{"id":24242,"date":"2008-09-06T11:44:00","date_gmt":"2008-09-06T11:44:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/06\/corre-una-barbara-usanza-per-tutta-lindia-fra-glidolatri-dabbruciarsi-vive-le-mogli\/"},"modified":"2008-09-06T11:44:00","modified_gmt":"2008-09-06T11:44:00","slug":"corre-una-barbara-usanza-per-tutta-lindia-fra-glidolatri-dabbruciarsi-vive-le-mogli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2008\/09\/06\/corre-una-barbara-usanza-per-tutta-lindia-fra-glidolatri-dabbruciarsi-vive-le-mogli\/","title":{"rendered":"\u00abCorre una barbara usanza per tutta l&#8217;India fra gl&#8217;Idolatri: d&#8217;abbruciarsi vive le mogli\u2026\u00bb"},"content":{"rendered":"<p>Non molte sono le persone di media cultura, oggi, alle quali il nome di Daniello Bartoli (scrittore, gesuita e missionario mancato, nato a Ferrara nel 1608 e morto a Roma nel 1685) dice ancora qualcosa.<\/p>\n<p>A scuola, nei licei, i professori tirano dritto quando le antologie lo menzionano (quelle, almeno, che gli dedicano un sia pur piccolo spazio), in base al pregiudizio desanctisiano che il XVII secolo non ha prodotto alcuna opera in prosa che meriti di essere ricordata, ad eccezione di quelle dell&#8217;ormai \u00abcanonico\u00bb Galilei (\u00abil pi\u00f9 grande scrittore del Seicento\u00bb, secondo il Pazzaglia) e, tutt&#8217;al pi\u00f9 &#8211; ma a titolo di semplice curiosit\u00e0 &#8211; qualche paginetta di Traiano Boccalini o di Francesco Redi (ma, di quest&#8217;ultimo, pi\u00f9 spesso l&#8217;arcinoto ditirambo <em>Bacco in Toscana<\/em>, che non \u00e8 la sua cosa migliore, anche se la pi\u00f9 briosa).<\/p>\n<p>Pietro Giordani e Giacomo Leopardi, al contrario, tennero la prosa del Bartoli nella massima considerazione, al punto da considerarla &#8211; con un po&#8217; di esagerazione &#8211; esempio eccelso di scrittura in lingua italiana, e modello quasi insuperabile.<\/p>\n<p>Non vogliamo soffermarci, tuttavia, sui meriti (o i demeriti) letterari di questo figlio del \u00abgran secolo\u00bb, autore di svariate opere erudite, letterarie, edificanti, ma soprattutto di una monumentale e coloritissima <em>Istoria della compagnia di Ges\u00f9<\/em> (1650-73), la fatica suprema della sua vita di scrittore e di storico della Compagnia fondata da Ignazio di Loyola; quanto soffermarci su un&#8217;operetta secondaria, nella quale &#8211; fra le altre cose &#8211; tratta di una usanza della cultura indiana, quella del sacrificio sul rogo delle vedove, che gi\u00e0 allora, non appena conosciuta in Europa, fece molto discutere; e che non cessa di alimentare vivaci polemiche ancora oggi, alle soglie del terzo millennio.<\/p>\n<p>Padre Bartoli non traccia un quadretto esotico di maniera (per quanto tendente al lugubre), bens\u00ec descrive una usanza circa la quale poteva disporre di fonti di primissima mano, essendo l&#8217;India, ai suoi tempi, terra di missione dei suoi confratelli dell&#8217;ordine gesuita, gi\u00e0 da diverso tempo. Egli, quindi, pot\u00e9 attingere non solo alle relazioni scritte, ma, molto probabilmente, anche ai racconti fatti a viva voce da testimoni diretti dei fatti narrati. E ci\u00f2 conferisce non poca autorevolezza al quadro che traccia di quella usanza, sia pure nel contesto di un&#8217;opera scritta con finalit\u00e0 apertamente apologetiche.