{"id":24172,"date":"2020-10-31T11:27:00","date_gmt":"2020-10-31T11:27:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/10\/31\/con-s-agostino-dalluomo-a-dio-da-dio-alluomo\/"},"modified":"2020-10-31T11:27:00","modified_gmt":"2020-10-31T11:27:00","slug":"con-s-agostino-dalluomo-a-dio-da-dio-alluomo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2020\/10\/31\/con-s-agostino-dalluomo-a-dio-da-dio-alluomo\/","title":{"rendered":"Con S. Agostino: dall&#8217;uomo a Dio, da Dio all&#8217;uomo"},"content":{"rendered":"<p>Fare filosofia significa cercare la verit\u00e0. Non una verit\u00e0 qualsiasi, ma la sola verit\u00e0 vera: perch\u00e9, per definizione, non ci possono essere due o pi\u00f9 verit\u00e0 diverse fra loro. Diversa, questo s\u00ec, potr\u00e0 essere la prospettiva da cui la si contempla, perch\u00e9 l&#8217;uomo, per sua natura creatura finita, non pu\u00f2 entrare nella verit\u00e0 e farsi tutt&#8217;uno con essa, quindi non pu\u00f2 averne una visione totale e perfetta, ma solo parziale e imperfetta. E tuttavia: una cosa \u00e8 vedere parzialmente e imperfettamente la verit\u00e0, come un oggetto contemplato da lontano; un&#8217;altra cosa, e ben diversa, \u00e8 che ciascun uomo pensi di avere la sua verit\u00e0, o, peggio ancora, che ciascuno ritenga di avere diritto alla propria verit\u00e0. Che c&#8217;entra la verit\u00e0 con i diritti? La verit\u00e0 \u00e8 ricerca, fatica, sacrificio: e infatti non vi \u00e8 certo la fila davanti ad essa. Gli uomini disposti a cercarla sinceramente, con tutta la loro intelligenza, con tutta la loro volont\u00e0 e con tutta la loro anima, sono solo una esigua minoranza; gli altri preferiscono costruirsi le loro piccole verit\u00e0 personali, o di partito, o d&#8217;ideologia, per poi farvi la loro cuccia e viverci buoni e appagati sino alla fine dei loro giorni. Magari si danno un gran daffare per convertite gli altri, gli infedeli; si agitano, complottano, fomentano rivoluzioni, sognano cieli nuovi e terre nuove e intanto fanno scorrere fiumi di sangue: vogliono imporre al mondo intero la loro verit\u00e0, ma non si sono mai presi la briga di verificare, con fatica e sacrificio personale, se quella sia propria <em>la<\/em> verit\u00e0, la sola, l&#8217;unica. Per farlo, bisogna mettersi personalmente alla prova del fuoco; mentre \u00e8 assai pi\u00f9 facile pretendere di cambiare il mondo anzich\u00e9 por mano ad un profondo lavoro su se stessi. Se la formula magica per trovare la verit\u00e0 e metterla in pratica non si trova, \u00e8 molto pi\u00f9 semplice dare la colpa agli altri, dire che il mondo \u00e8 sbagliato e mettersi a rifarlo, che non vedere le proprie insufficienze, la propria pigrizia, la propria mancanza di rigore intellettuale e morale. Perch\u00e9 la verit\u00e0 \u00e8 esigente, non si concede agli animi fiacchi o alle menti svogliate; non si lascia neppure avvicinare dagli stupidi, dai presuntuosi e dai conformisti.<\/p>\n<p>La verit\u00e0, infatti, non \u00e8 un oggetto inerte, rispetto al quale noi siamo la parte attiva: la verit\u00e0 invece \u00e8 qualcosa di vivo, di pulsante, di caldo, che attira e che anima, che seduce e che regala agli uomini la gioia pi\u00f9 grande che sia dato conoscere al mondo: ma non a tutti, bens\u00ec ai soli meritevoli. Se paragoniamo il filosofo, ossia il ricercatore della verit\u00e0, ad un alpinista, possiamo vedere nella sua scalata verso l&#8217;alto la figurazione della sua ascesa verso il vero, a prezzo di fatiche e di pericoli, e nella conquista della vetta inviolata, il raggiungimento del fine prefissato: la contemplazione disinteressata e illuminante della verit\u00e0. Ora, non \u00e8 esatto vedere l&#8217;alpinista come la sola parte attiva, e la vetta della montagna come l&#8217;oggetto passivo, che riceve valore e importanza dal fatto di essere infine conquistata da qualcuno. Nella dialettica fra l&#8217;alpinista e la montagna, bisogna vedere entrambi, l&#8217;alpinista e la montagna, come fattori dinamici e