{"id":24263,"date":"2019-02-26T09:58:00","date_gmt":"2019-02-26T09:58:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/26\/cosa-non-deve-fare-un-consacrato-se-perde-la-fede\/"},"modified":"2019-02-26T09:58:00","modified_gmt":"2019-02-26T09:58:00","slug":"cosa-non-deve-fare-un-consacrato-se-perde-la-fede","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2019\/02\/26\/cosa-non-deve-fare-un-consacrato-se-perde-la-fede\/","title":{"rendered":"Cosa non deve fare un consacrato se perde la fede"},"content":{"rendered":"<p>Se un uomo di Dio perde la fede, che cosa deve fare? Questa domanda \u00e8 stata affrontata, da svariati punti di vista, da scrittori e registi, specialmente in ambito protestante, probabilmente perch\u00e9 la perdita della fede, come fenomeno diffuso, \u00e8 partita proprio da l\u00ec, e poi si \u00e8 estesa ai Paesi di tradizione cattolica (mentre ancora non \u00e8 giunta in quelli ortodossi, che pure hanno subito dure persecuzioni, e nei quali anzi si assiste a un rifiorire del sentimento religioso e delle vocazioni sacerdotali: cosa che dovrebbe far riflettere, specialmente i cosiddetti cattolici progressisti). Fra i primi ricordiamo la scrittrice svedese Selma Lagerl\u00f6f, premio Nobel per la Letteratura, col romanzo <em>La saga di G\u00f6sta Berling<\/em>, del 1891, che prende le mosse dalle disavventure di un prete spretato, rovinato dal vizio del bere e perci\u00f2 cacciato dalla sua parrocchia. Fra i secondi, ricordiamo Ingmar Bergman, altro svedese, con la trilogia del <em>Silenzio di Dio<\/em> e specialmente col film <em>Luci d&#8217;inverno<\/em>, del 1963, che segue una giornata di ordinaria disperazione di un pastore che non riesce a risollevarsi dal trauma della morte della moglie e che, scivolando verso la depressione, nonostante l&#8217;amore di una donna, che per\u00f2 non corrisponde, soffre e si tormenta vedendosi impotente ad aiutare moralmente i suoi pochi e tristi parrocchiani, uno dei quali, marito e padre di famiglia, sceglier\u00e0 il suicidio a causa dell&#8217;angoscia esistenziale che lo divora.<\/p>\n<p>Un tempo, se un ministro di Dio perdeva la fede, aveva molte spalle sulle quali appoggiarsi per trovare conforto. Prima di tutto, il confessore e il direttore spirituale; poi il suo parroco, se era un semplice cappellano; se era un parroco, il suo vescovo; se era un membro di un ordine religioso, il suo abate; senza contare le figure autorevoli di sacerdoti anziani e circondati da fama di saggezza, qualche volta di santit\u00e0, cui egli poteva rivolgersi, anche al di fuori della sua diocesi o del suo ordine religioso. Poteva chiedere di ritirarsi, per un periodi di meditazione e preghiera, in qualche parrocchia di montagna, o in qualche convento, dove sarebbe stato seguito con affetto da un direttore esperto, dove avrebbe trovato orecchi paterni ad ascoltarlo, e labbra paterne a consigliarlo, consolarlo, spronarlo, orientarlo nuovamente nel labirinto delle sue confusioni. Ma soprattutto, pi\u00f9 che parole, dovunque avesse volto lo sguardo, in qualsiasi libreria cattolica fosse entrato, qualsiasi rivista cattolica avesse sfogliato, qualunque documento del Magistero straordinario fosse andato a rileggersi e a meditare, sempre avrebbe trovato concetti chiari, positivi, privi di ogni ambiguit\u00e0; indicazioni precise, suggerimenti preziosi, ispirazioni benefiche. Il rischio d&#8217;inciampare in qualcuno che gli fosse di scandalo; in qualcuno che, invece di consigliarlo ed edificarlo, lo sprofondasse ulteriormente nei suoi dubbi e nel suo scoraggiamento; in qualche teologo, in qualche sacerdote, in qualche vescovo che prendesse sottogamba le sue difficolt\u00e0, che ridesse dei suoi scrupoli, che banalizzasse i suoi tormenti, che minimizzasse le sue angosce e le sue preoccupazioni, era assai remoto. In ogni caso, se anche fosse incorso in una tale disavventura, per una esperienza negativa di quel tipo, avrebbe