{"id":24313,"date":"2007-09-02T11:29:00","date_gmt":"2007-09-02T11:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/02\/gli-enigmi-della-criptozoologia-il-serpente-gigantesco-del-fiume-bagradha\/"},"modified":"2007-09-02T11:29:00","modified_gmt":"2007-09-02T11:29:00","slug":"gli-enigmi-della-criptozoologia-il-serpente-gigantesco-del-fiume-bagradha","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/02\/gli-enigmi-della-criptozoologia-il-serpente-gigantesco-del-fiume-bagradha\/","title":{"rendered":"Gli enigmi della criptozoologia: il serpente gigantesco del fiume Bagradha"},"content":{"rendered":"<p><em>Al tempo della prima guerra punica, due secoli prima di Cristo, i Romani si trovano alle prese con un autentico mostro, presso le sponde el fiume Bagradha (nell&#8217;odierna Tunisia): un rettile immenso che il loro pur agguerrito esercito stenta a neutralizzare. Che cosa videro realmente quei rudi ma coraggiosi legionari al comando di Attilio Regolo; in che genere di creatura si erano imbattuti? \u00c8 uno dei grandi misteri della criptozoologia, la scienza degli animali &#8216;nascosti&#8217;: mistero reso ancora pi\u00f9 fitto dalla grande distanza di tempo che ci separa dai fatti e anche, elemento non trascurabile, dal nostro differente approccio di metodo scientifico nei confronti dei fenomeni della natura.<\/em><\/p>\n<p>Un ramo particolare della criptozoologia, la scienza degli animali nascosti (cio\u00e8 la cui esistenza, pur segnalata da osservatori non specialisti o deducibile dalla presenza di impronte e altre tracce, non \u00e8 stata pienamente riconosciuta dalla scienza &#8216;ufficiale&#8217;) \u00e8 quello relativo al mondo antico. Possediamo numerose testimonianze letterarie, alcune di autori che, all&#8217;epoca, godevano di una notevole fama in campo scientifico (ad esempio, Plinio il Vecchio, 23-79 d.C., autore della <em>Naturalis Historia<\/em> in 37 libri) che ci parlano con la massima seriet\u00e0 di animali apparentemente favolosi e non pi\u00f9 &#8216;ritrovati&#8217;. Quale grado di attendibilit\u00e0 dobbiamo accordare a tali testimonianze? Il fatto che la scienza moderna, cos\u00ec come si \u00e8 venuta configurando dopo Galilei, Cartesio e Newton, abbia imboccato strade diverse a abbia giudicato con severit\u00e0 interi rami della scienza antica, dall&#8217;alchimia all&#8217;astrologia, ci autorizza a non dare alcun credito a tali racconti? Oppure non sarebbe un atteggiamento pi\u00f9 saggio e pi\u00f9 equilibrato quello di vagliare caso per caso, le testimonianze relative agli animali &#8216;impossibili&#8217;, resi pi\u00f9 umili dal fatto che ancora nel 1938, nelle acque del Sud Africa, \u00e8 stato pescato, vivo, il celacanto, un pesce &#8216;fossile&#8217; che si credeva estinto da milioni di anni? E quello del celacanto \u00e8 solo un esempio: potremmo continuare con l&#8217;okapi della foresta centro-africana, il calamaro gigante delle profondit\u00e0 oceaniche, il pecari gigante del Gran Chaco, e cos\u00ec via. Bisogna essere cauti prima di credere a tutto, ma bisogna esserlo altrettanto prima di respingere tutto quello che <em>attualmente<\/em> ci sembra poco credibile. Negare a priori che esistano, o che siano esistite fino ad epoche storiche, delle specie animali credute estinte da moltissimo tempo, oppure mai &#8216;riconosciute&#8217; dalla scienza accademica, non corrisponde a un giusto atteggiamento scientifico. Compito dello scienziato, e a maggior ragione del naturalista, \u00e8 quello di vagliare attentamente tutti i fatti e tutti gli indizi, senza nulla credere ciecamente ma, anche, senza nulla scartare per una forma di pregiudizio, sempre animato da una sana e intelligente forma di <em>curiositas<\/em> nei confronti della natura. E non sarebbe male se egli ricordasse, dopotutto, la frase di Amleto nel primo atto dell&#8217;omonimo dramma di Shakespeare: &quot;Ci sono pi\u00f9 cose fra la terra e il cielo, Orazio, di quante ne possa sognare tutta la vostra filosofia&quot;. La natura \u00e8 molto pi\u00f9 grande e misteriosa di quanto comunemente si creda: in un certo senso si potrebbe dire che noi conosciamo, di essa, solamente la superficie, e questo alla lettera: nelle viscere della Terra, l&#8217;uomo non \u00e8 penetrato che per pochi chilometri, vale a dire che noi conosciamo, o crediamo di conoscere, solo la &#8216;buccia&#8217; esterna del nostro pianeta. Non c&#8217;\u00e8 bisogno di immaginare, come Jules Verne nel suo <em>Viaggio al centro della Terra,<\/em> che al disotto del mantello esistano immense cavit\u00e0 popolate da dinosauri e mostri marini; n\u00e9 &#8211; come i seguaci della teoria della &#8216;Terra cava&#8217;, che l&#8217;interno del nostro pianeta sia vuoto e che magari contenga un piccolo sole e un sistema planetario in miniatura. \u00c8 sufficiente ricordarci sempre che grande \u00e8 la nostra ignoranza e limitati gli ambiti della natura che abbiamo esplorato davvero in profondit\u00e0; e, di conseguenza, che siamo capaci di mantenere un atteggiamento di apertura nei confronti delle realt\u00e0 possibili, fatto di prudenza e ragionevolezza, ma anche di elasticit\u00e0 e fantasia (intesa, quest&#8217;ultima, non come immaginazione sbrigliata ma come capacit\u00e0 di andare oltre i sentieri gi\u00e0 battuti innumerevoli volte).<\/p>\n<p>Vogliamo dunque parlare della criptozoologia in epoca greco-romana e, precisamente, in et\u00e0 ellenistica; un&#8217;et\u00e0, sia detto fra parentesi, in cui il pensiero scientifico ha compiuto giganteschi progressi e realizzato scoperte di straordinaria precisione: ad esempio, la formulazione della teoria della rotondit\u00e0 della Terra e la misurazione del suo diametro, grazie ai calcoli di Eratostene di Cirene (275-195). Uno dei casi meglio documentati \u00e8 quello del &quot;serpente&quot; (mettiamolo tra virgolette) del fiume Bagradha, in quella che i Romani chiamavano (dopo le guerre puniche e la distruzione di Cartagine, nel 146 a.C.), <em>Africa Proconsularis<\/em>, cio\u00e8 l&#8217;odierrna Tunisia Confrontando i testi di Cesare, Livio e Plinio il Vecchio sappiamo che questo corso d&#8217;acqua va identificato con l&#8217;attuale Megerda o Medjerda, che sfocia nella baia di Cartagine. (1) L&#8217;episodio di cui ci occupiamo si colloca nel 256 o 255 a. C., quando, nella fase iniziale della Prima guerra punica, i consoli M. Attilio Regolo e L. Manlio Vulsone, sconfitta una flotta cartaginese al Capo Ecnomo, erano sbarcati in Africa con un esercito e avevano marciato audacemente contro la capitale nemica. Richiamato Vulsone in Sicilia per ordine del Senato, Regolo con 40 navi e 15:000 uomini aveva proseguito da solo le operazioni, battendo i Cartaginesi e inducendoli a chiedere la pace.(2) Questa non venne conclusa perch\u00e9 il comandante romano, imbaldanzito dai successi, volle porre condizioni eccessivamente dure: le vicende belliche subirono poi un capovolgimento e l&#8217;esercito romano and\u00f2 incontro a un tragico destino. Ma questo esula dal nostro orizzonte: noi faremo un passo indietro e torneremo all&#8217;inverno 256-55, quando i legionari, sbarcati a Clypea (o Clupea), a est di Cartagine, erano impegnati nelle operazioni d&#8217;assedio della capitale punica. Racconta dunque Valerio Massimo che &quot;in Africa, apud Bagrada flumen, tantae magnitudinis anguem fuisse tradunt, ut Atilii Reguli exercitum usu prohib\u00e8ret&quot;. Il passo completo \u00e8 tratto da un libro perduto di Tito Livio (3) e recita cos\u00ec: &quot;In Africa, sulle rive del fiume Bagrada, v&#8217;era un serpente d&#8217;una tale mole che impediva all&#8217;esercito di Attilio Regolo dei servirsi di quell&#8217;acqua; molti soldati erano stati presi dalle sue enormi fauci e in maggior numero strozzati dalle spire della sua coda. Le frecce che gli lanciavano non riuscivano a ferirlo. Alla fine con le balestre lo si fin\u00ec facendo piovere sul suo corpo da ogni parte gran quantit\u00e0 di pesanti pietre: A tutte le coorti e le legioni era apparso oggetto di terrore assai pi\u00f9 della stessa Cartagine e quando il suo sangue si mescol\u00f2 all&#8217;acqua del fiume e le esalazioni pestifere del suo cadavere infestarono tutta la regione, l&#8217;esercito fu costretto a spostare il campo. Aggiunge, inoltre, Tito Livio che la pelle del serpente, che misurava centoventi piedi, fu mandata a Roma.&quot; (4)<\/p>\n<p>Questo incontro fra gli esseri umani e una creatura animale mostruosa \u00e8 uno dei meglio documentati dell&#8217;antichit\u00e0, per cui ci soffermeremo un po&#8217; su di esso. Ne parlano, infatti, moltissimi autori latini. Aulo Gellio, l&#8217;autore delle celeberrime <em>Notti attiche<\/em>, da parte sua, nel riferirlo dice di averlo trovato nelle <em>Storie<\/em> di Quinto Elio Tuberone: &quot;Tuberone lasci\u00f2 scritto (&#8230;) che avendo il console Attilio Regolo, durante la prima guerra punica, posto i propri accampamenti sulle rive del fiume Bagrada, dovette ingaggiare un combattimento lungo e aspro contro un serpente di inusitata grandezza, il quale aveva la propria dimora in quei luoghi; dopo una lunga lotta di tutto l&#8217;esercito per mezzo di balestre e catapulte, avendolo ucciso, ne mad\u00f2 a Roma la pelle lunga 120 piedi.