{"id":24164,"date":"2017-01-06T09:41:00","date_gmt":"2017-01-06T09:41:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/01\/06\/oggi-la-comunicazione-non-crea-piu-relazioni-ma-si-limita-a-mettere-in-scena-qualcosa\/"},"modified":"2017-01-06T09:41:00","modified_gmt":"2017-01-06T09:41:00","slug":"oggi-la-comunicazione-non-crea-piu-relazioni-ma-si-limita-a-mettere-in-scena-qualcosa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2017\/01\/06\/oggi-la-comunicazione-non-crea-piu-relazioni-ma-si-limita-a-mettere-in-scena-qualcosa\/","title":{"rendered":"Oggi la comunicazione non crea pi\u00f9 relazioni, ma si limita a mettere in scena qualcosa"},"content":{"rendered":"<p>La comunicazione, da sempre e in tutte le culture e civilt\u00e0 umane, consiste in un atto o in un processo di relazione, sorretto da un sistema di segni codificato e universalmente accettato e riconosciuto nel suo valore oggettivo. Se si tolgono questi elemento, non c&#8217;\u00e8 comunicazione, ma, tutt&#8217;al pi\u00f9, apparenza di essa, la sua contraffazione. Un tipico atto di comunicazione \u00e8 l&#8217;opera dp0arte; un tipico processo di comunicazione \u00e8 un rapporto d&#8217;amicizia fra due persone: in entrambi i casi, solo apparentemente dissimili, vi \u00e8 il con denominatore della comunicazione; niente comunicazione, nessuna relazione. L&#8217;opera d&#8217;arte non dice pi\u00f9 nulla a colui che la contempla; l&#8217;amicizia diventa un guscio vuoto, uno stare accanto al&#8217;altro, senza scambio, senza inter-relazione autentica.<\/p>\n<p>La cosiddetta civilt\u00e0 moderna &#8212; ma sarebbe pi\u00f9 giusto chiamarla col suo vero nome: l&#8217;anti-civilt\u00e0 moderna &#8212; si \u00e8 discostata da tutte le altre, in modo specifico, proprio per questo cambiamento: che la comunicazione ha smesso di significare relazione ed \u00e8 diventata rappresentazione pura; dove l&#8217;aggettivo &quot;pura&quot; non significa, come in Pascoli, &quot;totalmente disinteressata&quot;, bens\u00ec &quot;astratta, soggettiva, autoreferenziale, e, al limite, autistica&quot;. La rappresentazione per la rappresentazione, infatti, non dice nulla a nessuno: \u00e8 l\u00ec, pu\u00f2 essere vista, udita, ma non apre spazi di dialogo, n\u00e9, tanto meno, di incontro; lascia ciascun io chiuso in se stesso, indifferente a ci\u00f2 che sta fuori di lui, e totalmente passivo, anche davanti all&#8217;oggetto rappresentato. Se non vi \u00e8 comunicazione, infatti, non vi pu\u00f2 essere neppure giudizio: per cui le cose smettono di essere significative per noi, sia in male che in bene, ed esistono come perfettamente aliene, come totalmente indifferenti. Non stupisce, infatti, che le forme pi\u00f9 avanzate della cosiddetta &quot;arte moderna&quot; non presentando pi\u00f9 nemmeno di dire qualcosa a qualcuno: del resto, non \u00e8 cosa che riguardi tali sedicenti &quot;artisti&quot;: a loro, proprio come ai partecipanti al programma televisivo del <em>Grande Fratello<\/em>, basta esserci, basta trovarsi al centro della rappresentazione, basta dare spettacolo. Uno spettacolo che non chiede applausi, e nemmeno fischi; uno spettacolo che, per la sua quotidianit\u00e0, banalit\u00e0, insignificanza e soggettivit\u00e0 estrema, non ha alcuna pretesa di scalfire le soglie della coscienza di chi se lo trova davanti. Uno spettacolo, quindi, che non viene <em>usufruito<\/em>, se per &quot;usufruire&quot; si intende fare un uso, in qualche misura consapevole, e dunque creativo, di una data cosa; ma che viene solamente <em>subito<\/em>. Il