{"id":24179,"date":"2010-03-15T04:10:00","date_gmt":"2010-03-15T04:10:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/03\/15\/fra-i-canachi-della-nuova-caledonia-la-persona-non-ha-nome-ne-io-ma-e-un-insieme-di-relazioni\/"},"modified":"2010-03-15T04:10:00","modified_gmt":"2010-03-15T04:10:00","slug":"fra-i-canachi-della-nuova-caledonia-la-persona-non-ha-nome-ne-io-ma-e-un-insieme-di-relazioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2010\/03\/15\/fra-i-canachi-della-nuova-caledonia-la-persona-non-ha-nome-ne-io-ma-e-un-insieme-di-relazioni\/","title":{"rendered":"Fra i Canachi della Nuova Caledonia la persona non ha nome n\u00e9 io, ma \u00e8 un insieme di relazioni"},"content":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo occidentale \u00e8 ossessionato dall&#8217;io e sempre lo \u00e8 stato.<\/p>\n<p>Il nome proprio \u00e8 il simbolo di questa ossessione; e Odisseo, il personaggio pi\u00f9 rappresentativo dell&#8217;uomo occidentale almeno sino a Faust, non a caso si presenta a Polifemo come Udeis, cio\u00e8 \u00abNessuno\u00bb: somma astuzia da parte di chi aveva un grande concetto di s\u00e9 e neanche per un momento, neppure nei peggiori frangenti e nelle avventure pi\u00f9 pericolose, era giunto a dubitare del proprio io.<\/p>\n<p>L&#8217;io; il nome proprio; il tema astrologico natale (e non, come sarebbe pi\u00f9 logico, quello del concepimento): sono altrettanti pilastri di quell&#8217;egocentrismo che ha sempre indotto l&#8217;uomo occidentale a ritenersi distinto e contrapposto agli altri io, e, se possibile, desideroso di controllarli, dominarli, sottometterli a s\u00e9.<\/p>\n<p>Non \u00e8 affatto un caso, ed \u00e8 solo apparentemente paradossale, il fatto che proprio questo io ipertrofico abbia finito per sboccare, nell&#8217;attuale &quot;quarto uomo&quot; postmoderno, di cui abbiamo gi\u00e0 parlato altrove (dopo i primi tre tipi: l&#8217;uomo greco, l&#8217;uomo cristiano e l&#8217;uomo borghese), in un oblio di fatto del concetto di persona.<\/p>\n<p>L&#8217;io, infatti, non si identifica con la persona, se non apparentemente e superficialmente: in realt\u00e0, vorremmo dire che ne \u00e8 quasi la contraffazione; comunque, rimane un concetto ben distinto. La persona indica la totalit\u00e0 dell&#8217;essere umano, nel suo statuto ontologico, ma anche nella sua relazione dinamica con tutti gli altri enti e, quindi, nella sua infinta apertura esistenziale: indicando con tale espressione anche, e non per ultima, l&#8217;apertura alla trascendenza; mentre l&#8217;io corrisponde essenzialmente all&#8217;individuo cosciente di s\u00e9 (anche troppo), chiuso alla relazione col tu e arroccato in difesa di se stesso e in contrapposizione agli altri enti.<\/p>\n<p>Cos\u00ec ci \u00e8 stato insegnato fin da piccoli; cos\u00ec ci suggerisce tutta la cultura occidentale e specialmente quella moderna, che, enfatizzando l&#8217;elemento dell&#8217;autosufficienza umana, proclama, o quanto meno suggerisce, che si viene al mondo per affermare il proprio io, lottando contro tutti e puntando ad abbattere tutto ci\u00f2 che lo limita o lo ostacola: si tratti della legge morale o della persona fisica dell&#8217;altro (\u00abl&#8217;inferno sono gli altri\u00bb, dichiara il cattivo maestro Sartre).<\/p>\n<p>Del resto, non aveva trionfalmente proclamato Cartesio: \u00abCogito, ergo sum\u00bb, raddoppiando il male, poich\u00e9 aveva moltiplicato per due l&#8217;ipertrofia dell&#8217;ego: quella dello spirito e quella del corpo? E noi siamo un po&#8217; tutti figli di Cartesio: del suo dualismo, della sua presunzione razionalista, del suo disprezzo per gli altri enti.