{"id":24171,"date":"2015-11-01T07:46:00","date_gmt":"2015-11-01T07:46:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/01\/le-comunita-vegetali-esistono-realmente-o-sono-una-astrazione-dei-botanici\/"},"modified":"2015-11-01T07:46:00","modified_gmt":"2015-11-01T07:46:00","slug":"le-comunita-vegetali-esistono-realmente-o-sono-una-astrazione-dei-botanici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2015\/11\/01\/le-comunita-vegetali-esistono-realmente-o-sono-una-astrazione-dei-botanici\/","title":{"rendered":"Le comunit\u00e0 vegetali esistono realmente o sono una astrazione dei botanici?"},"content":{"rendered":"<p>Le comunit\u00e0 di piante esistono veramente, oppure non sono altro che una astrazione degli ecologi, dei botanici e degli studiosi di silvicoltura?<\/p>\n<p>In termini ancora pi\u00f9 chiari ed espliciti: esistono, in natura &#8212; si badi: in natura; non, per esempio, in un giardino o in un bosco progettato e realizzato dalla mano dell&#8217;uomo &#8212; delle effettive discontinuit\u00e0 nel piano vegetazionale, in relazione, si capisce, con quelle evidentemente dovute alla presenza delle discontinuit\u00e0 di carattere fisico, geografico e geologico, quali le &quot;barriere&quot; rappresentate da mari, deserti o catene di montagne?<\/p>\n<p>Non si tratta di un quesito ozioso, come potrebbe apparire ad un osservatore superficiale; n\u00e9 la risposta che ad esso si pu\u00f2 formulare \u00e8 rilevante solo per una ristretta cerchia di studiosi, ma, a ben guardare, ha delle implicazioni notevolissime sul piano della logica formale: dunque non solo nel campo strettamente scientifico, ma anche in quello propriamente filosofico.<\/p>\n<p>In un certo senso, si tratta di una questione che presenta notevoli analogie con la questione degli universali, intorno alla quale si \u00e8 dibattuto intensamente nei secoli della Scolastica medievale: gli universali esistono realmente, o sono soltanto un&#8217;astrazione? Quando diciamo, per esempio, &quot;l&#8217;umanit\u00e0&quot;, intendiamo qualche cosa che esiste in s\u00e9 e per s\u00e9, oppure, semplicemente, enunciamo un concetto che viene formulato per ragioni di praticit\u00e0, per comodit\u00e0 di ragionamento, ma s&#8217;intende che non esiste in se stesso, poich\u00e9 ad esistere sono sempre e soltanto i singoli esseri umani, con la loro esistenza circoscritta e collocabile in un tempo e in uno spazio precisi, e non l&#8217;umanit\u00e0 in generale e in astratto?<\/p>\n<p>Dunque, le comunit\u00e0 vegetali. Ogni studente di botanica, a un certo punto, s&#8217;imbatte nel concetto della &quot;comunit\u00e0 vegetale&quot;, e subito s&#8217;immagina l&#8217;insieme delle specie vegetali dimoranti in un certo territorio. Ma tali &quot;comunit\u00e0 vegetali&quot; esistono realmente, in s\u00e9 e per s\u00e9, oppure sono soltanto dei concetti designanti la somma delle singole specie e delle singole piante che realmente, concretamente, vivono entro quel determinato territorio?<\/p>\n<p>Cominciamo dall&#8217;etimologia del termine &quot;comunit\u00e0&quot;. In botanica, si parla abitualmente di &quot;biocenosi&quot;, dalla fusione delle due parole greche &quot;bios&quot;, &quot;vita&quot;, e &quot;kenosis&quot;, &quot;comunit\u00e0&quot;. La biocenosi, dunque, \u00e8 la comunit\u00e0 delle specie che vivono entro un determinato &quot;biotipo&quot;, termine, quest&#8217;ultimo, con il quale, in ecologia, si designa un&#8217;area in cui le condizioni fisico-chimiche ed ambientali sono costanti (e cui un tempo si preferiva il termine &quot;stazione&quot;, che ricorre, infatti, nei vecchi manuali di biogeografia). Il biotipo, pertanto, si pu\u00f2 definire come