attivi: il primo \u00e8 proteso con tutta la sua volont\u00e0 alla conquista della vetta, ma questa esercita un&#8217;attrazione irresistibile, magica, nel senso di non spiegabile in termini meramente razionali, su quanti la contemplano dal basso e da lontano. Infatti non esistono ragioni propriamente razionali per affrontare immani fatiche e grandissimi pericoli, fino a quello di perdere la vita, soltanto per la soddisfazione di posare il piede su un particolare luogo del paesaggio. L&#8217;attrazione che le montagne esercitano sugli alpinisti \u00e8 in realt\u00e0 di tipo spirituale, e potremmo anche dire mistico, considerato che le veglie, i sacrifici e la stessa severit\u00e0 della preparazione tecnica, nonch\u00e9 la concentrazione necessaria per affrontare i passaggi pi\u00f9 ardui, presentano marcate somiglianze con la disposizione del monaco o dell&#8217;anacoreta i quali cercano la solitudine e la penitenza, e praticano la preghiera e la mortificazione corporale e spirituale, rinunciando ai piaceri e alle soddisfazioni del mondo, per intraprendere un itinerario di ascensione dell&#8217;anima verso Dio. L&#8217;uno e l&#8217;altro, il mistico e l&#8217;alpinista, hanno bisogno di rendersi leggeri per poter salire verso l&#8217;alto, e perci\u00f2 attuano il distacco dalle cose grossolane in vista di un bene che \u00e8 di natura interiore, inestimabile proprio perch\u00e9 immateriale.<\/p>\n<p>L&#8217;itinerario di sant&#8217;Agostino dal mondo a Dio, e poi la riflessione sul mondo fatta assumendo la prospettiva del divino, \u00e8 un ottimo esempio di come l&#8217;anima possa elevarsi alla Verit\u00e0 suprema e poi, contemplandola, sia in grado di posare uno sguardo ampio, comprensivo, amorevole ma non egoico, sulla dimensione terrena. In un certo senso, per poter giudicare equanimemente il mondo e tutto ci\u00f2 che appartiene alla sfera terrena, sia di ordine materiale che spirituale, \u00e8 necessario prima rendere l&#8217;anima leggera e la mente capace di puntare dritto all&#8217;essenziale, proprio come l&#8217;alpinista che si prepara ad ascendere un&#8217;ardua vetta deve prima sbarazzarsi di tutto ci\u00f2 che non \u00e8 necessario e rendere il proprio corpo agile e scattante, cos\u00ec come la mente lucida e pronta. Sant&#8217;Agostino si \u00e8 innalzato verso la Verit\u00e0 con lo slancio intellettuale e con l&#8217;ardore del desiderio spirituale, ossia con la tensione della mente e con quella dell&#8217;anima, per giungere alla comprensione che la Verit\u00e0 \u00e8 Dio e che Dio \u00e8 la Verit\u00e0; e che la Verit\u00e0 divina \u00e8 essenzialmente amore, l&#8217;Amore infinito del Creatore per le sue creature. E dunque si pu\u00f2 giungere ad essa con lo strumento della ragione; ma poi c&#8217;\u00e8 un abisso che solo lo slancio dell&#8217;anima pu\u00f2 colmare, perch\u00e9 l&#8217;Amore divino si compendia in un immenso mistero, quello del Verbo che si fa carne per rendersi ancora pi\u00f9 vicino alle sue creature e attirarle a S\u00e9 con la forza irresistibile del suo Sacrificio per amore di esse. E cos\u00ec come Dio si fa carne per andare incontro agli uomini, illuminarli e redimerli, innalzandoli dalla palude delle loro cieche passioni alla luce rasserenante e pacificante della Verit\u00e0, analogamente l&#8217;uomo tende a Dio per un istinto insopprimibile che lo proietta oltre di s\u00e9, in quanto se con la carne \u00e8 cittadino di questo mondo, con lo spirito partecipa della dimensione sopranaturale e quindi ha la sua patria naturale l\u00ec dove tutto ha avuto inizio, presso il Verbo divino che, solo, pu\u00f2 spegnere l&#8217;inquietudine umana e appagare completamente e perfettamente l&#8217;umano desiderio di luce, verit\u00e0, bellezza, giustizia e amore. <em>Inquietum est cor nostrum donec requiscat in te, Domine<\/em>: inquieto \u00e8 il nostro cuore finch\u00e9 non riposa in Te, o Signore. E le due opere maggiori di Sant&#8217;Agostino, le <em>Confessioni<\/em> e <em>La citt\u00e0 di Dio<\/em>, descrivono proprio tale doppio itinerario dell&#8217;anima, dall&#8217;umano al divino e dal divino all&#8217;umano: nel senso che l&#8217;anima, quando \u00e8 giunta a specchiarsi in Dio, diviene cos\u00ec limpida e trasparente da poter comprendere le cose di quaggi\u00f9, a cominciare dalla storia umana, in una maniera cos\u00ec chiara e soddisfacente come mai \u00e8 in grado di fare fino a quando rimane invischiata nelle passioni e nei desideri terreni, e quindi giudica il mondo con l&#8217;occhio torbido e greve di chi \u00e8 schiavo della materia.