{"id":24330,"date":"2015-07-28T09:54:00","date_gmt":"2015-07-28T09:54:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/quale-devessere-il-giusto-atteggiamento-cristiano-nei-confronti-del-successo-mondano\/"},"modified":"2015-07-28T09:54:00","modified_gmt":"2015-07-28T09:54:00","slug":"quale-devessere-il-giusto-atteggiamento-cristiano-nei-confronti-del-successo-mondano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/07\/28\/quale-devessere-il-giusto-atteggiamento-cristiano-nei-confronti-del-successo-mondano\/","title":{"rendered":"Quale dev\u2019essere il giusto atteggiamento cristiano nei confronti del successo mondano?"},"content":{"rendered":"<p>Qual \u00e8 il giusto atteggiamento del cristiano nei confronti di ci\u00f2 che, in termini mondani, si suole definire &quot;successo&quot;? Nei confronti, cio\u00e8, del successo politico, economico, sociale, culturale: di tutto quello che, a livello individuale, cos\u00ec come a livello collettivo, conduce alla realizzazione effettiva, visibile, immediata (o quasi) di ci\u00f2 che ci si era prefissati di conseguire?<\/p>../../../../n_3Cp>Gira e rigira, si torna sempre alla vecchia questione posta da Machiavelli: il fine giustifica i mezzi? E, se non li giustifica, qualora essi siano cattivi &#8212; ed \u00e8 ovvio che, per il cristianesimo, non li pu\u00f2 e non li deve giustificare &#8212; come deve porsi il cristiano rispetto al successo, cos\u00ec ottenuto? Senza nascondersi, perch\u00e9 qui sta il punto, che la storia umana sembra essere la storia dei successi del vincitore; e che la vita del singolo si deve confrontare ogni giorno, ma specialmente nei momenti e nelle circostanze decisivi, con la ricerca del successo e con il mistero, doloroso, della sconfitta.<\/p>\n<p>Sbaglierebbe, a nostro avviso, chi rispondesse, in maniera affrettata, che il cristiano non si rammarica dell&#8217;insuccesso, perch\u00e9 egli \u00e8 l&#8217;uomo del dolore, essendo, alla lettera, l&#8217;uomo che ha scelto la croce: quasi che il cristiano odiasse il successo in quanto tale; cos\u00ec come sbaglierebbe chi, con altrettanta precipitazione, rispondesse che il cristiano, per poter agire sulla societ\u00e0, deve stare sempre e comunque dalla parte della &quot;storia&quot;, vale a dire dalla parte di chi ha successo: perch\u00e9 questa sarebbe una abietta adorazione dell&#8217;esistente, e l&#8217;esistente pu\u00f2 anche essere malvagio.<\/p>\n<p>Insomma: nell&#8217;ambito della dimensione quotidiana, il cristiano deve sentirsi anzitutto un pellegrino, un viandante sempre in cammino, che guarda con supremo distacco al fattore &quot;successo&quot;, oppure una persona profondamente inserita nel contesto sociale di cui fa parte, che considera suo diritto e suo dovere agire, proprio in quanto cristiano, nella dimensione terrena? Il primo \u00e8 l&#8217;atteggiamento ascetico, che rimarca la distanza fra cristianesimo e mondo e che, anzi, la considera come un abisso incolmabile; il secondo \u00e8 l&#8217;atteggiamento secolarizzato, che tende a negare tale distanza, in nome di un coinvolgimento attivo nella dimensione terrena, mirante, semmai, nel caso di una realt\u00e0 terrena malvagia, o comunque non cristiana, a modificarla dall&#8217;interno.<\/p>\n<p>La questione del &quot;successo&quot; \u00e8, in fondo, un aspetto particolare della questione pi\u00f9 generale del rapporto fra cristianesimo e societ\u00e0, fra cristianesimo e storia, fra cristianesimo e &quot;mondo&quot;, inteso come l&#8217;insieme della realt\u00e0 terrena, segnata dal peccato e pertanto, almeno tendenzialmente, lontana dal richiamo amorevole di Dio e refrattaria ad accogliere la Grazia. Ed \u00e8 una questione strettamente connessa con la filosofia della storia: perch\u00e9 la storia \u00e8, da un lato, l&#8217;azione dispiegata dall&#8217;uomo nel mondo, ma \u00e8 anche, al di sopra di questo, e per vie misteriose, l&#8217;esplicarsi dell&#8217;azione salvifica di Dio, il quale &#8211; come \u00e8 stato detto &#8211; sa scrivere dritto anche sopra le righe storte.