{"id":24386,"date":"2018-04-11T01:34:00","date_gmt":"2018-04-11T01:34:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/04\/11\/da-ariosto-a-eliot-linutile-viaggio-della-modernita\/"},"modified":"2018-04-11T01:34:00","modified_gmt":"2018-04-11T01:34:00","slug":"da-ariosto-a-eliot-linutile-viaggio-della-modernita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2018\/04\/11\/da-ariosto-a-eliot-linutile-viaggio-della-modernita\/","title":{"rendered":"Da Ariosto a Eliot, l&#8217;inutile viaggio della modernit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Ha inizio con Petrarca, il poeta che scala le montagne (il monte Ventoso) senza sapere perch\u00e9, l&#8217;inutile viaggiare dell&#8217;uomo moderno. Si dir\u00e0: per curiosit\u00e0, per il piacere di provare emozioni. Vero, tutto vero; solo che la <em>curiositas<\/em>, senza la <em>virtus<\/em>, \u00e8 una facolt\u00e0 superflua ed oziosa, se non addirittura pericolosa, come ben sapeva Dante, il Dante del XXVI canto dell&#8217;<em>Inferno<\/em>, quello del viaggio di Ulisse. Quanto alle emozioni, se sono fine a se stesse, non allargano di certo la conoscenza del reale. E poi, \u00e8 una spiegazione che non regge. Petrarca non ci d\u00e0 alcuna vera descrizione dell&#8217;ascensione; l&#8217;ascensione \u00e8 solo un pretesto, uno scenario, un fondale (fasullo) per rappresentare sempre e solo l&#8217;unica cosa che sa e vuole rappresentare: se stesso, il suo animo dilaniato, i suoi (supposti) tormenti interiori. Quasi non guarda il paesaggio; nulla lo interessa realmente, se non se stesso e poter fare sfoggio della sua cultura classica. Cita perfino le cose che da lass\u00f9 non si vedono (i Pirenei), ma non si scorda di citare Filippo V di Macedonia e il Monte Emo, per far sapere a tutti che ha letto Tito Livio &#8211; non c&#8217;\u00e8 niente da fare, la vanit\u00e0 letteraria \u00e8 pi\u00f9 forte di lui, \u00e8 una seconda natura &#8211; e cos\u00ec meditando arriva in cima e subito tira fuori le <em>Confessioni<\/em> di sant&#8217;Agostino, col quale s&#8217;immagina (a torto) di avere una profonda consonanza interiore. Il fatto \u00e8 che sant&#8217;Agostino \u00e8 profondo, Petrarca \u00e8 uno che vuol sembrare profondo; sant&#8217;Agostino \u00e8 alla ricerca della verit\u00e0, Petrarca non la vedrebbe neanche se gliela servissero sopra un piatto d&#8217;argento, perch\u00e9 \u00e8 talmente preso da se stesso che in lui non c&#8217;\u00e8 posto per null&#8217;altro.<\/p>\n<p>Comunque arriva in cima alla montagna e si mette a leggere; trova proprio la pagina che fa al caso suo: <em>E vanno gli uomini sulle cime degli alti monti ed esplorano le profondit\u00e0 dei mari, e di se stessi non si prendono cura<\/em>. Voi ci credete? E come credere a uno che dice di aver scritto quella lettera a caldo, appena rientrato, quando sappiamo che l&#8217;ha rielaborata qualcosa come una quindicina d&#8217;anni dopo? Cosa egli abbia fatto lass\u00f9, com&#8217;\u00e8 il paesaggio, che specie di alberi ha visto, per esempio: di tutto questo non dice nulla, sarebbero cose troppo terra terra, perfino triviali; certo non degne di lui, della sua <em>gravitas<\/em>. Vien quasi da dubitare che sia realmente giunto in cima. Forse ha fatto come Donald Crowhurst, il navigatore solitario che, nel 