<\/p>\n<p>Una sintesi efficace di questo doppio itinerario \u00e8 contenuta nel volume di Natalino Palermo e Giannino Balbis <em>Romanae litterae<\/em> (Milano, Minerva Italica, 1989, pp. 580-581):<\/p>\n<p><em>Le &quot;Confessioni&quot; hanno la direzione dell&#8217;ascesa. L&#8217;io agostiniano drammaticamente si interroga, si studia, scevera tutte le proprie sfumature e le proprie &quot;spaventose&quot; capacit\u00e0, si strappa e si ricuce lungi un riemergente interrogativo che contrappone la luce alle tenebre, il peccato alla fede, la perdizione alla salvezza; si tende spasmodicamente, sia a livello orizzontale (sul piano della biografia) sia a livello verticale (sul piano della riflessione introspettiva), nell&#8217;esigenza di un approdo ad una verit\u00e0 integrale. Finch\u00e9, dopo il gran salto in Dio, l&#8217;autoanalisi psicologica non trova la via pianeggiante del dialogo con la divinit\u00e0. E in questo dialogo s&#8217;acqueta l&#8217;ansia della scalata cio\u00e8 di quello che potremmo chiamare il &quot;viaggio di andata&quot; dall&#8217;io alla sua &quot;verit\u00e0&quot;. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>La &quot;Citt\u00e0 di Dio&quot; ha, invece, la direzione della discesa e del &quot;viaggio di ritorno&quot;. E take direzione le deriva dal fatto di nascere, oltre che da uno spunto generatore di ordine contingente (controbattere le accuse pagane contro il cristianesimo come causa della rovina dell&#8217;Impero) e da immediati scopi apologetici e dottrinari, da una ormai chiara e consolidata filosofia della storia.<\/em><\/p>\n<p><em>Ovvero: raggiunto il piano e ridiscusso tutto alla luce di esso, fino a entrare in possesso di quella che si potrebbe dire la &quot;visuale di Dio&quot;, Agostino ridiscende tra gli uomini e le loro vicende per offrire un&#8217;interpretazione globalmente definitiva. Intanto non esiste una storia &quot;delle nazioni&quot; (e lo stesso ruolo storico di Roma \u00e8 tutto da ridiscutere), ma una generale storia &quot;dell&#8217;umanit\u00e0&quot;; in essa non hanno rilievo assoluto i fattori politici contingenti, ma gli eventi di ordine spirituale, cio\u00e8 i &quot;fatti&quot; in cui agisce la mano di Dio; anche i due modelli che continuamente si contrappongono sulla sena storica &#8212; la &quot;citt\u00e0 divina&quot; e la &quot;citt\u00e0 terrena&quot; &#8212; non assecondano confini geografici e politici, ma abbracciano l&#8217;umanit\u00e0 di sempre, in quanto attraversano l&#8217;intimit\u00e0 di ogni singolo individuo. La storia umana, creata da Dio, \u00e8 il regno della Provvidenza; al suo centro \u00e8 Cristo e al suo culmine \u00e8 quell&#8217;ultima et\u00e0 del mondo che da Cristo ha inizio; il tempo la racchiude come in una grande bolla di sapone, che \u00e8 tuttavia immersa nella totalit\u00e0 eterna di Dio.<\/em><\/p>\n<p>Infatti. Come la lettura delle <em>Confessioni<\/em> \u00e8 impareggiabile per innalzare l&#8217;anima verso Dio, cos\u00ec quella della <em>Citt\u00e0 di Dio<\/em> \u00e8 tale da spalancare un orizzonte molto pi\u00f9 ampio sulla storia umana, facendoci toccare con mano quanto sia miope e ristretta la nostra lettura abituale dei fatti, sempre condizionata dal temporale e dal contingente e perci\u00f2 incapace di rivelarci la presenza divina nella storia. Eppure, come diceva Renzo nel capolavoro manzoniano, <em>la c&#8217;\u00e8, la Provvidenza<\/em>: eccome se c&#8217;\u00e8; solo