<\/p>\n<p>Eppure il concetto di io, cos\u00ec come si \u00e8 sviluppato e radicato nella cultura occidentale, non \u00e8 affatto un concetto &quot;naturale&quot;: non fa parte della struttura ontologica dell&#8217;essere umano, ma \u00e8 solo e unicamente una acquisizione culturale.<\/p>\n<p>Altre culture non l&#8217;hanno gonfiato all&#8217;eccesso, come facciamo noi: per esempio, quella giapponese, ove l&#8217;io \u00e8 visto sempre in un ruolo subordinato rispetto ad altri valori, primo fra tutti la totalit\u00e0 dei doveri sociali; per cui anche il gesto estremo del &quot;harakiri&quot; o quello del &quot;kamikaze&quot; non sono affatto una manifestazione esasperata dell&#8217;io, ma, al contrario, un riconoscimento che esistono cose pi\u00f9 importanti di esso. Nella cultura giapponese, comunque, l&#8217;io non viene negato o represso, ma semplicemente ridimensionato, in confronto ai nostri parametri; e a ci\u00f2 tende tutta l&#8217;educazione dei bambini e dei ragazzi.<\/p>\n<p>Vi sono altre culture, viceversa, nelle quali l&#8217;io viene ad essere, di fatto, radicalmente negato; e ci\u00f2 nelle due forme, opposte e speculari, di una concezione dell&#8217;essere umano come ci\u00f2 che sta al di qua dell&#8217;io, oppure come di ci\u00f2 che ne sta al di l\u00e0.<\/p>\n<p>Come esempio del primo tipo potremmo citare, fra le altre, la cultura dei Canachi della Nuova Caledonia; come esempio del secondo tipo, la dottrina del \u00abnon-io\u00bb, dell&#8217;\u00aban\u00e2tman\u00bb di certe filosofie indiane, come quella dell&#8217;Abhidharma (fonte principale del buddhismo Theravada) e quella, analoga, del \u00abmushin-no-shin\u00bb dello Zen giapponese.<\/p>\n<p>In questa sede, spenderemo qualche riflessione sul primo tipo di negazione dell&#8217;io; ma, prima, cediamo la parola al sociologo francese Jean Stotzel (1910-1987), il quale, a sua volta, si rif\u00e0 agli studi &quot;sul campo&quot; del missionario protestante ed etnologo francese Marcel Leenhardt (1878-1954), che si accost\u00f2 al mondo mitico degli indigeni della Nuova Caledonia in maniera analoga a quanto fece Marcel Griaule per il popolo africano dei Dogon.<\/p>\n<p>Scriveva, dunque, lo Stotzel nel suo ormai classico \u00abPsicologia sociale\u00bb (titolo originale: \u00abLa Psychologie sociale\u00bb, Paris, Flammarion; traduzione italiana di Armando Catemario, Roma, Armando Editore, 1964, 1973, pp. 178-180):<\/p>\n<p>\u00abMa se la personalit\u00e0 pu\u00f2 differire da una cultura a un&#8217;altra per gli elementi che la costituiscono, per il suo contenuto [&#8230;], l&#8217;analisi permette di avanzare di un passo: \u00e8 la nozione stessa di persona che bisogna mettere in causa. Esistono societ\u00e0 dove non si pensa in termini di persona, di io, sia che l&#8217;idea di persona non sia stata distinta, sia che ci si sforzi di non pi\u00f9 pensare in questi termini. Come tipo di societ\u00e0 la cui cultura \u00e8 rimasta appunto &quot;al di qua dell&#8217;io&quot;, si possono prendere i Canachi della Nuova Caledonia studiati da Marcel Leenhardt (&quot;Do kamo: La personne et le mythe dans le monde m\u00e9lan\u00e9sien&quot;, Gallimard, Paris, 1937, p. 259). In lingua Ruel\u00f9, &quot;do kamo&quot;, scelto come titolo al libro di Leenhardt, \u00e8 &quot;l&#8217;uomo vero&quot;, veramente umano, il vivente, che si oppone al &quot;bao&quot;, l&#8217;essere che non ha corpo. Si dovrebbe dunque prima ricercare il &quot;kamo&quot; nel corpo. Ora, precisamente, per il Canaco, il corpo non \u00e8 la persona, il corpo non \u00e8 lui. Il corpo \u00e8 soltanto ci\u00f2 che sostiene, corpo dell&#8217;uomo, corpo dell&#8217;ascia (il suo manico), corpo del buco (il suo vuoto), corpo della notte (la Via Lattea). \u00c8 attraverso le sue relazioni sociali che si definir\u00e0 il &quot;kamo&quot;, ma