pubblico dei nostri giorni subisce lo spettacolo della pretesa arte moderna, cos\u00ec come subisce le telefonate pubblicitarie, o l&#8217;inquinamento urbano, o la rumorosit\u00e0 del traffico cittadino; lo stato d&#8217;animo che meglio lo caratterizza \u00e8 quello dell&#8217;indifferenza, mista a un certo qual sentimento di rassegnazione. L&#8217;artista moderno \u00e8 un narcisista e un autistico, che non cerca l&#8217;apprezzamento del pubblico, perch\u00e9 non ha alcuna parola da rivolgergli; cerca solo di apparire, pretende di entrare, con le sue opere, nello spazio visivo, o uditivo, o comunque sensoriale, della gente, della maggior quantit\u00e0 possibile di gente, ma niente di pi\u00f9. Non gli interessa nemmeno di avere un pubblico di qualit\u00e0; quel che vuole, \u00e8 la quantit\u00e0 del pubblico: che siano in molti ad <em>imbattersi<\/em> &#8212; forse \u00e8 questa la parola che meglio esprime il concetto &#8212; nelle sue opere. Se poi esse piaceranno, oppure no, ci\u00f2 non ha importanza; l&#8217;importante \u00e8 che siano in molti a vederle, a prenderne atto. <em>Mi vedono, dunque esisto<\/em>, potrebbe essere la sintesi della filosofia degli &quot;artisti&quot; moderni.<\/p>\n<p>Ha osservato il filosofo Stefano Zecchi nel suo saggio <em>L&#8217;artista armato. Contro i crimini della modernit\u00e0<\/em> (Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1998, pp. 251-257):<\/p>\n<p><em>I nuovi linguaggi informatici e la loro interattivit\u00e0 presentano caratteristiche funzionali essenzialmente diverse da quelle che troviamo nel dialogo, nella comunicazione quotidiana. Come questi linguaggi interferiscono nell&#8217;esperienza comune, come modificano le forme espressive dell&#8217;arte? Ci\u00f2 che ormai \u00e8 entrato in crisi \u00e8 la nozione di testo, cos\u00ec come siamo stati abituati a pensarlo, cio\u00e8 come una struttura complessa di significati che per sua natura si dispone alla comunicazione e all&#8217;interpretazione. Oggi siamo circondati da nuovi testi, assolutamente impropri rispetto a quelli che la nostra tradizione ci ha tramandato. Da un lato c&#8217;\u00e8 il flusso radiotelevisivo, che forma una testualit\u00e0 del tutto inedita, che non inventa ma impone una sua particolare azione interpretativa, dall&#8217;altra parte ci sono pi\u00f9 ipertesti elettronici multimediali capaci di una comunicazione sintetica e di una interattivit\u00e0 essenziale e rapida. In questi linguaggi la comunicazione non istituisce pi\u00f9 una relazione tra soggetti, bens\u00ec mette in pubblico qualcosa. Questa \u00e8 soprattutto la prerogativa del linguaggio pubblicitario, in cui a dominare \u00e8 l&#8217;oggetto presentato, mentre il soggetto o i soggetti spariscono dal processo comunicativo, naturalmente senza alcun recupero di quell&#8217;oggettivit\u00e0, di quell&#8217;&quot;esteriorit\u00e0&quot; [nel senso positivo, come contrario del soggettivismo] evocata da Goethe e annullata dai processi di soggettivizzazione della realt\u00e0.<\/em><\/p>\n<p><em>La &quot;legge della necessit\u00e0 interiore&quot; di Kandinsky sintetizzava bene questa torsione del XX secolo verso l&#8217;interiorit\u00e0 e il suo arbitrio comunicativo, senza principi oggettivi e regole riconoscibili da rispettare, esemplificata dall&#8217;arte astratta (inizialmente) e dalla psicoanalisi. I linguaggi privi di una reale relazione tra i soggetti esibiscono soltanto un&#8217;oggettivit\u00e0 come &quot;cosa&quot; da consumare; spesso \u00e8 una cosa puramente &quot;virtuale&quot;, cio\u00e8 immateriale, sottratta alla dinamicit\u00e0 dell&#8217;esperienza vivente: una virtualit\u00e0 che, per comprendere i suoi effetti sulla comunicazione, non deve essere esaminata in rapporto alla realt\u00e0, ma all&#8217;immaginazione. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>La virtualit\u00e0 modifica radicalmente la costruzione della forma e la struttura dell&#8217;immaginazione in un senso puramente associativo e passivo. L&#8217;esperienza virtuale \u00e8 infatti una partecipazione all&#8217;azione senza rischio reale, oppure \u00e8 una rappresentazione di ci\u00f2 che \u00e8 indifferente al suo esserci. In essa non c&#8217;\u00e8 quella tensione alla realizzazione che, in ogni tempo, ha caratterizzato le forme immaginative e utopiche. La virtualit\u00e0 annulla il poter-essere dell&#8217;immaginazione; mortifica l&#8217;immaginazione del sistema comunicativo: la comunicazione virtuale \u00e8 priva di fondamento e non ha riferimento a un centro di significato; il contesto si sfrangia; nessuna parola \u00e8 capace di creare, far immaginare e rappresentare forme espressive, percorrendo la tipologia del linguaggio mitopoietico: l&#8217;arte, nel tempo della virtualit\u00e0, \u00e8 indifferenza. L&#8217;opera d&#8217;arte \u00e8 sempre stata un evento eccezionale, non prevedibile; ora ci troviamo invece di fronte a una nozione d&#8217;arte che nega se stessa, un&#8217;idea di arte che mai era apparsa nella nostra civilt\u00e0: assente sia nel concetto originario di arte come &quot;tekhne&quot; sia nel gesto artistico che replica l&#8217;atto divino, sia nell&#8217;invenzione-costruzione laica di belle forme. Per quanto sia ormai lunga la storia della televisione, , mai la televisione ha &quot;prodotto&quot; un&#8217;opera d&#8217;arte (non &quot;trasmesso&quot;, cosa ovviamente diversa). [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Nell&#8217;arte di questo secolo, dunque, si colgono i primi, essenziali segnali della svolta antiumanistica della nostra cultura moderna. I suoi linguaggi rinunciano alla ricerca della bellezza, l&#8217;evocazione \u00e8 sostituita dalla frammentazione del senso, la tensione progettuale svanisce di fronte alle procedure decostruttive. Un nichilismo reattivo pervade le forme dell&#8217;arte, diffondendo una sistematica rinuncia alla mitopoiesi, aspetto essenziale di ogni energia creativa. Ma, contemporaneamente assistiamo a uno straordinario sviluppo creativo della tecnologia informatica. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>La storia della civilt\u00e0 occidentale ha sempre mostrato che in ogni fondamentale trasformazione ci sono sempre stati passaggi che hanno permesso all&#8217;antico di trasferirsi nel nuovo: la nostra cultura ha profondit\u00e0 di sviluppi graduali, ma non rotture abissali. La radicalit\u00e0 dell&#8217;antiumanesimo del nostro tempo, che riguarda l&#8217;arte cos\u00ec come l&#8217;istruzione scolastica, il testo scritto come lo spettacolo teatrale, \u00e8 testimonianza di una crisi profonda &#8212; senza probabilmente possibilit\u00e0 di mediazione con la stria passata &#8212; della formazione dell&#8217;uomo contemporaneo; \u00e8 il segno di un radicale mutamento dei ruoli-guida e della dislocazione e nuova costruzione degli ordini di potere nei gruppi sociali. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Il nichilismo moderno non \u00e8 una conseguenza della tecnologia e dei suoi linguaggi, ma ne \u00e8 la causa. In questo secolo l&#8217;arte ha rinunciato al&#8217;espressione, a una espressivit\u00e0 fatta di simboli e di bellezza vivente. Le grandi avanguardie hanno teorizzato la fine di ogni eccellenza comunicativa, hanno adeguato i propri linguaggi a quelli tecnico-scientifici. [&#8230;]<\/em><\/p>\n<p><em>Ma \u00e8 inutile evocare il passato, rinnovare la nostalgia per un&#8217;origine perduta, appellarsi al mito antico (quello dell&#8217;aurea grandezza espressiva dell&#8217;uomo \u00e8 davvero il pi\u00f9 patetico). Piuttosto, per arginare il gaio e spettacolarizzante nichilismo del nostro tempo, abbiamo bisogno di nuovi simboli e di nuova bellezza, riconoscendo sempre di nuovo il fondo teologico della bellezza mondana, che la preserva dalla disgregazione e non la lascia cadere nell&#8217;effimero. Un fondo teologico che pu\u00f2 essere interpretato come l&#8217;eterno nella finitezza della vita, come spiritualit\u00e0, essenza vera nella materialit\u00e0 della forma.<\/em><\/p>\n<p>Stefano Zecchi, che \u00e8 particolarmente interessato alla bellezza, si preoccupa soprattutto dell&#8217;arte e vorrebbe che l&#8217;opera artistica ritornasse ad essere &quot;oggettiva&quot;, nel senso goethiano della parola, e cio\u00e8 simbolica e comunicativa; che tornasse ad essere &quot;mitopoietica&quot;. Tuttavia, \u00e8 un fatto che i miti, come pure i simboli che nei miti trovano espressione, non s&#8217;inventano, non s&#8217;improvvisano con un atto della (buona, in questo caso) volont\u00e0: sorgono spontaneamente, non hanno un singolo autore, ma sono partoriti dalle viscere di una intera cultura, e impiegano secoli o millenni a svilupparsi, venendo elaborati e rielaborati di generazione in generazione. Quindi, noi non possiamo in alcun modo sperare che sorga una nuova mitologia dell&#8217;arte, o di qualsiasi altro genere, in tempi abbastanza brevi da salvare la nostra civilt\u00e0 agonizzante: in questo senso, l&#8217;affermazione &#8212; divenuta ormai un luogo comune &#8212; che la bellezza salver\u00e0 il mondo, \u00e8, nello stesso tempo, ingenua e velleitaria.<\/p>\n<p>E qui viene a proposito il discorso sulla &quot;spiritualit\u00e0&quot; dell&#8217;arte. Noi siamo perfettamente d&#8217;accordo con l&#8217;idea che l&#8217;arte o \u00e8 spirituale, oppure degenera e diventa un&#8217;altra cosa, se non nasce, addirittura, come un&#8217;altra cosa (e questo \u00e8 il caso di gran parte della cosiddetta arte moderna, specialmente delle sedicenti &quot;avanguardie&quot;); tuttavia, vale per la spiritualit\u00e0, e <em>a fortiori<\/em>, quel che abbiamo detto dei miti e dei simboli: non \u00e8 cosa che si possa progettare a tavolino, n\u00e9 che si possa tradurre in termini operativi in tempi rapidi. La spiritualit\u00e0 nasce da un atteggiamento complessivo delle culture umane, che attinge le sue fonti dalla tradizione pi\u00f9 remota, e che si alimenta della consapevolezza del senso del limite e del senso del mistero, trasmettendola ai singoli individui, una generazione dopo l&#8217;altra. Ora, questo legame generazionale si \u00e8 dapprima incrinato, poi interrotto, proprio a causa delle dinamiche, dirette e indirette, della modernit\u00e0: e chi non ha capito questo, non ha capito nulla. La modernit\u00e0 nasce da una rivolta consapevole contro lo Spirito e da un progetto complessivo, globale, per sradicarlo, non da una singola societ\u00e0 o cultura, ma dalla coscienza dell&#8217;umanit\u00e0 intera: e la via per arrivarci \u00e8 proprio la distruzione del passato e la creazione di un linguaggio ingannevole, perch\u00e9, come ha osservato George Orwell in <em>1984<\/em>: <em>chi controlla il passato, controlla anche il futuro<\/em>. Esiste, dunque, un disegno strategico globale per sottomettere l&#8217;umanit\u00e0, che viene perseguito con pazienza, con tenacia, con intelligenza e con fede, da secoli e millenni: la modernit\u00e0 rappresenta il punto della storia in cui quel progetto ha incominciato a rivelarsi apertamente; a mostrare, in parte (in minima parte, ben s&#8217;intende) il suo volto; e a dichiarare (sempre in parte) i suoi obiettivi e le sue finalit\u00e0.