dichiarato nemico pubblico, si diede la morte, piantandosi una spada nella gola; ed anche per compiere questo supremo passo ebbe bisogno dell&#8217;aiuto del liberto Epafrodito. Era tempo, perch\u00e9 alcuni cavalieri erano gi\u00e0 arrivati a spron battuto alla villa; un centurione, accorso all&#8217;interno, lo trov\u00f2 ancora agonizzante.<\/p>\n<p>Il potente liberto di Galba, Icelo, che era stato gettato in prigione alla notizia della rivolta Spagna, rimesso in libert\u00e0 diede il permesso che il corpo di Nerone venisse cremato secondo le sue ultime volont\u00e0, senza subire oltraggi o mutilazioni. E fu la fedele Atte, l&#8217;unica donna che am\u00f2 veramente l&#8217;imperatore megalomane e crudele, che ne compose i resti nella tomba dei Domizi in Campo Marzio, il 9 giugno del 68.<\/p>\n<ol start=\"4\">\n<li><em>L&#8217;AVVENTO DI GALBA.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Pochi uomini oscillarono come Galba, nel breve arco di pochi giorni, fra l&#8217;abisso della catastrofe e il successo pi\u00f9 clamoroso. Giulio Vindice, quando lo aveva invitato a unire le loro forze contro Nerone, lo aveva esortato per lettera a farsi &quot;liberatore e guida del genere umano&quot;; e Galba, pur accettando la direzione del movimento, aveva rifiutato il titolo di Cesare, assumendo invece quello di &quot;luogotenente del Senato e del popolo romano&quot;. Galba puntava gran parte delle sue speranze sull&#8217;armata gallica di Vindice, alla quale avevano aderito anche importanti citt\u00e0 come Vienne e potenti trib\u00f9 quali gli Edui e i Lingoni. Evidentemente non credeva possibile che le trib\u00f9 germaniche avrebbero preso le armi per salvare la causa di un uomo come Nerone e, in ogni caso, riteneva che il movimento gallico avrebbe vincolato le forze che, eventualmente, l&#8217;imperatore avesse inviato dall&#8217;Italia, offrendogli al tempo stesso una base d&#8217;appoggio per imbastire una spedizione dalle Spagne verso Roma.<\/p>\n<p>La realt\u00e0 \u00e8 dunque che Galba, vecchio di settantatr\u00e9 anni, ambizioso ma al tempo stesso irresoluto e tutt&#8217;altro che sicuro del successo, si era lasciato coinvolgere nell&#8217;insurrezione principalmente perch\u00e9 sapeva che Nerone, comunque finisse la rivolta di Vindice, lo aveva gi\u00e0 condannato a morte, in quanto lo riteneva uno dei suoi pi\u00f9 pericolosi avversari ancora in vita dopo la repressione seguita alla scoperta della congiura dei Pisoni. Uomo di nobilissime origini, severo in fatto di disciplina militare, all&#8217;antica nelle vedute politiche, irreprensibile governatore per otto anni della Tarraconense, gi\u00e0 alla morte di Caligola era stato fatto il suo nome quale possibile successore all&#8217;Impero, elementi questi gi\u00e0 pi\u00f9 sufficienti per spingere Nerone a decidere la sua eliminazione.<\/p>\n<p>Dagli avvenimenti successivi risulta del resto che, se Galba avesse immaginato la rapida repressione del movimento gallico, forse non avrebbe mai osato accettare la direzione della rivolta antineroniana. Fu perci\u00f2 in conseguenza di un errore di valutazione politico-militare che Galba prese le armi contro l&#8217;imperatore; egli non previde affatto che l&#8217;insurrezione gallica avrebbe provocato la reazione delle legioni del Reno e sarebbe apparsa loro come una specie di tradimento dei Celti contro Roma; piuttosto si adagi\u00f2 in una strategia puramente opportunistica, lasciando che Vindice sostenesse l&#8217;urto principale della reazione neroniana, mentre lui organizzava le sue modeste forze nella Penisola Iberica. Con l&#8217;appoggio del giovane e intraprendente Otone, che da dieci anni svolgeva le funzioni di legato per la provincia lusitana, e protetto anche alle spalle dall&#8217;adesione di Alieno Cecina nella Betica, egli provvide a indire nuove leve di truppe e ad ammassare armi per una eventuale spedizione sull&#8217;Italia.