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 chiaro che se il cristiano rifiuta la storia, considerandola il regno del male (ci\u00f2 che essa, effettivamente, spesso \u00e8), si auto-esclude dalla realt\u00e0 dei suoi simili; ma \u00e8 altrettanto chiaro che, se l&#8217;accetta in partenza cos\u00ec come essa \u00e8, ripromettendosi, eventualmente, di modificarla dall&#8217;interno, rischia di farsi assorbire dalle forze esistenti, di smarrire la propria specifica identit\u00e0 e la propria carica rivoluzionaria; di uniformarsi ai valori, ai giudizi, ai comportamenti del &quot;mondo&quot;, magari senza rendersene conto, magari in perfetta buona fede.<\/p>\n<p>Su questo argomento, ci piace prendere lo spunto da una riflessione del teologo tedesco Dietrich Bonhoeffer, tratto dal suo libro pi\u00f9 famoso, uscito postumo: \u00abResistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere\u00bb (titolo originale: \u00abWiderstand und Ergebung. Briefe und Aufzeichnungen aus der Haft. Neuausgabe\u00bb, a cura di Eberhard Bethge, M\u00fcnchen, Chr. Kaiser Verlag, 1970; traduzione dal tedesco di Alberto Gallas, Cinisello Balsamo, Milano, Edizioni Paoline, 1988, pp. 63-64):<\/p>\n<p>\u00ab\u00c8 certamente falso che il successo giustifichi anche l&#8217;azione cattiva e i mezzi riprovevoli; ma non \u00e8 d&#8217;altra parte possibile considerare il successo come qualcosa di assolutamente neutrale dal punto di vista etico. Vero invece \u00e8 che il successo dal punto di vista storico crea il solo terreno sul quale la vita pu\u00f2 continuare, ed \u00e8 molto dubbio se sia pi\u00f9 responsabile opporsi ai tempi nuovi come dei don Chisciotte, piuttosto che servire ad essi ammettendo ed accettando liberamente la propria sconfitta. Alla fine, il successo fa la storia. E al di sopra degli uomini che fanno la storia, colui che ne conduce il corso sa sempre trarre il bene dal male. Ignorare semplicemente il valore etico del successo \u00e8 un cortocircuito degno di un cavaliere dell&#8217;ideale che pensa in modo astorico, cio\u00e8 non responsabile; ed \u00e8 una buona cosa che noi finalmente siamo costretti a confrontarci seriamente sul piano etico col problema del successo. Finch\u00e9 il bene ha successo, possiamo concederci il lusso di ritenere il successo stesso eticamente irrilevante. Ma quando al successo portano mezzi cattivi, allora nasce il problema. Di fronte a questa situazione sperimentiamo come non sia all&#8217;altezza del compito che ci \u00e8 dato n\u00e9 l&#8217;atteggiamento di chi avanza critiche astratte e pretende di aver ragione come se fosse un semplice spettatore, n\u00e9 l&#8217;opportunismo, cio\u00e8 l&#8217;arrendersi e il capitolare davanti al successo. Noi non vogliamo e non dobbiamo comportarci da critici offesi, n\u00e9 da opportunisti, ma da uomini corresponsabili, come vincitori e come vinti, della forma che viene data alla storia, nei singoli casi e in ogni istante. Chi, sapendo che la corresponsabilit\u00e0 per il corso della storia gli viene imposta da Dio, non permette che nulla di quanto accade lo privi di essa, costui sapr\u00e0 individuare un rapporto fruttuoso con gli eventi storici, al di l\u00e0 della sterile critica e del non meno sterile opportunismo. Chi parla di soccombere eroicamente davanti ad un&#8217;inevitabile sconfitta, fa un discorso in realt\u00e0 molto poco eroico, poich\u00e9 non osa levare lo sguardo al futuro. Per chi \u00e8 responsabile la domanda ultima non \u00e8: come me la cavo eroicamente in quest&#8217;affare, ma: quale potr\u00e0 essere la vita della generazione che viene. Solo da questa domanda storicamente responsabile possono nascere soluzioni feconde, anche se provvisoriamente molto mortificanti. In una parola: \u00e8 molto pi\u00f9 facile affrontare una questione mantenendosi sul piano dei principi che in atteggiamento di concreta responsabilit\u00e0. La generazione nuova possiede sempre l&#8217;istinto sicuro per riconoscere se si agisce solo in base a un principio o in base ad una responsabilit\u00e0 vitale; perch\u00e9 in questo si gioca il suo stesso futuro.