&quot;(5) Ora, poich\u00e9 noi sappiamo che un piede romano era una misura di lunghezza equivalente a circa 30 cm:, se ne ricava che la pelle del &quot;serpente&quot; ucciso dai legionari di Regolo doveva misurare 120&#215;30=3.600 cm., ossia 36 metri!<\/p>\n<p>Prima di domandarci a che razza di creatura dovesse appartenere una pelle di tali dimesioni, diamo la parola a quello, fra gli autori antichi, che si diffonde con la maggiore abbondanza di particolari su questo episodio, cio\u00e8 lo spagnolo Paolo Orosio (inizi del V sec. d..), amico e collaboratore di Sant&#8217;Agostino. Nelle sue <em>Storie contro i pgagani (Orosii historiarum adversus paganos libri septem)<\/em>, egli scrive: &quot;Il console Manlio lasci\u00f2 l&#8217;Africa con la flotta vittoriosa e fece ritorno a Roma con ventisettemila prigionieri e grandi prede. Regolo, al quale era stato conferito l&#8217;incarico di continuare la guerra, marci\u00f2 con l&#8217;esercito e pose il campo non lontano dal fiume Bagrada. Qui molti soldati, che erano scesi al fiume per rifornirsi d&#8217;acqua, furono divorati da un serpente di eccezionale grandezza: perci\u00f2 Regolo decise di andare con l&#8217;esercito a combattere la bestia. Ma a nulla servirono i giavellotti e ogni sorta di proiettili che gli scagliavano addosso, giacch\u00e8, come se avessero colpito una &quot;testuggine&quot; formata dagli scudi inclinati, i giavellotti scivolavano sulla mostruosa compagine delle squame, respinti in modo sorprendente dal corppo della bestia, che non riuscivano minimamente ad offendere. Perci\u00f2 Regolo, vedendo che un gran numero dei suoi soldati era dilaniato dai morsi del serpente o atterrato dai suoi attacchi furibondi o anche tramortito dall&#8217;alito pestilenziale, fece entrare in azione le balliste, le quali, colpendo con sassi grossi come macine la spina dorsale della bestia, spezzarono tutta l&#8217;articolazione del suo corpo. Questa infatti \u00e8 la natura del serpente, che mentre sembra privo di piedi, \u00e8 per\u00f2 provvisto di squame e di costole, che sono disposte uniformemente dalla sommit\u00e0 del collo fino in fondo al ventre e che, quando si muove, gli servono le prime quasi da unghie e le seconde da zampe. (&#8230;) Questa conformazione fa s\u00ec che in qualunque parte del corpo, dal ventre fino alla testa, il serpente sia colpito, rimane paralizzato e non \u00e8 pi\u00f9 capace di muoversi, giacch\u00e8, dovunque il colpo arrivi, esso gli spezza la spina dorsale, che imprime il movimento alle costole e a tutto il corpo. Perci\u00f2 anche questo serpente, che per tanto tempo nessun giavellotto aveva potuto scalfire, fu immobilizzato dal colpo di un sasso, di modo che i romani poterono attorniarlo e ucciderlo facilmente con le armi. La sua pelle &#8212; a quanto si dice, misurava centoventi piedi &#8212; fu portata a Roma e per qualche tempo suscit\u00f2 la meraviglia di tutti.&quot;(6)<\/p>\n<p>Prima di Orosio e prima di Aulo Gellio, ma un po&#8217; dopo Valerio Massimo (che dedica la sua opera all&#8217;imperatore Tiberio), il filosofo Lucio Anneo Seneca aveva anch&#8217;egli ricordato il mostro del fiume Bagrada. &quot;Quel feroce serpente dell&#8217;Africa &#8212; scrive &#8212; che le legioni romane temevano pi\u00f9 della stessa guerra, fu preso invano di mira con frecce e con frombole. Non l&#8217;avrebbe ferito neppure l&#8217;arco di Apollo. La durezza del suo corpo mostruoso non era scalfita n\u00e9 dal ferro n\u00e9 da qualunque proiettile scagliato da mano d&#8217;uomo. Alla fine fu schiacciato sotto pesanti macigni&quot;. (7)<\/p>\n<p>E&#8217; giunto il momento di chiederci che tipo di animale fosse il mostro del fiume Bagrada. La grande maggioranza degli studiosi moderni, sulle orme del Gassner, propendono a ritenere che si trattasse di un coccodrillo. Per esempio, Benedetto Riposati e Isa Morini scrivono in proposito che &quot;troppe sono le cose che non conosciamo, perch\u00e9 una sola vita basti ad apprenderle tutte <em>(nec scire fas est omnia)<\/em>; sempre rimane qualcosa da scoprire, che desta stupore e meraviglia. E ai Romani non poche occasioni di meraviglia offr\u00ec il mondo sconfinato, aperto alle loro conquiste. Cos\u00ec sa di stupore il loro primo incontro col coccodrillo in Africa, al tempo della prima guerra punica. Quelli che al comando del console Marco Attilio Regolo avevano preso parte alla spedizione contro i Cartaginesi, quando fecero ritorno in Roma, tra le tante cose che raccontarono ai piccoli figli intenti ed alle donne ansiose, dissero anche che in Africa, presso il fiume Bagrada, che sbocca in mare tra Cartagine e Utica, c&#8217;era un rettile di tale grandezza che aveva impedito all&#8217;esercito di Attilio Regolo di servirsi del fiume.