{"id":24215,"date":"2007-09-11T01:27:00","date_gmt":"2007-09-11T01:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/11\/possiamo-contare-solo-su-noi-stessi-nel-cammino-verso-loltre-uomo\/"},"modified":"2007-09-11T01:27:00","modified_gmt":"2007-09-11T01:27:00","slug":"possiamo-contare-solo-su-noi-stessi-nel-cammino-verso-loltre-uomo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2007\/09\/11\/possiamo-contare-solo-su-noi-stessi-nel-cammino-verso-loltre-uomo\/","title":{"rendered":"Possiamo contare solo su noi stessi nel cammino verso l&#8217;oltre-uomo"},"content":{"rendered":"<p>In precedenti articoli abbiamo sostenuto &#8211; con Nitetzsche, ma anche con Aurobindo e Teilhard de Chardin &#8211; che <em>l&#8217;uomo \u00e8 qualcosa che deve essere superato<\/em>, e che ciascuno di noi \u00e8 chiamato a intraprendere questo cammino di oltrepassamento, a esplorare questa <em>Terra necdum cognita<\/em> e a costruire &quot;cieli nuovi e nuove terre&quot;: non pi\u00f9 guardando verso il basso, gravati dal peso della corporeit\u00e0 e dalle resistenze dell&#8217;<em>ego,<\/em> ma slanciandoci arditamente in volo come il nidiaceo che affronta ad ali spiegate la sfida del vuoto e la gioiosa avventura di <em>scegliere s\u00e9 stesso<\/em>, realizzando la propria vera natura.<\/p>\n<p>Quel che vogliamo domandarci ora \u00e8 se, nell&#8217;intraprendere un tale non semplice cammino, dobbiamo contare unicamente sulle nostre forze o se non esista un aiuto capace di darci forza e coraggio ogni qual volta, spaventati e stanchi, saremo tentati di arretrare e di ridiscendere verso il basso, <em>l\u00e0 dove il sol tace<\/em>, come Dante allorch\u00e9 si vide incalzato dalle tre fiere sul pendio del <em>dilettoso monte<\/em> e risospinto nella <em>selva oscura.<\/em> E non sono poche le volte in cui la paura e lo scoraggiamento ci assalgono, e tanto pi\u00f9 forte quanto pi\u00f9 ci sembrava d&#8217;essere ormai vicini alla meta: perch\u00e9 pi\u00f9 si riesce a salire e pi\u00f9 aumenta il pericolo.<\/p>\n<p>Prima di rispondere, o tentar di rispondere a un tale interrogativo, vogliamo riportare un brano dell&#8217;esploratore polare sir Ernest Shackleton (1874-1922) che nel 1916, per salvare se stesso e per portare soccorso ai suoi compagni rimasti intrappolati dai ghiacci nella banchisa antartica, sull&#8217;Isola Elephant, realizz\u00f2 un&#8217;impresa incredibile e mai tentata prima da un essere umano. Dopo aver compiuto la traversata dello Stretto di Drake su una piccola imbarcazione scoperta, su cavalloni giganteschi e sotto le raffiche di vento gelato, ghiaccio e neve, travers\u00f2 con due soli compagni le inesplorate montagne centrali della Georgia Australe fino a raggiungere la stazione baleniera di Gritvyken, il centro abitato pi\u00f9 vicino ove chiedere aiuto e da dove organizzare i soccorsi per gli altri uomini che si trovavano in gravissimo pericolo.<\/p>\n<p><em>&quot;Quando ripenso a quei giorni non dubito che la Provvidenza ci abbia guidati non solo attraverso i nevai, ma anche attraverso il mare irrequieto che separa Elephant Island dal luogo del nostro approdo finale. So che durante quelle lunghe, estenuanti trentasei ore di marcia su montagne e ghiacciai senza nome, mi sembr\u00f2 spesso che fossimo in quattro, e non in tre. Non ne parlai ai miei compagni, ma in seguito Worsley ebbe a dirmi: &#8216;Sa, capo, avevo la strana sensazione che ci fosse un altro con noi&#8217;, e Crean fece una confessione analoga. Si percepisce &#8216;la povert\u00e0 delle parole umane, la rozzezza della favella mortale&#8217; quando si cerca di descrivere realt\u00e0 intangibili, ma la cronaca del nostro viaggio non sarebbe completa senza un riferimento a un tema tanto caro ai nostri cuori.&quot;<\/em><\/p>\n<p>SHACKLETON, Ernest<em>, Ghiaccio,<\/em> Milano, Rizzoli, 1999, pp. 227.