potuto farne dieci di segno diverso. Non \u00e8 detto che tutti coloro ai quali si fosse rivolto lo avrebbero saputo ascoltare nella maniera giusta e consigliare nella maniera migliore; ma \u00e8 assai probabile che, pur deficienti sul piano umano, nessuno, o quasi nessuno, gli sarebbe stato d&#8217;inciampo sul piano della fede, nessuno avrebbe agito in maniera negativa su di lui, aggravando il suo malessere e sospingendolo verso una incredulit\u00e0 totale e definitiva. Al di fuori della chiesa, poi, avrebbe potuto contare sulla simpatia e sulla comprensione di un certo numero di laici. Certo, non si sarebbe mai permesso di spiattellare in faccia ai suoi parrocchiani la propria crisi interiore, n\u00e9, se lo avesse fatto, avrebbe potuto aspettarsi altro che porte chiuse, irritazione e fastidio. Tuttavia avrebbe potuto contare su alcune persone fidate, amici e conoscenti, e soprattutto i suoi stessi familiari, i suoi genitori che lo avevano fatto studiare in seminario, magari con grande sacrificio personale, i suoi fratelli o le sue sorelle, alcuni dei quali, forse, avevano avuto la sua stessa vocazione ed erano entrati a loro volta in seminario o in convento.<\/p>\n<p>Non vogliamo dire, con questo, che la posizione di un sacerdote che si accorgesse di aver perso la fede fosse tutta rose e fiori; tutt&#8217;altro; vogliamo solo dire che egli non si sarebbe visto abbandonato a se stesso, o che, quanto meno, nella Chiesa non avrebbe trovato ulteriori ragioni d&#8217;incredulit\u00e0 e allontanamento da Dio, ma al contrario, persone disposte ad aiutarlo e ad assisterlo. Certo, avrebbe avuto dei forti sensi di colpa, verso la Chiesa e verso i fedeli: e questo, forse, sarebbe stato un fattore di sofferenza non meno grave dell&#8217;altro, la perdita della relazione di fede con Dio. Se poi si fosse trattato di un sacerdote scrupoloso e ben conscio dell&#8217;altissimo valore del suo ministero, certo non avrebbe preso alla leggera la propria crisi di fede e non sarebbe saltato a conclusioni precipitose, come invece fa un marito il quale, avendo sempre preso alla leggera il sacramento del matrimonio, alle prime difficolt\u00e0 della vita coniugale, pensa subito di ricorrere al divorzio; o come oggi un adolescente che, in crisi di identit\u00e0, viene indotto a pensare che un rapido intervento per effettuare il cambio di sesso lo metter\u00e0 in pace con i suoi conflitti e gli restituir\u00e0 la gioia di vivere. No: i sacerdoti di qualche decennio fa non giocavano con Dio, n\u00e9 con il popolo dei fedeli: avevano fatto una solenne promessa, si erano assunti volontariamente un delicatissimo impegno, e non li sfiorava la mente di poter rompere quella promessa e riprendersi la loro libert\u00e0 come se nulla fosse. Non pensavano che la libert\u00e0 consiste nel venir meno a un sacramento e nel voltare le spalle alla propria vocazione e al proprio dovere; non pensavano che si possa essere felici dopo aver tradito il solenne giuramento di dedicarsi totalmente a Dio e alla Chiesa. Proprio questo senso di responsabilit\u00e0, unito al timore di dare scandalo alle anime e da un giusto sentimento del proprio onore personale, li tratteneva dal precipitare una situazione di crisi spirituale e di dubbio, portandola alle estreme conseguenze; prima di pensare a chiedere la riduzione allo stato laicale, cio\u00e8 prima di rimangiarsi il loro sacro impegno, lottavano, si impegnavano, ingaggiavano una dura battaglia con se stessi. Se avevano perso la testa per una donna, cercavano di chiarire a se stessi se davvero si fossero ingannati allorch\u00e9 avevano scelto, invece, la vita consacrata; se, invece, si trattava di una crisi di fede puramente interiore, non dovuta a fattori esterni, se non indirettamente, come la morte di una persona cara o la dolorosa malattia di un congiunto, allora avevano abbastanza sangue freddo e abbastanza testa sulle spalle per prendersi tutto il tempo necessario a riflettere. A riflettere e, naturalmente, soprattutto a pregare: cio\u00e8 a chiedere aiuto e consiglio a Dio, a quel Ges\u00f9 Cristo cui avevano fatto la loro sacra promessa, e che gi\u00e0 aveva domandato ai suoi apostoli: <em>Volete andarvene anche voi?