<\/p>\n<p>A questo punto si comprende facilmente che non \u00e8 possibile opporre ad una simile strategia globale, e in uno stadio ormai cos\u00ec avanzato della sua realizzazione, la &quot;creazione&quot; di nuovi miti e nuovi simboli. L&#8217;idea di poter realizzare una fusione fra i nuovi e gli antichi miti e simboli \u00e8 in se stessa contraddittoria, e per molte ragioni: primo, perch\u00e9 non si pu\u00f2 versare vino nuovo in otri vecchi; secondo, perch\u00e9 il vino nuovo \u00e8 proprio il veleno dal quale ci si vorrebbe immunizzare; terzo, perch\u00e9, se \u00e8 vero che i vecchi miti non sono pi\u00f9 attuali, come sembra pensare Zecchi, allora quel progetto equivarrebbe a uno sposalizio tra un vivo, essenzialmente un nemico pericoloso, e un morto, o un moribondo. Da un simile matrimonio non potrebbero nascere che dei mostri: cio\u00e8 pseudo miti, pseudo simboli e pseudo valori, deliranti, schizofrenici, lacerati da spinte e tendenze opposte e assolutamente inconciliabili. Prendiamo l&#8217;esempio della televisione: Zecchi afferma, e a ragione, che essa non ha mai prodotto una sola opera d&#8217;arte. Dunque, come potrebbe la televisione incominciare a produrre arte; o come lo potrebbe la rete informatica, e, in generale, la tecnologia elettronica sempre pi\u00f9 avanzata, basata sulla rappresentazione virtuale del reale, e non sulla sua rappresentazione effettiva? Non si uscir\u00e0 mai dal circolo vizioso, denunciato da Zecchi, del soggettivismo e del relativismo: con i nuovi mezzi tecnologi, destinati a dominare sempre pi\u00f9 la vita e l&#8217;immaginario della modernit\u00e0, si alimenta continuamente la pretesa &#8212; illusoria, ma sempre pi\u00f9 radicata &#8212; da parte di ciascuno, di poter essere &quot;artista&quot;, nel senso di poter gettare in faccia al mondo lo spettacolo di ci\u00f2 che, grazie a quegli strumenti, ha &quot;creato&quot;, sempre pi\u00f9 lontano dalla tradizione e sempre pi\u00f9 slegato da qualunque spiritualit\u00e0, in maniera sempre pi\u00f9 autoreferenziale e solipsistica. Se si accetta l&#8217;idea di poter mediare gli antivalori della modernit\u00e0 con i valori della tradizione, si resta prigionieri di un pensiero autodistruttivo e nichilista, e ci si preclude qualunque realistica possibilit\u00e0 di oltrepassare il punto morto in cui ci siamo incagliati.<\/p>\n<p>La domanda, pertanto, secondo noi, dovrebbe essere: siamo proprio sicuri che i vecchi miti e i vecchi simboli siamo morti, che non abbiamo pi\u00f9 nulla da dirci? E qui, naturalmente, \u00e8 necessario distinguere. Se si pensa alla tradizione con la lettera minuscola, cio\u00e8 alle singole, storiche tradizioni, che sono espressione di ciascun gruppo, cultura, civilt\u00e0, la risposta, probabilmente, dovr\u00e0 essere negativa: e, in tal caso, il pessimismo pi\u00f9 totale diventa non solo legittimo, ma perfino doveroso, se \u00e8 doveroso prendere atto della realt\u00e0 e non rifugiarsi in paradisi inesistenti. Ma se si pensa alla Tradizione con la