<\/p>\n<p>Shackleton non era un sempliciotto n\u00e9 un credulone; era uno scienziato e un uomo ragionevole ed equilibrato. Chi ha letto tutto il suo diario sa anche che egli era estremamente sobrio nelle sue osservazioni e che annotava i fatti della spedizione con la massima oggettivit\u00e0 e con il massimo distacco. <em>Eppure egli sentiva che c&#8217;era un quarto compagno invisibile che camminava accanto a loro tre<\/em>: e la stessa cosa avvertivano gli altri, anche se, sul momento, non ne parlarono affatto (quindi non possono essersi influenzati a vicenda). S\u00ec, le parole umane sono inadeguate a esprimere certe verit\u00e0: con buona pace di quei filosofi del linguaggio secondo i quali dovremmo limitarci ad esprimere quegli enunciati che possono essere sottoposti a una verifica di ordine strettamente logico, <em>le cose pi\u00f9 importanti e le esperienza significative della vita non possono venire espresse a parole<\/em>. E non \u00e8 necessario andare fino alle montagne della Georgia Australe per averne la conferma: basta chiederlo a una qualunque ragazzina che sia stata innamorata, a un bambino che abbia perduto la mamma, a due fratelli o due amici che si siano ritrovati dopo mille pericoli e mille difficolt\u00e0.<\/p>\n<p>Questa sensazione di non essere soli, di avere qualcuno accanto, di avvertire una presenza amica che ci sostiene e ci aiuta nei diversi passaggi della vita non \u00e8 poi cos\u00ec rara e l&#8217;hanno percepita innumerevoli esseri umani, delle pi\u00f9 varie fedi religiose e delle pi\u00f9 disparate opinioni circa il rapporto con l&#8217;<em>altro mondo.<\/em> Lo psichiatra americano M. Scott Peck, una bella figura di uomo e di studioso recentemente scomparso, ha scritto in proposito una pagina significativa, che &#8211; a nostro parere &#8211; andrebbe letta e riletta e profondamente meditata. Nel suo libro <em>The road less traveled,<\/em> ossia <em>La strada meno frequentata,<\/em> ma tradotto in italiano col titolo meno felice <em>Voglia di bene<\/em> (Milano, Frassinelli, 1985, pp. 223-233), egli ha tratteggiato la natura di questa misteriosa &quot;presenza&quot; in termini semplici e al tempo stesso efficaci, partendo dalla constatazione che la scienza non \u00e8 in grado di render ragione di quelle misteriose coincidenze (lui dice &quot;serendipicit\u00e0&quot;, dal vocabolo inglese <em>serendipity<\/em>) che costellano la nostra vita e di cui anche Carl Gustav Jung si era occupato, trovandole altamente significative. Secondo Scott Peck, anche se noi non siamo in gradi di spiegarli razionalmente, esiste<\/p>\n<p><em>&quot;(&#8230;) una serie di fenomeni che hanno in comune le seguenti caratteristiche:<\/em><\/p>\n<p><em>a) favoriscono &#8211; cio\u00e8 aiutano, sostengono e proteggono la vita umana e la crescita spirituale.<\/em><\/p>\n<p><em>b) Il loro meccanismo ci \u00e8 solo parzialmente noto (come nel caso della resistenza fisica o dei sogni) o del tutto oscuro (come nel caso dei fenomeni paranormali)secondo l&#8217;interpretazione che il pensiero scientifico moderno d\u00e0 delle leggi naturali.<\/em><\/p>\n<p><em>c) Sono frequenti, ricorrenti e comuni a tutta l&#8217;umanit\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>d) Bench\u00e9 possano essere influenzati dalla coscienza umana, la loro origine \u00e8 estranea alla volont\u00e0 e ai processi decisionali consci.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Sebbene questi fenomeni vengano in genere considerati come indipendenti l&#8217;uno dall&#8217;altro, certi loro aspetti comuni mi hanno indotto a pensare che facciano parte o siano manifestazioni di un unico fenomeno: una forza esterna alla nostra coscienza, che favorisce la nostra crescita spirituale. Per centinaia, anzi per migliaia d&#8217;anni, prima della concettualizzazione scientifica delle immunoglobuline, degli stati onirici e dell&#8217;inconscio, le uniche a riconoscere la presenza di questa forza sono state le religioni, che le hanno dato il none di grazia. E ne hanno cantato le lodi: \u00abStupefacente grazia! Com&#8217;\u00e8 dolce il suono&#8230;\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Ma come dobbiamo comportarci noi scettici nei confronti di questa forza che, come ho detto, \u00ab\u00e8 esterna alla nostra coscienza e favorisce la nostra crescita spirituale?\u00bb. Non possiamo toccarla. Non siano in grado di controllarla. Eppure essa esiste, \u00e8 una realt\u00e0. Dobbiamo forse metterci i paraocchi, fingere di non accorgerci di lei, semplicemente perch\u00e9 non si accorda con i tradizionali concetti scientifici? Mi sembra imprudente. Sono infatti convinto che sia impossibile sperare di comprendere a fondo la realt\u00e0 del cosmo e del posto che l&#8217;uomo vi occupa senza incorporare la grazia nella nostra cornice concettuale.