{"id":24319,"date":"2016-12-15T10:43:00","date_gmt":"2016-12-15T10:43:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/15\/il-cristianesimo-e-un-umanesimo\/"},"modified":"2016-12-15T10:43:00","modified_gmt":"2016-12-15T10:43:00","slug":"il-cristianesimo-e-un-umanesimo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/12\/15\/il-cristianesimo-e-un-umanesimo\/","title":{"rendered":"Il cristianesimo \u00e8 un umanesimo?"},"content":{"rendered":"<p>Il cristianesimo \u00e8 forse un umanesimo? Si osserva sempre pi\u00f9 spesso, nella teologia contemporanea, la tendenza a relativizzare i contenuti specifici della religione cristiana, a tratteggiare come semplici ipotesi quelle che sono sempre state le verit\u00e0 della fede, e a ridimensionare progressivamente gli spazi del soprannaturale, del divino, per calare il Vangelo in uno spazio immanente, anzi, immanentistico, nel quale, alla fine, ci\u00f2 che rimane non \u00e8 la Rivelazione di Dio all&#8217;uomo, ma ci\u00f2 che l&#8217;uomo pensa debba essere Dio; e, alla fine, un Uomo che vuol mettersi al posto di dio.<\/p>\n<p>In fondo, si tratta di una evoluzione coerente con la cosiddetta &quot;svolta antropologica&quot; della quale vanno tanto fieri il fior fiore di teologi cattolici, a partire dagli anni del Concilio Vaticano II. Prima, non si era mai sentita dire una cosa del genere: che la religione cristiana debba imperniarsi sull&#8217;uomo, e non su Dio. Ma tant&#8217;\u00e8: cos\u00ec come, a partire da Kant, la filosofia ha messo in naftalina la metafisica, e ha deciso che tutto quel si pu\u00f2 fare \u00e8 studiare il reale quale l&#8217;uomo lo concepisce e lo pu\u00f2 percepire, cos\u00ec anche la teologia, e sia pure con un certo ritardo, si \u00e8 allineata sulle posizioni soggettivistiche e immanentistiche implicite in questa cosiddetta &quot;rivoluzione copernicana&quot;, e, invece di pensare l&#8217;Essere, si \u00e8 concentrata su ci\u00f2 che, dell&#8217;Essere, pensa l&#8217;uomo ed esperimenta l&#8217;uomo. Via, pertanto, ogni <em>timore e tremore<\/em>; via la soggezione filiale e il senso di piccolezza dell&#8217;uomo davanti a Dio; via, da ultimo, o quasi, anche il senso del peccato, della morte, del giudizio, dell&#8217;inferno e del paradiso: tanto \u00e8 vero che, di queste cose, i teologi odierni parlano sempre di meno, e sempre meno volentieri, come se ne avessero fastidio, o come se provassero imbarazzo. Peccato, giudizio, infermo e paradiso? Eh, via, queste cose andavano bene per i teologi della vecchia scuola; ma ora non pi\u00f9, giammai: i nuovi teologi, i Bianchi, i Mancuso, hanno ben altre cose delle quali occuparsi: volano molto pi\u00f9 in alto, loro, di simili piccolezze, di simili quisquilie. E poi, non \u00e8 forse vero che, se pur l&#8217;uomo \u00e8 peccatore (ma che non lo si dica troppo in giro, potrebbe deprimersi e smarrire la legittima fiducia in se stesso), non c&#8217;\u00e8 forse l&#8217;infinita misericordia di Dio, pronta a venirgli incontro per rimediare a qualsiasi errore, a mettere una pezza su ogni sbaglio, magari anche senza bisogno di pentimento, perch\u00e9 Dio non bada a simili cosucce formali, va dritto all&#8217;anima delle persone e intuisce il loro desiderio d&#8217;esser perdonate, ancor prima che provino l&#8217;ormai obsoleto repertorio di rimorso, pentimento, desiderio d&#8217;espiazione? E se non giudica Lui, chi siamo noi per giudicare?