l&#8217;insieme delle componenti non viventi di un determinato ambiente naturale, come le caratteristiche chimiche del terreno, la temperatura e l&#8217;umidit\u00e0 dell&#8217;aria (si noti che, in botanica, il termine &quot;biotipo&quot;, oggi meno usato, ha un altro significato: designa, infatti, un gruppo di individui aventi lo stesso genotipo, ossia con caratteristiche morfologiche e fisiologiche genericamente omogenee). L&#8217;ecosistema, pertanto, risulta caratterizzato dalla biocenosi e dal biotipo: la prima intesa come l&#8217;insieme delle forme viventi entro una certa area; il secondo, dai fattori abiotici (non viventi) di una certa area, in genere di estensione limitata, come uno stagno, una torbiera, un bosco, un versante montano. La biocenosi, a sua volta, permette di definire i &quot;biomi&quot;, ossia le ampie superfici della biosfera che appaiono caratterizzate da un certo tipo di vegetazione prevalente, come la tundra, la taiga, la foresta temperata o la foresta tropicale; mentre l&#8217;insieme dei biomi \u00e8 la biosfera.<\/p>\n<p>Ora, \u00e8 chiaro che, se la biocenosi \u00e8 soltanto una astrazione degli studiosi; se, in natura, non esiste la biocenosi, ma esistono solo e unicamente le singole specie vegetali e, meglio ancora, le singole piante di ciascuna specie, insediate in un certo territorio, allora il concetto stesso di biocenosi, cio\u00e8 di comunit\u00e0 vegetale, si pone in termini assai diversi da come si tende ad immaginarlo, quando se ne parla come di una cosa concreta e reale, nel senso comunemente attribuito a questi ultimi termini; qualcosa che appare concettualmente imparentata con i concetti di &quot;triangolo&quot;, &quot;cerchio&quot; o &quot;parallelogramma&quot; adoperati in geometria, laddove il matematico sa benissimo che, nel mondo &quot;reale&quot;, simili enti non esistono affatto, cos\u00ec come non esistono, a rigor di termini, n\u00e9 &quot;circonferenze&quot;, n\u00e9 &quot;rette&quot;, n\u00e9, tanto meno, &quot;punti&quot; (cfr., a questo proposito, i nostri precedenti lavori: \u00abIl punto \u00e8 per Euclide qualcosa di esteso o di inesteso?\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 31\/12\/2007; \u00abChe cos&#8217;\u00e8 la geometria?\u00bb, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 21\/02\/2014, e su \u00abIl Corriere delle Regioni\u00bb il 20\/08\/2014; \u00abIl mondo matematico di Platone \u00e8 &quot;reale&quot;?\u00bb, sul sito di Arianna il 24\/10\/2008; e \u00abLe &quot;idee in s/u00e9&quot; di Bernhard Bolzano hanno qualcosa in comune con le idee platoniche?\u00bb, sul sito di Arianna il 02\/04\/2014).<\/p>\n<p>Si tratta di una questione interessante, sia dal punto di vista concettuale e filosofico, pi\u00f9 precisamente logico-formale, sia dal punto di vista concreto e specifico del naturalista: perch\u00e9, evidentemente, non \u00e8 senza importanza, per il botanico o per l&#8217;ecologo, sapere se la biocenosi sia un ente reale o se questa parola sia soltanto un&#8217;espressione linguistica, il contenitore astratto di un insieme d&#8217;individui concreti.<\/p>\n<p>Osserva, a questo proposito, Vittorio Cattani nel suo saggio \u00abConfronto tra quattro metodi per il rilevamento di popolamenti forestali\u00bb (in: \u00abAnnali del Centro di economia montana delle Venezie\u00bb, Padova, Cedam, 1966, vol. v, pp. 209-12):<\/p>\n<p><em>\u00abUn quesito che ci deve porre a questo punto [cio\u00e8 dopo aver enumerato i quattro metodi di popolamento forestale cui si allude nel titolo: ossia di O. Arrhenius, di E. Schmid, di C. Raunkiaer e di Braun-Blanquet], \u00e8 il seguente: \u00e8 possibile definire una comunit\u00e0 di piante?