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Noi tuttavia non siamo neppure in grado di localizzare questa forza. Sappiamo soltanto dove<\/em> non <em>\u00e8, \u00e8 cio\u00e8 nella nostra coscienza. (&#8230;) La nostra tendenza a pensare in termini di entit\u00e0 ci costringe a trovare una collocazione a tutto, persino a Dio e alla grazia, pur sapendo che in tal modo ci rendiamo pi\u00f9 difficile la soluzione di molti problemi.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Poich\u00e9 i miei limiti intellettivi mi costringono a pensare (o a scrivere) in termini di entit\u00e0, se mi sforzo di non pensare all&#8217;individuo come a un&#8217;entit\u00e0 arrivo a ipotizzare i confini dell&#8217;individuo come delimitati da una membrana permeabile &#8211; una siepe invece di un muro &#8211; attraverso, sopra e sotto la quale altre entit\u00e0 possono insinuarsi. Cos\u00ec come la nostra coscienza \u00e8 parzialmente permeabile all&#8217;inconscio, quest&#8217;ultimo \u00e8 a sua volta permeabile a una \u00abmente\u00bb esterna, una \u00abmente\u00bb che ci permea ma non \u00e8 parte di noi. Ben pi\u00f9 elegante ed efficace di questa moderna spiegazione scientifica \u00e8 l&#8217;interpretazione del rapporto tra grazia ed entit\u00e0 individuale data nel quattordicesimo secolo (1393 circa) da Dame Julian, un anacoreta di Norwich: \u00abCome il corpo \u00e8 rivestito dagli abiti, la carne dalla pelle, le ossa dalla carne e il cuore dal tutto, cos\u00ec noi, anima e corpo, siamo rivestiti e avvolti dalla bont\u00e0 di Dio. E mentre il nostro corpo si consuma fino alla dissoluzione, la Bont\u00e0 di Dio rimane sempre intatta\u00bb.&quot;<\/em><\/p>\n<p>La grazia, dunque &#8211; o, se cos\u00ec non vogliamo chiamarla, quella presenza misteriosa eppure certa ed evidente, che accompagna tanta parte della nostra vita (pur spesso non ne siamo del tutto consapevoli) &#8211; \u00e8 l&#8217;aiuto su cui possiamo contare nel nostro impervio cammino verso ci\u00f2 che sta oltre l&#8217;uomo terreno, verso l&#8217;uomo spirituale. Le religioni le danno noni differenti e si dividono perfino sul fatto di collocare questa &#8216;forza&#8217; all&#8217;interno o all&#8217;esterno dell&#8217;uomo. Per le tre grandi religioni monoteiste &#8211; ebraismo, cristianesimo e islamismo &#8211; essa sarebbe all&#8217;esterno; per l&#8217;induismo e il buddhismo, viceversa (ammesso e non concesso che quest&#8217;ultimo sia una religione e non, primariamente, una filosofia scientifica e assolutamente laica, anzi perfino ateistica) sarebbe all&#8217;interno. Ma che senso ha parlare di esterno ed interno per qualche cosa in cui siamo immersi e che ci pervade da ogni lato, che \u00e8 parte di noi o, meglio, della quale noi siamo una parte? Non \u00e8 un po&#8217; puerile questo tentativo di localizzarla, di incasellarla, di etichettarla, magari di brevettarla e di pretenderne l&#8217;esclusiva?<\/p>\n<p>Resta la domanda circa il perch\u00e9 noi dovremmo fare uno sforzo cos\u00ec grande come quello di metterci in cammino dall&#8217;uomo all&#8217;oltre-uomo, dall&#8217;uomo terrestre all&#8217;uomo spirituale. E, se questa forza misteriosa che abbiamo chiamato &quot;grazia&quot;, ci viene donata senza che siamo noi a esercitare un controllo su di essa, perch\u00e9 questo dono? Che cosa si vuole da noi, quale sarebbe lo scopo e la destinazione del nostro tentativo di gettare un ponte al di l\u00e0 della condizione umana attuale, di superare tale condizione come dato puramente storico-biologico per trasformarla ontologicamente in una libera coscienza che si riconosce, si sceglie, si ama e vuol rientrare nella dimora ospitale dell&#8217;Essere?<\/p>\n<p>La risposta, o il tentativo di risposta, a un tale interrogativo \u00e8 inseparabile dal riconoscimento di quella forza benefica di cui abbiamo detto, e che accompagna i nostri passi come una presenza quasi tangibile, specialmente nei frangenti pi\u00f9 difficili. Essa ci sostiene affinch\u00e9 noi prendiamo coscienza della nostra reale natura e della nostra destinazione ultima, perch\u00e9 \u00e8 essa stessa quella natura e quella destinazione. Noi siamo lei ed essa \u00e8 noi: solo che non lo sappiamo e crediamo di essere tutt&#8217;altra cosa, di essere separati.