<\/p>\n<p>\u00c8 vero che si tratta di una pratica ormai in gran parte abbandonata e ufficialmente scomparsa, secondo le norme del codice penale; ma \u00e8 altrettanto vero che essa \u00e8 sopravvissuta in forma strisciante, sostituendo alle fastose cerimonie di qualche secolo fa strategie pi\u00f9 insidiose e sfuggenti, come quella di far passare per incidenti domestici degli incendi dolosi nei quali le vedove vengono di fatto sacrificate, come un tempo, alla memoria dello sposo defunto.<\/p>\n<p>Gli antropologi \u00abpoliticamente corretti\u00bb e, in genere, gli occidentali innamorati della cultura e della civilt\u00e0 dell&#8217;India (tra i quali ci mettiamo volentieri noi stessi) tendono, in genere, a sorvolare sul perpetuarsi mascherato di questa usanza, cos\u00ec come non amano parlare delle caste (anch&#8217;esse abolite per legge, ma anch&#8217;esse di fatto ancora esistenti), perch\u00e9 sembra loro che, diversamente, un&#8217;ombra verrebbe gettata su una realt\u00e0 che vorrebbero immaginare, e presentare ad altri, come totalmente positiva e degna d&#8217;esser presa incondizionatamente a modello, sia dagli Europei che dai Nordamericani, quanto meno dal punto di vista spirituale.<\/p>\n<p>Per la stessa ragione, molte di queste persone vorrebbero far passare sotto silenzio i fatti di sangue verificatisi nello stato dell&#8217;Orissa proprio in questi giorni (primi di settembre del 2008), con i massacri di cristiani e le violenze d&#8217;ogni genere scatenate da orde di fanatici ind\u00f9; come se amare qualcuno o qualcosa &#8211; e questo vale anche per i popoli e per le culture &#8211; significasse violentare la storia per costruirne una immagine di comodo, manichea e unidimensionale.<\/p>\n<p>Coloro che la pensano cos\u00ec, non sanno amare veramente n\u00e9 rendono un buon servizio all&#8217;oggetto della loro sconfinata ammirazione; non pi\u00f9 di quanto farebbe una persona che mancasse di segnalare all&#8217;amico, con benevolenza ma anche con franchezza, errori e difetti dai quali potrebbe correggersi, se qualcuno lo aiutasse a prenderne coscienza.<\/p>\n<p>Certo, si tratta di una questione particolarmente delicata, perch\u00e9 troppo a lungo la cultura occidentale ha preteso di impancarsi a giudice unico e assoluto di tutte le altre, partendo dal presupposto &#8211; neanche tanto dissimulato &#8211; che essa, ed essa sola, era gi\u00e0 perfetta e poteva evidenziare le carenze delle altre, proprio perch\u00e9 queste, prima o poi, avrebbero dovuto prenderla a modello e uniformarsi alle sue credenze, ai suoi valori e alle sue mitologie.<\/p>\n<p>Tuttavia, se un occidentale sa spogliarsi della presunzione etnocentrica ed \u00e8 disposto a riconoscere lealmente sia i difetti della propria cultura, sia i pregi delle altre, non si vede perch\u00e9 dovrebbe auto-censurarsi quando l&#8217;argomento del giorno riguarda aspetti criticabili dei costumi di popoli lontani e, per tanti altri versi, degni di ammirazione.<\/p>\n<p>\u00c8 ben vero che una forma esasperata di malinteso strutturalismo vorrebbe che non si parlasse affatto degli aspetti discutibili, violenti o crudeli delle tradizioni altrui; complice anche, crediamo, un mal dissimulato senso di colpa per le violenze perpetrate dalla civilt\u00e0 occidentale a danno delle altre. Secondo un tale punto di vista, dal momento che tutte le tradizioni svolgono una funzione sociale ben precisa, sono tutte ugualmente necessarie e degne di rispetto; senza contare che non si vede in base a quale criterio di giudizio i membri di un data cultura possano criticare le usanze di un&#8217;altra, in cui vigono differenti valori e differenti norme etiche.