<\/p>\n<p>Comunque, tornando alla domanda iniziale, \u00e8 interessante vedere di quali contorsioni \u00e8 capace la teologia contemporanea, pur di trovare la quadratura del cerchio: il magico punto d&#8217;incontro fra cristianesimo e umanesimo, cio\u00e8 tra cristianesimo e modernit\u00e0. \u00c8 come se molti teologi cercassero di arrampicarsi sugli specchi per trovare la maniera di farsi perdonare il loro cattolicesimo, peraltro tutto da verificare, e assumere qualche funzione utile nell&#8217;ambito della nuova cultura, laicista, materialista e post-cristiana, magari utilizzando parte della loro tradizione per rivendicare ad essa una qualche benemerenza sociale. Va notato che non vogliono pi\u00f9 neanche definirsi &quot;cattolici&quot;, perch\u00e9 sembrerebbe loro di scendere un gradino, o parecchi gradini, gi\u00f9 per la scala di quella rispettabilit\u00e0 moderna e &quot;scientifica&quot;, da essi risalita con tanta fatica e con tanto impegno, dalla cui sommit\u00e0 si guarda al cattolicesimo come ad una realt\u00e0 irrimediabilmente obsoleta e tramontata, e ai teologi <em>cattolici<\/em> come a dei residuati del passato, patetiche figure appartenenti a un provincialismo culturale destinato a una rapida estinzione, se non addirittura gi\u00e0 estinto del tutto.<\/p>\n<p>Riportiamo, a titolo di esempio, alcune riflessioni svolte dal teologo Carmelo Dotolo nel suo saggio <em>L&#8217;alterit\u00e0 del Vangelo, profezia di senso in un mondo che cambia<\/em> (in: <em>Annunciare il Vangelo oggi: \u00e8 possibile?<\/em>, a cura di Ugo Sartorio, Padova, Edizioni del Messaggero, 2004, pp. 64-68):<\/p>\n<p><em>Sottesa alla neutralizzazione della tradizione c&#8217;\u00e8 l&#8217;ipotesi che la modernit\u00e0 (e per certi versi la postmodernit\u00e0) abbia in qualche modo svuotato lo specifico del cristianesimo della sua pertinenza e forza d&#8217;attrazione. La contemporaneit\u00e0, allora, non \u00e8 anti-cristiana, perch\u00e9 non si accanisce nella demolizione dell&#8217;architettura del progetto cristiano, come probabilmente accadeva nel dibattito acceso con i teoremi dell&#8217;ateismo. \u00c8, piuttosto, post-cristiana, nel senso che si \u00e8 appropriata di ideali e valori evangelici, distaccando il messaggio dalla sua ispirazione di fondo, quella cristologica. Sembrerebbe questo l&#8217;esito pi\u00f9 morbido e imprevisto del processo di de-secolarizzazione, non distante dalla tesi avanzata dal filosofo H. Blumenberg (&quot;La legittimit\u00e0 dell&#8217;et\u00e0 moderna&quot;, Marietti, Genova, 1892) che, nel delineare i tratti della emancipazione dell&#8217;uomo dal cristianesimo, riconosceva a questa l&#8217;abilit\u00e0 nell&#8217;aver occupato, pi\u00f9 che trasformato, i contenuti teologici trasfigurandoli in lineamenti culturali. Non una appropriazione in continuit\u00e0 con i criteri valutativi della tradizione cristiana, ma una ricollocazione dei presupposti che, per quanto prossimi alla novit\u00e0 della rivelazione cristiana, si erano impaludati nelle aree di un teismo sterile. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Insomma, il cristianesimo avrebbe gi\u00e0 assolto al suo compito, anche se ha lasciato alcune tracce che urtano la convinzione neopagana di un mondo e una vita che non abbisognano di progetti d salvezza o di utopie messianiche, per il fatto che l&#8217;uomo nella sua finitudine pu\u00f2 trovare energie spirituali sufficienti per far fronte ai disagi della civilt\u00e0. Ma potrebbe anche continuare a rendere il suo servizio all&#8217;uomo consegnato alla propria libert\u00e0 se svestisse i panni di un malcelato dogmatismo che si riduce a spiegazione del mondo e a contratto utilitaristico col divino, attenuando in questo modo la sua scandalosit\u00e0 e la critica escatologica. Anzi, al cristianesimo spetterebbe giocarsi le carte della sua utilit\u00e0 sociale, a motivo dei suoi contenuti etici relativi a modelli comportamentali attenti ai problemi della vita e contro qualsiasi forma di implosione spiritualistica della fede.