<\/p>\n<p>Cediamo ancora la parola a M. Scott Peck:<\/p>\n<p><em>&quot;Qual \u00e8 l&#8217;origine della grazia? L&#8217;amore infatti appartiene alla coscienza, ma la grazia no. Da dove viene questa \u00abforza che si origina oltre i confini della coscienza e favorisce la crescita spirituale degli esseri umani?\u00bb.(&#8230;) Per spiegare i miracoli della grazia e dell&#8217;evoluzione noi supponiamo l&#8217;esistenza di un Dio che, amandoci, desidera la nostra crescita. A molti quest&#8217;ipotesi appare troppo semplicistica, addirittura ingenua e infantile. Ma non abbiamo molte alternative. Nessuno del resto \u00e8 riuscito a formularne una migliore o anche semplicemente diversa. Siamo perci\u00f2 costretti a scegliere fra l&#8217;ipotesi forse puerile di un Dio che ci ama e il vuoto teoretico.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se accettiamo questa ipotesi, scopriremo tuttavia che le sue implicazioni filosofiche sono tutt&#8217;altro che semplici.<\/em><\/p>\n<p><em>&quot;Se postuliamo che la nostra capacit\u00e0 d&#8217;amare, l&#8217;impulso a crescere ed evolverci \u00e8 un afflato divino ,non possiamo fare a meno di chiederci perch\u00e9 Dio voglia la nostra crescita. Qual \u00e8 il fine di questa crescita? Qual \u00e8 l&#8217;obbiettivo dell&#8217;evoluzione? Cosa pu\u00f2 volere Dio da noi?(&#8230;) Tutti cloro che postulano l&#8217;esistenza di un Dio benevolo non possono che giungere a un&#8217;unica, terribile conclusione: Dio vuole che diventiamo Lui. La nostra crescita ha come fine ultimo la divinit\u00e0. Dio \u00e8 il fine ultimo dell&#8217;evoluzione. Dio \u00e8 la fonte della forza che ci spinge a crescere e ne \u00e8 al tempo stesso la meta. \u00c8 infatti questo che diciamo quanto intendiamo che Dio \u00e8 Alfa e Omega, il principio e la fine.&quot;<\/em><\/p>\n<p>O, per dirla con la sapienza induista, <em>Tat tvam asi,<\/em> \u00abtu sei Quello\u00bb.<\/p>\n<p>Non c&#8217;\u00e8 da meravigliarsi che un tale pensiero riempia di sgomento anche l&#8217;essere umano pi\u00f9 coraggioso. \u00c8 un pensiero che fa <em>tremar le vene e i polsi<\/em>, come direbbe Dante. Prendersi sulle spalle il compito immane, infinito di diventare Dio, di riconoscersi in Lui, di innalzarsi alle Sue paurose, rarefatte altezze!<\/p>\n<p>Eppure, tale pensiero pu\u00f2 essere anche una fonte di inesauribile fiducia e di inestinguibile consolazione, specialmente nei terribili momenti di oscurit\u00e0. Perch\u00e9 se noi siamo in Lui e siamo parte di Lui, allora non dobbiamo avere pi\u00f9 paura di nulla. Tutto quello che ci capiter\u00e0 sar\u00e0 per il bene e nulla, proprio nulla, potr\u00e0 farci del male, a patto che noi non ci separiamo da quella perenne sorgente di forza e non volgiamo le spalle alla nostra missione, tradendola e rinnegandola. Tutto quello che ci viene chiesto, in definitiva, \u00e8 di rimanere fedeli a noi stessi, alla nostra verit\u00e0 profonda che \u00e8 anelito di assoluto, perch\u00e9 cos\u00ec facendo rimarremo fedeli all&#8217;Essere e l&#8217;Essere non smetter\u00e0 di sorreggerci, pervaderci, illuminarci la strada, sostenerci quando inciamperemo e aiutarci a rialzarci quando cadremo.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 sicuramente cadremo, e parecchie volte.<\/p>\n<p>Ma non saremo soli. Come disse Shackleton, un silenzioso compagno di viaggio ci star\u00e0 accanto: e, finch\u00e9 avvertiremo la sua presenza, tutto finir\u00e0 per risolversi in bene.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In precedenti articoli abbiamo sostenuto &#8211; con Nitetzsche, ma anche con Aurobindo e Teilhard de Chardin &#8211; che l&#8217;uomo \u00e8 qualcosa che deve essere superato, e<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[92],"class_list":["post-24215","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-altro"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24215","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24215"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24215\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24215"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24215"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24215"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}