\u00bb<\/p>\n<p>&quot;Alla fine, il successo fa la storia&quot;: \u00e8, questa, un&#8217;affermazione pesante come un macigno; e tutto ruota intorno ad essa, per cui \u00e8 assolutamente indispensabile verificare se sia una affermazione veritiera, e in che senso lo sia, entro quali limiti, in quale prospettiva.<\/p>\n<p>Bisogna riflettere bene su questa affermazione: che cosa intende, Bonhoeffer, dicendo che il successo fa la storia? La storia non \u00e8 una dimensione metafisica: \u00e8 l&#8217;insieme delle umane vicende; ed \u00e8 fatta di processi palesi e sotterranei, di forze complesse che s&#8217;intrecciano e si sovrappongono: nemmeno l&#8217;occhio pi\u00f9 esperto sarebbe capace di scorgere tutti i fili che operano in essa. Comunque, bisogna vedere che cosa s&#8217;intende per &quot;successo&quot;; e, anzitutto, il successo di chi? Se s&#8217;intende dire che il successo \u00e8 dei vincitori, si dice una tautologia; ma \u00e8 tutto da dimostrare che il successo esteriore, apparente, sia anche il successo reale, effettivo. Per fare un esempio: Roma ha conquistato la Grecia, dunque ha avuto successo; per\u00f2 ne \u00e8 stata culturalmente conquistata: dunque, ha avuto successo la cultura greca. Ma, al di l\u00e0 di questa semplice constatazione: che cosa vuol dire &quot;aver successo&quot;? Se identifichiamo il successo con la vittoria, rischiamo di ingolfarci in un circolo vizioso: che cosa \u00e8 vittoria, che cosa \u00e8 sconfitta? La vittoria materiale equivale, di per s\u00e9, alla vittoria &quot;in toto&quot;? Eppure, si pu\u00f2 vincere materialmente e rimanere soccombenti in altri sensi: come nell&#8217;esempio test\u00e9 fatto. E poi, giudicare il &quot;successo&quot; come un evento di per s\u00e9 positivo, \u00e8 molto semplicistico. Io posso vincere una grossa somma alla lotteria: ma, se non sapr\u00f2 fare buon uso di quel denaro, se mi lascer\u00f2 prendere la mano dall&#8217;ebbrezza del nuovo ricco, potrei andare incontro al disastro, sia morale, sia, anche, materiale; e ci\u00f2 dimostra che la vista umana \u00e8 troppo corta per poter giudicare, nel breve periodo, ci\u00f2 che nella vita si dimostra un bene, e ci\u00f2 che finisce per essere un male. Ora, la stessa cosa vale nell&#8217;ambito della storia dei popoli, delle culture, delle civilt\u00e0: \u00e8 dimostrato, per fare un esempio, che le immense quantit\u00e0 di metalli preziosi, importate dagli Spagnoli nella loro patria, dopo la conquista del Messico e del Per\u00f9, non solo non servirono a promuovere il benessere di quel popolo e la ricchezza e la potenza di quella nazione, ma, al contrario, furono una delle cause della rapida decadenza della Spagna, sia sul piano economico, che su quello politico (fra le altre cose, spingendola a impegnarsi su troppi fronti contemporaneamente, s\u00ec da andare incontro a ripetuti e irrimediabili insuccessi).<\/p>\n<p>Non si deve, pertanto, sopravvalutare, n\u00e9, tanto meno, assolutizzare il &quot;successo&quot;. Che cosa esso sia, non sempre lo si vede subito; a volte ci vogliono intere generazioni per poter giudicare; inoltre, molto dipende dal punto di vista che si adotta. \u00c8 chiaro che, per il cristiano, la nozione di &quot;successo&quot; ha un significato completamente diverso da quella che ha in ambito profano: se non si tiene presente questo fatto, si rischia di cadere in un grave equivoco. Ci\u00f2, ripetiamo, non significa che il cristiano debba aborrire dall&#8217;idea del successo in s\u00e9; se cos\u00ec fosse, egli sarebbe un perdente per vocazione. Al contrario, il cristiano non disprezza, n\u00e9 teme, di avere successo in questo mondo: a condizione, per\u00f2, di non smarrire mai la distinzione, per lui essenziale, tra il &quot;bene&quot; come realt\u00e0 terrena, e il Bene assoluto, che \u00e8 Dio, e che passa attraverso l&#8217;esperienza della croce.