<\/em><\/p>\n<p>Ci sia permesso riportare, per una ulteriore riflessione, una pagina del gi\u00e0 citato romanzo di Selma Lagerl\u00f6f <em>La saga di G\u00f6sta Berling<\/em> (dal volume <em>Selma Lagerl\u00f6f<\/em>, traduzione dallo svedese di Augusto Guidi, Torino, UTET, 1965, pp. 3-5), pur tenendo conto della diversa condizione dei pastori luterani rispetto ai preti cattolici e la diversit\u00e0 nell&#8217;idea stessa di ci\u00f2 che \u00e8 il sacerdozio:<\/p>\n<p><em>Finalmente, ecco che il pastore \u00e8 salito sul pulpito.<\/em><\/p>\n<p><em>I fedeli levano il capo. Ah, eccolo! Questa volta non sarebbe mancata la messa come la domenica innanzi e come molte altre domeniche. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>Egli aveva bevuto tanto che da molte settimane non gli era stato possibile prestar servizio, e la parrocchia aveva dovuto rivolgere proteste prima al prevosto, poi al vescovo e al Capitolo. Perci\u00f2 era venuto il vescovo in visita d&#8217;ispezione. Sedeva nel coro con la croce d&#8217;oro sul petto, e i canonici di Karlstad e delle parrocchie vicine sedevano tutt&#8217;intorno a lui.<\/em><\/p>\n<p><em>Evidentemente la condotta del pastore aveva oltrepassato i limiti del lecito. A quel tempo, verso il 1820, si era abbastanza indulgenti verso i bevitori, ma quest&#8217;uomo aveva dimenticato nell&#8217;ubriachezza ogni dovere suo. Perci\u00f2 la carica doveva essergli tolta.<\/em><\/p>\n<p><em>Il pastore sul pulpito aspettava l&#8217;ultima strofa del salmo che veniva cantato prima della predica.<\/em><\/p>\n<p><em>E guardando i suoi parrocchiani, la certezza di non avere intorno che nemici l&#8217;invase: nemici su tutti i banchi, tra i signori delle tribune, tra i contadini gi\u00f9 al basso, trai ragazzi confirmandi seduti nel coro. Un nemico manovrava col piede il soffietto, un nemico suonava l&#8217;organo. Nel banco riservato al clero, null&#8217;altro che dei nemici. Tutti l&#8217;odiavano, dai bimbi in fasce fino al sagrestano, un rude soldato che aveva combattuto a Lipsia.<\/em><\/p>\n<p><em>Il pastore avrebbe voluto cadere in ginocchio e chiedere piet\u00e0! Ma poi si svegli\u00f2 in lui un&#8217;ira sorda. Rivide se stesso qual era quando, un anno prima, era salito per la prima volta su quello stesso pulpito. Allora era un uomo senza macchia, ed ora eccolo l\u00ec a guardare l&#8217;uomo con la croce sul petto, venuto per giudicarlo.<\/em><\/p>\n<p><em>Mentre leggeva l&#8217;introduzione, ondate di sangue gli affluivano al volto. Era l&#8217;ira.<\/em><\/p>\n<p><em>S\u00ec, era vero, aveva bevuto, ma chi aveva il dirotto di accusarlo per questo? Aveva visto nessuno il presbiterio dove era stato costretto a vivere? Il bosco di abeti gli giungeva fin sotto le finestre, scuro e sinistro. L&#8217;umidit\u00e0 stillava dai soffitti neri, lungo i muri ammuffiti. Non era necessaria l&#8217;acquavite per rincuorarsi, quando la pioggia o il nevischio gli entravano in caso attraverso i vetri rotti, quando il terreno mal coltivato non voleva dar pane per scacciare la fame?<\/em><\/p>\n<p><em>pens\u00f2 che egli era stato proprio il pastore che si meritavano. Essi bevevano tutti, perch\u00e9 proprio lui doveva astenersene? Il marito che aveva seppellito la propria moglie sui ubriacava di birra al banchetto funebre, il padre che aveva battezzato il proprio bimbo, dopo celebrava l&#8217;avvenimento con una bevuta generale. Gli inservienti della chiesa bevevano lungo la strada del ritorno, cosicch\u00e9 generalmente arrivavamo a casa ubriachi. Un pastore ubriacone era quel che ci voleva per loro<\/em>.