<\/em><\/p>\n<p><em>Il problema, se le comunit\u00e0 di piante esistano veramente o se siano astrazioni degli ecologi, non \u00e8 stato risolto in modo categorico, a causa della variabilit\u00e0 nello spazio e anche nel tempo della vegetazione.<\/em><\/p>\n<p><em>Secondo alcuni AA., non ci sono discontinuit\u00e0 nella vegetazione naturale, tranne dove si abbiano discontinuit\u00e0 nell&#8217;ambiente fisico. Secondo altri, le comunit\u00e0 vegetali esistono come un organismo o quasi: questa ipotesi implica necessariamente dei confini o dei limiti pi\u00f9 o meno definiti tra una comunit\u00e0 e l&#8217;altra. Ne conseguirebbe che le comunit\u00e0 vegetali avrebbero una realt\u00e0 come unit\u00e0 continue.<\/em><\/p>\n<p><em>Comunque, non \u00e8 stato fatto alcun esame completo dei limiti di tolleranza di un gruppo geografico di specie in relazione a tutti i fattori dell&#8217;ambiente; d&#8217;altronde \u00e8 probabilmente impossibile che un tale esame venga compiuto.<\/em><\/p>\n<p><em>Goodall ha tentato di definire la realt\u00e0 delle comunit\u00e0 vegetali. L&#8217;A. pensa che una comunit\u00e0, se esiste realmente, deve denotare omogeneit\u00e0 nella sua configurazione entro i propri confini; e, poich\u00e9 l\u00ec&#8217;omogeneit\u00e0 non \u00e8 raggiunta per nessuno dei seguenti criteri:<\/em><\/p>\n<p>a)  <em>distribuzione spaziale degli individui (in accordo con la curva di Poisson);<\/em><\/p>\n<p>b)  <em>correlazione tra quantit\u00e0 delle specie in saggi ripetuti;<\/em><\/p>\n<p>c)  <em>costanza della variabilit\u00e0 con l&#8217;aumentare della superficie dei quadrati;<\/em><\/p>\n<p><em>egli avverte che, quantunque l&#8217;omogeneit\u00e0 completa possa anche non esistere, pu\u00f2 esservi un maggiore grado di omogeneit\u00e0 entro uno &quot;stand&quot; che tra &quot;stands&quot; differenti (o comunit\u00e0, nel senso qui usato). E questa differenza nel livello di omogeneit\u00e0 pu\u00f2 essere sufficiente a permettere una delimitazione degli &quot;stands&quot;.<\/em><\/p>\n<p><em>La variabilit\u00e0 tra saggi vicini o adiacenti dovrebbe quindi essere minore che tra saggi pi\u00f9 lontani tra loro. Bench\u00e9 nessun confine approssimativo possa essere fissato, \u00e8 tuttavia possibile delimitare arbitrariamente degli &quot;stands&quot;, con linee di transizione provvisoria, &quot;stands&quot; che quindi possono poi essere studiati in maniera abbastanza esatta.<\/em><\/p>\n<p><em>Webb dimostra di aver ben compreso il problema affermando che il &quot;disegno&quot; della variabilit\u00e0, rivelata dalla distribuzione delle specie tra i quadrati scelti a caso, lungo l&#8217;intera superficie terrestre, ondeggia in maniera sconcertante tra il continuo (almeno apparente) e il discontinuo.<\/em><\/p>\n<p><em>Comunque, in molti casi di particolare interesse ecologico, e soprattutto nelle loro applicazioni pratiche, ci\u00f2 ha poca importanza. Il procedimento della delimitazione arbitraria delle comunit\u00e0 vegetali si giustifica perfettamente ricordando che i risultati ottenuti si applicano solo allo &quot;stand&quot; o alla comunit\u00e0 (o all&#8217;area) cos\u00ec delimitate. Quando poi si confronteranno i risultati di una comunit\u00e0 con quelli di un&#8217;altra situata in un&#8217;area lontana, e si noteranno delle differenze o delle discontinuit\u00e0, si comprender\u00e0 che le due comunit\u00e0 non rappresentano altro che punti di una serie continua, fra i quali i termini intermedi verranno considerati di transizione, almeno in via provvisoria.<\/em><\/p>\n<p><em>Pur nei limiti anzidetti, una comunit\u00e0 riconosciuta come soggettivamente distinta e non di transizione, pu\u00f2 rappresentare sempre una significativa porzione della vegetazione di una regione.