1969, finse di aver fatto il giro del mondo e prese in giro tutti quanti, perch\u00e9 non era mai uscito dall&#8217;Atlantico. Ma ammettiamo che sia giunto per davvero sulla cima: che cosa ha provato? Qualsiasi alpinista ce lo direbbe, ma lui no; ha cose molto pi\u00f9 serie da raccontare: il suo dissidio interiore. Vien da chiedersi che senso abbia scalare le montagne a quel modo, con quel tipo di atteggiamento (o di distrazione) mentale. Tanto varrebbe restarsene a casa e viaggiare con la fantasia, come hanno fatto tanti altri, ad esempio Emilio Salgari. Almeno Salgari ci ha lasciato in compagnia di Sandokan, Tremal Naik, Yanez de Gomera e di Marianna, la Perla di Labuan, senza contare alcune decine di corsari rossi, neri, verdi e di pirati, filibustieri, marinai, viaggiatori, esploratori, balenieri, naufraghi, avventurieri d&#8217;ogni risma, cacciatori, pellerossa, scotennatrici. Ci ha lasciato qualcosa di bello, che ha allietato le ore della nostra infanzia. Ma Petrarca, con la sua ascensione al monte Ventoso, che cosa ha lasciato ai suoi lettori? L&#8217;ennesimo secchio di se stesso. Tutto il mondo, per lui, doveva essere solo un unico specchio sfaccettato, per riflettere la sua immagine innumerevoli volte, sempre debitamente curata. Un altro po&#8217; di trucco, per favore; ancora un po&#8217; di cerone per sembrare pi\u00f9 pallido; un po&#8217; di ombreggiatura sotto gli occhi, per far vedere che \u00e8 tanto, tanto triste, che ha pianto, perch\u00e9 Laura non lo ama, e lui forse morir\u00e0 di dolore. Su il sipario: la commedia va in scena.<\/p>\n<p>Al centro dell&#8217;<em>Orlando furioso<\/em> si trova il tema del viaggiare, ma del viaggiare inutile, del viaggiare sghembo, o meglio circolare: i personaggi ritornano inconsapevolmente al punto di partenza. \u00c8 un viaggiare inconcludente, un <em>errare,<\/em> nel duplice significato di andare in giro e di andare fuori strada. Al centro degli <em>errori<\/em> di dame e cavalieri c&#8217;\u00e8 il palazzo incantato del mago Atlante, un vero labirinto, ove ciascuno insegue il suo personale oggetto del desiderio, e Orlando, naturalmente, vede o crede di vedere Angelica, e la insegue, ma inutilmente, perch\u00e9 si tratta solo di un fantasma. Nel poema di Ariosto l&#8217;uomo viaggia, viaggia incessantemente, ma in ultima analisi senza scopo e senza frutto: come Orlando, appunto, che attraversa mezz&#8217;orbe terracqueo per poi tornare in Francia e trovare che la bella Angelica gli \u00e8 sfuggita e se n&#8217;\u00e8 andata con un umile fante saraceno, Medoro, disdegnando il fiori fiore dei cavalieri, lui compreso. Il viaggiare, del resto, per Ariosto, \u00e8 una metafora della vita: la vita \u00e8 un andare continuamente all&#8217;inseguimento dell&#8217;oggetto del desiderio, perch\u00e9 l&#8217;uomo \u00e8 un essere desiderante: ma il suo desiderio non si appaga mai, per definizione, perch\u00e9, se si appagasse, l&#8217;oggetto cesserebbe di essere desiderabile, e quindi egli dovrebbe ripartire all&#8217;inseguimento dio un nuovo oggetto, di qualcosa che possa accendere il nuovamente il suo desiderio. Chiaro che, in una tale prospettiva, la vita si riduce a un correre inutile dietro qualcosa di&#8217;illusorio; una tragica beffa, a ben guardare, per quanto talvolta abbellita con