&quot; (8) Ora, questa identificazione si potrebbe mettere in discussione da un duplice punto di vista: etimologico e naturalistico. Etimologico, perch\u00e9 Valerio Massimo e gli altri autori citati parlano di <em>anguis, -is,<\/em> che generalmente si traduce con &quot;serpente&quot; sulla scorta di autori classici come Cicerone ed Ovidio, ma che, ad esempio, indica pure (sia in Virgilio che in Ovidio) la costellazione del Dragone, dunque un animale ben diverso dal serpente; mentre in Vitruvio e Manilio indica pure la costellazione dell&#8217;Idra (9). Viceversa, per designare il coccodrillo i Romani adoperavano il termine, ben pi\u00f9 preciso, di <em>crocodilus, -i<\/em>: lo usano Cicerone, Seneca e Plinio il Vecchio; mentre Fedro e Marziale si servono della variante <em>corcodilus,-i;<\/em> e Quintiliano usa l&#8217;espressione <em>crocodilinae ambiguitates<\/em> per designare &quot;i sofismi del coccodrillo&quot;, ovvero un argomento palesemente capzioso. (10) A sua volta, <em>crocodilus<\/em> \u00e8 un grecismo e viene da <em>Krokodeilos,<\/em> a riprova del fatto che non solo i Romani, ma prima di loro anche i Greci conoscevano benissimo il coccodrillo e non si capisce, quindi, perch\u00e9 avrebbero dovuto chiamarlo &quot;serpente&quot;, quasi che non avessero il termine necessario a identificarlo.(11) Si potrebbero avanzare riserve, poi, anche da un punto di vista pi\u00f9 propriamente naturalistico, perch\u00e9 Orosio, come si \u00e8 visto, dice chiaramente che l&#8217;animale in questione si muoveva strisciando sul corpo privo di zampe e dunque era di certo pi\u00f9 simile a un serpente che a un rettile di tipo sauriano. In Africa vivono due specie di coccodrilli: il coccodrillo del Nilo <em>(Crocodylus niloticus)<\/em> e il coccodrillo catafratto <em>(Crocodylus cataphractus)<\/em> Il primo \u00e8 diffuso in quasi tutto il continente, dalle acque delle oasi del Sahara meridionale fino al lago Ngami, a nord del Kalahari, attraverso tutti i territori tropicali; \u00e8 lungo in media 380-550 cm e popola sia le acque profonde che quelle poco profonde, sia le correnti che le stagnanti. Il secondo vive nei fiumi dell&#8217;Africa occidentale e sudorientale, inoltrandosi alquanto nelle lagune delle foci; \u00e8 pi\u00f9 piccolo (da 190 a 380 cm.) e, a differenza dell&#8217;altro, attacca l&#8217;uomo solo eccezionalmente.(12) Se la creatura del Bagrada era un coccodrillo, certamente apparteneva alla specie nilotica, dunque era ben conosciuto gi\u00e0 dagli antichi Egizi e pare assai strano che i Romani lo chiamassero &quot;serpente&quot;. Ancora verso il 1960 \u00e8 stato scoperto un esemplare di coccodrillo, vivente, in una pozza dell&#8217;Ahaggar (13), ultimo superstite di un tempo non lontano in cui tutto il Sahara era verdeggiante di vegetazione e popolato d&#8217;innumerevoli specie animali, come testimoniano le numerose, bellissime raffigurazioni rupestri, sia ad affresco che graffite: (14) Non \u00e8 quindi una impossibilit\u00e0 dal punto di vista della zoogeografia o geografia degli animali, quantunque il Bagrada scorra molto a nord, a pochi km. dal Mediterraneo, dove gli inverni sono pi\u00f9 freschi e le escursioni stagionali abbastanza marcate; ma &#8212; scrivono Pasquini e Ghigi &#8212; &quot;durante la stagione asciutta o nelle localit\u00e0 pi\u00f9 nordiche della loro area di distribuzione, i coccodrilli si affondano nel fango e passano qualche tempo in ibernazione. Si raccontano diversi casi in cui uomini dormienti in capanne improvvisate sulla sponda dei laghi, che sono stati svegliati da movimenti del suolo sotto il loro giaciglio, si sono veduti sbucare un coccodrillo destatosi allora dal riposo.&quot;(15) Il problema non \u00e8 geografico, ma naturalistico. Oltre al fatto che \u00e8 ben difficile, per non dire impossibile, non notare gli arti del coccodrillo, tanto pi\u00f9 se di grandi dimensioni; oltre alla difficolt\u00e0 di scuoiarlo, visto che nemmeno le frecce e i giavellotti avevano potuto alcunch\u00e9 contro il suo dorso squamoso: \u00e8 possibile che un intero accampamento di legionari, forse un intero esercito siano stati tenuti lungamente in scacco da un unico esemplare di coccodrillo? E che, per averne ragione, il console in persona abbia fatto mettere in posizione e adoperato balliste e catapulte, come per colpire le mura di una citt\u00e0 assediata? Sarebbe un rendere scarsa giustizia a quei