{"id":24314,"date":"2016-02-26T05:50:00","date_gmt":"2016-02-26T05:50:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/02\/26\/gli-effetti-morali-dellindustrializzazione-sono-allorigine-della-crisi-della-famiglia-moderna\/"},"modified":"2016-02-26T05:50:00","modified_gmt":"2016-02-26T05:50:00","slug":"gli-effetti-morali-dellindustrializzazione-sono-allorigine-della-crisi-della-famiglia-moderna","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/02\/26\/gli-effetti-morali-dellindustrializzazione-sono-allorigine-della-crisi-della-famiglia-moderna\/","title":{"rendered":"Gli effetti morali dell&#8217;industrializzazione sono all&#8217;origine della crisi della famiglia moderna"},"content":{"rendered":"<p>La famiglia si sta sfasciando sotto i nostri occhi.<\/p>\n<p>Da tempo covava i sintomi di un profondo malessere; ma, in questi ultimi anni, la crisi \u00e8 letteralmente esplosa, mandando in frantumi quella che da sempre era stata la cellula fondamentale della societ\u00e0: la famiglia.<\/p>\n<p>Oggi, essa sopravvive quasi soltanto negli <em>spot<\/em> della pubblicit\u00e0 televisiva, quando le industrie vogliono reclamizzare un nuovo tipo di biscotti, di marmellata o di <em>brioches<\/em> preconfezionate (tutti prodotti che fanno malissimo alla salute, stracarichi di coloranti e conservanti delle peggiori specie) e ci presentano il quadretto felice e rassicurante della &quot;tipica&quot; famigliola mononucleare moderna &#8211; pap\u00e0, mamma e due bambini belli, bravi e, possibilmente, biondi -, seduta intorno al tavolo della cucina, per consumare la prima colazione. Ossia, ci mostrano un qualche cosa che non esiste pi\u00f9, ma che esisteva &#8211; anche se i genitori non erano due fotomodelli e se i bambini non erano cos\u00ec biondi e cos\u00ec spensierati &#8211; sino a qualche anno fa.<\/p>\n<p>L\u00e0 dove ancora la famiglia resiste, sembra un fortino assediato dagli Apaches; e, quel che \u00e8 peggio, minacciato <em>all&#8217;interno<\/em> da ogni sorta di pericolo. Oggi le bambinaie sono i prodotti della tecnologia &#8211; televisione, computer, videogiochi -, le mamme hanno ben altro a cui pensare e i pap\u00e0, non parliamone nemmeno: \u00e8 gi\u00e0 tanto se qualcuno li vede al pranzo della domenica.<\/p>\n<p>Le tensioni che covano all&#8217;interno del nucleo familiare sono sempre pi\u00f9 forti; le spinte centrifughe, sempre pi\u00f9 incontrollabili; il dialogo ridotto quasi a zero; la collaborazione, la fiducia reciproca, degradati a mero utilitarismo. Bastano le prime difficolt\u00e0 per mandare in pezzi il grazioso quadretto e per spingere pap\u00e0 e mamma dagli avvocati; e poi, via, pronti a ricominciare e a rifarsi una nuova vita, con un altro uomo e un&#8217;altra donna.<\/p>\n<p>I bambini? Nessun problema: con la mamma; e, ogni quindici giorni, un fine settimana in compagnia del padre. E poi, tra un allenamento di calcio e un corso d&#8217;informatica, chi lo sa se i piccoli se ne accorgono, che la loro famiglia non c&#8217;\u00e8 pi\u00f9. Cos\u00ec almeno pensano gli adulti, per mettersi a posto la coscienza.<\/p>\n<p>Invece se ne accorgono, eccome. Crescono fragili, nervosi, demotivati; s&#8217;imbrancano nella prima compagnia che capita loro a tiro, bella o brutta che sia, non appena raggiungono la pre-adolescenza; s&#8217;ingaglioffiscono nel consumismo pi\u00f9 becero per annegare, tra un vestito firmato e uno sballo in discoteca, l&#8217;angoscia di non avere pi\u00f9 un focolare accogliente che li protegga e li avvolga nel suo amore. E poi, a diciott&#8217;anni e un minuto, via a tutto gas con l&#8217;automobile (possibilmente, di grossa cilindrata) per provare l&#8217;ebbrezza della velocit\u00e0, del rischio, della trasgressione: come recitava una canzone particolarmente idiota di Battisti e Mogol:<\/p>\n<p><em>&quot;E correre a fari spenti nella notte per vedere<\/em><\/p>\n<p><em>se poi \u00e8 cos\u00ec difficile morire&#8230;&quot;<\/em><\/p>\n<p>Oh s\u00ec, ce ne sono tanti di diciottenni che si dedicano, specialmente fra il sabato sera e l&#8217;alba della domenica, a questa specie di <em>roulette russa<\/em> sulle strade, annebbiati dall&#8217;alcol, dalla stanchezza e da qualche sostanza eccitante; e che coinvolgono, nel loro stupido gioco con la morte, anche coloro che passano di l\u00ec per caso, e che non c&#8217;entrano per niente.