{"id":24283,"date":"2016-02-18T10:17:00","date_gmt":"2016-02-18T10:17:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/02\/18\/la-coscienza-infelice-di-hegeliana-memoria-non-potrebbe-essere-segno-di-benedizione\/"},"modified":"2016-02-18T10:17:00","modified_gmt":"2016-02-18T10:17:00","slug":"la-coscienza-infelice-di-hegeliana-memoria-non-potrebbe-essere-segno-di-benedizione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2016\/02\/18\/la-coscienza-infelice-di-hegeliana-memoria-non-potrebbe-essere-segno-di-benedizione\/","title":{"rendered":"La coscienza infelice di hegeliana memoria non potrebbe essere segno di benedizione?"},"content":{"rendered":"<p>Se la &quot;&quot;figura&quot; della coscienza infelice sia , o non sia, l&#8217;elemento centrale della filosofia di Hegel, la chiave di volta di tutto il suo sistema idealistico, \u00e8 cosa che riguarda gli specialisti del pensiero dell&#8217;autore della \u00abFenomenologia dello spirito\u00bb; quel che \u00e8 certo \u00e8 che tale nozione, attraverso Feuerbach e la &quot;sinistra hegeliana&quot;, ha fatto breccia nel quadro complessivo della cultura europea e occidentale e ne costituisce, ormai, un fattore definitivamente accettato e organicamente inserito da quasi tutti gli intellettuali moderni nella loro mappa concettuale.<\/p>\n<p>Prima di domandarci se ci\u00f2 sia giusto o sbagliato, vediamo brevissimamente di che cosa si tratta. Secondo Hegel, la coscienza si sdoppia in una coscienza mutevole e in una immutabile: la prima appartiene all&#8217;uomo, la seconda viene proiettata verso un essere trascendente, Dio. Le cose di quaggi\u00f9 appaiono all&#8217;uomo come mutevoli, fugaci, inessenziali; egli pertanto rivolge tutta la sua speranza verso l&#8217;al di l\u00e0, che vede come il regno di ci\u00f2 che \u00e8 assoluto ed eterno. Ma l&#8217;al di l\u00e0, per definizione, \u00e8 irraggiungibile; l&#8217;uomo si protende verso di esso, ma non pu\u00f2 mai raggiungerlo. La coscienza \u00e8 quindi infelice, perch\u00e9 non riesce ad attingere il trascendente, l&#8217;immutabile, pur aspirandovi ardentemente: essa \u00e8 scissa, lacerata in se stessa, impossibilitata a trovare una qualche forma di mediazione fra l&#8217;al di qua e l&#8217;al di l\u00e0, fra la dimensione di ci\u00f2 che \u00e8 caduco e quella di ci\u00f2 che \u00e8 eterno. Si tratta di un vicolo cieco, di un punto morto; di fatto, non esiste alcuna possibilit\u00e0 di giungere a una soluzione, a una sintesi fra le due istanze: all&#8217;uomo non resta che rifugiarsi nella &quot;devozione&quot;, la quale, per\u00f2, in pratica, corrisponde ad una forma di estraniamento e di alienazione dell&#8217;uomo da se stesso, dal dato del &quot;qui&quot; ed &quot;ora&quot;. Dio, la meta dell&#8217;aspirazione al trascendente, \u00e8 una presenza perennemente elusiva, inafferrabile: quel che l&#8217;uomo riesce a raggiungere \u00e8, nel migliore dei casi, un &quot;sepolcro&quot;: espressione con la quale, senza dubbio, Hegel ha voluto riferirsi alla Crociate, dirette alla &quot;riconquista&quot; e alla &quot;liberazione&quot; del Santo Sepolcro di Ges\u00f9 Cristo, a Gerusalemme (dimostrando, per\u00f2, a nostro avviso, di aver compreso poco o nulla dell&#8217;autentico sentimento religioso medievale, Crociate comprese).<\/p>\n<p>Come abbiamo accennato, la &quot;figura&quot; della coscienza infelice ha avuto un successo strepitoso e definitivo, entrando a pieno titolo nell&#8217;immaginario collettivo dell&#8217;<em>intellighenzia<\/em> occidentale: secondo il &quot;titolo&quot; che la cultura dominante attribuisce a se stessa, beninteso, e non secondo una valutazione oggettiva e filosoficamente argomentata. In pratica, a partire da Hegel, e soprattutto da Feuerbach e da Marx, suoi legittimi successori, si \u00e8 dato come definitivamente acquisito il concetto che il cristianesimo ha introdotto il tumore della <em>coscienza infelice<\/em> &#8212; perch\u00e9 come un cancro essa viene presentata, su questo c&#8217;\u00e8 poco da discutere &#8212; e che esso stesso, evidentemente, \u00e8 il veicolo di un pensiero schizofrenico, malato, lacerato in se stesso, altamente dannoso per l&#8217;equilibrio interiore degli uomini e per la loro capacit\u00e0 di porsi in una relazione equilibrata e costruttiva con il mondo esterno, con la realt\u00e0 sociale, con i loro simili, oltre che con la loro stessa coscienza. Cose, queste, che sarebbe stato necessario cercar di dimostrare, o almeno discutere, invece di &quot;porle&quot; come perfettamente chiare ed auto-evidenti; mentre non sono n\u00e9 chiare, n\u00e9 auto-evidenti.