<\/em><\/p>\n<p><em>Greig-Smith usa la parola &quot;stand&quot; per designare qualsiasi area o comunit\u00e0 la cui vegetazione \u00e8 considerata unitaria per scopi descrittivi. Dato che nessuno &quot;stand&quot; \u00e8 identico all&#8217;altro, e dato che sono cos\u00ec numerose le loro caratteristiche da non essere possibile prenderle tutte in considerazione, ogni studioso dovr\u00e0 compiere una selezione soggettiva dei criteri da usare nella caratterizzazione e nei confronti tra i vari &quot;stands&quot;. Questa selezione sar\u00e0 fatta tenendo conto del genere dei indagine e degli scopi che essa si prefigge. Entro limiti cos\u00ec prestabiliti, la scelta cadr\u00e0 sul criterio che si giudica pi\u00f9 idoneo o pi\u00f9 importante.<\/em><\/p>\n<p><em>Gregor-Smith raggruppa i principali criteri in 7 categorie, tra loro pi\u00f9 o meno indipendenti. Essi sono:<\/em><\/p>\n<p>1)  <em>composizione floristica-specie presenti;<\/em><\/p>\n<p>2)  <em>misura dell&#8217;abbondanza della specie;<\/em><\/p>\n<p>3)  <em>comportamento degli individui delle varie specie, sia qualitativo che quantitativo;<\/em><\/p>\n<p>4)  <em>forma ecologica (affinit\u00e0 morfo-biologiche); fisionomia della vegetazione (bosco, landa, brughiera, savana);<\/em><\/p>\n<p>5)  <em>&quot;figura&quot; (forma, spazio occupato, ecc.) delle specie che costituiscono la vegetazione;<\/em><\/p>\n<p>6)  <em>Varie costanti (nel senso matematico), derivabili da altri criteri, per esempio dalla forma della curva specie-area.<\/em><\/p>\n<p><em>In conclusione, le comunit\u00e0 vegetali possono essere classificate a seconda della loro omogeneit\u00e0 rispetto a una di queste categorie; o della omogeneit\u00e0 mostrata dalle varie porzioni assegnate ad una astratta unit\u00e0 vegetativa. Allo stesso tempo Jaccard (1912) propose il termine di &quot;coefficiente di comunit\u00e0&quot;, definendolo come il numero di specie, comuni a due aree, espresso come una percentuale del totale del numero di specie presenti, per definire il grado di similitudine floristica tra due aree.<\/em><\/p>\n<p><em>Giova ripetere ancora che lo studio quantitativo delle comunit\u00e0 vegetali permette di scoprire e di apprezzare anche le differenze pi\u00f9 piccole; con metodi statistici appropriati, lo studio quantitativo procede poi su una base pi\u00f9 solida, per condurre a un giudizio o a un significato sulle differenze preliminarmente rilevate.<\/em><\/p>\n<p><em>Sui riassumono queste brevi considerazioni sulla realt\u00e0 delle comunit\u00e0 vegetali, con l&#8217;affermazione che, poich\u00e9 l&#8217;ipotesi individualistica (Negri, 1946) delle piante si \u00e8 ormai dimostrata la pi\u00f9 soddisfacente, lo studio quantitativo delle comunit\u00e0 assume per l&#8217;ecologia vegetale un valore e un contributo essenziale.\u00bb<\/em><\/p>\n<p>A questo punto, l&#8217;eventuale risposta al quesito iniziale, se le comunit\u00e0 vegetali esistano <em>veramente<\/em>, dipende dal tipo di sguardo che si rivolge al reale, in questo caso al mondo della natura. Se ci si limita alla singola parte cui direttamente \u00e8 rivolto il nostro interesse, ossia, nel nostro caso, alla biocenosi, sar\u00e0 inevitabile giungere ad una risposta negativa (nominalismo): le comunit\u00e0 vegetali non esistono in se stesse, ma esistono solo i concreti, individuali esseri viventi, raggruppabili in generi e specie, nonch\u00e9 i fattori abiotici, come le rocce, la sabbia, l&#8217;acqua, il clima.