<\/em><\/p>\n<p><em>Paradossalmente, un cristianesimo cos\u00ec disponibile non rischierebbe un tramonto ineluttabile, perch\u00e9 darebbe voce e forma all&#8217;esigenza dell&#8217;umanit\u00e0 di una trascendenza dentro il bisogno della storia, di un sacro che \u00e8 nell&#8217;uomo, cos\u00ec come attesterebbe la parabola storica del cristianesimo dell&#8217;umanizzazione del divino. Il &quot;paradosso supremo dell&#8217;umanesimo dell&#8217;uomo-Dio&quot; (L. Ferry, &quot;Al posto di Dio&quot;, Frassinelli, Piacenza, 1987, p. 187), non ha nulla di sacrilego n\u00e9 di idolatrico; esplicita solo l&#8217;identificazione tra cristianesimo e umanesimo, nella cui convergenza abita la questione del senso. Declinato cos\u00ec, il cristianesimo potrebbe anche stemperare la responsabilit\u00e0 attribuitagli relativamente alla incrinatura nichilistica del mondo e della storia. La questione \u00e8 senza dubbio complessa, cos\u00ec come mostrano le letture che collegano il processo di secolarizzazione a quello del nichilismo, la dinamica della desacralizzazione con lo svuotamento dei valori e degli ideali cristiani. Eppure, nell&#8217;oblio della significativit\u00e0 della rivelazione cristiana, pesa l&#8217;evento della morte di Cristo, del suo abbandono da parte di Dio che sigla definitivamente la prospettiva dell&#8217;assenza di Dio. &quot;Dio che lascia essere il mondo fino a morirvi&quot; (S. Givone, &quot;Storia del nulla&quot;, Laterza, Roma-Bari, 1995, p. 236) \u00e8 il motivo dello sgomento dell&#8217;uomo; di pi\u00f9, \u00e8 alla base del nulla come apertura, spazio nel quale si \u00e8 ritirato, assenza che non pu\u00f2 essere riempita se non al passare del divino e dai cenni che invia. Il cristianesimo, dunque, sembra assistere inerme e, forse, inconsapevole al suo svuotamento di senso, perch\u00e9 incapace di proporre un&#8217;alternativa seria alla radice secolarizzante del nichilismo; n\u00e9 un tentativo di risacralizzazione gioverebbe alla sua causa, perch\u00e9 l&#8217;annuncio cristiano \u00e8 per la realizzazione dell&#8217;uomo e non per una sua destinazione a una realt\u00e0 che lo separa dalla vocazione alla quale \u00e8 chiamato. In tal senso, \u00e8 difficile non rinvenire nel nichilismo contemporaneo un&#8217;interpretazione estrema della secolarizzazione, il cui approdo sta nella chiusura ad ogni assoluto e in un finitismo che si accontenta di prendere atto della finitezza inoltrepassabile dell&#8217;esistenza. &quot;Se \u00e8 vero, infatti, che il nulla come principio del mondo o la morte di Dio nel mondo sono principi che hanno radici cristiane, un&#8217;interpretazione del cristianesimo che assuma in modo esclusivo questo principio \u00e8 una negazione del cristianesimo stesso, e allora i tentativi di conciliazione possono avere soltanto una giustificazione biografica o estetica&quot; (C. Cianco, &quot;Cristianesimo e nichilismo&quot;, in &quot;Filosofia e Teologia&quot; 17, 2003, p. 442). Di conseguenza, altro \u00e8 vivere l&#8217;evento della morte di Dio come appello a una ricerca ulteriore, altro \u00e8 confinarsi nella logica di una impossibilit\u00e0 che nega qualsiasi trascendenza come contrappunto dell&#8217;umanit\u00e0-troppo umana dell&#8217;uomo.