{"id":24143,"date":"2022-06-29T07:39:00","date_gmt":"2022-06-29T07:39:00","guid":{"rendered":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/29\/come-e-narrata-ai-giovani\/"},"modified":"2022-06-29T07:39:00","modified_gmt":"2022-06-29T07:39:00","slug":"come-e-narrata-ai-giovani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/fides-et-ratio.it\/2022\/06\/29\/come-e-narrata-ai-giovani\/","title":{"rendered":"Come \u00e8 narrata ai giovani"},"content":{"rendered":"<p>In che modo viene narrata ai giovani la cultura italiana, e in particolare la letteratura, degli anni &#8217;30 del Novecento? Poich\u00e9 si tratta dell&#8217;innominabile ed esecrabile periodo della dittatura fascista, essenzialmente in due modi: o si racconta loro che l&#8217;intelligenza, l&#8217;arte e le belle lettere degli italiani sono andate in vacanza fino al 1945, o almeno fino al 1943, perch\u00e9 esse, come teneri fiori, non possono germogliare senza l&#8217;aria e il fertilizzante della libert\u00e0; oppure che bisogna cercarle sia negli scrittori e intellettuali espatriati appunto per assaporare quell&#8217;aria e per nutrirsi di quel fertilizzante (ma furono pochini, quindi la coperta risulta un po&#8217; troppo corta per coprire il re nudo), sia fra quelli che restarono s\u00ec in Italia, ma ringhiando minacciosamente il loro scontento e i loro astratti furori di vittoriniana memoria, pronti a bazar fuori non appena fosse risuonata la squilla della libert\u00e0 sotto forma di lotta antifascista (per tacere pudicamente l&#8217;espressione <em>guerra civile<\/em>, debitamente finanziata e diretta dal nemico esterno). E dunque valorizzando al massimo il Vittorini di <em>Conversazione in Sicilia<\/em>, il Moravia de <em>Gli indifferenti<\/em>, il Pratolini de <em>Le amiche<\/em> e &quot;silenziando&quot;, per converso, opere come <em>Il borghese<\/em> di Salvatore Gatto (il quale fu uno degli ultimi vice-segretari nazionali del Partito Nazionale Fascista) o <em>Questi inglesi<\/em> di un giornalista coi controfiocchi come Concetto Pettinato, per la buona ragione che avrebbero mostrato come si possa restare fedeli a un&#8217;idea anche quando essa viene abbandonata dal favore degli d\u00e8i, e testimoniare cos\u00ec un minimo di dignit\u00e0 e coerenza intellettuale e morale.<\/p>\n<p>Prendiamo un fortunato testo scolastico ad uso dei licei, <em>La letteratura<\/em>, di Baldi, Giusso, Razetti, Zaccaria (Paravia, 2007, vol. 6, pp. 466-468):<\/p>\n<p><em>LA SOCIET\u00c0 ITALIANA FRA ARRETRATEZZA E MODERNIT\u00c0. IL CONTRASTO TRA CITT\u00c0 E CAMPAGNA<\/em><\/p>\n<p><em>Il quadro del gusto e degli orientamenti culturali che si verifica nel passaggio dall&#8217;Otto al Novecento, fra tramonto del Positivismo e influssi del Decadentismo, \u00e8 dovuto anche alle accelerazioni che, pur registrando il ritardo dell&#8217;Italia rispetto ai pi\u00f9 avanzati paesi europei, subiscono i processi dello sviluppo industriale. Sar\u00e0 soprattutto il romanzo, genere letterario che si caratterizza per le sue capacit\u00e0 analitiche e per la possibilit\u00e0 di stabilire un confronto critico pi\u00f9 diretto con la realt\u00e0, a farsi carico dei problemi sociali, sia cogliendone le spinte della &quot;modernit\u00e0&quot;, sia individuando le persistenti sacche di &quot;arretratezza&quot;. (&#8230;)<\/em><\/p>\n<p><em>A queste forme di sviluppo economico, contadino-artigianale e industriale, corrisponde la contrapposizione fra &quot;campagna&quot; e &quot;citt\u00e0&quot; che, ancora viva nel corso del secolo, d\u00e0 luogo a due movimenti antagonisti: stracitt\u00e0, promosso da Massimo Bontempelli, che cerca di aprirsi a una tradizione pi\u00f9 modernamente europea (da qui il termine &quot;novecentismo&quot;, dal titolo della rivista &quot;900&quot;); Strapaese, che si propone invece la difesa a oltranza dei presunti valori di una tradizione nazionale, se non nazionalistica (come risulta sin dal titolo delle riviste cui fa capo, &quot;L&#8217;italiano&quot; e &quot;Il selvaggio&quot;).