<\/p>\n<p>Costitu\u00ec inoltre una sporta di Senato spagnolo, formato dai membri pi\u00f9 eminenti dell&#8217;aristocrazia locale, ilquale, riunitosi nella citt\u00e0 di Nova Carthago, sul Mediterraneo (Oggi Cartagena), approv\u00f2 formalmente le sue decisioni e poi gli confer\u00ec il titolo di legato del Senato e del popolo di Roma. Ma che, allora, Galba e i suoi seguaci pensassero pi\u00f9 alla difesa che a prendere l&#8217;offensiva contro Nerone, risulta &#8211; fra l&#8217;altro &#8211; dai lavori di fortificazione delle citt\u00e0 spagnole, che vennero subito avviati a ritmo febbrili, nonch\u00e9 dalla costituzione di una guardia del corpo formata da giovani fedelissimi, che avrebbe dovuto seguire ovunque il &quot;legato&quot;: N\u00e9 si pu\u00f2 dire che si trattasse di misure eccessive, dal momento che alcuni sicari inviati da Nerone ebbero il tempo di raggiungere Nova Carthago e per poco non riuscirono ad assassinare Galba.<\/p>\n<p>Subito dopo, come una mazzata, giunse anche in Ispagna la notizia della disfatta di Vesontium e del suicidio di Vindice. Essa lasci\u00f2 Galba, per qualche giorno, come annichilito; nessuno poteva immaginare a quale estremo di pusillanimit\u00e0 e vigliaccheria fosse arrivato Nerone, e come, padrone di forze militari enormi, non fosse pi\u00f9 nemmeno sicuro nella propria dimora sul Palatino. Per Galba, che aveva puntato le sue migliori carte sul movimento di Vindice, il disastro di Vesontium fu un colpo durissimo. Egli disper\u00f2 al punto da meditare il suicidio e si ritir\u00f2 a Clunia, nell&#8217;interno della sua provincia, come se si aspettasse un&#8217;invasione delle Spagne da un momento all&#8217;altro. Quanto fosse stata angosciosa e apparentemente senza speranza la sua situazione, lo si pu\u00f2 desumere in maniera retrospettiva dalla durezza spietata con cui, arrivato al potere, colp\u00ec le citt\u00e0 e le trib\u00f9 galliche che avevano aiutato Verginio Rufo, se \u00e8 vero &#8211; come \u00e8 vero &#8211; che quando viene superato il pericolo la rabbia \u00e8 sempre proporzionata alla paura.<\/p>\n<p>Da un giorno all&#8217;altro arriv\u00f2 da Roma la notizia che Nerone era stato deposto e si era suicidato e che tanto il Senato quanto i pretoriani avevano riconosciuto Galla quale nuovo imperatore. Fu solo allora che questi, passato repentinamente dalla disperazione all&#8217;esultanza, assunse il titolo di Cesare e si mise in moto verso l&#8217;Italia, via terra, passando attraverso la Gallia meridionale. Cos\u00ec, fin dai suoi esordi, si pot\u00e9 vedere chiaramente che il governo di Galba era il frutto di un compromesso: il riconoscimento era giunto in primo luogo dai pretoriani, per opera di Ninfidio Sabino, e subito dopo dal Senato, quando Nerone era ancor vivo e si nascondeva come una fiera braccata alla periferia di Roma. Ma \u00e8 importante rilevare che n\u00e9 gli uni n\u00e9 l&#8217;altro erano stati completamente sinceri nel loro riconoscimento: i pretoriani avevano agito all&#8217;ultimo momento, sotto la spinta degli eventi, pi\u00f9 che altro per rimanere padroni della situazione e far mostra di scegliersi un candidato, peraltro imposto loro dalle circostante; il Senato per non dover subire l&#8217;imposizione ei pretoriani ed essere ancora capace di prendere decisioni autonome. Ma in realt\u00e0 bruciava ai pretoriani il fato che Galba fosse stato scelto all&#8217;esercito spagnolo, e ai senatori il fato che Galba fosse diventato il candidato dei pretoriani. Tra Senato e pretoriani si era scavato un abisso profondo negli ultimi decenni, che gli eccessi del tempo di Nerone avevano portato al limite estremo; e le