<\/p>\n<p>Al concetto hegeliano della coscienza infelice, infatti, si possono porre almeno due ordini di obiezioni: storico e psicologico. Storico: come mai la coscienza infelice fa la sua comparsa alle soglie della modernit\u00e0, ma non sembra affatto caratterizzare la condizione dell&#8217;uomo medievale (semmai, dell&#8217;uomo tardo-antico; ossia dell&#8217;uomo della civilt\u00e0 anteriore a quella cristiana)? Psicologico: siamo proprio sicuri che la tensione dialettica fra la dimensione mutevole e quella immutabile rappresenti, di per s\u00e9, un male, o, in ogni caso, che conduca ad uno stato di infelicit\u00e0 esistenziale? E se le cose stessero in maniera del tutto diversa?<\/p>\n<p>L&#8217;obiezione storica nasce dal fatto che, anteriormente alla generazione di Francesco Petrarca (\u00abquel doppio uomo che \u00e8 in me\u00bb, dice, di se stesso, nella lettera in cui descrive l&#8217;ascensione al Monte Ventoso, il primo poeta della modernit\u00e0), non appare che la coscienza infelice fosse un elemento caratterizzante della condizione spirituale dell&#8217;uomo europeo. Non vi \u00e8 traccia di coscienza infelice in Dante, n\u00e9 in Giotto, n\u00e9 in Tommaso d&#8217;Aquino, n\u00e9 in Francesco d&#8217;Assisi, n\u00e9 in Federico II di Svevia, eccetera. Ve ne sono tracce, semmai, in sant&#8217;Agostino: ma sant&#8217;Agostino appartiene alla cultura della tarda antichit\u00e0, quando il cristianesimo non si \u00e8 ancora del tutto stabilito e quando vigono circostanze storiche assolutamente eccezionali: il crollo del mondo antico, la caduta dell&#8217;Impero romano d&#8217;Occidente e le migrazioni dei popoli germanici, tutti eventi che ebbero l&#8217;impatto, per le generazioni che li vissero, di qualcosa di simile alla fine del mondo. Un altro esempio di coscienza infelice ce lo offrono anche, un secolo prima di Agostino, gli scritti di Arnobio, un apologista cristiano vissuto a cavallo fra III e IV secolo, del quale diremo fra poco.<\/p>\n<p>L&#8217;obiezione psicologica nasce dal fatto che la tensione verso la trascendenza, verso l&#8217;assoluto, produce infelicit\u00e0 se la si guarda dal punto di vista del finito, perch\u00e9 non riesce mai a raggiungere la meta del proprio desiderio, ma non la produce affatto se la si considera dal punto di vista dell&#8217;incontro fra l&#8217;uomo e Dio, nel quale il primo trova, e sia pure in maniera provvisoria e fuggevole, il supremo appagamento, anticipo e caparra della beatitudine ultraterrena. Tuttavia, per adottare un tale punto di vista, la premessa necessaria \u00e8, quanto meno, non escludere che un tale appagamento sia possibile; se, invece, come fanno Hegel, Feuerbach e Marx, si esclude a priori che esista una dimensione trascendente, distinta da quella immanente; e se si nega a priori che l&#8217;essere umano possieda, per cos\u00ec dire, una doppia cittadinanza, cio\u00e8 che egli sia cittadino provvisorio, o piuttosto viandante e pellegrino, della citt\u00e0 terrena, ma che sia anche cittadino, o aspirante cittadino, della citt\u00e0 celeste, la quale effettivamente esiste, e verso la quale la vita umana \u00e8 effettivamente diretta come al suo compimento naturale e necessario, allora \u00e8 chiaro che lo &quot;sdoppiamento&quot; in questione non pu\u00f2 che sboccare in una coscienza infelice. Se non che, ragionare in questo modo equivale a porre delle premesse tali, dalle quali non pu\u00f2 non scaturire la suddetta conclusione. Il che non \u00e8 fare seriamente della filosofia, ossia ricercare spassionatamente il vero, ma fare delle esercitazioni retoriche e dei giochi sofistici, perch\u00e9 si finisce per trovare, proprio come nei giochi di prestigio, esattamente quel che si voleva trovare: ma senza prendersi il disturbo, n\u00e9 esporsi al rischio, di confrontarsi con la possibilit\u00e0 di trovare qualcosa di diverso.