<\/p>\n<p>Se, invece, si allarga lo sguardo e si considera non solo la limitata porzione del reale cui siamo particolarmente interessati, ma si considera quella porzione come parte di una realt\u00e0 pi\u00f9 vasta, che, di passaggio in passaggio, arriva al bioma pi\u00f9 vasto che possiamo immaginare (almeno su scala planetaria), ossia la Terra intera, come il luogo che ospita tutto l&#8217;insieme degli esseri e dei fenomeni viventi, e tutti i fattori che li rendono possibili, allora si giunge a riconoscere non solo nella biocenosi, ma anche nel biotipo e nella stessa biosfera, delle realt\u00e0 effettive, esistenti in se stesse, e non gi\u00e0 delle semplici astrazioni, delle espressioni linguistiche create puramente a fini di comodit\u00e0 sistematica (soluzione realista).<\/p>\n<p>Per queste ragioni non troviamo del tutto soddisfacente l&#8217;impostazione che Vittorio Cattani d\u00e0 alla questione dell&#8217;esistenza o meno delle comunit\u00e0 vegetali. Egli afferma che, se si nega l&#8217;esistenza di vere discontinuit\u00e0 nell&#8217;ambiente fisico (e sappiamo che non esistono ambienti fisici, almeno sulla superficie terrestre, che siano totalmente negati alla vita vegetale: n\u00e9 le isole vulcaniche ancora calde, appena eruttate dal mare, in cui gi\u00e0 si stabiliscono alcune forme di batteri e di alghe primitive; n\u00e9 i pi\u00f9 spessi strati dei ghiacci polari o delle montagne pi\u00f9 alte, altrettanto permeabili a delle forme microscopiche di vita), allora le <em>comunit\u00e0<\/em> vegetali non esistono, ma esistono solo i singoli organismi; se, viceversa, si ammette l&#8217;esistenza delle discontinuit\u00e0 fisiche, allora esistono le comunit\u00e0 vegetali intese come realt\u00e0 continue ed omogenee, ossia delle comunit\u00e0 che possiedono caratteristiche specifiche, tali da renderle differenti fra loro.<\/p>\n<p>Ci sembra insoddisfacente perch\u00e9 definisce le comunit\u00e0 vegetali in base all&#8217;esistenza di limiti o confini delle medesime, oltre i quali si entra nel regno di altre e diverse comunit\u00e0 vegetali: pi\u00f9 o meno come si definisce una identit\u00e0 nazionale, culturale, spirituale, e talvolta anche politica e territoriale, in base all&#8217;esistenza di confini. Questa \u00e8 una maniera legittima, per\u00f2 molto tecnica, di considerare la cosa. Esiste una maniera pi\u00f9 ampia, filosofica, in base alla quale una identit\u00e0, e quindi anche una identit\u00e0 fitogeografica, come possono esserlo una biocenosi o un bioma, non si definiscono solo in base all&#8217;esistenza di confini &#8211; qui finisce l&#8217;area del faggio, per esempio; l\u00e0 incomincia quella dell&#8217;abete rosso-, ma in base alla loro interazione con altre identit\u00e0, come con altre comunit\u00e0 vegetali, considerandole tutte dal punto di vista della continuit\u00e0 (barriere geografiche o no) e della necessaria interdipendenza. In base a questo punto di vista, una comunit\u00e0 vegetale esiste appunto perch\u00e9 esistono una serie di comunit\u00e0 vegetali ed ecologiche, fra loro collegate e concatenate, dalla pi\u00f9 piccola alla pi\u00f9 grande &#8211; l&#8217;altipiano; la catena montuosa; la regione; il continente; la Terra -; ed esistono non in quanto hanno dei confini che le racchiudono, ma in quanto quei confini rappresentano delle aree di passaggio, o di transizione, insomma delle porte mediante le quali le specie viventi e i fattori abiotici sfumano dall&#8217;una all&#8217;altra realt\u00e0, gradualmente e organicamente, in entrambi i sensi di marcia.