<\/p>\n<p>Alla prima argomentazione \u00e8 facile rispondere che, se \u00e8 vero che tutte le tradizioni svolgono una funzione sociale (altrimenti verrebbero abbandonate, sia pure gradualmente), da ci\u00f2 non segue affatto che esse siamo tutte ugualmente necessarie e degne di rispetto; a meno che si voglia cadere nell&#8217;assurdo di sostenere che erano tali le ecatombi dei gladiatori nel Circo Massimo, a Roma, o la pratica dei sacerdoti aztechi di offrire alla divinit\u00e0 solare migliaia e migliaia di cuori umani, estratti dal corpo ancor vivo delle vittime per mezzo di un affilato pugnale di ossidiana. Oppure si vorr\u00e0 sostenere che la prima era una tradizione ignobile, perch\u00e9 i Romani erano uomini dell&#8217;Occidente, mentre era nobile o, comunque, rispettabilissima la seconda, perch\u00e9 gli Aztechi erano i rappresentanti di una civilt\u00e0 che dall&#8217;Occidente \u00e8 stata distrutta?<\/p>\n<p>Un tempo si diceva, e a ragione, che bisogna diffidare di quello che racconta la storia, perch\u00e9 \u00e8 scritta (tendenziosamente) dai vincitori; ma, quando si ha a che fare con gli storici e con gli antropologi occidentali e \u00abprogressisti\u00bb, pare che sia necessario diffidare altrettanto, e per la ragione contraria. Infatti, secondo costoro, la storia dell&#8217;Occidente ha sempre \u00abtorto\u00bb, perch\u00e9 parla dei vincitori i quali, si sa, sono gente cui non bisogna mai prestare fede; mentre quella dei popoli non occidentali ha sempre \u00abragione\u00bb perch\u00e9, in quanto vittime dell&#8217;aggressione, questi ultimi sono sempre degni di una fiducia e di una approvazione incondizionate.<\/p>\n<p>Un tipico esempio di tutto ci\u00f2 \u00e8 il modo in cui gli antropologi occidentali trattano &#8211; o, per dir meglio, evitano di trattare &#8211; la pratica delle mutilazioni genitali femminili nelle societ\u00e0 islamiche del Nord Africa e del Vicino Oriente. Quei pochi che si confrontano con questo tema scottante, in genere sostengono che il concetto occidentale di \u00abmutilazione\u00bb \u00e8 improprio, perch\u00e9 si tratta di pratiche di iniziazione (dall&#8217;infanzia all&#8217;et\u00e0 adulta) basate sulla \u00abcirconcisione\u00bb e rivolte ad entrambi i sessi. Certo, bisognerebbe far capire a quei volonterosi antropologi \u00abpoliticamente corretti\u00bb che la fisiologia dei genitali femminili \u00e8 un po&#8217; diversa da quella dei maschili; e che la circoncisione maschile si riduce all&#8217;ablazione di una striscia di pelle priva di alcuna conseguenza, mentre quella femminile (clitoridectomia) consiste nell&#8217;amputazione di un organo, la quale avr\u00e0 conseguenze drastiche e definitive sulla vita sessuale della donna.<\/p>\n<p>Ma come spiegare l&#8217;evidenza a chi \u00e8 in preda a un preconcetto? Egli non vuol vedere la realt\u00e0 delle cose, ma soltanto quell&#8217;aspetto della realt\u00e0 che d\u00e0 ragione ai suoi pregiudizi. Quanto al resto, \u00e8 ben deciso a voltare la testa dall&#8217;altra parte.<\/p>\n<p>Ma torniamo all&#8217;immolazione rituale delle vedove in India.<\/p>\n<p>Scrive dunque Daniello Bartoli nella sua monografia <em>Missione al Gran Mogor del p. Ridolfo Aquaviva della Compagnia di Ges\u00f9. Sua morte e d&#8217;altri quattro compagni uccisi in odio della fede in Salsete di Goa descritta dal p. Daniello Bartoli della medesima Compagnia<\/em>, edita a Roma nel 1653 (noi, qui, facciamo riferimento al testo pubblicato a cura delle Edizioni Paoline, Bari, 1963, pp. 72-75):<\/p>\n<p><em>Corre una barbara usanza per tutta l&#8217;India fra gl&#8217;Idolatri: d&#8217;abbruciarsi vive le mogli, in testimonianza di fedelt\u00e0 e segno d&#8217;amore, co&#8217; cadaveri de&#8217; mariti.