maiuscola; se si pensa non a una generica &quot;spiritualit\u00e0&quot;, ma alla verit\u00e0 di Dio, alla spiritualit\u00e0 come porta d&#8217;accesso alla Verit\u00e0 trascendente, allora il discorso \u00e8 completamente diverso, perch\u00e9 a Dio niente \u00e8 impossibile. La forza dell&#8217;uomo sta nel riconoscersi creatura e nel rivolgersi e affidarsi al suo Creatore. Se egli \u00e8 capace di fare questo, allora nessuna impresa, nessuno sforzo, nessuna meta, resteranno impossibili e irrealizzabili. Ora, il progetto della modernit\u00e0 nasce proprio da una rivolta dell&#8217;uomo contro Dio, e dalla assolutizzazione della facolt\u00e0 sovrana dell&#8217;uomo stesso: la ragione, mediante la quale egli, nella sua lucida follia, vorrebbe emanciparsi. Ci\u00f2 di cui abbiamo bisogno, pertanto, \u00e8 il ritorno a quella che san Paolo e san Giovanni chiamano la sapienza divina, contrapposta alla sapienza puramente umana. Diceva Blaise Pascal, grande scienziato, oltre che grande filosofo (a differenza di Galilei, grande scienziato e filosofo meschino): <em>L&#8217;atto supremo della ragione consiste nel riconoscere che vi sono un&#8217;infinit\u00e0 di cose che essa non arriva a comprendere<\/em>. Ecco: di questo abbiamo bisogno, e non di nuovi miti, o di una improbabile fusione dei nuovi con gli antichi. Abbiamo bisogno di umilt\u00e0 e di chiarezza concettuale, dopo tanta superbia e dopo tanta ubriacatura di astruserie e di fumisterie speculative, delle quali la modernit\u00e0 si \u00e8 dilettata.<\/p>\n<p>Tale \u00e8 il nostro compito, se non vogliamo perire: sia come individui, sia come civilt\u00e0; se non vogliamo regredire ai livelli pi\u00f9 infimi dell&#8217;imbarbarimento. O riusciremo a fare questo, oppure, nel giro di due o tre generazione, forse anche meno, torneremo al livello dei cannibali, che sono continuamente in guerra con i propri vicini per procurarsi carne fresca da divorare: nel qual caso si consumer\u00e0 la vittoria, definitiva e totale, dei figli del diavolo sui figli di Dio. Una aberrazione cosmica. Qualcosa di letteralmente inconcepibile, poich\u00e9 dovrebbe indurre &#8212; ragionando in maniera umana &#8211; Dio stesso a rammaricarsi della sua creazione&#8230;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La comunicazione, da sempre e in tutte le culture e civilt\u00e0 umane, consiste in un atto o in un processo di relazione, sorretto da un sistema<span class=\"excerpt-hellip\"> [\u2026]<\/span><\/p>\n","protected":false},"author":2,"featured_media":30154,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":""},"categories":[36],"tags":[110],"class_list":["post-24164","post","type-post","status-publish","format-standard","has-post-thumbnail","hentry","category-etica","tag-civilta"],"jetpack_featured_media_url":"https:../../../../fides-et-ratio.it/wp-content/uploads/2023/10/categoria-etica.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24164","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/users\/2"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/comments@post=24164"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/24164\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/wp-json\/wp\/v2\/media\/30154"}],"wp:attachment":[{"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/media@parent=24164"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/categories@post=24164"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https_3A//fides-et-ratio.it/wp-json/wp/v2/tags@post=24164"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}