i fronzoli del sogno o con il <em>pathos<\/em> delle grandi imprese. Ariosto, del resto, pi\u00f9 saggio, o pi\u00f9 pigro, di Petrarca, non viaggi\u00f2 affatto: l&#8217;unica volt che gli chiesero di farlo, si rifiut\u00f2: fu allorch\u00e9 piant\u00f2 in asso il suo nobile e porporato signore, il cardinale Ippolito d&#8217;Este, che era stato nominato vescovo di Eger, in Ungheria. Lasciare Ferrara, allontanarsi da Alessandra Benucci (e dalle sue comodit\u00e0 borghesi)? Mai. Meglio una vita in pantofole, e grandi viaggi solo con la fantasia. Magari con l&#8217;Ippogrifo per andare sulla Luna: quasi quattro secoli prima di Jules Verne.<\/p>\n<p>Ed eccoci arrivati (saltando gli scalini a quattro a quattro) all&#8217;Ottocento, con il byroniano <em>Childe Harold&#8217;s pilgrimage,<\/em> classica navigazione senza meta e senza scopo di un eroe moderno, mezzo esteta e mezzo <em>dandy<\/em>, pessimista e ipocondriaco, innamorato sempre e solo di se stesso (come Petrarca), ma anche potenzialmente cattivo a causa del suo stesso narcisismo (una delle tante amanti di Byron, la spregiudicata Caroline Lamb, regina dei salotti, lo defin\u00ec <em>pazzo, cattivo e pericoloso da frequentare<\/em>); e poi al Novecento, con Thomas Stearns Eliot ed il suo <em>The Love Song of J. Alfred Prufrock.<\/em> Chi \u00e8 mister Prufrock? \u00c8 l&#8217;<em>alter ego<\/em> del poeta e il tipico intellettuale novecentesco: nevrotico, insicuro, timido e sfrontato al tempo stesso, pieno di complessi e di manie, che non sa quel che vuole, n\u00e9 vuole quel che sa. Tutto sommato, un personaggio discretamente buffo, come buffo \u00e8 il suo nome; a renderlo interessante (per i critici letterari) \u00e8 il flusso di coscienza che \u00e8 il suo modo di esprimersi, non certo la sua personalit\u00e0 scialba e artefatta. Le donne lo incuriosiscono, lo attraggono; per\u00f2 qualcosa lo trattiene, non sa buttarsi, si ferma sull&#8217;orlo del baratro e si mette a fantasticare, un po&#8217; come gli &quot;inetti&quot; di Svevo. Si muove nelle circostanze della vita come un viandante stralunato, curioso e un po&#8217; querulo, indiscreto e petulante; muore dalla voglia di raccontarsi, ma \u00e8 disposto a farlo solo se ha la certezza che le sue parole resteranno sigillate: significativa, in proposto, la citazione dei versi di Dante, in apertura, con le parole di Guido da Montefeltro (Inf., XXVII, 61-66): <em>S&#8217;i&#8217; credesse che mia risposta fosse \/ a persona che mai tornasse al mondo, \/ questa fiamma staria sanza pi\u00f9 scosse. \/\/ Ma per\u00f2 che gi\u00e0 mai di questo fondo \/ non torn\u00f2 vivo alcun, s&#8217;i&#8217;odo il vero, \/ sanza tema d&#8217;infamia ti rispondo.<\/em> Se non altro, a Mr. Prufrock \u00e8 rimasto un residuo di pudore; a differenza di Petrarca, che non esita a tediarci con la sua fluviale, minuziosa, stucchevole e insincera auto-analisi del <em>Secretum<\/em> (ma anche di tutto il <em>Canzoniere<\/em>, ovviamente). Cos\u00ec lo descrive lo storico della letteratura Massimo Bacigalupo (nella Introduzione a T. S. Eliot, <em>Poesie, 1905\/1920<\/em>, Roma, Newton Compton, 1995, pp. 9-10):<\/p>\n<p><em>&quot;Prufrock&quot; \u00e8 un monologo o confessione, in cui scopriamo il carattere un po&#8217; ridicolo del protagonista a mano a mano che