<\/em><\/p>\n<p><em>Ella \u00e8 solennit\u00e0 che si celebra pi\u00f9 o meno pomposa, secondo la qualit\u00e0 delle mogli nobili e ricche, o povere e del volgo. Ch\u00e9, s&#8217;ella \u00e8 donna di qualche affare, e non si gitta in quel medesimo fuoco dove \u00e8 il marito, ma mentre egli arde, ella quivi innanzi, tutta scapigluata e dolente, strilla a gran voci, si straccia i capegli e i panni, e si dibatte e schiamazza, e piange alla disperata. Ridotto in cenere il marito, quella tutta in un subito si rasserena:; e, preso sembiante e parole e atti della pi\u00f9 sconsolata donna del mondo, tutta si rabbellisce, e in guisa di novella sposa si addobba de&#8217; pi\u00f9 dei panni e delle care gioie che abbia; e per tutto dove ha parenti, o va ella stessa tutta imbiutata di sandalo odoroso e con nell&#8217;una mano lo specchio, nell&#8217;altra un bel frutto aurino, e danzando in mezzo a un coro di sonatori: o se tanto non vuole, manda chi che altro sia, invitandoli, per lo tal giorno prefisso, a convenir seco nel medesimo campo col\u00e0 dove arse il cadavere del marito. In tanto ella ed essi ogni d\u00ec, sono in banchetti e in bali e in ogni altra maniera di barbara allegrezza, come ogni d\u00ec fossero a nozze.<\/em><\/p>\n<p><em>Giunto il termine gi\u00e0 prescritto, ella compare il pi\u00f9 che mai abbigliata, e in ricchi panni, e con indosso quanto ha di gioielli e perle e ogni altra simil cosa di pregio, carica pi\u00f9 che ornata: e messa sopra un caval bianco per cos\u00ec meglio apparire, a suon di nacchere e di trombe, accompagnata di tutto il parentado, che anch&#8217;egli come a gran solennit\u00e0 \u00e8 pomposamente vestito, d\u00e0 una lunga volta per le pi\u00f9 frequentate vie della citt\u00e0: indi n&#8217;esce al campo, col\u00e0 dove le ceneri del marito, non ancor sotterrate, l&#8217;aspettano.<\/em><\/p>\n<p><em>Quivi \u00e8 apparecchiata una fossa profonda poco pi\u00f9 di quanta \u00e8 l&#8217;altezza di un uomo, e larga quanto alta, piena fino al sommo di preziosi legni per lo soave odore che gittano, sandalo, aquila, alo\u00e9, s\u00ec come ad ognuna il comportano le sue ricchezze. A un lato d&#8217;essa e su l&#8217;orlo v&#8217;ha un palco, sopra cui ella sale per mettersi in veduta dell&#8217;infinito popolo che vi s&#8217;aduna: e cos\u00ec alta, in prima tre volte tutto intorno si gira, e mostrasi agli spettatori; poi ferma incontro all&#8217;Ordine, lieva in su verso il cielo le braccia, e tre volte s&#8217;inchina.<\/em><\/p>\n<p><em>Ci\u00f2 fatto, comincia a torsi di dosso tutti que&#8217; suoi adornamenti di gioie e d&#8217;ori, e fra&#8217; figliuoli e parenti suoi li riparte: e fallo, non che senza il volto sembiante o coloro di smarrita, molto meno l&#8217;addolorata o piangente, ma con un&#8217;aria tanto giuliva e serena, che sembra doversi gittare a vlo verso il paradiso.<\/em><\/p>\n<p><em>Vero \u00e8 che le pi\u00f9 d&#8217;esse beono innanzi una gran tazza di non so qual fumoso licore che le inebbria, e toglie pi\u00f9 che mezze di senno, tanto che ve ne ha di quelle che ballano per intorno alla fossa, e fan mille tripudi da pazze.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec rimasa in un guarnello sottile, che la cuopre sol dalla cintola alle ginocchia, mentre il sacerdote d&#8217;alcun de&#8217; loro idoli mette fuoco nella stipa, ella si volta a gli uomini, e in vice alta e franca, dice loro: mirino quanto il dover vuole che pregino e che riamino le loro mogli, alle quali \u00e8 pi\u00f9 caro il morir con essi che il viver senza essi. Indi alle donne: imparino come debbono esser fedeli a&#8217; loro mariti.