<\/p>\n<p>Non che sia facile, oggi, essere genitori: anzi, non \u00e8 mai stato cos\u00ec difficile.<\/p>\n<p>I nonni non sono pi\u00f9 un punto di riferimento; la scuola, meno che meno; spazi verdi, luoghi sicuri dove i figli possano giocare e divertirsi in modo sano, non si vedono pi\u00f9 nemmeno al telescopio. E poi la fretta, la corsa, il cartellino da timbrare; e, terminato il lavoro, tante altre cose da fare: la seduta dall&#8217;estetista o sotto le lampade abbronzanti; la palestra per rassodare glutei e addominali; il sabato pomeriggio al pi\u00f9 vicino centro commerciale, per comperare l&#8217;ultimo gingillo elettronico o l&#8217;ultima linea di scarpe e di stivali.<\/p>\n<p>Tutte cose necessarie, per carit\u00e0, anzi, indispensabili. Ve la immaginate, voi, la signora Rossi che si lascia surclassare in eleganza dalla collega dello sportello accanto; oppure il signor Rossi che, in dicembre, non \u00e8 in grado di esibire un&#8217;abbronzatura degna del sole dei Caraibi? Impossibile; ma che cosa stiamo dicendo?, semplicemente impensabile. Sarebbe pi\u00f9 facile ammettere che Berlusconi rinuncer\u00e0 alle sue tre reti televisive nazionali, le metter\u00e0 in vendita e poi devolver\u00e0 l&#8217;intero ricavato alla costruzione di orfanotrofi in Cambogia o in Mozambico. S\u00ec: tanto vale mettersi ad aspettare il giorno in cui che la cometa di Halley, al suo prossimo passaggio, transiter\u00e0 in ritardo sull&#8217;orbita calcolata dagli astronomi; oppure che la corrente dei fiumi invertir\u00e0 il suo corso e rifluir\u00e0 dalla foce verso la sorgente, come fanno i salmoni quando vanno a deporre le uova.<\/p>\n<p>Ma quando, esattamente, \u00e8 incominciata l&#8217;agonia della famiglia; e quale ne \u00e8 stata la causa originaria?<\/p>\n<p>A nostro avviso, non vi sono dubbi: il colpevole esiste e ha un nome, un cognome e una data: la rivoluzione industriale che ha investito la civilt\u00e0 occidentale, tra la fine del XVIII e quella del XX secolo, in tutta l&#8217;Europa e il Nord America; e che poi, negli ultimi decenni, ha dilagato nell&#8217;intero orbe terracqueo.<\/p>\n<p>E non \u00e8 stato solo il fatto che l&#8217;industrializzazione ha destrutturato la vecchia famiglia patriarcale, estesa, del mondo rurale, per sostituire ad essa la fragile e sradicata famiglia mononucleare inurbata, scaraventandola come una barchetta fra i marosi o, se si preferisce il paragone, abbandonandola come un bimbo inesperto in una foresta popolata di belve feroci. No; ma \u00e8 stato soprattutto perch\u00e9 l&#8217;industrializzazione ha eretto a norma di vita la produzione e il consumo indefiniti; l&#8217;etica capovolta del successo ad ogni costo; la schiacciante prevalenza dell&#8217;agire sul contemplare, del prendere sul dare, dell&#8217;avere sull&#8217;essere.<\/p>\n<p>Dall&#8217;avvento della societ\u00e0 industriale e, in seguito, post-industriale, l&#8217;intera umanit\u00e0 \u00e8 stata divisa drasticamente in due categorie, culturali ancor prima che sociologiche: i vincenti e i perdenti. Non \u00e8 un caso che i grandi scrittori della fine dell&#8217;Ottocento e dell&#8217;inizio del Novecento &#8211; Svevo, Pirandello, Musil, Kafka, Proust, Joyce e Thomas Mann &#8211; abbiano messo al centro della loro riflessione questa mutazione antropologica. Compare la figura dell&#8217;inetto, del perdente, dell&#8217;\u00abuomo senza qualit\u00e0\u00bb. Queste figure esistevano, forse, gi\u00e0 prima; ma \u00e8 in quegli anni che cominciano a crescere e a moltiplicarsi in progressione geometrica: fedele specchio di una societ\u00e0 che ha smarrito ogni valore di solidariet\u00e0, di armonia, di bellezza, di intimo benessere, per inseguire affannosamente, nevroticamente, i fasti di un &quot;successo&quot; e di un &quot;benessere&quot; che non portano la pace, l&#8217;appagamento, il riposo; ma che producono sempre pi\u00f9 competizione, sempre pi\u00f9 lotta, sempre pi\u00f9 violenza.