egli ci parla. Eliot ha qui tenuto presente il modello vittoriano dei monologhi di Robert Browning, che presentavano delle personalit\u00e0 e dei racconti in presa diretta con un linguaggio non di rado contorta. Ma Prufrock vive in un mondo diverso \u00f2 salotti, nebbie cittadine, perplessit\u00e0, incontri rimandati, fantasticherie, digressioni &#8212; e non riesce a costruirsi un racconto: \u00e8 una voce che prova certe inflessioni, una personalit\u00e0 dispersa nei fenomeni, sul punto di svanire. Eliot \u00e8 risalito oltre Browning, ai soliloqui risolutivi del teatro elisabettiano, dove una maschera tragica parla nell&#8217;oscurit\u00e0 evocando immagini arrischiate ed evocando parole oscure, e il mondo \u00e8 fatto di ombre, figure di figure. Inoltre, come suggerisce l&#8217;epigrafe dantesca del monologo di Prufrock, il modello ultimo \u00e8 quello di un&#8217;anima in pena che si confessa, ripercorre la sua vita e il suo fallimento voce di una nuova, moderna, &quot;Commedia&quot;. Dante, diceva Eliot nel 1905, era &quot;l&#8217;influsso pi\u00f9 persistente e pi\u00f9 profondo sulla mia poesia&quot;. Egli ne apprezzava le immagini nitide, il realismo visionario ma anche scatologico, la prospettiva universalistica in cui giocano tutte le culture, classicit\u00e0 e modernit\u00e0, riferimento concreto e speculazione filosofica, il teatro della coscienza. &quot;Mi sento cos\u00ec completamente inferiore alla sua presenza&quot; diceva in una lettera del 1920 a proposito della difficolt\u00e0 di scrivere criticamente. &quot;Non sembra veramente esserci altro da fare che indicarla e restare in silenzio&quot;. Eliot rivela dunque grandi ambizioni ma soprattutto capacit\u00e0 mettendo in scena il viaggio di Prufrock, che non porta in alcun luogo, ma continua ad arrampicarsi nel vuoto attraverso costrizioni e ripetizioni. [&#8230;] La confessione apparentemente drammatica \u00e8 scalzata volutamente dalla conclusione comica, la scelta banale del proprio abbigliamento. Ma Eliot, pur celandosi dietro la maschera dell&#8217;ironia, sta anche rivelando quelli che sono i contenuti effettivi, disparati, della coscienza. Nulla \u00e8 puro, i livelli e le immagini si contaminano, Prufrock desta il nostro sorriso, ma \u00e8 un&#8217;immagine speculare, appena un po&#8217; ritoccata, del suo autore e del lettore: &quot;You and I&quot;.<\/em><\/p>\n<p>Percorso circolare, ritorno al punto di partenza: dopo aver descritto un ampio giro, l&#8217;uomo moderno \u00e8 tornato nei paraggi del luogo da cui era partito. Con Petrarca aveva cominciato a vagare, ma in uno spazio, vuoto, illusorio, in un paesaggio stilizzato, irreale, sovrapponendo la letteratura alla realt\u00e0, le reminiscenze classiche al paesaggio reale, l&#8217;attualit\u00e0 senza tempo degli autori antichi all&#8217;attualit\u00e0 nel tempo della vita presente; con Ariosto, si era smarrito in una serie d&#8217;interminabili labirinti; ora, con Eliot, riprende a vagare, diremmo quasi a ciondolare, senza meta e senza scopo, nella nebbia di Londra, come il cantore di Laura vagava nei <em>pi\u00f9 deserti campi<\/em> cercando di scordare il suo amore infelice: ma con una nota comica che gli toglie seriet\u00e0 e c&#8217;impedisce di prenderlo del tutto sul serio, anche se intuiamo che Mr. Prufrock \u00e8, in fin dei conti, un personaggio tragico, per\u00f2 di una tragicit\u00e0 non scevra d&#8217;ironia e perci\u00f2 di una nota buffa. Ma \u00e8 sempre lo stesso viandante, e, per dirla con Pirandello, lo stesso <em>forestiere della vita<\/em>; un individuo incompleto, alienato, infelice, non per\u00f2 del tutto serio, umoristico semmai, nel senso pirandelliano del termine: di quella comicit\u00e0 che lascia trasparire il dramma intimo, nascosto. \u00c8 <em>uno, nessuno e centomila<\/em>; \u00e8 se stesso, ma anche qualcun altro, forse qualcuno di cui ha scordato il nome, di cui si trova ad imitare l&#8217;esistenza, perennemente fuori parte, costretto in una vita non sua, in una dimensione che non gli appartiene del tutto, anzi che gli sfugge, che gli si sottrae inesorabilmente, come l&#8217;acqua si allontana da Tantalo allorch\u00e9 questi accosta le labbra per dissetarsi; \u00e8 l&#8217;uomo della folla descritto in un memorabile racconto di Edgar Allan Poe; \u00e8 l&#8217;uomo senza qualit\u00e0 di Musil; \u00e8 il moderno Ulisse che ha scordato dove vuole andare, forse perch\u00e9 si \u00e8 attardato nel paese dei Lotofagi e non ricorda pi\u00f9 la sua petrosa Itaca, non ha pi\u00f9 memoria della moglie n\u00e9 del figlio, e, per dirla tutta, ha scordato anche chi \u00e8 lui stesso. E l&#8217;Angelo che potrebbe sussurrarglielo, lui stesso l&#8217;ha scacciato. E si riduce, come Leopold Bloom, a mendicare un figlio nel primo sconosciuto in cui s&#8217;imbatte.<\/p>\n<p>A che si deve un tale smarrimento, una tale perdita d&#8217;una meta e di uno scopo, una cos\u00ec mortificante insignificanza? L&#8217;uomo pre-moderno, mettendosi in viaggio, sapeva bene dove andare. Dante, per esempio, sapeva che il viaggio \u00e8 la vita stessa, e che non il viaggio \u00e8 una metafora della vita, ma la vita \u00e8 una metafora del viaggio; Dante, che vedeva il viaggio dell&#8217;uomo non dalla nascita alla tomba, o dal concepimento alla tomba, ma da un&#8217;eternit\u00e0 a un&#8217;altra eternit\u00e0: da quando Dio ci ha pensati, prima ancora di creare il mondo, a quando saremo chiamati al nostro stato definitivo, infernale o beatifico. L&#8217;uomo medievale, l&#8217;uomo cristiano, viaggia per conquistarsi la vita eterna in paradiso: ma l&#8217;uomo moderno perch\u00e9 viaggia, e dove crede, dove spera di andare? Non lo sa; non sa pi\u00f9 nulla. A forza di ragione strumentale e calcolante, ha smarrito la ragione vera, il senso del suo essere, del suo destino: vaga a casaccio, come un sonnambulo, come un ubriaco. Non ha una meta perch\u00e9 la meta \u00e8 la tomba, ma \u00e8 una meta che gli ripugna: non la vuol vedere, cerca di pensare ad altro. Ma essa \u00e8 l\u00ec, davanti a lui: non le pu\u00f2 sfuggire. Vorrebbe giocare a scacchi con la morte, ma sa gi\u00e0 che \u00e8 destinato a perdere. Una cosa potrebbe ancora fare: tornare a casa, gettarsi ai piedi del Padre e dirgli: <em>Ho peccato contro il cielo e contro di te; non son pi\u00f9 degno<\/em>. Ma ne avr\u00e0 il coraggio?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ha inizio con Petrarca, il poeta che scala le montagne (il monte Ventoso) senza sapere perch\u00e9, l&#8217;inutile viaggiare dell&#8217;uomo moderno. 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