<\/p>\n<p>In questo senso, una certa comunit\u00e0 vegetale esiste, non perch\u00e9 \u00e8 costituita da una realt\u00e0 chiusa, ma perch\u00e9 corrisponde ad una serie di realt\u00e0 inserite l&#8217;una nell&#8217;altra, dalla pi\u00f9 piccola alla pi\u00f9 grande, fino all&#8217;intera biosfera: se non vi fosse un tale rapporto d&#8217;interdipendenza, olistico, organico, allora parlare di comunit\u00e0 sarebbe un&#8217;astrazione, e sarebbe tanto meglio limitarsi a parlare delle singole specie e dei singoli individui vegetali che popolano un certo <em>habitat<\/em>, una certa stazione, una certa porzione della superficie terrestre. La comunit\u00e0, infatti, \u00e8 costituita da individui: e solo gl&#8217;individui sono reali, nel senso stretto del termine; nel senso pi\u00f9 ampio, esiste anche la comunit\u00e0, a patto di non considerarla esclusivamente in se stessa, ma in rapporto alle altre comunit\u00e0, senza le quali non esisterebbe, n\u00e9 si definirebbe. Insomma, delle due l&#8217;una: o si considerano reali sono i singoli individui e i singoli fenomeni (e, in tal caso, bisognerebbe considerare irreali, o quantomeno dubbi, non sono le biocenosi e ei biomi, ma anche i generi e le specie viventi), secondo una visione parziale e riduzionista della realt\u00e0 naturale; oppure si allarga lo sguardo a trecentosessanta gradi, e si considera reale solamente l&#8217;intero sistema &#8211; in questo caso, il sistema Terra &#8211; perch\u00e9 nessuna parte pi\u00f9 piccola di esso, e tanto meno il singolo individuo, sarebbe reale, anzi, sarebbe anche solo pensabile, indipendentemente dal tutto. Possiamo anche dire che gli enti complessi esistono, da un punto di vista relativo, in rapporto agli enti semplici che li compongono (il bosco in rapporto agli alberi); ma, da un punto di vista complessivo, \u00e8 vero il contrario: essi esistono nella misura in cui sfumano e si dissolvono in enti complessi sempre pi\u00f9 vasti, in una specie di gioco delle scatole cinesi alla rovescia, dal pi\u00f9 piccolo al pi\u00f9 grande e dal meno complesso al pi\u00f9 complesso.<\/p>\n<p>A titolo personale, vorremmo suggerire sommessamente che qualunque studioso, e dunque anche il botanico, dovrebbe essere consapevole della interdipendenza globale di tutti i fenomeni pensabili (e non solo di quelli scientificamente osservabili), cosa che implica un atteggiamento filosofico di tipo realista: tutto ci\u00f2 che esiste e tutto ci\u00f2 che pu\u00f2 essere pensato, gode, per ci\u00f2 stesso, di una qualche forma di esistenza, e dunque dello statuto ontologico della realt\u00e0. Nessuna cosa di ci\u00f2 che esiste e di ci\u00f2 che pu\u00f2 essere pensato come esistente, \u00e8 irreale: pertanto, concetti privi di riscontro con enti reali, a ben guardare, non esistono, n\u00e9 potrebbero esistere. Perfino il concetto del non-essere, nel momento in cui viene pensato o enunciato, implica un certo grado di realt\u00e0, e sia pure di segno negativo: la realt\u00e0 della negazione, del vuoto. Ma si tratta di una negazione, di un vuoto, che vengono affermati, che vengono posti: e, pertanto, che <em>esistono<\/em>; non gi\u00e0 nella cosa negata ed esclusa, ma nel fatto di negare e di escludere qualcosa.<\/p>\n<p>Ora, ammettere il fatto che niente esiste se non in relazione a qualcos&#8217;altro (al punto che perfino il non-essere si definisce in relazione all&#8217;essere), significa adottare un atteggiamento realista nei confronti del reale: la realt\u00e0 delle cose non \u00e8 mai illusoria, non \u00e8 mai ingannevole; tutto esiste, e sia pure su una serie di differenti piani d&#8217;esistenza. \u00c8 chiaro, ad esempio, che la chimera esiste sul piano della leggenda, e dunque della pura immaginazione, mentre il cavallo esiste sia nella mente che lo pensa, sia nella realt\u00e0 empirica e oggettiva. Tuttavia, la verit\u00e0 \u00e8 che sono molti i casi nei quali lo statuto esistenziale di un determinato ente \u00e8 dubbio e mal definito: le zone d&#8217;ombra, di transizione, fra un livello di realt\u00e0 e un altro, sono forse pi\u00f9 ampie e pi\u00f9 numerose di quelle che godono di uno statuto relativamente chiaro e ben definito.