circostanze dell&#8217;avvento di Galba non erano tali da dissipare sospetti e diffidenze reciproci. Galba, certamente &#8211; per origini, tendenze politiche e sentimenti personali, era un uomo del Senato; pure, il suo successo era dovuto all&#8217;atteggiamento dell&#8217;esercito e, in particolare, all&#8217;atteggiamento neutrale dei pretoriani. E n\u00e9 i senatori potevano dimenticare che i pretoriani erano stati il braccio armato del terrore neroniano, e che tradendo e abbandonando vergognosamente Nerone dopo tanti benefici cercavano di rifarsi quella che oggi si direbbe una &quot;verginit\u00e0 democratica&quot;; n\u00e9 i pretoriani, da parte loro, erano disposti anche solo alla possibilit\u00e0 di cedere una parte degli enormi privilegi da essi acquisiti negli ultimi anni<\/p>\n<ol start=\"5\">\n<li><em>IL GOVERNO GALBIANO.<\/em><\/li>\n<\/ol>\n<p>Galba non si dimostr\u00f2 politicamente all&#8217;altezza della situazione e, fin dall&#8217;inizio, commise tutta una serie di clamorosi passi falsi, quantunque innegabilmente fosse ispirato da nobili sentimenti di legalit\u00e0 e ripristino dell&#8217;ordine statale. In primo luogo non parve rendersi conto dell&#8217;ambiguit\u00e0 fondamentale del suo stesso successo, in apparenza cos\u00ec fortunato e incruento, che poneva fine a quindici anni di governo neroniano. Egli intendeva reagire completamente sia all&#8217;indirizzo tirannico-orientalizzante del suo predecessore, sia al clima morale e sociale di permissivismo e spensieratezza che, concretamente si erano tramutati in un <em>deficit<\/em> di 22 miliardi di sesterzi per le casse dello Stato. Non si chiese se un cambiamento cos\u00ec brusco, cos\u00ec radicale non avrebbe provocato dolorosi contraccolpi; non intu\u00ec che tanto la plebe e i pretoriani, quanto la stessa aristocrazia &#8211; o almeno una parte di essa &#8211; si erano abituati a considerare diritti acquisiti le folli prodigalit\u00e0, le feste, gli spettacoli, le frumentazioni e i donativi degli anni di Nerone. Troppo anziano e, forse, non abbastanza intelligente per possedere la necessaria elasticit\u00e0, si mosse lentamente dalla Spagna costellando il suo viaggio verso Roma di errori fatali. In Gallia castig\u00f2 duramente quanti avevano parteggiato per Verginio Rufo e premi\u00f2 invece i partigiani di Vindice, scontentando e offendendo sia le regioni del Reno, sia le citt\u00e0 &#8211; come Lugdunum &#8211; e le trib\u00f9 &#8211; come i Treveri &#8211; che avevano lottato per schiacciare il movimento gallico. Di peggio fece in Italia, ancor prima di entrare nell&#8217;Urbe.<\/p>\n<p>I marinai di Miseno, che Nerone aveva mobilitato per la guerra contro Vindice e Galba, non erano ancora stati equiparati giuridicamente, e quindi economicamente, ai legionari veterani, perci\u00f2 si affollarono incontro al nuovo imperatore sul Ponte Milvio, tumultuando per ottenere ci\u00f2 che desideravano. Galba li fece circondare dalla sua cavalleria spagnola e parte li fece massacrare sul posto, parte li fece gettare in prigione, mentre incaricava un&#8217;apposita commissione di risolvere il problema (settembre del 68). Subito dopo, entrato nella capitale, rifiut\u00f2 ai pretoriani il donativo promesso da Ninfidio Sabino a suo nome, promessa che era stata la causa determinane del suo successo, affermando con sprezzo che &quot;i soldati si comandano, non si comprano&quot;. Con il prefetto Ninfidio Sabino tenne un contegno freddo e altero, per nulla riconoscente verso quanto aveva fatto per lui, finch\u00e9 lo sospinse a tentare un nuovo colpo di Stato con l&#8217;appoggio dei pretoriani, che risolse nell&#8217;uccisione del prefetto da parte di alcuni soldati. Infine, insospettito dal contegno del governatore africano Clodio Macro, che sembrava perseguire