<\/em><\/p>\n<p>Le riflessioni svolte da questo teologo sembrano assumere come punto di partenza l&#8217;assunto che il cristianesimo, piuttosto che rassegnarsi a scomparire in quanto visone del mondo specificamente legata al Vangelo di Ges\u00f9 Cristo, deve trovare qualche maniera per sopravvivere, riciclandosi in maniera tale da ottenere, in un modo o nell&#8217;altro, una sorta di benestare, sia pure obliquo e indiretto, da parte della cultura moderna. In pratica, pare che debba farsi perdonare il <em>peccatum originale<\/em> di essere l&#8217;annuncio del regno di Dio, fatto da Ges\u00f9 Cristo, e sforzarsi di rendersi <em>utile<\/em> nella temperie del mondo moderno, ove il suo messaggio, che, di per s\u00e9, risulta completamente inattuale, \u00e8 tuttavia suscettibile, forse, di venire riattualizzato, in chiave antropologica, o sociologica, o morale. A queste condizioni, in questa prospettiva ed entro questi limiti, gli verr\u00e0 forse concesso di sopravvivere, sia pure sotto spoglie rifatte e in incognito, come il lievito da cui si impaster\u00e0 il pane della futura <em>Weltanschauung<\/em> post-moderna.<\/p>\n<p>Per prima cosa, si afferma che la contemporaneit\u00e0 non \u00e8 (pi\u00f9) anticristiana, perch\u00e9, bont\u00e0 sua, ha smesso di accanirsi contro il cristianesimo: ma questo per la buona ragione che lo ritiene morto e defunto. In compenso, si \u00e8 appropriata di temi e valori cristiani, distaccandoli, per\u00f2, dalla loro ispirazione originaria, e incorporandoli nei propri valori e contenuti: vale a dire, &quot;occupando&quot; la teologia cristiana e trasformandola in cultura laicista e irreligiosa. E ci\u00f2, dice Hans Blumenberg, filosofo che propugna una sorta di storicismo fenomenologico, \u00e8 una operazione non solo legittima, ma nobile, perch\u00e9 salva il cristianesimo stesso, o ci\u00f2 che della sua esperienza sopravvive, dal pericolo di <em>impaludarsi in un teismo sterile<\/em>! Eh, come sono buoni questi teologi post-cristiani, questi Blumenberg; e come sono generosi, nel concedere all&#8217;eredit\u00e0 cristiana di sopravvivere, divenendo funzionale alla cultura contemporanea, ateista e immanentista. Vien quasi da commuoversi davanti a tanta delicatezza e magnanimit\u00e0.<\/p>\n<p>Del resto, delle due, l&#8217;una: o il cristianesimo si rassegna a scomparire senza lasciar traccia, perch\u00e9 il tempo di Dio \u00e8 finito da un pezzo, oppure accetta di sopravvivere, ma nelle forme che la cultura post-moderna stabilisce per esso: e cio\u00e8 se accetta di <em>continuare a rendere il suo servizio<\/em> all&#8217;uomo, svestendo <em>i panni di un malcelato dogmatismo che si riduce a spiegazione del mondo e a contratto utilitaristico col divino<\/em>; e cos\u00ec attenua la sua carica di &quot;scandalo&quot; per la cultura contemporanea. Anzi, potrebbe perfino <em>giocarsi le carte della sua utilit\u00e0 sociale, a motivo dei suoi contenuti etici relativi a modelli comportamentali attenti ai problemi della vita e contro qualsiasi forma di implosione spiritualistica della fede.