<\/p>\n<p>Ges\u00f9 Cristo, il Crocifisso, simboleggia il fatto che, per il cristiano, non c&#8217;\u00e8 vittoria senza sacrificio, ma non un sacrificio qualunque, non un sacrificio patteggiato, calcolato, ridotto al minimo indispensabile, bens\u00ec l&#8217;offerta totale di s\u00e9, senza residui e senza strategie dilatorie. Dio fatto uomo e morto sulla croce, dopo essere stato tradito e abbandonato dai suoi stessi discepoli e dopo essere stato processato, insultato, torturato e deriso davanti alla folla, sta ad ammonire che nessuno, il quale voglia farsi suo seguace, pu\u00f2 pensare di poter evitare la prova della croce: vale a dire, della sconfitta &#8212; di ci\u00f2 che \u00e8 sconfitta secondo il linguaggio degli uomini, e che viene giudicato tale agli occhi del &quot;mondo&quot;.<\/p>\n<p>Lo ripetiamo: ci\u00f2 non significa magnificare la sconfitta, solo perch\u00e9 non si \u00e8 capaci di ottenere il successo. Per il cristiano, ci\u00f2 che \u00e8 successo agli occhi del mondo, \u00e8 solo polvere che il vento porta via. Quanto al fatto che la storia sia il luogo del &quot;successo&quot;, \u00e8 tutto da vedere. Per prima cosa, la &quot;storia&quot;, nel senso in cui ne parla Bonhoeffer, semplicemente non esiste: non esiste, cio\u00e8, un blocco coeso di eventi, separabile da ciascuno di essi, preso singolarmente: e i pi\u00f9 piccoli &#8212; che poi sono di gran lunga pi\u00f9 numerosi &#8212; sono fatti dalle vite individuali, umili, quotidiane, di ciascun essere umano, per quanto lontano dalle stanze del potere. Esistono, dunque, le singole azioni umane: ciascuna col suo peso specifico, con il suo quoziente di responsabilit\u00e0 (o di irresponsabilit\u00e0); ciascuna col suo esito felice oppure fallimentare. Ma nessuna azione umana si perde nel nulla: ciascuna, vittoriosa o meno, lascia un segno, una traccia; ciascuna si incontra e s&#8217;interseca con cento, mille, diecimila altre. Quel che chiamiamo &quot;storia&quot; \u00e8 il gioco incessante, interrelato, complicatissimo, di tutte queste infinte tracce: ciascuna delle quali continua ad esercitare un effetto anche molto tempo dopo essersi materialmente conclusa. In senso profondo, infatti, nulla si esaurisce: nessuna azione umana, nessuna scelta, nessuna parola, nessun pensiero, restano senza effetti, vicini e lontani, visibili e invisibili.<\/p>\n<p>A tutto ci\u00f2, nella prospettiva cristiana, si aggiunge &#8212; ma non come un &quot;deus ex machina&quot;, bens\u00ec dall&#8217;interno, organicamente, capillarmente &#8212; l&#8217;azione di Dio. Easa si inscrive in un disegno superbo e sapientissimo, immensamente articolato e complesso, infinitamente benevolo e misericordioso. Il senso della storia umana, infatti, \u00e8 quello del venire da Dio e del tornare a Lui. Esattamente come il seno della vita umana singolarmente considerata: \u00e8 l&#8217;anima che viene da Dio e a Dio ritorna. Tutto il resto non \u00e8 che polvere e soffio di vento. Il successo non va ignorato, ma nemmeno preso a criterio per giudicare il giusto orientamento dell&#8217;uomo e della storia. Il successo non \u00e8 moralmente indifferente, certo: ma questa affermazione, rispetto a come la intende Bonhoeffer, va rovesciata: il successo \u00e8 significativo nella misura in cui attesta la fedelt\u00e0 dell&#8217;uomo a Dio. Tutto ci\u00f2 che realizza questo fine \u00e8 bene, ci\u00f2 che vi si oppone, \u00e8 male. Compreso il successo medesimo, qualora esso divenga un idolo pagano, da adorare in quanto tale&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Qual \u00e8 il giusto atteggiamento del cristiano nei confronti di ci\u00f2 che, in termini mondani, si suole definire &quot;successo&quot;? 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