ormai una politica puramente personale, entr\u00f2 in rotta con lui e riusc\u00ec a farlo sopprimere, quando gi\u00e0 la sospensione della flotta granaria africana aveva fatto balenare per un attimo lo spettro della fame nella capitale. Pure Fonteio Capitone, <em>legatus<\/em> della Germania Inferiore, cadde in sospetto a Galba e fin\u00ec assassinato da alcuni inviati dell&#8217;imperatore, mentre Verginio Rufo veniva richiamato in Italia ove non ricevette alcun premio per la sua campagna vittoriosa contro Vindice ma, anzi, trattato con malcelata diffidenza. A sostituire i due governatori germanici, infine, Galba scelse due uomini assai poco adatti, Ordeonio Flacco per la provincia superiore ed Aulo Vitellio per quella inferiore; forse la sua scelta, come gi\u00e0 in clima di tirannide neroniana, fu determinata dal grigiore dei due personaggi; ma egli avrebbe avuto ben presto modo di pentirsene.<\/p>\n<p>A questa serie impressionante di misure estreme e quantomeno inopportune si aggiunse un atteggiamento politico ultranconservatore e una strategia economica improntata al pi\u00f9 ferreo risparmio. Nell&#8217;un caso come nell&#8217;altro, Galba aveva inteso reagire energicamente all&#8217;andazzo invalso negli ultimi dieci anni del governo di Nerone; ma la svolta fu troppo brusca perch\u00e9 i vari gruppi sociali potessero apprezzarla. I pretoriani, gi\u00e0 irritati per la mancata concessione del donativo, furono ulteriormente inaspriti dalla restaurazione di una severa disciplina militare e dalla promessa dell&#8217;imperatore che sarebbero stati trasferiti fuori citt\u00e0, in Italia e perfino nelle altre province, come tutti gli altri soldati. Il popolino, da parte sua, rimpiangeva pi\u00f9 che mai la spensierata politica neroniana del <em>panem et circenses<\/em> e si lagnava della tetra austerit\u00e0 imposta da Galba. Perfino i senatori, o una parte di essi, ossia i naturali alleati del principe, avevano motivo di essere scontenti dell&#8217;azione politica di Galba. In primo luogo avrebbero preferito un principe pi\u00f9 indipendente dall&#8217;elemento militare &#8211; come Clodio Macro, ad esempio &#8211; perch\u00e9, per quanto apprezzassero i sentimenti repubblicani e filo-senatori di Galba, non potevano dimenticare che egli era arrivato al potere grazie alla spinta decisiva del detestato elemento militare. In secondo luogo, molti membri dell&#8217;aristocrazia si erano abituati al clima fastoso e spensierato instaurato da Nerone e che per tanto tempo aveva imperato nella capitale; e, sebbene ricordassero con orrore la persecuzione antisenatoria neroniana, ora avrebbero desiderato una transizione meno brusca verso la normalizzazione della vita pubblica.<\/p>\n<p>In questa cornice va inserito il dramma politico e personale di Galba: uno spirito sinceramente repubblicano, sinceramente filosenatorio, sinceramente devoto all&#8217;ideale del ripristino della legalit\u00e0; ma troppo rigido, troppo intransigente, troppo poco avveduto per instaurare quell&#8217;et\u00e0 di pace che tanto anelavano Roma e l&#8217;Impero. Galba rappresentava l&#8217;esatta negazione di tutto quanto il neronianesimo era stato; ma, uomo all&#8217;antica in tutto e per tutto, non riusciva a comprendere che il neronianesimo non era stato semplicemente il clima politico e morale imposto alla societ\u00e0 imposto da un principe demente, bens\u00ec l&#8217;espressione profonda di una delle esigenze intime e reali della societ\u00e0 romana in piena crisi di crescenza. L&#8217;orientalismo, il libertinaggio, la rilassatezza dei costumi, le spese pazze: tutto ci\u00f2 aveva saldamente preso piede non solo nell&#8217;animo della plebe e dei soldati, ma di una parte stessa dell&#8217;aristocrazia; quella, per intenderci, che aveva trovato