<\/em><\/p>\n<p><em>Riflettendo su questa situazione, e confrontandola con un&#8217;esperienza analoga maturata negli Stati Uniti, Cesare Pavese, nel saggio del 1931 su Sherwood Anderson &#8212; scrittore statunitense che nelle sue opere d\u00e0 voce al disagio crescente degli individui nella societ\u00e0 industriale &#8212; ne individuer\u00e0 i limiti, dandone un giudizio particolarmente duro e severo: \u00abPer Anderson, tutto il mondo moderno \u00e8 un contrasto di citt\u00e0 e di campagna, di schiettezza e di vuota finzione, di natura e di piccoli uomini. Quanto tocchi anche noi questi idea, credo inutile dire. E di quanto noi siamo inferiori in potenza vitale alla giovane America, possiamo vedere da questo: un problema che ha dato all&#8217;America opere come quelle di cui parlo, non ha dato tra noi che una caricatura letteraria: stracitt\u00e0 e strapaese\u00bb.<\/em><\/p>\n<p><em>Il problema va quindi ricondotto a condizioni diverse di sviluppo economico. Il grande tema del \u00abcontrasto di citt\u00e0 e di campagna\u00bb, in Italia, vede prevalere nettamente la rappresentazione del mondo contadino, che conserva spesso le caratteristiche di una societ\u00e0 arcaica; al contrario, lo sviluppo industriale appare ancora piuttosto lento e faticoso, e non tale da modificare radicalmente le abitudini del paese.<\/em><\/p>\n<p><em>MONDO CONTADINO E DISORDINI SOCIALI NEL PRIMO NOVECENTO<\/em><\/p>\n<p><em>Un&#8217;implacabile denuncia nei confronti dell&#8217;arroganza e della brutalit\u00e0 di una borghesia terriera rozza e ignorante \u00e8 contenuta nelle opere di Federigo Tozzi. Solo in parte le sue tematiche si possono ricondurre a quelle tipiche della stagione &quot;verista&quot;, ad esempio per quanto riguarda il motivo della &quot;roba&quot; verghiana; la figura del padrone, che si \u00e8 arricchito in maniera cinicamente spregiudicata, coincide in Tozzi con quella del padre, coinvolgendo pi\u00f9 complesse e profonde radici autobiografiche. Di qui il valore simbolico che assumono episodi e situazioni, in un contesto di repressioni e crudelt\u00e0 che riguarda la societ\u00e0 e l&#8217;individuo, e che solo la psicoanalisi consente di interpretare, anche se non pu\u00f2 offrire speranze di una facile guarigione.<\/em><\/p>\n<p><em>La cieca fiducia nel progresso alimentata fra Otto e Novecento aveva avuto una battuta d&#8217;arresto con la Prima guerra mondiale, che doveva tragicamente rivelare quanto fragili e pericolose fossero le illusioni legate al progresso di un&#8217;industria poi convertita nella produzione di armi. Il primo dopoguerra far\u00e0 avvertire i segni di una crisi profonda, sia per quanto riguarda l&#8217;acuirsi delle contraddizioni sociali, sia per quanto riguarda la delusione degli intellettuali che in gran parte avevano creduto nella guerra.<\/em><\/p>\n<p><em>Il ritorno all&#8217;ordine voluto e imposto dal fascismo si basava su una repressione che, mentre fingeva di avere risolto i confitti di classe, non aveva di certo eliminato i mali atavici che affiggevano l&#8217;Italia. Tra questi figurava la questione meridionale, irrisolta a causa del persistere di strutture economiche che lasciavamo in vita rapporti addirittura &quot;feudali&quot;, come quelli basati sul latifondo e sull&#8217;impiego della manodopera dei braccianti.