professionisti della guerra che erano i Romani, uomini che non si spaventavano facilmente neppure davanti agli elefanti da guerra lanciati a tutta carica contro di loro. Viene da pensare che gli studiosi moderni abbiano liquidato il mistero, cio\u00e8 la loro ignoranza, ricorrendo al solo animale oggi noto che, abitando in quelle regioni, <em>avrebbe potuto essere<\/em> il mostro del Bagrada: tipico modo di procedere di quello che il filosofo Thomas Kuhn chiama il &quot;paradigma scientifico&quot;. Piuttosto che revocare in dubbio le certezze acquisite, di solito gli studiosi preferiscono, di fronte a un problema, adottare la &quot;soluzione&quot; che permette di conservare inalterato l&#8217;intero paradigma. Cos&#8217;\u00e8, in questo caso specifico, l&#8217;elemento &quot;disturbante&quot;, quello che mette in crisi il paradigma scientifico? Ammettere che <em>nessuna specie di rettile a noi nota<\/em> soddisfa pienamente i requisiti del racconto tramandatoci da parecchi autori classici, tra i quali un filosofo come Seneca e uno scienziato come Plinio il Vecchio: gente, insomma, non usa a prestar fede a qualunque chiacchiera.<\/p>\n<p>Eppure, a ben guardare, dov&#8217;\u00e8 lo scandalo? Le specie vegetali oggi individuate e classificate sono circa 320.000; quelle animali superano il milione: ma \u00e8 noto che ve n&#8217;\u00e8 un numero enorme ancora da &quot;scoprire&quot;, sia delle prime che delle seconde. E continuamente ne vengono scoperte di nuove. Il pubblico, in genere, pensa che si tratti per forza di specie viventi molto piccole; invece non \u00e8 cos\u00ec. Per citare solo alcuni casi, ricordiamo che l&#8217;okapi, una giraffa altrimenti sconosciuta, fu visto la prima volta solo nel 1888 e catturato nel 1907; che il pauroso varano di Komodo, lungo anche 3 metri, &quot;l&#8217;animale che per forma, dimensioni e caratteristiche di predatore assomiglia di pi\u00f9 ai draghi delle nostre fiabe&quot; (16), venne scoperto solo nel 1912; e che il celacanto, un pesce <em>che si credeva estinto da 60 milioni di anni<\/em>, venne pescato, vivo, nelle acque del Sud Africa, nel 1938, e poi ancora parecchie altre volte, sino ad oggi (17); e si potrebbe continuare. E che dire di un intero gruppo umano, i Tasaday dell&#8217;isola di Mindanao, nelle Filippine, che furono letteralmente scoperti solo nel 1975, e che conducevano una vita analoga a quella dell&#8217;uomo delle caverne? (18) Tutto questo dimostra che un rettile sconosciuto e di notevolissime dimensioni, <em>pu\u00f2<\/em> (si badi, pu\u00f2) essere sopravvissuto alle antichissime \u00e9re geologiche presso un fiume dell&#8217;Africa settentrionale e aver gettato lo scompiglio nell&#8217;esercito romano di Attilio Regolo. Animali enormi come il <em>Megatherium<\/em> del Sud America o il <em>Moa<\/em> gigante della Nuova Zelanda erano ancora largamente diffusi quando comparve l&#8217;uomo e, anzi, pare ormai certo che proprio quest&#8217;ultimo sia stato la causa della loro rapida estinzione. Il cervo di padre David, in Cina, fu creduto estinto fino al 1865, quando venne riscoperto dal missionario francese di cui porta il nome; mentre il cavallo di Przevalskij, ossia il cavallo selvatico della Mongolia, fu scoperto solo nel 1881 ma oggi, purtroppo, \u00e8 ritenuto estinto. In anni recenti una spedizione scientifica giapponese si \u00e8 recata nell&#8217;Isola del Sud della Nuova Zelanda con la speranza di riscoprire il <em>Moa<\/em> gigante, e una spedizione americana si \u00e8 inoltrata nelle paludi dell&#8217;Africa centrale alla ricerca del favoloso <em>Mokele-Mbembe<\/em>, un autentico dinosauro di cui sono giunte segnalazioni, ad intermittenza, dai primi del 1900 sino ad oggi. (18) Non \u00e8 questa la sede per aprire un discorso sulla criptozoologia, la scienza che si occupa degli animali &quot;misteriosi&quot; che dovrebbero essere estinti (come il celacanto!) e invece sono, forse, vivi e vegeti, in attesa di essere riscoperti, e di quelli che n\u00e9 la zoologia attuale, n\u00e9 la paleontologia, conoscono, almeo ufficialmente, ma che hanno la discutibile abitudine di lasciare tracce, qua e l\u00e0, della loro esistenza. Tanto per citare un modesto episodio, potremmo ricordare che nel 1934, in varie localit\u00e0 delle Alpi svizzere ed austriache, venne segnalato uno stranissimo animale, il <em>Tatzelwurm<\/em>, sorta di &quot;verme con le zampe&quot;; mentre nell&#8217;estate del 1963, ai piedi dell&#8217;Altopiano del Cansiglio, presso Sarone, testimoni oculari videro &#8212; e ne parl\u00f2 diffusamente anche la stampa &#8212; un enorme serpente, lungo