espressione nel clima dell&#8217;<em>Ars amandi<\/em> di Ovidio e della dorata giovent\u00f9 romana, e che la restaurazione tradizionalista di Augusto e, ancor pi\u00f9, di Tiberio, avevano momentaneamente represso. Tutto, si pu\u00f2 dire: l&#8217;aumentato benessere materiale, l&#8217;irruzione dei costumi ellenistici e orientali a Roma, il sorgere e il crollare fantasmagorico di fortune favolose, connesso anche con il nuovo ruolo politico-sociale svolto dai liberti e, in genere, dagli <em>homines novi<\/em>; quella sfrenata ostentazione di ricchezza da parte dei nuovi ricchi che \u00e8 cos\u00ec ben testimoniata dal <em>Satyricon<\/em> di Petronio: tutto questo spingeva in direzione di un atteggiamento nei confronti della vita &#8211; economico e morale insieme &#8211; che negli ultimi dieci anni di Nerone aveva trovato la sua piena e naturale espressione. Ver\u00e8 che questo &quot;clima neroniano&quot; aveva portato l&#8217;Impero sull&#8217;orlo del tracollo finanziario, gli eserciti sulla via della dissoluzione, la societ\u00e0 dell&#8217;Urbe e della Penisola a un punto appena credibile di infrollimento e corruzione; e che il controllo dell&#8217;immenso Stato, come l&#8217;episodio di Vindice aveva ammonito, e come i fatti del 69 avrebbero dimostrato, stava per sfuggire dalle mani tremanti di quella societ\u00e0 decadente.<\/p>\n<p>Ma Galba commise un grossolano errore di valutazione quando pens\u00f2 che, rimosso Nerone, di potesse tornare senz&#8217;atro all&#8217;antico; errava quando pensava di poter trattare i pretoriani come forse nemmeno Tiberio aveva fatto; quando spogliava la plebe dei divertimenti ormai consueti,; e quando imponeva alla stessa nobilt\u00e0 senatoria delle economie rigidissime I suoi provvedimenti in materia di bilancio finanziario rivelano la sua illusione che un riassestamento economico potesse effettuarsi senza provocare contraccolpi, bench\u00e9 perseguito con misure draconiane. Nerone, nei lunghi anni in cui aveva spadroneggiato alla direzione dell&#8217;Impero, aveva creato e distrutto, con le prodighe donazioni e con le spietate confische, delle vere e proprie fortune. Uno dei primi atti di Galba, una volta arrivato a Roma, fu quello di ordinare il recupero delle somme favolose elargite dal suo predecessore a cittadini privati; somme, che, naturalmente, avevano ormai largamente circolato per la societ\u00e0 e il cui recupero imponeva di necessit\u00e0 l&#8217;alternativa fra il sopruso e la rinunzia. Al tempo stesso Galba, pur richiamando tutti gli esuli politici e tutti coloro che il regime neroniano aveva in vario modo perseguitato, non restitu\u00ec loro i beni confiscati; e cos\u00ec, alla sua fama ormai dilagante di taccagneria, aggiunse ora quella di arbitrariet\u00e0 e di ingiustizia. Dalla corte, \u00e8 vero, era scomparsi i mille ministri del piacere del suo predecessore, la folla variopinta di arruffoni, clienti, parassiti, gl&#8217;inutili apparecchi del lusso e i banchetti costosissimi. Tuttavia si mormorava che la corruzione, in fatto di denaro pubblico, non fosse affatto diminuita e che uomini come il liberto Icelo, o come il console Tito Vinio, accumulassero con mezzi illeciti sostanze enormi, avvalendosi della protezione imperiale. Cos\u00ec pure, Galba aveva decretato l&#8217;immediata sospensione dei lavori alla <em>Domus Aurea<\/em>: quell&#8217;immensa, fastosissima, incredibile villa imperiale che Nerone aveva incominciato a far costruire, dopo l&#8217;incendio del 64, fra il Palatino e l&#8217;Esquilino, espropriando anche vasti terreni pubblici; ma larghi strati della plebe non apprezzavano il generoso risparmio di denaro e rimpiangevano piuttosto la fine dei grandiosi ludi circensi e di tutti gli spettacoli di cui era stato prodigo Nerone.