<\/p>\n<p>Prendiamo il caso del sogno: esso \u00e8 certamente un qualcosa di reale; se appartenga ad un genere di realt\u00e0 pi\u00f9 &quot;forte&quot; o pi\u00f9 &quot;debole&quot; dello stato di veglia, \u00e8 cosa difficile a decidersi. Noi siamo portati ritenere, generalmente, che sia o meno &quot;forte&quot;, perch\u00e9 si dissolve quando subentra lo stato di veglia: ma sarebbe forse pi\u00f9 giusto sospendere il giudizio, perch\u00e9 la verit\u00e0 \u00e8 che esso incomincia quando lo stato di veglia finisce; e che quando finisce il sonno, incomincia quello di veglia: sicch\u00e9 sono come due inquilini i cui orari non coincidono mai e che mai sono destinati a incontrarsi. Chi potr\u00e0 dire, allora, che il primo \u00e8 pi\u00f9 &quot;reale&quot; del secondo, o il secondo pi\u00f9 del primo? Solo un osservatore esterno lo potrebbe fare: ma il problema \u00e8, per l&#8217;appunto, che, davanti al mistero del sonno, l&#8217;osservatore e l&#8217;osservato sono la stessa persona, e dunque non \u00e8 possibile che l&#8217;uno dei due giudichi l&#8217;altro, dal momento che non ne sa assolutamente nulla. N\u00e9 si obietti che un osservatore esterno <em>pu\u00f2<\/em>, effettivamente, giudicare un soggetto che sta passando dallo stato di veglia a quello di sonno, e viceversa: perch\u00e9 l&#8217;osservatore esterno, per definizione, ignora quello che accade <em>intimamente<\/em> ad un altro soggetto, sia nel sonno che nella veglia.<\/p>\n<p>Perci\u00f2, la conclusione migliore sar\u00e0, forse, quella di ammettere che, per giudicare la realt\u00e0 di un fenomeno, sarebbe necessario osservarlo da un punto di vista assoluto: ma questo lo pu\u00f2 fare solo Dio. La mente umana, pur con l&#8217;ausilio di tutti gli strumenti tecnici di questo mondo, non pu\u00f2 innalzarsi, per definizione, al di sopra e al di fuori di se stessa: se lo fa, in effetti si limita a formulare un pensiero astratto, senza riscontri reali possibili. Il che non l&#8217;avvicina di un millimetro alla soluzione del quesito, se i gruppi di enti (le comunit\u00e0 vegetali, per esempio) esistano, o se esistano solo i singoli enti; anche perch\u00e9, come abbiamo cercato di mostrare, i singoli enti sono, essi pure, una astrazione, dato che, di fatto, nessun ente esiste da s\u00e9 e per s\u00e9 solo, ma sempre e soltanto in relazione a tutti gli altri. L&#8217;uomo, come avevano ben visto i filosofi del Rinascimento, si trova in una posizione ideale fra microcosmo e macrocosmo, nel punto d&#8217;intersezione fra enti semplici ed enti complessi. Egli \u00e8 abbastanza semplice da potersi considerare come un individuo, e abbastanza complesso da potersi considerare una comunit\u00e0 (si pensi a quanti milioni di cellule, a quanti organi e funzioni, a quanti pensieri e stati d&#8217;animo \u00e8 in grado di &quot;ospitare&quot; contemporaneamente, come se non fosse uno, ma molti). E anche il suo sguardo sul mondo \u00e8 duplice: vede come semplici le cose pi\u00f9 piccole di lui, e vede complesse le cose pi\u00f9 grandi. In pi\u00f9, possiede una mente atta a farsi domande e a percepire il mistero: il che lo porta alle soglie estreme di s\u00e9, quasi in vista dell&#8217;Essere&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le comunit\u00e0 di piante esistono veramente, oppure non sono altro che una astrazione degli ecologi, dei botanici e degli studiosi di silvicoltura? 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