<\/em><\/p>\n<p>Il discorso poi prosegue citando Alvaro (<em>Gente in Aspromonte<\/em>) e Silone (<em>Fontamara<\/em>) come esempi virtuosi di scrittori &quot;rurali&quot; che guardano in faccia i problemi sociali della classe contadina, e Massimo Bontempelli (<em>La vita operosa<\/em>) e Carlo Bernari (<em>Tre operai<\/em>) come esempi del pari virtuosi di scrittori &quot;urbani&quot; che affrontano i problemi della condizione moderna e in particolare della realt\u00e0 industriale. Silenzio totale su altri scrittori, non diciamo &quot;fascisti&quot;, come appunto Maccari o il &quot;primo&quot; Vittorini, ma anche cattolici, come Nicola Lisi o Domenico Giuliotti, evidentemente perch\u00e9 non affrontano le questioni sociali, n\u00e9 sanno vedere nella modernit\u00e0, pur fra le sue molte contraddizioni, il &quot;giusto&quot; e necessario orizzonte letterario ed esistenziale di qualunque autentico scrittore, che non nasconda i problemi sotto il tappeto e non scantoni, indicando al pubblico evasioni mistiche o soluzioni culturali e politiche di stampo reazionario. Insomma gli Autori riprendono e sottoscrivono al cento per cento le tesi dell&#8217;intellettuale gobettiano Leo Ferrero (Torino, 1903-Santa Fe, Nuovo Messico, 1933) e del suo articolo <em>Perch\u00e9 l&#8217;Italia abbia una letteratura europea<\/em>, pubblicato su <em>Solaria<\/em> del 3 gennaio 1928, nel quale egli accusava la letteratura italiana di due gravi difetti: il provincialismo e la mancanza di &quot;sentimento morale&quot;, frutto, a suo dire, dell&#8217;atmosfera grigia e opaca della nostra cultura, priva d&#8217;impegno e di generosit\u00e0, chiusa in se stessa e incapace di confrontarsi con la cultura europea.<\/p>\n<p>Gira e rigira, siamo sempre l\u00ec: all&#8217;idea, tutta progressista, illuminista e giacobina, del &quot;ritardo storico&quot; delle societ\u00e0 contadine, o comunque delle societ\u00e0 pre-moderne rispetto alla meta irrinunciabile della piena industrializzazione e della piena modernit\u00e0, che si decina dapprima come americanismo, poi, ai nostri d\u00ec, come globalizzazione e mundialismo di tipo massonico, gnostico e nichilista, con un centro plutocratico che tutto decide e delle periferie appunto &quot;arretrate&quot; che devono adeguarsi e mettersi velocemente al passo, <em>bon gr\u00e9 mal gr\u00e9<\/em>, perch\u00e9 il treno della storia \u00e8 quello, uno e uno solo, e chi si ferma \u00e8 perduto, precipita inesorabilmente nell&#8217;inferno della irrilevanza e della regressione. Un discorso del tutto analogo a quello che i modernisti travestiti fraudolentemente da cattolici hanno fatto e seguitano a fare, all&#8217;interno della Chiesa e della cultura cattolica, a partire dal Concilio Vaticano II. Si pensi alla nota affermazione del cardinale Carlo Maria Martini, secondo il quale la Chiesa ha accumulato un ritardo storico (rispetto a che cosa?) di almeno duecento anni, e che adesso lo deve recuperare a tappe accelerate, se non vuole perdere il treno del &quot;dialogo&quot; col mondo.<\/p>\n<p>Tornando al nostro testo, apprendiamo in buona sostanza, o meglio apprendono i nostri studenti liceali, che la societ\u00e0 italiana degli anni &#8217;30 era &quot;arretrata&quot;. Vale a dire che viene emesso un giudizio di tipo relativo (arretrata rispetto alle societ\u00e0 industriali pi\u00f9 moderne e tecnologicamente evolute) e che dunque anche la sua cultura e la sua letteratura <em>non potevano che essere<\/em> del pari arretrate (accettando implicitamente la tesi marxista della struttura economica che determina la sovrastruttura ideologica). Pertanto si possono riconoscere due tendenze principali all&#8217;interno della cultura progressista che prende atto di tale arretratezza e s&#8217;ispira ai modelli angloamericani; mentre quella chiusa nel proprio ottuso provincialismo, ha l&#8217;ardire di cercare nella stessa societ\u00e0 italiana le proprie fonti d&#8217;ispirazione. E dunque si constata che esistono due possibili atteggiamenti: quello che cala i modelli angolo-americani nella realt\u00e0 contadina italiana, e quello che rifiuta quei modelli e che pertanto \u00e8 arretrato, chiuso e bigotto per definizione, specie se fa riferimento alla tradizione cattolica (Lisi, Giuliotti, Casini). Nel primo caso abbiano romanzi come <em>Paesi tuoi<\/em> di Cesare Pavese, nei quali il modello americano della societ\u00e0 rurale profonda viene calato