quattro metri, che aveva la sua tana fra le rocce e che si faceva precedere da un rettile di dimensioni &quot;normali&quot;. (19) Secondo la scienza &quot;ufficiale&quot;, un serpente di tali dimensioni, nella regione pedemontana posta al confine tra Veneto e Friuli, non <em>dovrebbe<\/em> assolutamente poter esistere: solo nei paesi tropicali vivono serpenti del genere. Eppure \u00e8 stato visto da numerose persone, una delle quali ha perfino cercato di colpirlo con un bastone, prima di darsi alla fuga. E allora? Vogliamo dare torto ai <em>fatti<\/em>, per amore delle <em>teorie<\/em>? La criptozoologia \u00e8 una scienza &quot;seria&quot;, poich\u00e9 vi si dedicano scienziati universalmente stimati come Bernard Heuvelmans (20); tuttavia ci fermiamo qui, per non allontanarci troppo dal nostro argomento. Ci basta avere insinuato il dubbio che, forse, molte cose restano ancora da scoprire, molte altre da capire nelle scienze della natura, e senza bisogno di proiettarci verso gli spazi cosmici: la piccola, vecchia Terra \u00e8 ancora abbastanza grande e abbastanza giovane da poterci riservare non poche sorprese, a dispetto del nostro bisogno di elaborare un sapere sistematico e onnicomprensivo, che tutto crede di aver spiegato e non ammette deroghe al proprio paradigma.<\/p>\n<p>Per quanto riguarda il mostro del Bagrada, ci limiteremo a fare due ultime, veloci osservazioni. La prima \u00e8 che nella leggenda medioevale di San Giorgio e il drago, ambientata, forse per pura coincidenza, nell&#8217;Africa settentrionale, sembra sopravvivere un&#8217;eco dei racconti paurosi di Tito Livio, di Aulo Gellio e di tutti gli autori latini sopra menzionati. Scrive infatti Jacopo da Varagine (1228-98), il celebre domenicano autore della <em>Leggenda Aurea<\/em>: &quot;San Giorgio, originario della Cappadocia e tribuno nell&#8217;armata romana, giunse una volta alla citt\u00e0 di Silene [storpiatura di Cirene? ], in Libia. Vicino a questa citt\u00e0 vi era uno stagno grande come il mare in cui si nascondeva un orribile drago che pi\u00f9 volte aveva messo in fuga il popolo intero armato contro di lui; quando poi si avvicinava alle mura della citt\u00e0, uccideva col fiato tutti quelli in cui si imbatteva&#8230;&quot; (21) A noi basta far notare che non solo l&#8217;ambientazione geografica, ma molti particolari del racconto sembrano ricalcare in maniera consapevole la tradizione del mostro del Bagrada, tanto che questo pare un&#8217;eco &#8212; per dirla con termine tecnico: un <em>topos<\/em> formulare &#8212; di quella.<\/p>\n<p>La seconda e ultima osservazione che vogliamo fare \u00e8 che esiste, sempre in ambito mediterraneo, una seconda tradizione che pare ricollegarsi, magari in forma sotterranea, col mostro del Bagrada, e cio\u00e8 quella raccolta dallo scrittore Daniello Bartoli (1608-85), gesuita c\u00f2lto e celebratissimo (Leopardi lo giudicher\u00e0 uno dei pi\u00f9 grandi prosatori della letteratura italiana di ogni tempo) nella sua opera <em>L&#8217;uomo al punto.<\/em>&quot;Assai delle volte &#8212; egli scrive &#8212; avrete udito mentovare il famoso dragone apparito nelle campagne di Rodi mentre quell&#8217;isola si teneva da&#8217; cavalieri ora di Malta, e la spaventosa bestia ch&#8217;egli era. D&#8217;un informe corpaccio, grande quanto un mediocre cavallo; l&#8217;orribil capo tutto cosa di drago; bocca grande e squarciata, denti acutissimi, occhi focosi e sanguigni, due grandi orecchie spenzolate, e un fiato di mortalissimo veleno. Del corpo, il dosso bigio; e ne spuntavan due ali carnose e unghiute, che dibatteva e svolazzava per ispavento, non perch\u00e9 punto il levasser da terra. Tutto era macchiato di rotelle, verdi, nere, sanguigne, fosche.: segni e fior di veleno. Armato poi d&#8217;un cuoio a modo di corazza, impenetrabile ad ogni arme, perocch\u00e8 tutto era un commesso di piastrelli e di scaglie di durissima tempera; fuor solamente il gran ventre, livido e gialliccio. Andava su quattro piedi [ <em>questo s\u00ec, dunque, poteva essere un coccodrillo, o comunque un animale di tipo sauriano<\/em> ], e le due branche aveva armate di terribili unghie. Dietro si traeva una lunghissima coda, che non gli era punto oziosa, o inutile al danneggiare; ch\u00e9 d&#8217;essa, come d&#8217;una serpe, valevasi ad avvinghiare e stringere con pi\u00f9 giri e volute.; oltre alle forti percosse, con che atterrava chi d&#8217;alcuna incogliesse. Solitudine e desolazione era tutto il paese a grande spazio intorno al colle di Santo Stefano, alle cui falde egli abitava dentro una palude, ivi medesimo ove era nato, d&#8217;un marciume d&#8217;acqua scolatavi e imputridita: e in mostrarsi col\u00e0 intorno uomo o animale, il dragone assassino gli era sopra a sbranarlo, e pascersi delle sue carni&#8230;&quot; (22) Ancora una volta il rettile feroce e apparentemente invincibile, simile al Leviatano dell&#8217;Antico Testamento (23); ancora una volta il fiato pestilenziale; ancora una volta l&#8217;ambiente acquatico, in questo caso una palude.