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, sul cadere dell&#8217;anno 68, si potevano chiaramente percepire in tutti gli ambienti sociali della capitale, e in parte anche delle province, i segni inequivocabili di malumore dell&#8217;opinione pubblica che preludono sempre ai grandi rivolgimenti politici. Galba, nonostante le sue doti innegabili di onest\u00e0 personale. Buona fede e dedizione allo Stato, nel giro di appena qualche mese aveva creato attorno a s\u00e9 il vuoto, alienandosi il favore di tutti. Aveva deluso e disgustato i pretoriani con la sua dura disciplina e la mancata distribuzione del donativo; i marinai, con la strage spietata del Ponte Milvio; il popolino, con la cessazione degli spettacoli e delle elargizioni; i provinciali e gli eserciti legionari, specialmente in Occidente, con la punizione degli alleati di Rufo e la premiazione di quelli di Vindice; il Senato, con il clima di austerit\u00e0 e di sospetti, la persecuzione contro i vecchi amici di Nerone, l&#8217;assassinio di uomini come Clodio Macro e Fonteio Capitine. Perfino i suoi pi\u00f9 stretti partigiani, quelli ai quali andava debitore del successo e del supremo potere, avevano motivo di lagnarsi amaramente della sua freddezza e ingratitudine. Primo fra tutti il giovane Salvio Otone, il suo principale sostenitore al tempo della rivolta antineroniana, che lo aveva aiutato con generosit\u00e0 e che, dopo la caduta di Nerone, lo aveva seguiti a Roma, mostrandosi apertamente fiducioso di essere prescelto dall&#8217;anziano imperatore come suo collega e successore designato. Ma i mesi erano passati e Otone non aveva fatto un passo avanti verso la soddisfazione delle proprie ambizioni, probabilmente perch\u00e9 il severo Galba lo giudicava troppo compromesso, in passato, col regime neroniano; troppo poco indicato, lui compagno di bagordi del caduto sovrano, a impersonare la &quot;svolta&quot; politica e morale inaugurata dal nuovo governo.<\/p>\n<p>Un altro scontento era il governatore della Betica, quell&#8217;Alieno Cecina che si era unito a Galba nella primavera del 68 e che, dopo aver ottenuto il comando di una legione, era stato accusato di sottrazione di denaro pubblico, sottoposto a giudizio e che adesso, nella Germania Superiore, non aspettava che l&#8217;occasione favorevole per potersi vendicare. E poi c&#8217;era Fabio Valente, generale di qualche valore, che dalla Germania Inferiore aveva indotto Verginio Rufo a recarsi in Italia dopo la caduta di Nerone e che aveva ordito la soppressione di Capitone; e che adesso era rimasto deluso perch\u00e9 l&#8217;imperatore non gli aveva mostrato alcuna particolare riconoscenza per siffatti servigi. Un altro errore, e non da poco, aveva inoltre commesso Galba sostituendo Ninfidio Sabino alla prefettura del Pretorio con un tal Cornelio Lacone, uomo di scarso valore, che non ebbe mai in pugno i suoi uomini come li avevano avuti un Seiano o un Tigellino e che non fece nulla per affezionarli alla causa del nuovo imperatore.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, sotto la superficie apparentemente liscia e tranquilla, la societ\u00e0 romana covava un incendio che di l\u00ec a poco sarebbe scoppiato, divampando ai quattro angoli dell&#8217;Impero con incredibile violenza. Il governo sanguinario e irresponsabile di Nerone era finito, quasi senza scosse, dopo quindici anni di follia; ma i sette mesi di austerit\u00e0 e disciplina imposti da Galba sarebbero sfociati nella pi\u00f9 crudele guerra civile che Roma ricordasse dai lontani tempi del secondo triumvirato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Presentiamo il primo capitolo del libro di Francesco Lamendola \u00abGalba, Otone, Vitellio. La crisi romana del 68-69 d. 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