nei contadini piemontesi della Langhe, col risultato di stravolgerne completamente la fisionomia, sino a renderli irriconoscibili: dei bestini &quot;primitivi&quot;, violenti, incestuosi e omicidi (vedi la tragica morte di Gisella, assassinata dal fratello Talino che a suo tempo l&#8217;aveva posseduta e la considerava cosa propria: insomma, Verga pi\u00f9 Faulkner pi\u00f9 Freud). Il tutto per la gioia dei professori comunisti torinesi come Augusto Monti e di tutta l&#8217;area culturale liberalsocialista di ascendenza gobettiana e <em>radical-chic<\/em> che si stava coagulando attorno all&#8217;editore Giulio Einaudi. Per la quale, nondimeno, l&#8217;operazione di Pavese non era stata condotta sino in fondo, o con tutto il necessario rigore, per cui essa continu\u00f2 a rimproverargli dei residui di sentimentalismo e d&#8217;individualismo &quot;borghese&quot; e una non adeguata adozione del modello gramsciano dell&#8217;intellettuale organico. Un circolo vizioso nel quale il povero Pavese finir\u00e0 per rimanere stritolato, grazie anche ai sensi di colpa suscitati in lui dalla solerte psico-polizia orwelliana per le sue derive verso il mondo del mito, equiparabili ad altrettante evasioni, o meglio diserzioni, dal terreno concreto della storia, e naturalmente della lotta di classe, esplicitamente o implicitamente assunta come il vero motore della storia e delle azioni umane (cfr. il nostro articolo <em>Fino a che punto un Maestro pu\u00f2 spingersi per conformare a s\u00e9 la personalit\u00e0 del discepolo?<\/em>, pubblicato sul sito di Arianna Editrice il 21\/10\/08 e su quello dell&#8217;Accademia Nuova Italia il 08\/08\/17).<\/p>\n<p>Un&#8217;altra cosa apprendiamo, abbastanza sorprendente, dal lettura della pagina sopra citata: che di fronte ad opere come <em>Il podere<\/em> di Federigo Tozzi (e a maggior ragione come <em>Paesi tuoi<\/em> di Pavese) \u00e8 necessario interpellare il dottor Freud: <em>la figura del padrone, che si \u00e8 arricchito in maniera cinicamente spregiudicata, coincide in Tozzi con quella del padre, coinvolgendo pi\u00f9 complesse e profonde radici autobiografiche. Di qui il valore simbolico che assumono episodi e situazioni, in un contesto di repressioni e crudelt\u00e0 che riguarda la societ\u00e0 e l&#8217;individuo, e che solo la psicoanalisi consente di interpretare, anche se non pu\u00f2 offrire speranze di una facile guarigione.<\/em> Insomma, o ci si affida alla psicoanalisi, o si \u00e8 tagliati fuori dalla comprensione della realt\u00e0, sia quella interiore dell&#8217;uomo, sia quella sociale. Siamo sempre l\u00ec: Marx <em>e<\/em> Freud; Marx <em>pi\u00f9<\/em> Freud; altre guide non vi sono, n\u00e9 altri strumenti di lettura del reale. Per decenni questa \u00e8 stata, ed \u00e8 tuttora, la minestra che viene servita ai nostri studenti: psicoanalisi e marxismo, marxismo e psicoanalisi. Avete mai assistito ad un esame di stato liceale? Il professore di storia, quello di filosofia e quello di psicologia portano sempre il discorso su queste due infallibili fonti di verit\u00e0, e sempre con l&#8217;atteggiamento devoto, anzi adorante, di chi si prostra innanzi a due divinit\u00e0: l&#8217;una che vuol cambiare il mondo (anche se ovunque ci ha provato ha fallito miseramente, regalando agli uomini sofferenze inaudite e amarissime delusioni), l&#8217;altra che, purtroppo, <em>non pu\u00f2 offrire speranze di una facile guarigione<\/em>, ma resta un oracolo irrinunciabile. L&#8217;importante \u00e8 negare e nascondere ogni altra strada e ogni possibile terza via; inculcare l&#8217;idea che fuori di <em>questo<\/em> orizzonte costituito non c&#8217;\u00e8 alcuna speranza di salvezza.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In che modo viene narrata ai giovani la cultura italiana, e in particolare la letteratura, degli anni &#8217;30 del Novecento? 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