<\/p>\n<p>Coincidenze anche queste? Pu\u00f2 darsi: non lo sappiamo; intanto ne prendiamo nota. Pu\u00f2 essere che, collegando una serie di coincidenze, la criptozoologia riesca a restituirci un quadro pi\u00f9 completo di fatti che, segnalati a suo tempo da osservatori che non erano certamente dei biologi e nemmeno degli scienziati, parvero semplicemente delle curiosit\u00e0 e delle stranezze della natura, mentre erano &#8211; in effetti &#8211; qualche cosa di pi\u00f9. Una cosa, certamente, dobbiamo evitare: fare il torto agli antichi di considerarli, <em>tutti,<\/em> dei testimoni creduloni e poco attendibili, solo perch\u00e9 , nel campo della filosofia naturale (cos\u00ec allora, e per secoli, fu chiamata la scienza della natura, anche nelle universit\u00e0 del Medioevo e del Rinascimento) preferivano chiedersi &#8211; sulla scia di Aristotele &#8211; <em>a che scopo, verso quale fine avviene un fenomeno<\/em>, invece di limitarsi &#8211; come fa la scienza moderna &#8211; a domandarsi come e in quali circostanze. La loro idea del mondo naturale era finalistica, ma anche saggiamente olistica: non ammettevano quel riduzionismo che a noi, figli della dicotomia cartesiana di <em>res cogitans<\/em> e <em>res extensa,<\/em> appare del tutto ovvio. Perci\u00f2, andiamoci piano prima di liquidarli come osservatori ingenui e poco degni di fede dei misteri della natura. Se hanno visto delle cose che a noi sembrano inverosimili (come i prodigi celesti riferiti dallo scrittore latino Giulio Ossequiente), prima di scartarli a priori proviamo a domandarci se essi non abbiano tentato di descrivere, con un linguaggio forzatamente inadeguato, dei fatti reali che non sapevano spiegare e per i quali non possedevano nemmeno il vocabolario adatto. Insomma, andiamoci piano prima di buttar via il bambino insieme all&#8217;acqua sporca. Abbiamo poco da perdere e moltissimo da guadagnare se proviamo a far tesoro di quelle antiche testimonianze che, forse (almeno in un certo numero di casi) contengono forse un nucleo di verit\u00e0 meno stravagante di quel che potrebbe apparire a uno sguardo distratto e superficiale e, magari, potrebbero aiutarci a comprendere meglio anche fenomeni attuali che ancora non siamo in grado di collocare all&#8217;interno del nostro orizzonte scientifico.<\/p>\n<p><strong>NOTE<\/strong><\/p>\n<p>1) Ricordato da CESARE in <em>Bell. Civ.<\/em>, II, 24, 26, 38,39; e da altri, fra cui Tito Livio e Plinio il<\/p>\n<p>Vecchio.Una buona rappresentazione cartografica dell&#8217;Africa cartaginese si pu\u00f2 consultare in<\/p>\n<p>A. F. GIACHETTI, <em>Antologia Sallustiana<\/em> , Firenze, Sansoni, 1941, <em>intra<\/em> pp. 176-77.<\/p>\n<p>2) Cfr. ANTONIO BRANCATI-GIROLAMO OLIVATI, <em>Il Mondo Antico<\/em>, vol. II, <em>Roma<\/em>, Firenze,<\/p>\n<p>La Nuova Italia Editrice, 1957, p. 153.<\/p>\n<p>3)  Livio doveva parlarne nel libro XIX (che \u00e8 tra quelli perduti), ma non risulta dall&#8217;<em>Epitome.<\/em><\/p>\n<p>4)  VALERIO MASSIMO, <em>Factorum et dictorum memorabilium libri IX<\/em>, I, 8, 19. Trad. di LUIGI RUSCA, , 2 voll., Milano, Rizzoli, 1972.<\/p>\n<p>5)  AULO GELLIO, <em>Noctes Atticae<\/em>, VII, 3. Trad. di L. RUSCA, 2 voll., Milano, Rizzoli, 1968. Il passo di Tuberone sta in Fragm. 8, Peter.<\/p>\n<p>6)  PAOLO OROSIO, <em>Historiarum Adversus Paganos<\/em>, IV, (. Trad. di ALDO BARTALUCCI, in ADOLF LIPPOLD, 2 voll:, Fondazione Lorenzo Valla &amp; A:rnoldo Mondadori ed:, 1976.<\/p>\n<p>7)  LUCIO ANNEO SENECA, <em>Ad Lucilium Epistularum Moralium Libri XX,<\/em> X, 82. Trad. di Giuseppe Monti, Milano, Rizzoli, 1966.<\/p>\n<p>8)  BENEDETTO RIPOSATI-ISA MORINI, <em>Voces in Aevum<\/em>, Roma, Oreste Bajres ed., 1959, pp. 17-18.<\/p>\n<p>9)  Vedi ENRICO E RAFFAELLO BIANCHI-ONORIO LELLI, <em>Dizionario Illustrato della Lingua Latina<\/em>, Firenze, Le Monnier, 1981; e LUIGI CASTIGLIONI-SCEVOLA MARIOTTI, <em>Vocabolario della Lingua Latina,<\/em> Torino, Loescher, 1996. Cfr. anche CICERONE, <em>De Natura Deorum,<\/em> II, 110.<\/p>\n<p>10) Cfr. M. FABIO QUINTILIANO, <em>Institutio oratoria<\/em>, I, 10, 5.