<\/p>\n<p>Si obietter\u00e0 che &quot;perdente&quot; e &quot;vincente&quot; sono categorie antropologiche vecchie quanto il mondo. Ed \u00e8 vero: ma, prima della rivoluzione industriale, appartenervi o meno non era frutto esclusivamente del brutale dato economico; e, se anche lo era, non incideva necessariamente sul livello di autostima dei singoli individui. Appunto perch\u00e9 gli individui esistevano ancora.<\/p>\n<p>Oggi, nella societ\u00e0 di massa (frutto, essa pure, dell&#8217;industrialismo e del suo effetto pi\u00f9 immediato: l&#8217;inurbamento), si vale non solo per quello che si possiede invece che per quello che effettivamente si \u00e8, ma anche e soprattutto per quanto si appare. Se vai in televisione esisti, altrimenti sei nessuno. Se ti riconoscono per la strada e ti fermano per chiederti l&#8217;autografo, allora ci\u00f2 significa che hai avuto successo nella vita; altrimenti, vuol dire che la tua vita \u00e8 stata un fallimento. Tu stesso, per primo, <em>ti senti<\/em> un fallito. E giudicarsi dei falliti vuol gi\u00e0 dire anche esserlo; mentre non \u00e8 detto che lo si sia veramente, per il fatto di non potersi concedere i vestiti firmati e di non essere invitati alla televisione.<\/p>\n<p>Come diceva Pasolini, il proletario e il sottoproletario sono morti quando hanno cominciato a desiderare di essere come i borghesi. Non a <em>esserlo<\/em>: ma a <em>desiderare<\/em> di esserlo. Perch\u00e9 noi finiamo per diventare quello che pensiamo di essere.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 di vent&#8217;anni fa, in un contributo intitolato <em>Il compito educativo del padre e della madre<\/em>, che faceva parte di un volume a pi\u00f9 mani dal titolo <em>Vogliamo educare i nostri figli<\/em> (a cura di Norberto Galli; Milano, Vita e pensiero, 1985, pp. 48-50), il pedagogista Giuseppe Flores D&#8217;Arcais svolgeva in proposito alcune sensate, nitide riflessioni.<\/p>\n<p><em>&quot;Parlare di &#8216;compito&#8217; educativo, e non soltanto di obiettivi e di fini da realizzare, impone la considerazione simultanea di ci\u00f2 che deve essere attuato e dei modi o procedimenti con cui l&#8217;azione educativa trova, o pu\u00f2 trovare, il suo compimento. Non si tratta semplicemente di delineare, o individuare, i<\/em> doveri <em>cui genitori sono chiamati e per i quali si parla di una loro<\/em> responsabilit\u00e0<em>: occorre fare anche una considerazione circa le concrete possibilit\u00e0 della &#8216;situazione&#8217; in cui essi operano. Se questa duplice indagine sui doveri e sull&#8217;essere, sugli ideali e sulla realt\u00e0, sul futuro da attuare e sul presente, \u00e8 inerente a qualsiasi situazione educativa, tanto pi\u00f9 \u00e8 posta in luce quando si sottolinea il temine &#8216;compito&#8217;: si tratta infatti di portare a compimento un progetto, un programma, un impegno educativo.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Non possono essere prospettati un dovere, un fine, un obiettivo, se non sono veduti in<\/em> situazione. <em>Nel passato, la pedagogia troppe volte si \u00e8 presentata in forma esortativa, autoritaria, obbligante, dimenticando che, senza nulla togliere la fondatezza di un &#8216;tu devi&#8217;, \u00e8 pur sempre la effettiva<\/em> disponibilit\u00e0 <em>che permette l&#8217;attuazione delle mete proposte: le possibilit\u00e0 sono molteplici, di varia natura, complesse e interagenti.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quale \u00e8, dunque, la situazione di fatto in cui operano, oggi, il padre e la madre? Quali le effettive possibilit\u00e0 loro offerte, quali i mezzi di cui dispongono? La risposta non certo esaustiva, ma almeno sufficientemente chiarificatrice, a queste domande \u00e8 assai difficile, molto pi\u00f9 di quanto non siano gli enunciati circa il dover essere educativo cui i genitori sono impegnati.