<\/p>\n<p>Abbiamo detto che gi\u00e0 Arnobio esprime, nei suoi scritti, qualche cosa di molto simile alla hegeliana (e, a ben guardare, leopardiana) coscienza infelice. Molto si \u00e8 detto del cristianesimo di Arnobio, che, da alcuni, \u00e8 stato perfino, se non negato, messo seriamente sotto accusa, evidenziando il persistere, in lui, d&#8217;una concezione filosofica neoplatonica, gnostica e stoica, insomma d&#8217;una visione del reale ancora in gran parte pagana, o paganeggiante. Il punto \u00e8, a nostro avviso, che, nella visione antropologica (e cosmica) di Arnobio, trova espressione anche una crisi storica di enorme portata, quella che vede il travaglio e la fine del mondo antico e il lento, incerto e confuso formarsi di un mondo nuovo, che egli non fece in tempo a vedere, se non in minima parte. Inoltre, non si deve sottovalutare il fatto che solo nei pensatori pi\u00f9 grandi e nelle personalit\u00e0 eccezionali trova piena espressione la concezione cristiana della vita; nelle personalit\u00e0 meno dotate, come \u00e8 il caso di Arnobio, il cristianesimo non diventa il fattore unificante e armonizzante degli elementi psicologici, filosofici e spirituali, ma un qualcosa di non totalmente assimilato, n\u00e9 completamente armonizzato, come una veste che \u00e8 troppo bella ed elegante per consentire a chiunque di fare una degna figura, ma che, anzi, in quanti possiedono un portamento sgraziato, evidenzia i difetti preesistenti.<\/p>\n<p>Cos\u00ec, dunque, scriveva Anobio nel suo \u00abAdversus nationes\u00bb, II, 37, 43 (in: Luciano Perelli, \u00abAntologia della letteratura latina\u00bb, Paravia, Torino, 1973, pp. 630-31):<\/p>\n<p>\u00a0<\/p>\n<p><em>\u00abChe se (le anime) fossero, come si dice, nate da Dio, e se dal principio primo fosse generata la facolt\u00e0 dell&#8217;anima, a loro create dalla virt\u00f9 perfettissima, nulla mancherebbe alla perfezione, avrebbero tutte uno stesso intelletto e penserebbero allo stesso modo, abiterebbero sempre alla corte del loro re, e non accadrebbe che, lasciata la sede della loro beatitudine, in cui conoscevano e possedevano eccelse dottrine, stoltamente si dirigano verso questi luoghi terreni per vivere avvolte da corpi tenebrosi, fra il muco e il sangue, fra questi otri di sterco e questi sozzi vasi di orina. Ma bisognava che anche queste parti fossero abitate, e perci\u00f2 un dio onnipotente mand\u00f2 qua le anime come in una colonia. E in che cosa gli uomini giovano al mondo o per quale motivo sono necessari, perch\u00e9 non si debba credere che inutilmente vivono in questa sede e sono inquilini di un corpo terreno? Contribuiscono in qualche modo a completare e a integrare questa mole, e, se non fossero stati aggiunti, l&#8217;insieme dell&#8217;universo sarebbe imperfetto e monco? E che dunque, se non ci fossero gli uomini, il mondo cesser\u00e0 di funzionare,\u00a0 le stelle non compiranno il loro corso, non vi saranno le estati e gli inverni, il soffio dei venti tacer\u00e0, non cadranno in terra dalle nubi condensate e sospese le piogge destinate a mitigare l&#8217;aridit\u00e0? Al contrario, necessariamente tutte le cose proseguiranno per il loro corso e non si scosteranno dall&#8217;ordine iniziale ed abituale, anche se nel mondo non si udisse pi\u00f9 il nome di un uomo e l&#8217;orbe terrestre tacesse nel silenzio di un deserto privo di abitanti. Come dunque si pu\u00f2 superbamente proclamare che doveva essere aggiunto un abitante a queste terre, quando \u00e8 chiaro che da parte dell&#8217;uomo nulla ne viene alla perfezione del mondo, e che tutte le sue azioni sempre mirano al vantaggio privato e non si scostano dal limite della propria utilit\u00e0? [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Che cosa dite, o prole e progenie della propria divinit\u00e0? Dunque quelle anime sapienti uscite dai principi primi conoscono queste forme di turpitudini, di delitti e di malvagit\u00e0, e per esercitare, per sostenere, per praticare questi mali hanno ricevuto l&#8217;ordine di partire e di venire ad abitare queste regioni e di rivestirsi dell&#8217;involucro del corpo umano?