che noi non sappiamo vederla perch\u00e9 il nostro sguardo, totalmente assorbito dalla dimensione immanente, \u00e8 incapace di riconoscerla. Si tratta d&#8217;una incapacit\u00e0 tutta nostra, colpevole, perch\u00e9 originata dalla superbia e dalla pigrizia: la superbia che ci fa presumere di essere noi soli gli artefici della storia; la pigrizia, perch\u00e9 non vogliamo assumerci l&#8217;impegno &#8212; faticoso, s\u00ec, ma anche doveroso e a suo modo lieto, perch\u00e9 tale da conferire un significato alla nostra vita &#8211; di cercare il vero. Cercare il vero con l&#8217;ausilio della retta ragione naturale porta al riconoscimento della verit\u00e0 in Dio; e la ragione, sostenuta dalla Rivelazione, ci aiuta a fare il passo ulteriore, ossia a dare un volto e un nome a quel <em>Deus absconditus<\/em> che invano i filosofi ateniesi onoravano, perch\u00e9 quando venne san Paolo ad annunciarlo nella Persona del Verbo incarnato, gli risero in faccia e se ne andarono per i fatti loro. I passaggi, dunque, sono questi: la ricerca del vero, come espressione di un bisogno reale e insopprimibile, connaturato alla struttura della mente umana; il suo riconoscimento mediante la ragione e la sua conferma mediante la fede (che non \u00e8 qualcosa d&#8217;inferiore alla ragione, semmai una facolt\u00e0 superiore ad essa); la conversione del cuore, della mente e della volont\u00e0 per servire, adorare, lodare il Verbo che \u00e8 fonte di vita: <em>Io sono la via, la verit\u00e0 e la vita<\/em>, come dice Ges\u00f9 a quelli che lo hanno riconosciuto, non per merito proprio, ma perch\u00e9 la grazia divina, che sempre viene in soccorso a quanti cercano appassionatamene e sinceramente il vero, lo ha rivelato. Da ci\u00f2 deriva un&#8217;importante conseguenza: tutto il buono che gli uomini riescono a fare, \u00e8 il frutto della grazia divina che agisce per mezzo di loro; il male, invece, \u00e8 ci\u00f2 che sanno fare quando pretendono di agire da soli. E anche questo concetto, fondamentale per la retta comprensione della storia &#8212; non solo della grande storia, ma anche di quella piccola storia, per noi infinitamente preziosa, che \u00e8 la nostra vita individuale &#8211; \u00e8 stato spiegato in modo chiarissimo da Ges\u00f9 Cristo (<em>Gv<\/em>. 15, 1-8):<\/p>\n<p><em>1 \u00abIo sono la vera vite e il Padre mio \u00e8 il vignaiolo. 2 Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perch\u00e9 porti pi\u00f9 frutto. 1Voi siete gi\u00e0 mondi, per la parola che vi ho annunziato. 4 Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non pu\u00f2 far frutto da se stesso se non rimane nella vite, cos\u00ec anche voi se non rimanete in me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perch\u00e9 senza di me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sar\u00e0 dato. 8 In questo \u00e8 glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli.<\/em><\/p>\n<p>Il padrone della storia \u00e8 dunque Dio: nulla vi accade che Lui non voglia o che non permetta. Nel particolare momento storico che stiamo vivendo molti sono preoccupati, angosciati, depressi e perfino disperati: temono che un futuro orribile stia per avverarsi, che ogni cosa finisca sotto il dominio del Male. Temono inoltre per la loro vita individuale: pi\u00f9 che la paura della morte, \u00e8 il senso d&#8217;incertezza e smarrimento che li sta sopraffacendo. Ma la paura \u00e8 una forma di attaccamento alle cose di questo mondo, tanto quanto la brama: e i cristiani sanno o dovrebbero sapere che questo mondo di creta \u00e8 destinato a finire, nessuno sa quando, forse anche domani, forse stasera. Eppure questo pensiero non turba chi ha compreso che tutto \u00e8 nelle mani di Dio, che \u00e8 il Bene, oltre che il Vero. Non sono perci\u00f2 i buoni a doversi preoccupare, ma i malvagi: su di loro incombe il giudizio&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Fare filosofia significa cercare la verit\u00e0. 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