<\/em><\/p>\n<p><em>Cos\u00ec detto, si lieva in capo una bell&#8217;urna piena d&#8217;olio, o di balsamo se ne ha, e con essa di lancio si gitta in mezzo alle fiamme; e nel medesimo istante i figliuoli e i parenti, che quivi son d&#8217;attorno, le versan sopra ciascuno un vaso d&#8217;alcun simil licore; onde in brevissimo spazio arde e si fa cenere.<\/em><\/p>\n<p><em>Non \u00e8 gi\u00e0 che tutte le mogli che sopravvivono a&#8217; mariti abbian cuore da tanto: ma a qual d&#8217;esse non l&#8217;abbia (e sono veramente le pi\u00f9), il non averlo costa l&#8217;infamia. I parenti radono loro il capo, e con solennit\u00e0 di maledizione le si gittan di casa, ed elle vanno raminghe, perch\u00e9 non v&#8217;ha chi degni riceverle ad albergo, n\u00e9 riman loro altro rifugio, o scampo, che farsi pubbliche meretrici, dedicate all&#8217;onor d&#8217;alcun idolo e al piacer de&#8217; divoti: e v&#8217;ha tempio che di cos\u00ec degne sacerdotesse conta oltre un centinaio, che il d\u00ec suonano e cantano in onore dell&#8217;idolo, poi de&#8217; loro propri corpi fanno il sozzo guadagno onde campano.<\/em><\/p>\n<p>Anche in questo caso, la difficolt\u00e0 pi\u00f9 grande, per lo storico cos\u00ec come per l&#8217;antropologo, nel porsi di fronte a una pagina di questo genere, non deriva tanto &#8211; a nostro parere &#8211; dalla mancanza di un criterio oggettivo che permetta di distinguere le pratiche e le tradizioni \u00abaccettabili\u00bb da quelle \u00abinaccettabili\u00bb, nonch\u00e9 di individuare una istanza <em>super partes<\/em> a ci\u00f2 deputata.<\/p>\n<p>\u00c8 chiaro, infatti, che sia per lo storico che l&#8217;antropologo lo scopo della ricerca non \u00e8 quello di esprimere giudizi, bens\u00ec di cercar di comprendere i fatti; ma \u00e8 pure altrettanto chiaro che l&#8217;uno e l&#8217;altro, in quanto esseri umani, non possono evitare di porsi anche in maniera <em>etica<\/em> di fronte all&#8217;oggetto della propria ricerca, che non sono entit\u00e0 astratte come per il matematico, o minerali come per il geologo, bens\u00ec altri membri della comunit\u00e0 umana, passata o presente.<\/p>\n<p>Lo storico della seconda guerra mondiale, ad esempio, non pu\u00f2 non nutrire una opinione etica, oltre che politica e militare, su un fatto come il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki; cos\u00ec come l&#8217;antropologo che, appena qualche decennio fa, si addentrava nelle foreste della Nuova Guinea per studiare gli usi e i costumi delle trib\u00f9 papua pi\u00f9 isolate sulle montagne, non poteva non nutrire una opinione etica, oltre che scientifica, circa il fatto del diffuso cannibalismo e di alcune cerimonie orgiastiche basate sull&#8217;omicidio rituale dei fanciulli (cfr. F. Lamendola, <em>Sesso, omicidio e antropofagia nei culti della fertilit\u00e0 presso i Marind-anim<\/em>, consultabile anch&#8217;esso sul sito di Arianna Editrice).<\/p>\n<p>No: la difficolt\u00e0 pi\u00f9 grande non \u00e8 questa; bens\u00ec quella di superare il retaggio di un neopositivismo che vorrebbe le tradizioni tutte ugualmente fondate e necessarie; di un materialismo che nega la liceit\u00e0 di ogni giudizio di valore; e, nel caso degli studiosi occidentali e \u00abprogressisti\u00bb, la lunghissima coda di paglia che impedisce loro di criticare qualunque aspetto delle tradizioni altrui, anche il pi\u00f9 truculento, nel tempo stesso che sottopongono a una critica spietata e demolitrice praticamente tutto quello che la civilt\u00e0 occidentale ha espresso nel corso della sua lunga vicenda storica.