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Si parla, oggi, ripetutamente, di una<\/em> crisi <em>della famiglia. Quale significato e incidenza essa ha nell&#8217;azione educativa? La crisi, se per alcuni studiosi \u00e8 immanente, interna a qualsiasi processo di trasformazione storico-sociale, per altri si esplica chiaramente nel momento in cui una realt\u00e0 umana perde il contatto con i valori e vive secondo movimenti casuali, privi noj solo di ragioni ma anche di motivazioni.<\/em><\/p>\n<p><em>Oltre alle teorizzazioni sulla crisi generale, formulate in questi ultimi tempi \u00e8 necessario ricordare che, se la societ\u00e0 di &#8216;tipo agrario&#8217; si \u00e8 evoluta con ritmi lenti per secoli, sino alla fine del Settecento, quella industriale ha vissuto in meno di due secoli le sue trasformazioni. Oggi siamo entrati nella fase del post-industriale e s&#8217;intravedono le radicali modificazioni di una societ\u00e0 diversa per gli anni duemila. Di l\u00e0 da tutte le interpretazioni o teorizzazioni, alcuni &#8216;fati&#8217; assumono quindi un&#8217;importanza tutt&#8217;altro che irrilevante.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Pare provato che la societ\u00e0 industriale debba essere interpretata alla luce di alcuni parametri quali produzione, consumo, guadagno, successo, competenza tecnica o tecnologica, specializzazione o divisione del lavoro. \u00c8 pure un dato altrettanto accolto che la categoria dell&#8217;<\/em>avere <em>abbia nettamente prevalso su quella dell&#8217;essere (per riprendere una felice formulazione di G. Marcel).<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Di conseguenza, l&#8217;aspirazione al &#8216;risultato&#8217; \u00e8 diventata una guida per la condotta dei figli e un progetto di vita (e quindi di educazione) dei genitori. Basterebbe considerare l&#8217;estrema preoccupazione per l&#8217;esito della vita scolastica per averne conferma. Invero, per quanto lo<\/em> staus <em>e il<\/em> ruolo, <em>che ciascuno assume nella societ\u00e0, non possano essere trascurati, la societ\u00e0 industriale ha indubbiamente relegato al secondo posto quell&#8217;<\/em>umano<em>, che una corretta visione della vita dovrebbe invece privilegiare, in quanto fonda lo stesso valore della persona.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ne risulta la prevalenza del sociale esteriore sulla interiorit\u00e0 e identit\u00e0 singolare, del comportamento sulla intenzionalit\u00e0, del pubblico sul privato. La sociologia ha potuto cos\u00ec parlare di una disorganizzazione della famiglia, a causa della dissoluzione dell&#8217;armonia coniugale. Non sono mancate teorie sociologiche e filosofiche, che hanno convalidato &#8216;fatti&#8217; di questo tipo in nome del primato del &#8216;sociale&#8217; o del &#8216;collettivo&#8217;.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;La famiglia ridotta al &#8216;privato&#8217; non comunica pi\u00f9 con gli altri: il<\/em> tempo libero <em>viene occupato dai mezzi di comunicazione di massa o dai divertimenti di gruppo, impedendo od attenuando l&#8217;incontro tra le persone all&#8217;interno del medesimo nucleo familiare. Il &#8216;privilegiare&#8217; il successo, il proporre come obiettivo il risultato, ha disperso quel tanto di concentrazione, in virt\u00f9 del quale la famiglia \u00e8 una comunit\u00e0 di persone, che vivono assieme i loro reciproci rapporti per attuare quelle funzioni (sessuale, economica, riproduttiva, educativa) da cui conseguono anche i compiti affidati al padre o alla madre.