<\/p>\n<p>11) Per la precisione, i Greci adoperavano la stessa parola per indicare la lucertola e la &quot;lucertola dei fiumi&quot;, ossia il coccodrillo: distinguevano il diverso significato, ovviamento, dal contesto della frase. La parola, propriamente, \u00e8 di origine ionica e si trova, ad es., in Erodoto. Cfr. H.G.LIDDEL-R.SCOTT, <em>Dizionario Illustrato Greco-Italiano<\/em>, Firenze, Le Monnier, 1975.<\/p>\n<p>12) Fr. HANS-WILHELM SMOLIK, <em>Enciclopedia illustrata degli animali<\/em>, Milano, Feltrinelli, 1982, p. 858.<\/p>\n<p>13) Vedi ATTILIO GAUDIO, <em>La via del Sahara<\/em> (parte prima), in <em>L&#8217;Universo<\/em>, Firenze, Rivista dell&#8217;Istituto Geografico Militare, 1968, nr. 1, pp. 37-38.<\/p>\n<p>14) Tra i numerosi libri sull&#8217;argomento, vedi PIETRO LAUREANO, <em>Sahara, giardino sconosciuto<\/em>, Firenze, Giunti, 1988.<\/p>\n<p>15) PASQUALE PASQUINI-ALESSANDRO GHIGI, <em>La vita degli animali<\/em>, 4 voll., Torino, U.T.E.T., 1978, III, p. 830.<\/p>\n<p>16) H.-W. SMOLIK, <em>Op. cit.,<\/em> p. 883<\/p>\n<p>17) Vedi KEITH S. THOMSON, <em>La storia del celacanto, il fossile vivente<\/em>, tr. it. Milano, Bompiani, 1993.<\/p>\n<p>18) Vedi MICHAEL BRIGHT, <em>Mokele-mbembe, dinosauro sopravvissuto cercasi<\/em>, in <em>Airone<\/em>, Giorgio Mondadori, maggio 1985 (nr. 49), pp. 122-27.<\/p>\n<p>19) Riportato in PETER KOLOSIMO, <em>Il pianeta sconosciuto<\/em>, Milano, Sugar, 1970, pp. 215-16. Sarone \u00e8 una frazione di Sacile, in provincia di Pordenone (ma all&#8217;epoca in provincia di Udine). Del fatto si occup\u00f2 il quotidiano <em>Il Giorno<\/em>, che pubblic\u00f2 una testimonianza del signor Antonio Toffoli, gestore di un bar di Sarone.<\/p>\n<p>20) Vedi l&#8217;ottima monografia di JEAN-JACQUES BARLOY, <em>Gli animali misteriosi: invenzione o realt\u00e0?<\/em>, tr. it. Roma, Lucarini, 1987, che contiene anche una ricca bibliografia. Sul pi\u00f9 famoso degli animali misteriosi esiste un valido studio italiano: CARLO GRAFFIGNA, <em>Yeti, un mito intramontabile<\/em>, Torino, Centro Documentazione Alpina, 1999 (riedizione da Feltrinelli, Milano, 1962). Un altro autore italiano si \u00e8 occupato del &quot;parente&quot; nordamericano dello Yeti: RENZO CANTAGALLI, <em>Sasquatch, enigma antropologico<\/em>, Milano, Sugar, 1975.<\/p>\n<p>21) JACOPO DA VARAGINE, <em>Leggenda Aurea<\/em>, Libreria Editrice Fiorentina, 1952, pp. 265 sgg. (traduzione dal latino di Cecilia Lisi).<\/p>\n<p>22) DANIELLO BARTOLI, <em>L&#8217;uomo al punto<\/em>, in PLINIO CARLI-AUGUSTO SAINATI, <em>Scrittori italiani<\/em>, vol. II, Firenze, Le Monnier, 1941, pp. 828-32. Su questo episodio Ezio Raimondi (a cura di), <em>Scritti di Daniello Bartoli<\/em>, Torino, Einaudi, 1977, pp. 173-75, riporta che secondo Michele Ziino (<em>Marzocco<\/em>, 11 maggio 1930) la fonte del Bartoli sul dragone di Rodi fu la <em>Istoria della sacra religione e illustrissima milizia di S. Giovanni Gerosolimitano<\/em> di Giacomo Bosio.<\/p>\n<p>23) Vedi il <em>Libro di Giobbe,<\/em> III, 8 e XL, 25. Secondo la <em>Bibbia di Gerusalemme,<\/em> ed. princeps 1971,<\/p>\n<p>il Leviathan \u00e8 &quot;un mostro del Caos primitivo&quot;, ma anche, in <em>Giobbe<\/em>, il coccodrillo, e pertanto il<\/p>\n<p>simbolo dell&#8217;Egitto, non in senso geografico (perch\u00e9 il Nilo \u00e8 popolato dai coccodrilli), bens\u00ec in<\/p>\n<p>senso allegorico e morale, come immagine della vittoria di Jahv\u00e8 sul popolo che teneva gli Ebrei<\/p>\n<p>in schiavit\u00f9. A sua volta, la similitudine \u00e8 tratta dal <em>Libro di Ezechiele<\/em>, XXIX, 3 e XXXII, 2, ne<\/p>\n<p>quale il Faraone \u00e8 chiamato, con disprezzo, &quot;grande coccodrillo&quot;.<\/p>\n<p>Francesco Lamendola<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Al tempo della prima guerra punica, due secoli prima di Cristo, i Romani si trovano alle prese con un autentico mostro, presso le sponde el fiume<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30135,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[52],"tags":[92],"class_list":["post-24313","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-zoologia","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-zoologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24313","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24313"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24313\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30135"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24313"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24313"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24313"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}