bisogna ben comprendere come. In Occidente, la persona si definisce contrapponendosi alle altre persone cui \u00e8 legata. Non vi \u00e8 alcuna contrapposizione del genere tra i Canachi: il &quot;kamo&quot; \u00e8 tutto intero nelle sue relazioni, &quot;ab&quot;, &quot;ac&quot;, &quot;ad&quot;, ecc., [&#8230;]<\/p>\n<p>Ciascuna di queste relazioni \u00e8 un ruolo [dell&#8217;individuo nei confronti degli altri individui]; senza ruolo l&#8217;individuo non \u00e8 pi\u00f9 nulla, null&#8217;altro che un vuoto al centro delle diverse &quot;a&quot; [cio\u00e8 delle diverse relazioni].<\/p>\n<p>L&#8217;individuo si conosce e si designa per questi ruoli: padre di&#8230;, figlio di&#8230;, ecc&#8230; E d&#8217;altronde in questi ruoli egli \u00e8 intercambiabile: in un gruppo di giovani, tutti interpretano lo stesso personaggio. Essi sono lo stesso personaggio. D&#8217;altra parte, non mancano mai relazioni sociali all&#8217;individuo. Un giovane non \u00e8 mai solo con se stesso, ma \u00e8 sempre con un gruppo di giovani che formano un blocco, anche nelle avventure galanti. Se il &quot;kamo&quot;, si definisce attraverso le sue relazioni sociali, non lo \u00e8 che in maniera imprecisa. Non gi resta neanche la risorsa dell&#8217;individuazione attraverso il nome, perch\u00e9: 1) il nome non \u00e8 fatto per individuare, ma per rappresentare delle relazioni. Per esempio, il nome di battesimo indicher\u00e0 la posizione dell&#8217;individuo nel suo gruppo parentale: Poindi (il cadetto), Tiano (la figlia primogenita del capo), Hik\u00e9 (la cadetta); 2) nessun nome pu\u00f2 ricoprire la personalit\u00e0 intera; ogni individuo ha pi\u00f9 nomi: nome della terra, nome del gruppo parentale, nome ancestrale. Occorrerebbe l&#8217;insieme dei nomi per ricostruire l&#8217;identit\u00e0 della persona; ora 3) il ruolo del nome, l&#8217;uso del nome, sono minimi. A scuola 0&#8217;allievo non dice il suo nome, sia che l&#8217;ignori, sia che non osi adoperarlo; nelle leggende del folklore la maggior parte degli eroi non ha nome. Quando ci si chiama si dice: &quot;Ehi, voi, i due uomini, due uomini, due fratelli, due uomini, di Asawa!&quot;. Il nome esiste presso i Melanesiani, ma non ha per funzione di individuare una personalit\u00e0.<\/p>\n<p>Leendhardt ha quindi motivo di concludere che i Canachi, tra in quali ha vissuto per lungo tempo in Nuova Caledonia, non si fanno un&#8217;idea chiara della loro persona. Prima dell&#8217;arrivo degli Europei, il Canaco pensava e parlava, insieme, alla prima e alla terza persona. L\u00e0 dove noi diciamo: &quot;io faccio&quot;, egli dice: &quot;io, il me, fa&quot;. Ci\u00f2 perch\u00e9 non dispone di un nome personale che lo designi individualmente senza equivoco, perch\u00e9 egli \u00e8 preso in una rete di relazioni sociali concrete da cui non pu\u00f2 astrarsi, perch\u00e9, soprattutto, egli non ha pienamente l&#8217;idea che il suo corpo \u00e8 lui stesso. &quot;No, non \u00e8 l&#8217;idea di mente che voi ci avete portato, diceva il vecchio Boessoou, ci\u00f2 che voi ci avete portato \u00e8 il corpo&quot;.\u00bb<\/p>\n<p>Riassumendo: presso i Canachi della Nuova Caledonia l&#8217;individuo non \u00e8 considerato tale, anzi, non \u00e8 nemmeno considerato persona, se con questo termine si intende il soggetto di una esistenza del tutto distinta e indipendente dalle altre esistenze.<\/p>\n<p>Egli non si definisce se non attraverso le relazioni che lo collegano agli altri e, quindi, attraverso i ruoli sociali che ricopre. Si noti la differenza con la visione occidentale: per noi, la persona si definisce in contrapposizione e in competizione con le altre persone; per i Canachi, la persona si definisce nella relazione armoniosa e necessaria con esse.