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Quanto \u00e8 stato qui richiamato implica non accettare quelle tesi sociologiche ed economico-politiche in forza delle quali la famiglia, essendo una piccola societ\u00e0, risente la situazione della grande societ\u00e0. Non accettare siffatte interpretazioni deterministiche significa ignorare le difficolt\u00e0 in cui si trova la societ\u00e0 familiare di fronte agli interessi della societ\u00e0 industriale. Del resto, la famiglia nucleare e l&#8217;attenzione alla categoria dell&#8217;avere, con i connessi problemi del matrimonio )aborto e divorzio) sono,, oltre che un segno dei tempi, una realt\u00e0 che impone una serie d&#8217;interrogativi a cui la famiglia di oggi deve dare una risposta critica, rivedendo quegli stessi enunciati &#8216;naturali&#8217; secondo cui la famiglia risulta strutturata.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ritornano alcuni problemi essenziali. Come sar\u00e0 possibile attuare i compiti affidati alla madre e al padre? Attenderemo il rinnovamento della societ\u00e0 per ottenere la riorganizzazione della famiglia? Si dovr\u00e0 avviare prima la ricostruzione della singola persona, secondo l&#8217;itinerario del Rousseau (prima l&#8217;uomo e poi il suo essere sociale) e la regola rosminiana (prima si faccia l&#8217;uomo e poi lo si adoperi)?&quot;<\/em><\/p>\n<p>Domande difficili, cui non si saprebbe dare una risposta teorica; perch\u00e9, di fatto, ogni famiglia \u00e8 chiamata a elaborare le proprie strategie per attraversare questo drammatico momento storico, senza poter contare sull&#8217;aiuto di nessuno e senza poter contare su &#8216;valori&#8217; tradizionali che siano auto-evidenti alla sensibilit\u00e0 dei propri figli, e che facciano direttamente appello al loro senso di responsabilit\u00e0.<\/p>\n<p>Il problema \u00e8 che, appunto, moltissimi genitori hanno del tutto abdicato a svolgere il proprio ruolo educante (e la stessa cosa vale per moltissimi insegnanti; ma questo \u00e8 un altro discorso, e lo faremo un&#8217;altra volta). Infatti, per svolgere una consapevole funzione educante, bisogna, come minimo, possedere un progetto di vita; e, prima ancora, bisogna possedere la consapevolezza della vita come fine in vista di valori e non come pragmatismo casuale o edonistico. Se non si \u00e8 coscienti di vivere per qualche cosa di grande, che trascende la propria stessa vita, e di tendere verso la realizzazione di una missione che ci \u00e8 stata affidata; se non ci sente parte di una catena virtuosa che risale ai nostri lontani progenitori e che si prolunga idealmente verso i nostri lontani discendenti, una catena il cui scopo \u00e8 perpetuare, proteggere e accudire la vita, non si potr\u00e0 svolgere alcuna efficace azione educativa.<\/p>\n<p>E questo, oggi, manca soprattutto ai genitori; al di l\u00e0 del fatto che il costo della vita \u00e8 aumentato; che il lavoro si \u00e8 fatto precario; che mancano strutture cui affidare i figli piccoli, in sostituzione della vecchia famiglia estesa. Se poi si aggiungono, alla mancanza di un chiaro progetto di vita e di una consapevolezza della propria funzione educante, lo scarso esercizio allo spirito di sacrificio (naturalmente, parlando in generale e non per <em>tutte<\/em> le situazioni), nonch\u00e9 la disinvoltura con cui i genitori pensano di supplire, mediante oggetti materiali, alla propria lontananza fisica e affettiva nei confronti dei figli, si avr\u00e0 un quadro abbastanza completo, e assai allarmante, della situazione odierna.<\/p>\n<p>Che fare, dunque?<\/p>\n<p>Stare a guardare passivamente ed essere i testimoni impotenti e rassegnati della cronaca di un disastro familiare largamente annunciato?<\/p>\n<p>I giovani della generazione del 1968 avevano un loro progetto, nel momento in cui contestavano e rifiutavano la famiglia borghese. Essi aspiravano a rifondare la famiglia allargata, non mediante un (impossibile) ritorno alla societ\u00e0 patriarcale, bens\u00ec mediante delle &quot;comuni&quot; basate sulla libera associazione di soggetti, che costituissero per i bambini una pluralit\u00e0 di punti di riferimento parentali, in luogo delle figure univoche e monocratiche del padre e della madre, e che ricreassero il clima e l&#8217;affettivit\u00e0 dell&#8217;antica famiglia estesa.