<\/em> In altre parole: se accetta di non essere pi\u00f9 un pensiero religioso; se accetta di abiurare da se stesso, di rinnegare la sua pretesa di trascendenza, per non parlare dei suoi contenuti teologici specifici: la Trinit\u00e0, l&#8217;Incarnazione, la divina missione di Ges\u00f9, la resurrezione dai morti &#8212; ebbene, a tali condizioni potrebbe svolgere ancora una funzione utile, dato che la sua morale \u00e8 <em>attenta ai problemi della vita<\/em>&#8230;<\/p>\n<p>Un cristianesimo cosiffatto potrebbe quindi sopravvivere, diventando, beninteso, una divinizzazione dell&#8217;uomo, una esaltazione del sacro che \u00e8 in lui, e una espressione della &quot;esigenza&quot; di trascendenza immanente alla storia, con buona pace dell&#8217;ossimoro e della contraddittoriet\u00e0 logica di un simile concetto (chiss\u00e0 perch\u00e9, quando si sente parlare di <em>esigenze<\/em> scatta un campanello d&#8217;allarme: l&#8217;esigenza \u00e8 solo un <em>bisogno artificiale<\/em> spacciato per autentico). Insomma, il cristianesimo avrebbe l&#8217;onore di sopravvivere se, da religione del Dio che si fa uomo, per amore degli uomini, accettasse di buon grado di fornire una base etica al culto dell&#8217;Uomo che vuol farsi Dio per amore di se stesso. Ma perch\u00e9 dovrebbe accettare un simile destino, una simile forzatura, un smile capovolgimento? Semplice: per attenuare e, forse, farsi perdonare <em>la responsabilit\u00e0 attribuitagli relativamente alla incrinatura nichilistica del mondo e della storia.<\/em> E perch\u00e9 il nichilismo dovrebbe gravare sulla coscienza del cristianesimo? Non si sa; a meno che la ragione sia questa: perch\u00e9 il cristianesimo ha provocato, come reazione contro di s\u00e9, il nichilismo; e dunque, indirettamente, il nichilismo sarebbe una creazione del cristianesimo stesso, in quanto espressione di ci\u00f2 che la cultura moderna ha rifiutato, senza per\u00f2 approdare ad alcuna verit\u00e0 alternativa, anzi, piombando nel relativismo radicale. Strano modo di ragionare: \u00e8 come dire che la vittima di un assassino maniaco deve ritenersi responsabile del delitto del suo carnefice, perch\u00e9, esistendo, lo ha indotto in tentazione. Non vediamo, per\u00f2, in quale altra maniera si potrebbe addossare al cristianesimo la responsabilit\u00e0 della deriva nichilista del mondo moderno.<\/p>\n<p>A parte ci\u00f2, nel ragionamento di Sergio Givone c&#8217;\u00e8 tutto il corto circuito di una filosofia moderna presuntuosa e autoreferenziale, che pretende di giudicare tutto e tutti, guardandoli dall&#8217;alto in basso, ma senza accettare di farsi giudicare da alcuno; perfetta espressione, a sua volta, di quella cultura progressista, cos\u00ec forte in certe aree italiane, come la Toscana (Givone, piemontese, nel 2012 \u00e8 stato assessore alla cultura nel comune &quot;rosso&quot; di Firenze), e attorno a un giornale come <em>La Repubblica<\/em> (del quale \u00e8 collaboratore), ma cos\u00ec povera di sostanza speculativa, anche perch\u00e9 totalmente refrattaria a misurarsi con i fatti e con le cose e cos\u00ec assuefatta, invece, a muoversi quasi in regime protezionistico (in senso, appunto, intellettuale), con tutte le garanzie e le protezioni del caso, al punto da non dover mai fare i conti con i propri fallimenti, e da avere abbastanza faccia tosta da puntare sempre il dito contro qualcun altro, anche se ha gli armadi pieni degli scheletri delle ideologie fallite, nelle quali ha strenuamente creduto e rispetto alle quali non ha mai saputo fare uno straccio di autocritica. Che cosa significa, per esempio, che <em>Dio lascia essere il mondo fino a morirvi<\/em>, per poi trarne la &quot;dimostrazione&quot; che Dio \u00e8 assente, avendo lasciato Ges\u00f9 morire sulla croce? Chi dice cose del genere, non vuol accettare il cristianesimo per quello che \u00e8, ma pretende che esso sia quel che non \u00e8: non accetta che Ges\u00f9 Cristo si sia offerto volontariamente