<\/p>\n<p>E non c&#8217;\u00e8 &#8211; questo sarebbe piaciuto al Pirandello di \u00abUno, nessuno e centomila\u00bb &#8211; una personalit\u00e0 autentica, nascosta al di sotto di tutti questi ruoli; perch\u00e9 la persona, al di fuori del ruolo o dei ruoli che ricopre nella societ\u00e0, \u00e8 un nulla, una pura astrazione. L&#8217;individuo \u00e8 il ruolo che ricopre, coincide con il personaggio che interpreta.<\/p>\n<p>Al tempo stesso, come si \u00e8 visto, l&#8217;individuo non \u00e8 mai solo con se stesso, fa sempre parte di un gruppo: ottimo antidoto alle tendenze narcisiste ed egoiche dell&#8217;io individuale, alla sua ambizione di affermarsi contro gli altri io, alla sua smania di primeggiare e di sottomettere. Pu\u00f2 darsi che vi sia anche un aspetto negativo in questo atteggiamento dei Canachi, ad esempio una certa difficolt\u00e0 a conciliarsi con la solitudine e, pertanto, con la riflessione e l&#8217;interiorit\u00e0. Ma siamo sicuri che riflessione ed interiorit\u00e0, delle quali noi occidentali andiamo cos\u00ec fieri, non siano altro che le piante degeneri di una radice malata: l&#8217;ipertrofia dell&#8217;ego?<\/p>\n<p>Resta da vedere &#8211; e lo Stoetzel se lo chiede al principio della sua descrizione, senza per\u00f2 approfondire la questione &#8211; se il concetto di &quot;do kamo&quot;, di &quot;uomo vero&quot;, cos\u00ec come lo abbiamo esposto, sia il risultato di una incapacit\u00e0 di riconoscere il concetto di persona, oppure di una volont\u00e0 intenzionale di limitarne la portata e il possibile abuso nelle concerete circostanze della vita pratica. Curiosit\u00e0 che non riguarda il sociologo; ma che non pu\u00f2 certo lasciare indifferente l&#8217;etnologo e meno ancora il filosofo, sempre interessato, quest&#8217;ultimo, ad ampliare la riflessione dal caso particolare alle questioni di portata universale.<\/p>\n<p>Una cosa ci sembra piuttosto evidente.<\/p>\n<p>L&#8217;uomo occidentale sopravvaluta il proprio io e misconosce, in tal modo, quanto di cosmico, di assoluto vi \u00e8 in ciascuna persona; la quale non \u00e8 fatta soltanto di pensieri, emozioni, sentimenti e ricordi personali, ma anche di pensieri, emozioni, sentimenti e ricordi di tutto il genere umano e di tutto il mondo vivente; non solo: di tutto ci\u00f2 che esiste, \u00e8 esistito ed esister\u00e0, a cominciare dal fondamento ontologico di ciascuna cosa: l&#8217;Essere.<\/p>\n<p>Non \u00e8 affatto contraddittorio sostenere che l&#8217;uomo occidentale dovrebbe riportare entro limiti pi\u00f9 ragionevoli la coscienza del proprio io, se non oltrepassarla addirittura; e che dovrebbe, al tempo stesso, potenziare la consapevolezza di essere persona, dunque di possedere una dignit\u00e0 intrinseca che si estende molto al di l\u00e0 di ci\u00f2 che egli effettivamente \u00e8 ed agisce, per investire il senso complessivo del suo esistere nel mondo, con il mondo e per il mondo.<\/p>\n<p>Il Canaco che parla di se stesso in terza persona, cos\u00ec come &#8211; da noi &#8211; fanno solo i bambini in una certa fase della loro crescita, potrebbe costituire un prezioso esempio di umilt\u00e0, di aderenza alle cose e di riscoperta del legame necessario fra noi ed esse, fra noi e il tu, fra noi e l&#8217;Essere dal quale deriviamo e al quale siamo destinati a ritornare.<\/p>\n<p>Non sarebbe la prima volta che le societ\u00e0 &quot;primitive&quot; hanno qualcosa di importante su cui farci riflettere; qualcosa cui non eravamo giunti, pur con tutto il nostro Logos strumentale e calcolante.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&#8217;uomo occidentale \u00e8 ossessionato dall&#8217;io e sempre lo \u00e8 stato. 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