<\/p>\n<p>Tale progetto \u00e8 completamente fallito; e non \u00e8 questa la sede per stabilire se il suo fallimento fosse inevitabile o meno; se fosse, cio\u00e8, insito nella natura stessa del tentativo. Riflettere su ci\u00f2 richiederebbe un discorso a parte; e ci riserviamo di farlo in un&#8217;altra occasione. Qui ci limitiamo ad osservare che, nella generazione &#8216;ribelle&#8217; degli anni Sessanta e Settanta (preannunciata, negli anni Cinquanta &#8211; ma solo negli Stati Uniti e non in Europa &#8211; dalla generazione della &quot;giovent\u00f9 bruciata&quot; alla James Dean e alla Marlon Brando), la nostalgia della famiglia estesa pre-industriale, che fosse accogliente come un grembo materno, era cos\u00ec forte e sentita, che se ne riconosce il motivo ispiratore perfino in quei gruppi che sono degenerati fino alla criminalit\u00e0 e al satanismo, come quello, tristemente famoso, di Charles Manson, autore dell&#8217;eccidio di Bel Air.<\/p>\n<p>Il fatto che quel progetto sia fallito non significa, tuttavia, che il declino della famiglia sia inarrestabile e inevitabile e che noi non possiamo fare assolutamente nulla per contrastarlo. Al contrario, \u00e8 evidente che, se noi riconosciamo nell&#8217;avvento della mentalit\u00e0 sfrenatamente produttivistica e agonistica, tipica della borghesia industriale, le radici del male che ha minato i valori su cui la famiglia si regge, qualsiasi tentativo di invertire l&#8217;attuale tendenza alla disgregazione dovr\u00e0 passare attraverso la contestazione radicale di quella mentalit\u00e0 e di quella prassi, ripristinando la preminenza dell&#8217;essere sull&#8217;avere.<\/p>\n<p>Perci\u00f2 vanno promosse, incoraggiate e sostenute tutte quelle politiche, tutte quelle azioni, tutte quelle filosofie che contestano radicalmente il mito distruttivo della crescita illimitata e quello, altrettanto distruttivo, della competizione senza quartiere, per sostituirvi un modello di societ\u00e0 fondato sulla persona umana; sui suoi bisogni reali e non su quelli fasulli, indotti dalla pubblicit\u00e0; nonch\u00e9 sulla compatibilit\u00e0 ambientale e sul rispetto della casa accogliente ove siamo stati chiamati alla vita.<\/p>\n<p>\u00c8 una strada aspra e difficile, e tutta in salita.<\/p>\n<p>Tuttavia, non possiamo continuare a piangerci addosso e a scusare la nostra inerzia con la solita, vecchia storia che \u00e8 impossibile lottare contro forze economiche e sociali cos\u00ec potenti, a partire dalle multinazionali, in confronto alle quali il singolo individuo sarebbe una entit\u00e0 assolutamente impotente e insignificante.<\/p>\n<p>Non \u00e8 vero.<\/p>\n<p>Abbiamo affermato, poco pi\u00f9 sopra, che l&#8217;essere umano finisce per diventare quello che ritiene di essere. Perci\u00f2, se si considera una nullit\u00e0 di fronte alle forze della storia, una nullit\u00e0 certamente finir\u00e0 per diventare. Ma se raddrizza bene la spina dorsale e si ricorda di essere una <em>persona<\/em>, e cio\u00e8 molto pi\u00f9 di un corpo o di una mera potenzialit\u00e0 economica, non sar\u00e0 un boccone cos\u00ec facile da masticare nemmeno per i meccanismi politici ed economici pi\u00f9 poderosi.<\/p>\n<p>Ricordiamoci, per fare un esempio, che il <em>mahatma<\/em> Gandhi, facendo appello alle coscienze individuali, ha messo alle corde &#8211; e senza macchiarsi la coscienza con i metodi dell&#8217;oppressore &#8211; l&#8217;impero coloniale pi\u00f9 potente della storia.<\/p>\n<p>Dunque, il singolo individuo non \u00e8 poi cos\u00ec inerme n\u00e9 cos\u00ec insignificante, se solo decide di rimanere se stesso e di non annullarsi nella folla, facendosi servo volontario.<\/p>\n<p>Infine, ricordiamoci che il mare \u00e8 pur sempre fatto di singole gocce; e che, come recita una canzone brasiliana,<\/p>\n<p><em>&quot;quando uno sogna da solo, \u00e8 solo un sogno,<\/em><\/p>\n<p><em>ma quando si sogna tutti insieme,<\/em><\/p>\n<p><em>\u00e8 la realt\u00e0 che incomincia.&quot;<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La famiglia si sta sfasciando sotto i nostri occhi. 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