<\/p>\n<p>E allora?<\/p>\n<p>E allora bisognerebbe avere l&#8217;onest\u00e0 di riconoscere che, anche se quella dell&#8217;India \u00e8 stata, ed \u00e8 tuttora, una grandissima civilt\u00e0, pure nemmeno essa \u00e8 esente da aspetti riprovevoli, e tanto pi\u00f9 nel passato (basti pensare alla numerosa e spietata setta dei <em>thugs<\/em>, gli strangolatori rituali che uccisero migliaia e migliaia d&#8217;innocenti in onore della dea Kal\u00ec).<\/p>\n<p>In tutte le civilt\u00e0 umane, da quelle pi\u00f9 vicine allo stato di natura a quella tecnologicamente pi\u00f9 avanzate, convivono aspetti di crudelt\u00e0 e di generosit\u00e0, di apertura e d&#8217;intolleranza; influenzati, a loro volta, da una complessa trama di vicende storiche e d&#8217;influssi climatici e geografici; gli Inuit o Eschimesi, ad esempio, non avrebbero praticato l&#8217;abbandono degli anziani al sopraggiungere del rigidissimo inverno, se le condizioni di vita nell&#8217;estremo Nord non fossero cos\u00ec inclementi da rendere impossibile il mantenimento di individui non produttivi.<\/p>\n<p>Pure, a dispetto dei condizionamenti dovuti all&#8217;ambiente, ovunque l&#8217;essere umano si mostra suscettibile di evoluzione spirituale; si mostra, cio\u00e8, perfettibile.<\/p>\n<p>Missionari che hanno vissuto per anni in mezzo alle trib\u00f9 di feroci cannibali &#8211; genti, per intenderci, capaci di banchettare con il cervello caldo dei bambini sfracellati con le loro stesse mani (cfr. Andr\u00e9 Dupeyrat, <em>Nel paese degli uccelli paradiso<\/em>) &#8211; hanno riferito pure di commoventi gesti di delicatezza e di slanci di generosit\u00e0 da parte di quegli stessi individui.<\/p>\n<p>Che cosa concludere?<\/p>\n<p>Forse, che il mistero presente nell&#8217;animo umano \u00e8 davvero troppo grande perch\u00e9 lo si possa imbrigliare nelle strette categorie di una cultura razionalistica che pretende di poter capire tutto, spiegare tutto e tranciare dei giudizi su tutto (senza, per\u00f2, esagerare; in ogni caso, senza mettere in imbarazzo la propria ideologia di appartenenza&#8230;).<\/p>\n<p>E che l&#8217;unica maniera giusta di porsi di fronte a tale mistero &#8211; o, almeno, quella meno sbagliata &#8211; consiste nello sforzarsi di comprendere la realt\u00e0 a trecentosessanta gradi, rifiutando le formulette preconfezionate, senza stancarsi mai e senza fare sconti a nessuno. Neanche &#8211; e, vorremmo dire, soprattutto &#8211; nei confronti di se stessi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non molte sono le persone di media cultura, oggi, alle quali il nome di Daniello Bartoli (scrittore, gesuita e missionario mancato, nato a Ferrara nel 1608<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30155,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[76],"tags":[110,175,259],"class_list":["post-24242","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-false-religioni","tag-civilta","tag-india","tag-tradizione"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-false-religioni.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24242","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24242"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24242\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30155"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24242"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24242"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24242"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}