\u00a0 E vi \u00e8 qualche mortale che abbia in testa un po&#8217; di ragione, il quale ritenga il mondo ordinato per queste, e non piuttosto destinato come sede e domicilio dove esse ogni giorno compiano nefandezze, e perpetrino ogni sorta di malvagie azioni: insidie, frodi, inganni, cupidigie, rapine, violenze, delitti, impudenze, oscenit\u00e0, turpitudini, vergogne, e tutti gli altri mali, che in tutto il mondo gli uomini commettono con perfida mente, escogitando la rovina l&#8217;uno dell&#8217;altro?\u00bb<\/em><\/p>\n<p>L&#8217;uomo, dunque, per Arnobio, possiede un corpo tenebroso, che nasce e vive fra il muco e il sangue; che \u00e8 solo un otre di sterco e un sozzo vaso di orina. In questo aspro, desolato e, si direbbe, compiaciuto pessimismo antropologico, non si percepisce l&#8217;elemento essenziale della concezione cristiana: la possibilit\u00e0 di riscatto dell&#8217;uomo dalla propria miseria, mediante la grazia divina; n\u00e9 si vede come gli esseri umani non siano posti dal caso sul pianeta che fa loro da dimora, ma come essi, la loro esistenza, siano parte di un sapiente e amorevole progetto divino. Pertanto si pu\u00f2 dire che in queste riflessioni di Arnobio vi sia la coscienza cristiana della fragilit\u00e0 dell&#8217;uomo, della sua miseria in quanto creatura finita, ma che manchi del tutto la luce possente della rivelazione della grazia, capace di trasfigurare questa creatura debole e tendenzialmente egoista in qualche cosa di grande, addirittura di simile a Dio. E che in Arnobio vi sia, pertanto, un&#8217;autentica coscienza infelice.<\/p>\n<p>Queste considerazioni ci aiutano, adesso, ritornando al problema della cultura moderna, a collocare in una nuova prospettiva la nozione hegeliana, ma &#8212; come si \u00e8 visto &#8212; non solo hegeliana, della <em>coscienza infelice<\/em>. Quello che appare spaccatura, lacerazione, e quindi infelicit\u00e0, se si guarda all&#8217;uomo solo dalla prospettiva del finito, si rivela come il principio del suo riscatto e della sua redenzione, dal punto di vista dell&#8217;eterno. Hegel avrebbe detto che il singolo uomo non pu\u00f2 porsi dal punto di vista dell&#8217;eterno, il che \u00e8 certamente vero; ma quel che non pu\u00f2 fare da solo, diventa possibile se egli si pone in accordo con la volont\u00e0 divina. Certo, un filosofo che nega la trascendenza del divino &#8212; perch\u00e9 a questo, in definitiva, conduce l&#8217;idealismo hegeliano; che scrive una \u00abVita di Ges\u00f9\u00bb, che si conclude con la chiusura del sepolcro di Cristo (e d\u00e0lli coi sepolcri: a quanto pare, un&#8217;idea fissa del pensatore tedesco); e che dichiara la superiorit\u00e0 della filosofia, cio\u00e8 della <em>sua<\/em> filosofia, sulla religione, in quanto la prima esprimerebbe gli stessi contenuti della seconda, ma ad un livello incommensurabilmente pi\u00f9 alto, non potr\u00e0 mai giungere a un tale pensiero. Ci vorrebbe troppa umilt\u00e0, per questo: non solo come uomo, ma proprio come filosofo&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se la &quot;&quot;figura&quot; della coscienza infelice sia , o non sia, l&#8217;elemento centrale della filosofia di Hegel, la chiave di volta di tutto il suo sistema<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30150,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[35],"tags":[110,153],"class_list":["post-24283","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-epistemologia","tag-civilta","tag-georg-wilhelm-friedrich-hegel"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-epistemologia.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24283","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24283"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24283\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30150"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24283"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24283"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24283"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}