<\/p>\n<p>Questa, fatte salve &#8211; ripetiamo &#8212; le differenze fra la Chiesa cattolica e la chiesa scismatica luterana, era la situazione psicologica e morale di un ministro di Dio che si rende conto di essere indegno: combattuto tra lo sconforto e l&#8217;auto-disprezzo, da un lato, e la frustrazione e la rabbia dall&#8217;altro. Egli paragona la sua miseria, il suo degrado e il suo abbrutimento ai vizi dei suoi parrocchiani; li confronta e si rende conto di essere un uomo perfettamente nella media; vorrebbero perci\u00f2 ribellarsi al loro giudizio, perch\u00e9 non si sente peggiore di essi. Ma ecco cosa hanno deciso di fare i neopreti che hanno perso la fede, a partire dalla stagione del Concilio Vaticano II. Invece di sentirsi in colpa, o frustrati, o umiliati, o mortificati; invece di sentirsi inadeguati, o di chiedere ai loro superiori un consiglio, una pausa di riflessione, e di rivolgesi a Dio per ricevere aiuto e conforto, hanno deciso di far finta di nulla. La fede? Che importa; dopotutto, non si sa chi sia Dio, e in ogni caso Dio non \u00e8 cattolico. Quel che conta sono i valori umani: la giustizia, la pace, la solidariet\u00e0, l&#8217;accoglienza, i diritti, il rispetto dell&#8217;ambiente. Perci\u00f2, basta trasformarsi in volontari di una ONLUS e darsi da fare tra pentole, dormitori, centri di accoglienza, mense per i poveri: tutte cose buone e utili, sia chiaro; ma tutte cose che non richiedono l&#8217;opera di un prete, di un ministro consacrato. Per\u00f2, visto che sia i fedeli, sia gli stessi superiori, vescovi e cardinali, parlano e agiscono come se il cattolicesimo fosse divenuto un&#8217;agenzia d&#8217;interventi umanitari, entro un orizzonte puramente terreno; visto che nessuno parla pi\u00f9 dell&#8217;eternit\u00e0, dell&#8217;anima, della grazie e del giudizio; visto che inferno e paradiso sono espressioni passate di moda, e il diavolo poi non ne parliamo, chi lo nomina fa la figura del fanatico medievale scappato da qualche casa per alienati mentali: perch\u00e9 preoccuparsi? Che problema c&#8217;\u00e8? Un prete ha perso la fede? Ma l&#8217;hanno persa i vescovi, i cardinali, il papa; l&#8217;hanno persa, prima di tutti, i teologi e da loro l&#8217;incredulit\u00e0 si \u00e8 diffusa ovunque. Beninteso, anch&#8217;essi sono stati abbastanza furbi da non dirlo. Perch\u00e9 dirlo apertamente, se ci\u00f2 comporterebbe la rinuncia alle poltrone e agli stipendi? No, meglio non dirlo; e intanto spostare il baricentro della loro opera verso le cose di quaggi\u00f9: pasti caldi per i barboni, diritto all&#8217;immigrazione selvaggia per tutti; e dire che anche la Sacra Famiglia era composta da migranti. Non \u00e8 vero affatto: ma che importa? \u00c8 credibile: almeno quando si ha a che fare con dei cattolici cos\u00ec ignoranti, superficiali e conformisti, e con dei superiori cos\u00ec smaniosi di primeggiare in veste di agenti della filantropia internazionale. Certo, fino a qualche anno fa il gioco non sarebbe riuscito: la gente sapeva la differenza tra la vera dottrina e quella taroccata che ora viene spacciata, abusivamente, per la dottrina cattolica. I fedeli sarebbero insorti; e i superiori sarebbero intervenuti. Ma adesso? Adesso il disordine parte proprio dai seminari e dalle facolt\u00e0 di teologia: gli uni e le altre completamente permeati dallo spirito del modo moderno, dalle idee di Heidegger e Rahner, dalla teologia della liberazione e da altre eresie di matrice tipicamente luterana. Con la scusa dei poveri, si uccide dolcemente la fede: un&#8217;eutanasia. In fondo \u00e8 la soluzione pi\u00f9 pulita, quella che consente di evitare scandali e inutili polemiche: e sono contenti tutti. Il clero pu\u00f2 restare nell&#8217;irreligiosit\u00e0 e i fedeli trastullarsi nei peccati. <em>Vivi e lascia vivere<\/em>, come si usa dire&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Se un uomo di Dio perde la fede, che cosa deve fare? 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