alla morte di croce, n\u00e9 che quel sacrificio sia necessario per la redenzione dell&#8217;umanit\u00e0, e, pertanto, che in esso sia racchiuso tutto il significato della vita di Ges\u00f9, nonch\u00e9 della sua Incarnazione. Certo, ciascuno \u00e8 libero d&#8217;interpretare il Vangelo come gli pare: non dovrebbe per\u00f2 dare per scontato che l&#8217;interpretazione cristiana, ossia quella dei diretti interessati, conti meno di zero a paragone della sua, che ne \u00e8 il totale ribaltamento. E poi, che diavolo significa affermare che la morte di Cristo sulla croce <em>\u00e8 alla base del nulla come apertura, spazio nel quale si \u00e8 ritirato, assenza che non pu\u00f2 essere riempita se non al passare del divino e dai cenni che invia?<\/em> Belle frasi, suggestive, altisonanti: ma che significano? Pi\u00f9 che filosofia, sembra letteratura &#8212; e di quella dannunziana, per giunta; che certo piacer\u00e0 a molti, ma non a tutti. E ancora: chi lo dice che il cristianesimo non ha pi\u00f9 nulla da proporre agli uomini e che, forse, non possiede neppure la consapevolezza della propria crisi e della propria impotenza, <em>perch\u00e9 incapace di proporre un&#8217;alternativa seria alla radice secolarizzante del nichilismo<\/em>? L&#8217;alternativa ce l&#8217;ha, eccome; che poi possa non convincere o non essere condivisa da tutti, questo \u00e8 un altro discorso. Infine: che vuol dire che <em>l&#8217;annuncio cristiano \u00e8 per la realizzazione dell&#8217;uomo e non per una sua destinazione a una realt\u00e0 che lo separa dalla vocazione alla quale \u00e8 chiamato<\/em>? Qui si d\u00e0 per scontato che la realizzazione dell&#8217;uomo sia nel mondo, e che la sua vocazione sia mondana; ma questo non \u00e8 cristianesimo: questa \u00e8 un&#8217;altra cosa; \u00e8 ideologia progressista, appunto. Come sono noiosi, questi filosofi progressisti che non si stancano mai, dopo duemila anni, di voler arruolare Ges\u00f9 Cristo nelle gloriose brigate della rivoluzione, e non si fanno una ragione che il regno di Cristo non appartenga a questo mondo! Qui siamo in difetto di onest\u00e0 intellettuale, puramente e semplicemente.<\/p>../../../../n_3Cp>Nemmeno la tesi del filosofo Claudio Ciancio ci sembra convincente. Egli parte da un assunto che non si prende la briga di dimostrare: <em>che il nulla come principio del mondo o la morte di Dio nel mondo sono principi che hanno radici cristiane<\/em>; accetta, cio\u00e8, il punto di vista di chi addossa al cristianesimo la responsabilit\u00e0 di aver generato il nichilismo. Poi contrattacca: non si pu\u00f2 assumere questo principio come esclusivo, perch\u00e9, cos\u00ec facendo, si nega il cristianesimo. Altra concessione indebita ai critici del cristianesimo: prende per buona la teologia della morte di Dio: teologia progressista e cattiva teologia, come abbiamo sostenuto in numerosi scritti. E nuovo contrattacco: per\u00f2 anche dalla morte di Dio pu\u00f2 venire qualcosa di buono, come l&#8217;appello a una ricerca ulteriore. Ma <em>l&#8217;evento<\/em> della morte di Dio, come lui lo definisce, \u00e8 davvero tale, o \u00e8 l&#8217;opinione di certi filosofi?<\/p>\n<p>In fondo, \u00e8 passato pi\u00f9 d&#8217;un secolo da quando Zarathustra gridava ai quattro venti la morte di Dio; e intanto la filosofia moderna, materialista e ateista, ha saputo elaborare qualcosa di meglio del nulla?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il cristianesimo \u00e8 forse un umanesimo? 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